Scalare le cascate gelate

Ultimo aggiornamento il: 15/05/2018 15:15:44


Scalare le cascate gelate

Con ramponi rigidi, piccozze e martelli corti, i nuovi scalatori conquistano palmo a palmo i lucenti
salti ghiacciati di fiumi e torrenti.

La prima volta che vidi la foto di uno scalatore appeso ad una cortina di stalattiti pensai: "È impossibile. Deve trattarsi di un trucco fotografico.". Ma gli attrezzi e i moschettoni, come pure le corde, pendevano verticali dall'omino del ghiaccio ed escludevano ogni trucco.
Cominciai ad appassionarmi alle avventure di quei fanatici che scalavano cascate e candelotti giganti di ghiaccio. In genere erano arrampicatori americani o canadesi, ma notizie erano giunte anche di scozzesi ed inglesi che nei mesi invernali salivano i colatoi del Ben Nevis e altre vette circostanti. D'inverno i freddi e umidi venti del Nord incrostano di ghiaccio le pareti rocciose, trasformandole in severi banchi di prova per i ghiacciatori.
Strana era la gente e strani erano anche gli attrezzi che usavano: corti martelli da ghiaccio con le lame fortemente arcuate o addirittura piegate ad angolo di quarantacinque gradì, ramponi rigidi e non snodati come quelli che si usano sulle Alpi, piccozze di foggia analoga ai martelli.
Decisi di provare. Uno stupendo giorno senza vento, io e Ludovico ci portammo alla base della prima cascata. A dire il vero, per il nostro primo impatto con quel mondo sconosciuto scegliemmo, più che una cascata vera e propria, il percorso luminoso di un torrente, che con inclinazione varia scende dalla Valle Spluga, una delle tante laterali della Val Masino. Il sole e l'aria calda, immobile, ci furono di grande aiuto e ancor più contribuì ad appassionarci il colore del ghiaccio, che scintillava al sole, bianco e azzurro, mentre nelle zone in ombra aveva tutte le sfumature più evanescenti del verde.
Dopo il primo salto fatto quasi di corsa, giungemmo al secondo e poi al terzo, desiderosi di vedere nuove formazioni glaciali nascoste nelle anse del torrente. Dopo aver percorso, di cascata in cascata, un bel tratto dell'alveo del torrente, nel punto pianeggiante che separava due salti ghiacciati, un lastrone cedette sotto i piedi di Ludovico, che finì a bagno. Niente di grave perché d'inverno i torrenti sono poveri d'acqua: ma per quel giorno il gioco dovette essere interrotto.
Tutto sommato non era stata un'esperienza tanto difficile. Avevamo superato brevi tratti quasi verticali e, anche se fossero stati alti molti metri, non sarebbe stato troppo rischioso superarli. Quasi sempre ci si poteva assicurare bene e il piacere di sentire l'attrezzo saldamente infisso e sicuro dava ad ogni passo sempre più voglia di salire.


L'acqua scorre sotto il ghiaccio


Un mondo nuovo mi si schiudeva davanti; avevo sempre sognato di percorrere le forre, i canalini, le pareti che in estate sono impraticabili perché l'acqua ne è padrona.
Solo d'inverno l'acqua si ferma e stende un lucente sentiero di cristallo per permetterci di entrare nel suo regno. Sotto il più o meno spesso strato di ghiaccio però, essa scorre quasi sempre. Non è più un movimento vivo e spumeggiante come nei mesi caldi, bensì lento e quasi silenzioso. L'acqua scivola mormorando discretamente nella sua prigione di cristallo e sembra attendere pazientemente il giorno in cui il ghiaccio si scioglierà ed essa prenderà di nuovo forza e vita. Il ghiaccio è spesso sottile e fragile come vetro. Occorre cercare di non rompere il delicato equilibrio della costruzione, non usare chiodi da infiggere su certe cascate, non servirebbero: bisogna invece salire cercando di "sentire" il più possibile la materia glaciale e se stessi.
La seconda cascata che affrontai con il mio amico fu ben più impegnativa. Una stretta striscia argentea si insinuava saltando in una misteriosa gola dalle alte pareti brune, sino al balzo principale che noi chiamammo "Ia cascata d'argento vetroso". Non ho più trovato in seguito una struttura glaciale simile; tutta l'impalcatura, alta circa trenta metri, della cascata principale era formata da finissime stalattiti, che al contatto con la nostra forza tintinnavano e si infrangevano in minute schegge.
Alla base del salto, avemmo un attimo di esitazione; non sapevamo come avrebbe reagito al nostro peso quell'enorme muraglia, opera del gelo, e cercammo di passare altrove, ma dopo vari tentativi fummo costretti a salire per la bella e fragile colata.
Più sopra, una grotta di ghiaccio, festonata di stalattiti, ci offrì un rifugio sicuro e per un po' sostammo lì. Fuori dalla gola un sole amico ci attendeva, ma non fui contento che l'avventura fosse già finita. Mi sarebbe piaciuto che la salita proseguisse ancora, sempre più in alto. t un pensiero, questo, che a volte mi assale e che credo molti provino; si sogna di essere fra le montagne, senza necessariamente raggiungere le vette per difficili pareti, ma solo cercando di fondersi colla natura.

