GRADINANDO in PIOLET TRACTION

Articolo comparso su ALP n° 100

Ultimo aggiornamento il: 15/05/2018 17:51:33


GRADINANDO in PIOLET TRACTION

Tornando col pensiero a quel tempo di passaggio, ora comprendo che due sole cose ho conservato dei primi anni settanta: la curiosità e una visione fantastica, magica e timorosa della montagna. Forse non molto tempo fa me ne sarei vergognato, oggi comincio ad esserne orgoglioso. Nel 1973, anno dei fatti di cui leggerete, anche in Italia il nome e la tecnica della "piolet traction” erano già noti, ma son convinto che non erano in molti a conoscerne il "segreto". Potete dunque immaginarvi cosa e potevamo sapere noi, poveri provinciali valtellinesi per di più giovani alpinisti. Ricordo che qualcosa in merito era stato scritto da Giorgio Bertone sulla Rivista del CAI e che circolava qualche piccozza di foggia strana usata dai francesi o dai rari inglesi che frequentavano le nostre cime. Tutto era però avvolto dal mistero; incerta era la funzione da attribuire quelle becche così arcuate e dentellate. A complicare le cose, si aggiunge anche una certa diffidenza generale dei nostri “maestri” che erano piuttosto impermeabili alle novità per non dire ultra conservatori. Ancora nel 1972, la Rivista della Montagna, nella rubrica sui nuovi materiali, parlava di piccozze atte un miglior gradinamento anche se già accennava a una Charlet Moser, la Pique plat, che dava un ottimo ancoraggio nel ghiaccio duro. la mitica impresa di Cecchinel e Jaeger sul couloir del Dru - la luce - doveva essere portata a compimento solo pochi mesi più avanti. Fuori dal giro dei grande alpinismo noi vivevamo una sorta di strano travaglio tutto personale che avrebbe dato più tardi dei frutti, ma che in quegli anni era solo un confuso abbozzare Ricordo che andavo in montagna circondato da una fitta nebbia di mito ed eroismo che ingigantiva tutto; ripetere Nord-ovest del Cengalo era già una cosa estrema. Si diceva in giro che su quelle immense placconate uniformi, molti avevano "smarrito la via" senza più trovarla; e lasciando. in sospeso il discorso si aprivano spazi vertiginosi di fantasia che avevano per tema le più incredibili ed epiche tragedie.
Quell'estate avevo inoltre appena finito di leggere "Arrampicarsi all'inferno" e chi conosce questo libro potrà ,ben capire che effetto suggestivo avesse potuto produrre in un ragazzo tutto preso dall'alpinismo. Proprio alla base del pilastro del Cengalo ci imbattemmo nella prima piccozza da piolet-traction che avessimo mai visto, probabilmente caduta a qualche cordata fin giù sul ghiacciaio.
Anche se già in quel tempo avevo preso a spezzare l'anima rigida dei miei Brixia Jrischanca per poter piegare la suola (non sopportavo di arrampicare con la scarpa rigida), la scalata al Cengalo, dove fra la nebbia conoscemmo alcuni dei celeberrimi «cinque di Valmadrera», fu abbastanza penosa se la raffronto al relativo impegno che oggi richiede.
Comunque, la riuscita in una simile "impresa", ci diede la forza per lanciarci in progetti che oggi mi paiono avventatissimi e che per fortuna non furono tutti perseguiti. Ermanno Gugiatti, il mio compagno di quei giorni era cento volte più forte, più bravo e più esperto avendo alle spalle già alcune invernali fra cui quella memorabile del pilastro del Cengalo.
Era anche uno che si lanciava abbastanza, forse confidando sulla sua inesauribile forza fisica; io seguivo, a volte un po' dubbioso, ma comunque in qualche modo spinto dalla passione, che mi faceva porre in secondo piano i dubbi e le paure. Fu più o meno così che, anche per un certo spirito di competizione con altri alpinisti valtellinesi ben più abili ,ed esperti di noi, decidemmo di salire la parete nord del Disgrazia.
Un altro mito. Pensare all'attrezzatura di cui disponevamo mi rimanda immediatamente ai libri di Fantozzi: più con commiserazione che con rimpianto ricordo una corda da 11 mm di 50 m, dei ramponi super leggeri Grivel e Salewa a 12 punte, scarpone Brixia Jrischanca normale, ghette Invicta in tela, blue jeans alla zuava (moda locale lanciata
dal milanese Tiziano Nardella), maglione della nazionale di sci "valanga azzurra" a righine gialle, cerata da vela antistrappo, piccozza Grivel ad ascia, martello da ghiaccio Cassin fine anni ‘60, chiodi da ghiaccio a cavatappo.
Unica concessione al confort termico, una calzamaglia di lana e infine, fuoriserie, l'arma decisiva, l' «alabarda spaziale»: la piccozza Alpelit trovata al Cengalo e che vagamente avevamo capito come usare.
