Testimonianza per il gruppo Sassisti di Sondrio

Manifesto tecnico e filosofico del Sassismo

Ultimo aggiornamento il: 15/05/2018 09:59:41


Testimonianza per il gruppo Sassisti di Sondrio

Questa relazione vuole essere nella sua prima parte la storia del tentativo fatto da alcuni giovani di mutare le comuni visioni e concezione della montagna che c'erano fino a pochi anni fa. Le persone che tentarono l'impresa furono detti «Sassisti» il loro modo di andare e le loro concezioni furono il «Sassismo» la mentalità che volevano modificare era nota come «Alpinismo», ben inteso più o meno estremo. I tempi di cui sto parlando sono quelli che seguono la comparsa sulla R.M. del C.A.I. di un articolo che io ritengo una delle migliori cose mai apparse sulla nostra rivista. Sto parlando dei «Falliti» di G.P. Motti e della sua carica per noi rivoluzionaria.
In quell'articolo credo che molti giovani si siano riconosciuti e da noi ha dato inizio al risveglio . Già i più informati sapevano delle mitiche terre di Yosemite, dove il sole e l'ambiente favorivano un rapporto amabile con la natura e la roccia. Alcuni articoli erano comparsi ad opera dello stesso Motti, altri firmati Hemming e Robbins comparvero sulla «Montagne» («Alla ricerca di un equilibrio»).
La comune mentalità del nostro ambiente era allora quella di: «Quest'anno ho fatto solo 10 vie sono un po' poche! ».
« Di certo non sarai mai un boss se non fai la NE del Badile».
« Bisogna sempre andare -anche se è brutto. Più soffri e più diventi bravo».
La risposta di molti giovani a tutto questo fu una fuga da quell'ambiente e la ricerca di nuovi spazi più liberi e creativi per il loro «arrampicare». Ma per fuggire non sarebbero bastate le parole di Motti se non fosse intervenuto l'elemento catalizzatore che fece avvenire la reazione. Il catalizzatore fu Ivan Guerini che, con le sue strane idee di arrampicarsi sui massi, sulle strutture della Val di Mello, ci aiutò non poco a prendere la strada verso nuovi orizzonti che allora apparivano solari e accoglienti. Ci sembrò la strada per l'Eldorado, il sole contro il Nord, la natura amica contro quella dalla quale bisognava fuggire per evitare il bivacco, o che non si guardava per fare un buon tempo sulla via. Chi se ne fregava più di tutte le vecchie balle! Non era più importante arrivare a metà di una via e poi scendere e nemmeno era importante se la via non si faceva nemmeno. Nel gioco tutti i terreni sono validi e forse in certuni si creò una certa apprensione quando i sassisti lasciarono il sole di Mello per l'ombra del pilastro della parete NW del Badile.
Il periodo d'oro finì presto e con il '77 iniziò il tempo dell'involuzione: ci furono nella valle una serie di ascensioni dettate esclusivamente dalla competizione tra il «catalizzatore» e alcuni membri del nostro gruppo.
Caddero i problemi, ma il «gioco arrampicata» della Val di Mello si stava trasformando in «Guerra arrampicata». Personalmente ho partecipato poco alla guerra, ma qualche colpo l'ho tirato anch'io. Ufficialmente dicevo che non mi piaceva la competizione, ma forse in realtà fuggivo proprio perché ero il più competitivo.
Sull'onda della battaglia e della sua ebbrezza ci siamo piano piano lasciati andare ai residui di classicismo che ci portavamo dentro. E i residui sono cresciuti fino a che pur andando in giro sbragati e con le E.B. stracciate, dentro potevamo benissimo essere all'altezza dei tanto vituperati santoni dell'alpinismo da noi criticati. Non è più la NE il metro di paragone del grande arrampicatore; ora è la via Pinco palla in Val di Mello o il passaggio Mazinga Z al Sasso di Remenno.
Questo stato di cose si è trascinato, peggiorando, per alcuni anni e purtroppo è dovuta venire la morte a farci tornare un poco savi.
Nel giro di pochi mesi quattro nostri amici sono morti per incidenti più o meno banali. Ci siamo accorti allora che occorreva un attimo di riflessione, che il bel gioco arrampicata non era in realtà così idillico come volevamo far credere a noi e agli altri.
Sono tornate così a galla tutte le cose che non ci eravamo mai dette, tutti i dissapori, ma finalmente era chiaro che ci eravamo allontanati dalla strada giusta, per ritrovarci su quella che avevamo lasciato. Forse non tutto fra di noi è stato chiarito, ma certo è tornata un po' di limpidezza nella comune ricerca di un modo di andare in montagna che sia svincolato da ogni moda e influenza e soprattutto nel comprendere e lasciar vivere anche gli altri e le loro idee. La competizione non potrà essere eliminata; ad essa va il merito di ogni progresso, anche se è avvertita inconsciamente. Essa non deve comunque prendere un posto da padrone nelle nostre azioni e deve essere intesa più come una competizione che definirci giocosa.