Risalire le cascate


Scalare le cascate di ghiaccio è un'esperienza che non è paragonabile a nessun'altra, nemmeno alle salite su ghiaccio in montagna. Le cascate hanno aperto nuovi spazi a chi decide di intrufolarsi nel loro alveo, e di risalirle vivendo così un'esperienza emozionante. A volte poi, se si ha la fortuna di trovare un periodo di freddo molto intenso, si possono salire le cascate esposte a sud e allora il gioco si vivifica dei raggi del sole. Si entra in un mondo festonato da stalattiti multicolori, il ghiaccio sembra caldo e amico, ha un colore
bianco opalescente e una qualità eccellente per adottare la tecnica della piolet traction. Il 1980 si concluse sul "Durango", una bellissima striscia di ghiaccio alta circa trecentocinquanta metri con inclinazioni varie e punte massime di ottantacinque gradi. Fu una scalata molto difficile e non sempre sicura, ma ci diede grande soddisfazione.
A sera, dopo sette ore di arrampicata, uscimmo sul pendio sommitale e in fretta divallammo, restando però sempre legati per evitare una possibile scivolata sulle lisce placche di granito celate sotto la neve polverosa.
Nella mente ho ancora fissati i momenti più importanti della salita, il trasparente globo di ghiaccio che ricopriva la roccia all'ultima sosta, il timore di sfondare il sottile velo, il proseguire su forti pendenze senza poter mettere chiodi, la luce che viveva sul versante meridionale della Val di Mello, la paura di lasciare l'ultima sosta per andare verso qualcosa che non si conosceva perché nascosto... Ancora una volta ebbi modo di apprezzare la massima libertà di azione offerta da questa attività. Le condizioni della montagna d'inverno rendono molti luoghi, già remoti d'estate, ancor più difficili da raggiungere; ogni anno uno stesso posto si presenterà in modo diverso e cosi anche le cascate muteranno a seconda dell'andamento della stagione. A volte ci sarà poco ghiaccio, forse solo quel tanto che basta per permettere la progressione; altre volte il suo spessore sarà così elevato da modificare persino l'inclinazione della colata. Il ghiaccio è quindi una materia sempre viva e in lenta metamorfosi, così anche i deboli segni lasciati dai nostri attrezzi spariscono in pochi giorni e a volte in poche ore e la cascata torna ad essere intatta.
Più che le brevi e spesso molto difficili cascate, mi attirano i lunghi colatoi, con il loro andamento più vario e la loro costante promessa di un'avventura più completa. li massimo delle mie aspirazioni era uno dei più lunghi colatoi delle Alpi, sulla parete nordovest del monte Legnone. Milletrecento metri di cascate, con altezza variante dai quindici ai settanta metri, si rincorrono su per uno stretto budello che va a morire nel cuore della parete; la loro inclinazione va dai sessanta ai novanta gradi e i salti più alti sono anche i più difficili. Dal termine dei colatoio altri trecento metri di canali e rocce miste portano sulla cresta poco sotto la vetta. Era questo un itinerario che univa il fascino di una grande parete nord con le sensazioni date da una cascata di ghiaccio.
Dopo una esplorazione preliminare, partimmo in due per il lungo viaggio nel canalone; furono due giorni di piolet traction, di cascate, di sensazioni meravigliose in un ambiente pervaso dalla luce del giorno che scivolava argentea lungo le colate. Fu una salita perfetta, unica nel suo genere, mentre la montagna sfilava davanti a noi metro per metro, passando dal bosco di abeti della base alle nude rocce della parte sommitale. Un susseguirsi di rocce dai colori più diversi e un panorama che si apriva sul lago, poi sulle Alpi fino al Monte Rosa. Fuori dalla parete e durante la discesa la mente non cercava nuove cascate per il giorno dopo, c'era solo il desiderio di tornare nel canalone dentro la parete.