Attorno alla Nord del Disgrazia correvano le più fantasiose dicerie e spesso si ricordava l'avventura di Carletto Negri e Fausto Rovelli che dopo averne compiuto la prima ripetizione in un ambiente da tregenda, trovarono nella discesa gli scheletri di quattro alpinisti scomparsi 17 anni prima.
Credo che le ascensioni si potessero contare sulle dita delle mani, sia per l'avvicinamento estremamente laborioso sia per le difficoltà tecniche, ma anche per le storie di frane, slavine e pericoli vari che erano fiorite attorno alla parete.
Potete ora immaginare con che spirito ci si potesse avvicinare a una simile ascensione: io ero a dir poco intimorito e coglievo presagi infausti ad ogni passo; Ermanno era taciturno, ma, quando chiese a Diego Lenatti, custode del rifugio Ventina e valido ghiacciatore di seguirci, capii che cosa potesse pensare nel suo silenzio.
Ovviamente il buon Diego declinò l'offerta prendendoci forse per pazzi e noi ci avviammo soli soletti sul ghiacciaio del Ventina, in quegli anni assai meno frequentato di oggi.
In tutto il lungo percorso fino al bivacco Oggioni non incontrammo anima viva; una volta lassù il tempo si mise al brutto: consultare le previsioni del tempo era una cosa che non rientrava nella nostra normale prassi alpinistica e non credo che fosse consuetudine comune fra gli alpinisti di mezza tacca come noi.
La mattina successiva partimmo tardi come sapevamo che non si deve fare, ma il freddo era talmente intenso che proprio non riuscimmo a uscire dalle coperte ad un'ora "alpinistica".
Durante la notte il tempo si era rimesso e con un cielo azzurrissimo attaccammo la crepaccia terminale alle 8.
Subito capimmo che per avere un minimo di chances ci sarebbe convenuto costeggiare le rocce che sostengono il grande seracco e poi traversare più in alto verso il bordo delle roccette di destra della parete. A rivedere come Ermanno maneggiava l'Alpelit mi viene da sorridere: un po' abbozzando dei gradinetti, un po' piantandola nella neve dura (nel ghiaccio un simile gesto era per noi impensabile), ma senza troppa convinzione. La mia piccozza ad ascia era ovviamente fuori gioco e credo di aver fatto buona parte della salita in equilibrio sulle punte dei ramponi per la gioia di Gaston Rébuffat.
Unico e precario ancoraggio di progressione per le mani era il chiodo da ghiaccio che entrambi brandivamo nella sinistra usandolo come pugnale. Accompagnati dai sinistri scricchiolii dei seraccone soprastante - quanti ne erano caduti sotto i piedi di Bonatti e a quanti era sfuggito durante le sue salite sulla parete della Brenva!? Quanto era precaria la "rneringa" di Diemberger!? Quanti ne erano crollati sulla testa di tanti altri meno fortunati? - strappavamo metro su metro alla parete. Entrambi morivamo dal freddo; le dita dei piedi erano insensibili, ma anche quelle delle mani, foderate da leggerissimi guantini di lana normale, ma multicolore, non stavano meglio.
Nella strozzatura fra le due pareti di roccia, all'altezza del seracco, ci sentimmo fuori dal pericolo anche se l'inclinazione aumentava ancora. L'Alpelit tutto sommato faceva il suo ibrido dovere di gradinamento e ancoraggio e, molto penosamente, con due tiri in diagonale riuscimmo a giungere alle rocce della sponda opposta dove un lunghissimo "cornier" piantato in una salda fessura ci diede tutta la sicurezza che ormai ci mancava da un pezzo. In compenso già da alcune ore il tempo era tornato a farsi classicamente minaccioso e una insidiosa nebbia "tipo Eiger" ci avvolgeva; si vedeva ben poco e le roccette della cresta terminale ci vennero incontro quasi improvvisamente, come strane impurità di quel bianco lattiginoso che da un po' ci circondava. Con la certezza della vittoria il sangue aveva ripreso dolorosamente a circolare; sulla cresta ci fotografammo a vicenda anche pensando di dare testimonianza della nostra scalata a chi sicuramente l'avrebbe messa in dubbio (cosa che poi realmente si verificò) e poi iniziammo a divallare, piuttosto stanchi verso il rifugio Ponti.
Per la sola scalata avevamo impiegato oltre sei ore, un tempo che oggi sembra assurdo, ma che in quelle condizioni può considerarsi buono. Alla Ponti, dove c'erano due o tre avventori, un ambiente squallido e spoglio e un odore penetrante di gabinetto, ci rifocillammo con una pastasciutta e poi ci avviammo verso valle. Le speranze che Anna fosse salita a prenderci in auto alla Piana di Predarossa furono immediatamente frustrate: nessuno ci attendeva, evidentemente la sbarra che allora era posta a Sasso Bísolo era stata chiusa.
A piedi, sul nastro d'asfalto ci abbassammo penosamente; non ricordo se a valle della sbarra incontrammo qualcuno che ci diede un passaggio o se arrivammo a piedi a Cataeggio. Se mai questo samaritano ci fu, a lui vada un grande ringraziamento.