24 anni or sono: i “Sassisti”

Ultimo aggiornamento il: 15/05/2018 15:02:49


24 anni or sono: i “Sassisti”

Molti anni or sono mi sono trovato ad essere fra i protagonisti di quel fenomeno di mutamento tecnico e filosofico che coinvolse il mondo alpinistico italiano; sarebbe forse più corretto dire, dell’arrampicata, ma allora questo termine era completamente assorbito e integrato nell’altro. Questo fenomeno è noto a tutti, o quasi, come il “nuovo mattino”, suggestivo e fascinoso termine con cui lo identificò il suo massimo ispiratore, G. P. Motti.
Io facevo parte di quel piccolo gruppo di scalatori valtellinesi che nacque anche grazie all’influenza dagli articoli di rottura del Motti e che venne battezzato ‘gruppo Sassisti’.
Sono passati 20/25 anni e, potete credermi, molto spesso mi è capitato di cercare di capire cosa sia successo in quel periodo, quali forze si siano messe in moto. Perché, se potrebbe essere facile spiegare la nascita di tale fenomeno in una grande città o in aree molto aperte allo scambio culturale, è molto difficile capire come mai tutto sia avvenuto in una delle zone culturalmente meno aperte delle Alpi e in un ambiente alpinistico assai chiuso e conservatore. Fu una rivoluzione nel senso che comunemente si dà questo termine? Non proprio. Rivoluzione è un termine che trovo poco appropriato per definire i mutamenti epocali. La rivoluzione è, lo dice il vocabolario, la rotazione di un corpo celeste attorno ad un altro, movimento che non implica sbalzi o stravolgimenti e che, anzi, dopo il “giro”, riporta alla posizione di prima, ma più avanti, nel tempo e nello spazio. Per questo, al termine rivoluzione sostituirei quello di reazione, come tentativo di rompere l’azione frenante alla naturale “evoluzione/rivoluzione” che, forse neppure a ragion veduta, veniva attuata da santoni dell'alpinismo locale.
Non fu dunque una rivoluzione ma, sicuramente, almeno per quanto riguarda il Sassismo, una reazione a chi voleva mantenere uno statu quo.
Noi vivevamo un ambiente “Caino” molto chiuso e conservatore, un ambiente che, proprio per questo, nel corso degli anni aveva visto nascere e morire molti gruppi di contestazione fra cui quello più rappresentativo fu la “Rezia” da cui uscirono alcuni dei migliori scalatori valtellinesi in assoluto. L’ambiente alpinistico, parlo sempre di quello valtellinese, anche se credo che in generale fosse tutto più o meno così, imponeva all’adepto rigidi criteri di crescita, la ripetizione di tutta una serie di vie classiche che, collezionate avrebbero aperto le porte alla consacrazione. Non teneva in conto del come si realizzava una via contava solo che la si realizzasse. La cima a tutti i costi. E poi, di seguito, tutta una serie infarciture e di luoghi comuni che esaltavano il sacrificio, la fatica, la sofferenza, l’eroe nella sua forma meno bella.
Motti, coi suoi articoli sulla nuova arrampicata californiana, ma anche con le sue riflessioni personali culminate ne “I falliti” indicava una nuova strada che a noi pareva molto più libera e promettente. Avevamo la fortuna di avere a pochi passi una località, la Val Masino, ove iniziare la nostra avventura e avemmo la ventura di entrare in contatto con Ivan Guerini, giovane arrampicatore milanese che, forse perché meno condizionato di noi da un ambiente tradizionale, già da tempo aveva iniziato una sua personale ricerca impostata sull’arrampicata libera, condotta con limitati mezzi di assicurazione, per lo più puliti, come nut e ex. Guerini, l’ho già detto, fu per il nostro processo di maturazione, l'elemento catalizzante anche se, a distanza di anni, credo che anche se forse con qualche mese di ritardo, il fenomeno “Sassismo” sarebbe esploso comunque. Ma il rapporto di scambio e competizione che si instaurò con Ivan fu senz’altro importante e velocizzante.