Piolet traction
L'evoluzione


Fino alla metà degli anni sessanta la tecnica di ghiaccio non aveva conosciuto sostanziali modifiche. La progressione era basata, come nell'Ottocento, sul taglio di una successione di gradini nel ghiaccio; gli attrezzi stessi non avevano molto mutato le loro forme, se si eccettua una tendenza a ridurre la lunghezza dei manici delle Piccozze. I ramponi erano a dieci o dodici . punte, questi ultimi con le due punte anteriori sporgenti in avanti.
Nel 1966 il geniale alpinista americano Yvon Chouinard sperimentò per la prima volta l'efficacia di una piccozza a becca ricurva abbinata ad un secondo attrezzo di foggia analoga. I due attrezzi piantati nel ghiaccio e usati come ancora consentiva-no, facendo trazione su di essi, di salire rapidamente ogni tipo di pendio. Nello stesso periodo Chouinard mise a punto un paio di ramponi rigidi che consentono un minor dispendio di energie dei polpacci.
Nel 1971, indipendentemente dagli studi di Chouinard, il francese Walter Cecchinel fece fissare alla piccozza, al posto della normale becca, un pugnale da ghiaccio. Constatata l'ottima tenuta dell'attrezzo sul ghiaccio duro, Cecchinel abbinò ad esso l'uso di un seconda attrezzo analogo.

La tecnica

Con la tecnica della piolet traction, si possono superare tutti i pendii glaciali, di ogni inclinazione, persino difficili tratti strapiombanti.
Si usano due attrezzi, uno dei quali porta, al posto della normale paletta, la massa battente di un martello per poter piantare i chiodi da roccia o da ghiaccio. I ramponi, rigidi o snodati, devono avere almeno due delle punte anteriori sporgenti in avanti onde consentire di infiggerli nel ghiaccio. La progressione è quanto di più naturale e spontaneo possa esistere. Si piantano gli attrezzi il più in alto possibile, si rampona il pendio sino a trovarsi con, le braccia piegate. Successivamente si toglie un primo attrezzo portandolo più sopra, al primo seguirà l'altro e poi ci si muoverà, restando quindi sempre ben ancorati al ghiaccio. I due attrezzi sono legati alla cintura mediante cordini che consentono di sospendersi ad essi qualora si sia stanchi o, sempre appesi, di piantare in terreno ripido i chiodi senza grande difficoltà.

Gli attrezzi

La piccozza non deve avere una lunghezza eccessiva, al massimo sessantacinque centimetri, la becca è più o meno arcuata a seconda dei modelli o delle ditte costruttrici. L'essenziale è che la lama garantisca un'ottima tenuta quando è infissa; per questo la parte inferiore di essa (a volte anche il tratto iniziale superiore) è munita di dentini che ne migliorano la presa.
Alla paletta che si trova nella parte opposta alla becca può essere sostituita una massa battente, avremo così il "martello piccozza" o "martello da ghiaccio".
I ramponi oggi in uso hanno 12 o 14, punte con le quattro punte anteriori sporgenti in avanti per consentire una maggiore presa e un miglior appoggio.
I ramponi rigidi hanno solo due punte anteriori sporgenti e armate ad artiglio, la loro rigidezza consente un minor dispendio di energie nel lavoro dei polpacci, molto impegnati nella piolet traction.
Anche i chiodi da ghiaccio sono di varia forma; i più noti sono quelli a vite. Essi possono essere simili a cavatappi, oppure fatti da un tubo cavo con la parte anteriore munita di denti per facilitare l'avvitamento; la prima parte del tubo porterà la filettatura. Un altro tipo di chiodi sono quelli cosiddetti a percussione o wart hogs; essi vengono piantati nel ghiaccio e tolti successivamente svitandoli.
Scalare le cascate gelate


Con ramponi rigidi, piccozze e martelli corti, i nuo-
vi scalatori conquistano palmo a palmo i lucenti
salti ghiacciati di fiumi e torrenti.

La prima volta che vidi la foto di uno scalatore appeso ad una cortina di stalattiti pensai: "È impossibile. Deve trattarsi di un trucco fotografico.". Ma gli attrezzi e i moschettoni, come pure le corde, pendevano verticali dall'omino del ghiaccio ed escludevano ogni trucco.
Cominciai ad appassionarmi alle avventure di quei fanatici che scalavano cascate e candelotti giganti di ghiaccio. In genere erano arrampicatori americani o canadesi, ma notizie erano giunte anche di scozzesi ed inglesi che nei mesi invernali salivano i colatoi del Ben Nevis e altre vette circostanti. D'inverno i freddi e umidi venti del Nord incrostano di ghiaccio le pareti rocciose, trasformandole in severi banchi di prova per i ghiacciatori.
Strana era la gente e strani erano anche gli attrezzi che usavano: corti martelli da ghiaccio con le lame fortemente arcuate o addirittura piegate ad angolo di quarantacinque gradì, ramponi rigidi e non snodati come quelli che si usano sulle Alpi, piccozze di foggia analoga ai martelli.
Decisi di provare. Uno stupendo giorno senza vento, io e Ludovico ci portammo alla base della prima cascata. A dire il vero, per il nostro primo impatto con quel mondo sconosciuto scegliemmo, più che una cascata vera e propria, il percorso luminoso di un torrente, che con inclinazione varia scende dalla Valle Spluga, una delle tante laterali della Val Masino. Il sole e l'aria calda, immobile, ci furono di grande aiuto e ancor più contribuì ad appassionarci il colore del ghiaccio, che scintillava al sole, bianco e azzurro, mentre nelle zone in ombra aveva tutte le sfumature più evanescenti del verde.
Dopo il primo salto fatto quasi di corsa, giungemmo al secondo e poi al terzo, desiderosi di vedere nuove formazioni glaciali nascoste nelle anse del torrente. Dopo aver percorso, di cascata in cascata, un bel tratto dell'alveo del torrente, nel punto pianeggiante che separava due salti ghiacciati, un lastrone cedette sotto i piedi di Ludovico, che finì a bagno. Niente di grave perché d'inverno i torrenti sono poveri d'acqua: ma per quel giorno il gioco dovette essere interrotto.
Tutto sommato non era stata un'esperienza tanto difficile. Avevamo superato brevi tratti quasi verticali e, anche se fossero stati alti molti metri, non sarebbe stato troppo rischioso superarli. Quasi sempre ci si poteva assicurare bene e il piacere di sentire l'attrezzo saldamente infisso e sicuro dava ad ogni passo sempre più voglia di salire.


L'acqua scorre sotto il ghiaccio


Un mondo nuovo mi si schiudeva davanti; avevo sempre sognato di percorrere le forre, i canalini, le pareti che in estate sono impraticabili perché l'acqua ne è padrona.
Solo d'inverno l'acqua si ferma e stende un lucente sentiero di cristallo per permetterci di entrare nel suo regno. Sotto il più o meno spesso strato di ghiaccio però, essa scorre quasi sempre. Non è più un movimento vivo e spumeggiante come nei mesi caldi, bensì lento e quasi silenzioso. L'acqua scivola mormorando discretamente nella sua prigione di cristallo e sembra attendere pazientemente il giorno in cui il ghiaccio si scioglierà ed essa prenderà di nuovo forza e vita. Il ghiaccio è spesso sottile e fragile come vetro. Occorre cercare di non rompere il delicato equilibrio della costruzione, non usare chiodi da infiggere su certe cascate, non servirebbero: bisogna invece salire cercando di "sentire" il più possibile la materia glaciale e se stessi.
La seconda cascata che affrontai con il mio amico fu ben più impegnativa. Una stretta striscia argentea si insinuava saltando in una misteriosa gola dalle alte pareti brune, sino al balzo principale che noi chiamammo "Ia cascata d'argento vetroso". Non ho più trovato in seguito una struttura glaciale simile; tutta l'impalcatura, alta circa trenta metri, della cascata principale era formata da finissime stalattiti, che al contatto con la nostra forza tintinnavano e si infrangevano in minute schegge.
Alla base del salto, avemmo un attimo di esitazione; non sapevamo come avrebbe reagito al nostro peso quell'enorme muraglia, opera del gelo, e cercammo di passare altrove, ma dopo vari tentativi fummo costretti a salire per la bella e fragile colata.
Più sopra, una grotta di ghiaccio, festonata di stalattiti, ci offrì un rifugio sicuro e per un po' sostammo lì. Fuori dalla gola un sole amico ci attendeva, ma non fui contento che l'avventura fosse già finita. Mi sarebbe piaciuto che la salita proseguisse ancora, sempre più in alto. t un pensiero, questo, che a volte mi assale e che credo molti provino; si sogna di essere fra le montagne, senza necessariamente raggiungere le vette per difficili pareti, ma solo cercando di fondersi colla natura.