Si parlava molto, allora, di un nuovo modo, più pacifico di vivere la scalata e l’alpinismo, ci sembrava che tutti quelli della vecchia generazione, per quanto bravi fossero sempre in preda alla loro fortissima ambizione, ad una sorta di arroganza e superbia che non gradivamo. L’idea di scalare spogliati da questi sentimenti, di vivere un’avventura in mezzo alla natura senza conquistarla, ma vivendola, ci sembrava magnifica. Scalare in abiti diversi, magari dai colori sgargianti, di volare su fettucce multicolori, di tenere in secondaria importanza il vincolo della cima a tutti i costi, non poteva non attrarci. E sicuramente in tutto ciò giocava anche una nuova coscienza ecologica che stava allora nascendo. Molti di noi si trovavano quindi in disaccordo con il vecchio alpinismo, ma, forse, anzi, senza il forse, ognuno aveva i suoi motivi di lotta. C’era chi vedeva il sassismo, risposta al conservatorismo del CAI, come una sorta di ‘68 on the rock. C’era chi amando smitizzare ogni forma di precedente credo se la prese anche con le incolpevoli cappellette votive smontandole pezzo per pezzo. C’era chi mal sopportava le imposizioni paternalistiche del CAI e aveva trovato un modo libero, più libero, di scalare. C’era chi in buona parte condivideva le idee del Motti e la concezione ecologica dell’arrampicata sia come stile mentale che come stile di progressione. Per caso tali forme differenti di disaccordo sbocciarono quasi in contemporanea e quindi ci venne naturale creare una sorta di punto di concentrazione di forza per fronteggiare meglio le critiche esterne e per portare avanti i nostri percorsi. Il Sassismo nacque, credo, una mattina di primavera, quando un gruppo di ragazzi si mise in cerchio su un prato, al di sotto del “sasso delle crepe” e decise di fare un gruppo per potere “andare avanti”. In questo senso più che di “nuovo mattino” parlerei, almeno per noi, di alba, sostantivo che meglio definisce la limitatezza temporale del fenomeno. Dopo un anno, forse due, ognuno imboccò decisamente la sua via ed i rapporti si fecero sempre più labili per non dire che si interruppero o sfociarono in diatribe interne.
Immagino che, più o meno, questo processo evolutivo si sia verificato anche nel gruppo dei torinesi con il quale avevamo molte affinità. Tuttavia, forse, ancor più che nel “mucchio selvaggio”, c’era in noi la voglia di prendere tutto per scherzo, di sottovalutare persino noi stessi, di sbeffeggiare i cosiddetti “rigidi” CAI, Ragni di Lecco, Corvi di Mandello etc e di mostrare loro, stupendoli, quanto fossero un po’ troppo pieni di sé e ... rigidi. Potete poi immaginare lo stupore di molti di loro, e che sotto sotto ci faceva godere da matti, perché nessuno avrebbe mai pensato che quattro pirlacchiotti di montagnini valtellinesi potessero insegnare qualcosa in materia di arrampicata. E singolarmente un altro aspetto si è fatto luce col passare del tempo: i Sassisti hanno continuato ad invecchiare restando tali benché gravati dagli anni e dalle inevitabili cure della vita. I Sassisti in quanto tali finirono, ma per me non è finito il Sassisti, o almeno certe sue profonde motivazioni. C’è ancora e credo ormai durerà finché campiamo, la voglia di andare contro i luoghi comuni, la voglia di contestare le mode del momento.
A questo punto non trovo di meglio che riportare qui anche la voce di qualcun altro di noi che ha dato la sua definizione di quel nostro gruppo squinternato. Masa e Merizzi, ad esempio così si espressero:
“ Dire cosa sia stato il Sassismo è abbastanza difficile: qualcuno sostiene che non sia mai esistito, altri dicono che sia già tramontato, mentre altri ancora reputano la sua forza tuttora vitale... Allora un piccolo gruppo di arrampicatori decise che l’andare in montagna non avrebbe più dovuto essere il frutto di una sfida tra uomini o superuomini, bensì una esperienza personale, gioiosa e spontanea, nella quale ognuno fosse libero di ricercare nuovi spazi per esprimere se stesso. Il Sassismo fu un grande momento di provocazione, di distruzione e di ricerca. La prima provocazione fu quella di ricercare un terreno di gioco il più lontano possibile da quello super sfruttato dalla competitività e dall’eroismo organizzato, due tra i più alti valori creati dalle generazioni precedenti, e la scelta cadde su un terreno tanto banale per l’alpinismo ufficiale quanto naturale da individuare: i sassi... Tutto questo portò all’evolversi di una nuova tecnica e il concetto che un sasso di due metri può dare le stesse emozioni di una parete di mille, oltre che turbare profondamente i sogni di gloria dell’alpinismo classico, portò alla smitizzazione delle grandi pareti....