Risalire le cascate


Scalare le cascate di ghiaccio è un'esperienza che non è paragonabile a nessun'altra, nemmeno alle salite su ghiaccio in montagna. Le cascate hanno aperto nuovi spazi a chi decide di intrufolarsi nel loro alveo, e di risalirle vivendo così un'esperienza emozionante. A volte poi, se si ha la fortuna di trovare un periodo di freddo molto intenso, si possono salire le cascate esposte a sud e allora il gioco si vivifica dei raggi del sole. Si entra in un mondo festonato da stalattiti multicolori, il ghiaccio sembra caldo e amico, ha un colore
bianco opalescente e una qualità eccellente per adottare la tecnica della piolet traction. Il 1980 si concluse sul "Durango", una bellissima striscia di ghiaccio alta circa trecentocinquanta metri con inclinazioni varie e punte massime di ottantacinque gradi. Fu una scalata molto difficile e non sempre sicura, ma ci diede grande soddisfazione.
A sera, dopo sette ore di arrampicata, uscimmo sul pendio sommitale e in fretta divallammo, restando però sempre legati per evitare una possibile scivolata sulle lisce placche di granito celate sotto la neve polverosa.
Nella mente ho ancora fissati i momenti più importanti della salita, il trasparente globo di ghiaccio che ricopriva la roccia all'ultima sosta, il timore di sfondare il sottile velo, il proseguire su forti pendenze senza poter mettere chiodi, la luce che viveva sul versante meridionale della Val di Mello, la paura di lasciare l'ultima sosta per andare verso qualcosa che non si conosceva perché nascosto... Ancora una volta ebbi modo di apprezzare la massima libertà di azione offerta da questa attività. Le condizioni della montagna d'inverno rendono molti luoghi, già remoti d'estate, ancor più difficili da raggiungere; ogni anno uno stesso posto si presenterà in modo diverso e cosi anche le cascate muteranno a seconda dell'andamento della stagione. A volte ci sarà poco ghiaccio, forse solo quel tanto che basta per permettere la progressione; altre volte il suo spessore sarà così elevato da modificare persino l'inclinazione della colata. Il ghiaccio è quindi una materia sempre viva e in lenta metamorfosi, così anche i deboli segni lasciati dai nostri attrezzi spariscono in pochi giorni e a volte in poche ore e la cascata torna ad essere intatta.
Più che le brevi e spesso molto difficili cascate, mi attirano i lunghi colatoi, con il loro andamento più vario e la loro costante promessa di un'avventura più completa. li massimo delle mie aspirazioni era uno dei più lunghi colatoi delle Alpi, sulla parete nordovest del monte Legnone. Milletrecento metri di cascate, con altezza variante dai quindici ai settanta metri, si rincorrono su per uno stretto budello che va a morire nel cuore della parete; la loro inclinazione va dai sessanta ai novanta gradi e i salti più alti sono anche i più difficili. Dal termine dei colatoio altri trecento metri di canali e rocce miste portano sulla cresta poco sotto la vetta. Era questo un itinerario che univa il fascino di una grande parete nord con le sensazioni date da una cascata di ghiaccio.
Dopo una esplorazione preliminare, partimmo in due per il lungo viaggio nel canalone; furono due giorni di piolet traction, di cascate, di sensazioni meravigliose in un ambiente pervaso dalla luce del giorno che scivolava argentea lungo le colate. Fu una salita perfetta, unica nel suo genere, mentre la montagna sfilava davanti a noi metro per metro, passando dal bosco di abeti della base alle nude rocce della parte sommitale. Un susseguirsi di rocce dai colori più diversi e un panorama che si apriva sul lago, poi sulle Alpi fino al Monte Rosa. Fuori dalla parete e durante la discesa la mente non cercava nuove cascate per il giorno dopo, c'era solo il desiderio di tornare nel canalone dentro la parete.
 
Piolet traction
L'evoluzione


Fino alla metà degli anni sessanta la tecnica di ghiaccio non aveva conosciuto sostanziali modifiche. La progressione era basata, come nell'Ottocento, sul taglio di una successione di gradini nel ghiaccio; gli attrezzi stessi non avevano molto mutato le loro forme, se si eccettua una tendenza a ridurre la lunghezza dei manici delle Piccozze. I ramponi erano a dieci o dodici . punte, questi ultimi con le due punte anteriori sporgenti in avanti.
Nel 1966 il geniale alpinista americano Yvon Chouinard sperimentò per la prima volta l'efficacia di una piccozza a becca ricurva abbinata ad un secondo attrezzo di foggia analoga. I due attrezzi piantati nel ghiaccio e usati come ancora consentiva-no, facendo trazione su di essi, di salire rapidamente ogni tipo di pendio. Nello stesso periodo Chouinard mise a punto un paio di ramponi rigidi che consentono un minor dispendio di energie dei polpacci.
Nel 1971, indipendentemente dagli studi di Chouinard, il francese Walter Cecchinel fece fissare alla piccozza, al posto della normale becca, un pugnale da ghiaccio. Constatata l'ottima tenuta dell'attrezzo sul ghiaccio duro, Cecchinel abbinò ad esso l'uso di un seconda attrezzo analogo.

La tecnica

Con la tecnica della piolet traction, si possono superare tutti i pendii glaciali, di ogni inclinazione, persino difficili tratti strapiombanti.
Si usano due attrezzi, uno dei quali porta, al posto della normale paletta, la massa battente di un martello per poter piantare i chiodi da roccia o da ghiaccio. I ramponi, rigidi o snodati, devono avere almeno due delle punte anteriori sporgenti in avanti onde consentire di infiggerli nel ghiaccio. La progressione è quanto di più naturale e spontaneo possa esistere. Si piantano gli attrezzi il più in alto possibile, si rampona il pendio sino a trovarsi con, le braccia piegate. Successivamente si toglie un primo attrezzo portandolo più sopra, al primo seguirà l'altro e poi ci si muoverà, restando quindi sempre ben ancorati al ghiaccio. I due attrezzi sono legati alla cintura mediante cordini che consentono di sospendersi ad essi qualora si sia stanchi o, sempre appesi, di piantare in terreno ripido i chiodi senza grande difficoltà.

Gli attrezzi

La piccozza non deve avere una lunghezza eccessiva, al massimo sessantacinque centimetri, la becca è più o meno arcuata a seconda dei modelli o delle ditte costruttrici. L'essenziale è che la lama garantisca un'ottima tenuta quando è infissa; per questo la parte inferiore di essa (a volte anche il tratto iniziale superiore) è munita di dentini che ne migliorano la presa.
Alla paletta che si trova nella parte opposta alla becca può essere sostituita una massa battente, avremo così il "martello piccozza" o "martello da ghiaccio".
I ramponi oggi in uso hanno 12 o 14, punte con le quattro punte anteriori sporgenti in avanti per consentire una maggiore presa e un miglior appoggio.
I ramponi rigidi hanno solo due punte anteriori sporgenti e armate ad artiglio, la loro rigidezza consente un minor dispendio di energie nel lavoro dei polpacci, molto impegnati nella piolet traction.
Anche i chiodi da ghiaccio sono di varia forma; i più noti sono quelli a vite. Essi possono essere simili a cavatappi, oppure fatti da un tubo cavo con la parte anteriore munita di denti per facilitare l'avvitamento; la prima parte del tubo porterà la filettatura. Un altro tipo di chiodi sono quelli cosiddetti a percussione o wart hogs; essi vengono piantati nel ghiaccio e tolti successivamente svitandoli.
Scalare le cascate gelate


Con ramponi rigidi, piccozze e martelli corti, i nuo-
vi scalatori conquistano palmo a palmo i lucenti
salti ghiacciati di fiumi e torrenti.

La prima volta che vidi la foto di uno scalatore appeso ad una cortina di stalattiti pensai: "È impossibile. Deve trattarsi di un trucco fotografico.". Ma gli attrezzi e i moschettoni, come pure le corde, pendevano verticali dall'omino del ghiaccio ed escludevano ogni trucco.
Cominciai ad appassionarmi alle avventure di quei fanatici che scalavano cascate e candelotti giganti di ghiaccio. In genere erano arrampicatori americani o canadesi, ma notizie erano giunte anche di scozzesi ed inglesi che nei mesi invernali salivano i colatoi del Ben Nevis e altre vette circostanti. D'inverno i freddi e umidi venti del Nord incrostano di ghiaccio le pareti rocciose, trasformandole in severi banchi di prova per i ghiacciatori.
Strana era la gente e strani erano anche gli attrezzi che usavano: corti martelli da ghiaccio con le lame fortemente arcuate o addirittura piegate ad angolo di quarantacinque gradì, ramponi rigidi e non snodati come quelli che si usano sulle Alpi, piccozze di foggia analoga ai martelli.
Decisi di provare. Uno stupendo giorno senza vento, io e Ludovico ci portammo alla base della prima cascata. A dire il vero, per il nostro primo impatto con quel mondo sconosciuto scegliemmo, più che una cascata vera e propria, il percorso luminoso di un torrente, che con inclinazione varia scende dalla Valle Spluga, una delle tante laterali della Val Masino. Il sole e l'aria calda, immobile, ci furono di grande aiuto e ancor più contribuì ad appassionarci il colore del ghiaccio, che scintillava al sole, bianco e azzurro, mentre nelle zone in ombra aveva tutte le sfumature più evanescenti del verde.
Dopo il primo salto fatto quasi di corsa, giungemmo al secondo e poi al terzo, desiderosi di vedere nuove formazioni glaciali nascoste nelle anse del torrente. Dopo aver percorso, di cascata in cascata, un bel tratto dell'alveo del torrente, nel punto pianeggiante che separava due salti ghiacciati, un lastrone cedette sotto i piedi di Ludovico, che finì a bagno. Niente di grave perché d'inverno i torrenti sono poveri d'acqua: ma per quel giorno il gioco dovette essere interrotto.
Tutto sommato non era stata un'esperienza tanto difficile. Avevamo superato brevi tratti quasi verticali e, anche se fossero stati alti molti metri, non sarebbe stato troppo rischioso superarli. Quasi sempre ci si poteva assicurare bene e il piacere di sentire l'attrezzo saldamente infisso e sicuro dava ad ogni passo sempre più voglia di salire.