Più recentemente il giovanissimo Gianluca Maspes così ha scritto:
Ma al di là dei risultati tecnici resta il “Sassismo” come movimento di pensiero e di “disordine ragionato”, un modo di vedere la montagna tutto nuovo, ma anche uno stile di vita che molti dei suoi rappresentanti hanno tutt’oggi conservato con grande coerenza, ma anche a dimostrazione di quanto nulla, nel loro agire passato, fosse forzato o falso. Fu un periodo di vitalità estrema che ha portato nell’alpinismo valtellinese, ma anche in Italia, un attimo di sregolatezza poi miseramente annegata nei gorghi creati da facili correnti emulatori e tese più verso la quantità che verso la qualità di ciò che si faceva. Per il numero, la varietà e l’originalità delle realizzazioni, che spaziano dal campo arrampicatorio a quello editoriale, fotografico e cinematografico, il “Sassismo” é stato certamente il maggior contributo dato dai valtellinesi all’alpinismo dopo Alfredo Corti.
Il movimento fu sicuramente spontaneo e quasi del tutto svincolato dalle mode socio-culturali esterofile del momento. Ad esempio non avemmo mai alcun punto riferimento nella musica rock e, in maniera molto più provinciale, eravamo legati alla musica italiana, da Guccini a Battisti. Credo anzi che ancor oggi un po’ tutti noi Sassisti si vada tutti fieri del nostro semplice provincialismo, di allora, e di oggi.
Questa scarsità di influssi esterni ha consentito il nascere di un fenomeno originale la cui influenza, negli atteggiamenti e nella filosofia della scalata, permea ancora l’ambiente dove nacque e, sebbene molto attenuato, ha ancora un notevole potere di suggestione sulle giovani generazioni.
Dal punto di vista tecnico c’è poco da dire. Arrampicavamo tutti i giorni, anche se, soprattutto all’inizio, non avevamo alcuna finalità di tipo sportivo. La nostra era più una esigenza di nuovi terreni d’azione, di “nuova wilderness” e di confronto con essa piuttosto che una ricerca mirata ad aumentare le difficoltà in arrampicata.
Arrampicando in tal modo e utilizzando per primi, o fra i primi, le scarpe da ginnastica (Tepa e Foam), più i primi sistemi di protezione ecologici come gli excentrics, fummo, per il breve tempo di due-tre anni, fra i migliori scalatori italiani, anche grazie alla particolare conformazione della roccia sulla quale arrampicavamo che ci obbligò a sviluppare una particolare abilità nella progressione in aderenza. Non eravamo quindi degli atleti nel senso in cui oggi comunemente si intende l’arrampicatore. Per questo, quando vennero gli atleti, fummo subito superati, ma non ce ne rammaricammo troppo, vista anche la tristezza che leggevamo sui loro volti. Quello che sicuramente non mancò in quegli anni, e non è mai mancato, fu il coraggio, o forse un misto fra coraggio ed incoscienza che portò alla realizzazione di alcuni itinerari, in arrampicata libera ed in artificiale, molto impegnativi. Alcuni di questi come “Cristalli di polvere” , “Lucido da Scarpe” e “Ossessione millimetrica” non risultano essere più stati ripetuti. Questo coraggio lo portammo poi sulle cascate di ghiaccio attività che ci vide fra i primi in Italia assieme a Grassi e Comino. E se penso a come riuscimmo in alcune scalate ancora mi vengono i brividi.
Sebbene l’Accademico Tullio Speckenhauser ci abbia sempre definito solo capaci di fare dei sassi, ben presto dimostrammo che le capacità acquisite su quei blocchi potevano essere usate anche per fare molto di più. Scalammo il Pilastro a Goccia sulla parete NW del Badile, riuscimmo nella prima salita in giornata (e partendo da Sondrio) della temuta e mitica via Taldo-Nusdeo sul Picco Luigi Amedeo, Pirana, a soli 18 anni compiva le solitarie alla Via del Fratello sul Badile e alla Taldo-Nusdeo, Paolo Masa diventò una delle migliori guide italiane e mise nel suo carnet tutte le più difficili scalate alpine.
In ogni caso e al di là di tutte queste considerazioni, forse, c’è un’altra particolarità che mi sembra di aver colto nel nostro vecchio movimento e che, mi sembra sussista: in fondo non ci siamo mai sentiti veramente parte del mondo alpinistico. Quel mondo che pochi anni dopo la nostra nascita è arrivato in valle per apprendere, ma anche per usare, e a volte in maniera poco riconoscente, di sponda, la nostra “scoperta”.
Ancora oggi, credo, ci sentiamo diversi e, tutto sommato, ne siamo fieri. Con questo non voglio dire che siamo depositari di chissà quale sapere o virtù, anzi. Come non voglio dire che tutti quelli che sono entrati in Val di Mello negli anni d’oro hanno solo rubato il nostro spirito, anzi.
Non siamo, alpinisti, non siamo arrampicatori: siamo i Sassisti.