L'acqua scorre sotto il ghiaccio


Un mondo nuovo mi si schiudeva davanti; avevo sempre sognato di percorrere le forre, i canalini, le pareti che in estate sono impraticabili perché l'acqua ne è padrona.
Solo d'inverno l'acqua si ferma e stende un lucente sentiero di cristallo per permetterci di entrare nel suo regno. Sotto il più o meno spesso strato di ghiaccio però, essa scorre quasi sempre. Non è più un movimento vivo e spumeggiante come nei mesi caldi, bensì lento e quasi silenzioso. L'acqua scivola mormorando discretamente nella sua prigione di cristallo e sembra attendere pazientemente il giorno in cui il ghiaccio si scioglierà ed essa prenderà di nuovo forza e vita. Il ghiaccio è spesso sottile e fragile come vetro. Occorre cercare di non rompere il delicato equilibrio della costruzione, non usare chiodi da infiggere su certe cascate, non servirebbero: bisogna invece salire cercando di "sentire" il più possibile la materia glaciale e se stessi.
La seconda cascata che affrontai con il mio amico fu ben più impegnativa. Una stretta striscia argentea si insinuava saltando in una misteriosa gola dalle alte pareti brune, sino al balzo principale che noi chiamammo "Ia cascata d'argento vetroso". Non ho più trovato in seguito una struttura glaciale simile; tutta l'impalcatura, alta circa trenta metri, della cascata principale era formata da finissime stalattiti, che al contatto con la nostra forza tintinnavano e si infrangevano in minute schegge.
Alla base del salto, avemmo un attimo di esitazione; non sapevamo come avrebbe reagito al nostro peso quell'enorme muraglia, opera del gelo, e cercammo di passare altrove, ma dopo vari tentativi fummo costretti a salire per la bella e fragile colata.
Più sopra, una grotta di ghiaccio, festonata di stalattiti, ci offrì un rifugio sicuro e per un po' sostammo lì. Fuori dalla gola un sole amico ci attendeva, ma non fui contento che l'avventura fosse già finita. Mi sarebbe piaciuto che la salita proseguisse ancora, sempre più in alto. t un pensiero, questo, che a volte mi assale e che credo molti provino; si sogna di essere fra le montagne, senza necessariamente raggiungere le vette per difficili pareti, ma solo cercando di fondersi colla natura.

Risalire le cascate


Scalare le cascate di ghiaccio è un'esperienza che non è paragonabile a nessun'altra, nemmeno alle salite su ghiaccio in montagna. Le cascate hanno aperto nuovi spazi a chi decide di intrufolarsi nel loro alveo, e di risalirle vivendo così un'esperienza emozionante. A volte poi, se si ha la fortuna di trovare un periodo di freddo molto intenso, si possono salire le cascate esposte a sud e allora il gioco si vivifica dei raggi del sole. Si entra in un mondo festonato da stalattiti multicolori, il ghiaccio sembra caldo e amico, ha un colore
bianco opalescente e una qualità eccellente per adottare la tecnica della piolet traction. Il 1980 si concluse sul "Durango", una bellissima striscia di ghiaccio alta circa trecentocinquanta metri con inclinazioni varie e punte massime di ottantacinque gradi. Fu una scalata molto difficile e non sempre sicura, ma ci diede grande soddisfazione.
A sera, dopo sette ore di arrampicata, uscimmo sul pendio sommitale e in fretta divallammo, restando però sempre legati per evitare una possibile scivolata sulle lisce placche di granito celate sotto la neve polverosa.
Nella mente ho ancora fissati i momenti più importanti della salita, il trasparente globo di ghiaccio che ricopriva la roccia all'ultima sosta, il timore di sfondare il sottile velo, il proseguire su forti pendenze senza poter mettere chiodi, la luce che viveva sul versante meridionale della Val di Mello, la paura di lasciare l'ultima sosta per andare verso qualcosa che non si conosceva perché nascosto... Ancora una volta ebbi modo di apprezzare la massima libertà di azione offerta da questa attività. Le condizioni della montagna d'inverno rendono molti luoghi, già remoti d'estate, ancor più difficili da raggiungere; ogni anno uno stesso posto si presenterà in modo diverso e cosi anche le cascate muteranno a seconda dell'andamento della stagione. A volte ci sarà poco ghiaccio, forse solo quel tanto che basta per permettere la progressione; altre volte il suo spessore sarà così elevato da modificare persino l'inclinazione della colata. Il ghiaccio è quindi una materia sempre viva e in lenta metamorfosi, così anche i deboli segni lasciati dai nostri attrezzi spariscono in pochi giorni e a volte in poche ore e la cascata torna ad essere intatta.
Più che le brevi e spesso molto difficili cascate, mi attirano i lunghi colatoi, con il loro andamento più vario e la loro costante promessa di un'avventura più completa. li massimo delle mie aspirazioni era uno dei più lunghi colatoi delle Alpi, sulla parete nordovest del monte Legnone. Milletrecento metri di cascate, con altezza variante dai quindici ai settanta metri, si rincorrono su per uno stretto budello che va a morire nel cuore della parete; la loro inclinazione va dai sessanta ai novanta gradi e i salti più alti sono anche i più difficili. Dal termine dei colatoio altri trecento metri di canali e rocce miste portano sulla cresta poco sotto la vetta. Era questo un itinerario che univa il fascino di una grande parete nord con le sensazioni date da una cascata di ghiaccio.
Dopo una esplorazione preliminare, partimmo in due per il lungo viaggio nel canalone; furono due giorni di piolet traction, di cascate, di sensazioni meravigliose in un ambiente pervaso dalla luce del giorno che scivolava argentea lungo le colate. Fu una salita perfetta, unica nel suo genere, mentre la montagna sfilava davanti a noi metro per metro, passando dal bosco di abeti della base alle nude rocce della parte sommitale. Un susseguirsi di rocce dai colori più diversi e un panorama che si apriva sul lago, poi sulle Alpi fino al Monte Rosa. Fuori dalla parete e durante la discesa la mente non cercava nuove cascate per il giorno dopo, c'era solo il desiderio di tornare nel canalone dentro la parete.

 
Piolet traction

L'evoluzione


Fino alla metà degli anni sessanta la tecnica di ghiaccio non aveva conosciuto sostanziali modifiche. La progressione era basata, come nell'Ottocento, sul taglio di una successione di gradini nel ghiaccio; gli attrezzi stessi non avevano molto mutato le loro forme, se si eccettua una tendenza a ridurre la lunghezza dei manici delle Piccozze. I ramponi erano a dieci o dodici . punte, questi ultimi con le due punte anteriori sporgenti in avanti.
Nel 1966 il geniale alpinista americano Yvon Chouinard sperimentò per la prima volta l'efficacia di una piccozza a becca ricurva abbinata ad un secondo attrezzo di foggia analoga. I due attrezzi piantati nel ghiaccio e usati come ancora consentiva-no, facendo trazione su di essi, di salire rapidamente ogni tipo di pendio. Nello stesso periodo Chouinard mise a punto un paio di ramponi rigidi che consentono un minor dispendio di energie dei polpacci.
Nel 1971, indipendentemente dagli studi di Chouinard, il francese Walter Cecchinel fece fissare alla piccozza, al posto della normale becca, un pugnale da ghiaccio. Constatata l'ottima tenuta dell'attrezzo sul ghiaccio duro, Cecchinel abbinò ad esso l'uso di un seconda attrezzo analogo.

La tecnica

Con la tecnica della piolet traction, si possono superare tutti i pendii glaciali, di ogni inclinazione, persino difficili tratti strapiombanti.
Si usano due attrezzi, uno dei quali porta, al posto della normale paletta, la massa battente di un martello per poter piantare i chiodi da roccia o da ghiaccio. I ramponi, rigidi o snodati, devono avere almeno due delle punte anteriori sporgenti in avanti onde consentire di infiggerli nel ghiaccio. La progressione è quanto di più naturale e spontaneo possa esistere. Si piantano gli attrezzi il più in alto possibile, si rampona il pendio sino a trovarsi con, le braccia piegate. Successivamente si toglie un primo attrezzo portandolo più sopra, al primo seguirà l'altro e poi ci si muoverà, restando quindi sempre ben ancorati al ghiaccio. I due attrezzi sono legati alla cintura mediante cordini che consentono di sospendersi ad essi qualora si sia stanchi o, sempre appesi, di piantare in terreno ripido i chiodi senza grande difficoltà.

Gli attrezzi

La piccozza non deve avere una lunghezza eccessiva, al massimo sessantacinque centimetri, la becca è più o meno arcuata a seconda dei modelli o delle ditte costruttrici. L'essenziale è che la lama garantisca un'ottima tenuta quando è infissa; per questo la parte inferiore di essa (a volte anche il tratto iniziale superiore) è munita di dentini che ne migliorano la presa.
Alla paletta che si trova nella parte opposta alla becca può essere sostituita una massa battente, avremo così il "martello piccozza" o "martello da ghiaccio".
I ramponi oggi in uso hanno 12 o 14, punte con le quattro punte anteriori sporgenti in avanti per consentire una maggiore presa e un miglior appoggio.
I ramponi rigidi hanno solo due punte anteriori sporgenti e armate ad artiglio, la loro rigidezza consente un minor dispendio di energie nel lavoro dei polpacci, molto impegnati nella piolet traction.
Anche i chiodi da ghiaccio sono di varia forma; i più noti sono quelli a vite. Essi possono essere simili a cavatappi, oppure fatti da un tubo cavo con la parte anteriore munita di denti per facilitare l'avvitamento; la prima parte del tubo porterà la filettatura. Un altro tipo di chiodi sono quelli cosiddetti a percussione o wart hogs; essi vengono piantati nel ghiaccio e tolti successivamente svitandoli.