Ognuno viva il suo «arrampichismo» come gli piace, esiste tanto spazio per tutti ed è inutile perderci in critiche demolitrici nei confronti degli altri. La strada è ancora lunga, ci saranno ostacoli, ricadute e crisi, ma cerchiamo di non tornare al punto lasciato. Il ricordo del primo periodo del Sassismo è certamente incancellabile nella sua spontaneità e credo possa essere un esempio di come si possa vivere la montagna in modo alternativo.
Vorrei concludere questa breve storia ricordando le parole di Federico, il più giovane dei sassisti che è morto quest'estate in un incidente con la canoa. Era forse uno dei migliori talenti naturali che si siano mai espressi in V. di Mello. Dopo una camminata di sei ore nei luoghi più aspri e selvaggi della Val Masino, non potendo salire la via che volevamo fare, tornammo indietro, fermandoci al tramonto in un pascolo a scalare dei massi e fu allora che mi disse che lui quel giorno era contento lo stesso.
Per quella stagione aveva fatto già due o tre vie belle e quindi era fantastico anche starsene lì a scalare massi senza aver fatto niente.
ALLENAMENTO E TECNICA
Per quanto riguarda l'allenamento posso subito dire che nessuno di noi ha delle tabelle e degli schemi fissi. Tutti i risultati raggiunti fino ad oggi sono basati soprattutto sul fattore più importante dell'andare in montagna e cioè su una grande voglia di arrampicare. Principalmente quindi gusto del movimento tecnico, o atletico che sia, gusto per la vita all'aria aperta.
È ovvio che la voglia di arrampicare e come ho prima accennato anche le competizioni, ci hanno portati ad arrampicare con grande assiduità e quindi ad ottenere buoni risultati anche senza una preparazione atletica in palestra.
Gli aspetti dell'arrampicata della zona sono due e ben distinti.
Da una parte ci sono le placche in aderenza e dall'altra le salite di vie atletiche.
Un grande sviluppo ha assunto nei primi anni l'arrampicata in aderenza per merito soprattutto di A. Boscacci. Sfruttando una capacità di concentrazione eccezionale, suole di gomma speciale e due robuste gambe, il Bosca ha aperto vie che non sono ancora state ripetute.
Non si trova letteralmente un appiglio o un appoggio e sarebbe buona norma fermarsi il meno possibile a pensare. Quando si lascia la sosta, sovente ci si trova di fronte a 40 e più metri senza possibilità di protezione.
Il massimo, grado raggiunto è qualcosa di certamente superiore all'8• su «Cristalli di polvere», alle placche dell'Oasi.
Eventuali allenamenti per l'aderenza sono: una grande confidenza con la tecnica, alcuni esercizi di scioltezza per le caviglie ed esercizi che rinforzino le gambe per fare in modo che i movimenti risultino il meno bruschi possibile,.
Mentre in Val di Mello si usava la tecnica di aderenza nelle altre zone di arrampicate (Sasso Remenno, Sirta, ecc.) si iniziò la pratica del «bouldering e poi delle ripetizioni in libera delle vie un tempo salite in artificiale.
La situazione del '76-'77 ci favorì, in quanto credo fossimo fra i pochi in Italia a portare avanti il nuovo discorso.
Fu il periodo fondamentale, quello, in cui capimmo che i limiti sono ampliabili a dimensioni che neanche oggi riusciamo bene a figurarci. Via via che si arrampicava (sempre pochi erano gli allenamenti specifici) cose che prima sembra
vano da fantascienza, diventavano realtà. La media dei giorni di arrampicata era abbastanza elevata (tre, e volte quattro giorni la settimana).
Di questo passo si arrivò al punto di rottura con le normali dimensioni dell'arrampicata quando, dopo circa un anno di tentativi (non tutti i giorni) e dopo che per la prima volta si applicò una ginnastica in qualche modo specifica per il movimento richiesto, si riuscì a salire «Goldrake».
Da quel giorno in poi è stato un susseguirsi di nuovi passaggi veramente duri, che richiedono anche tutto un giorno o più giorni per essere saliti.
Come ripeto, a parte Guido Merizzi, che ha seguito degli allenamenti atletici preparatori, la nostra attività extra arrampicatoria era stata ed è fatta di cose molto più terrene. Qualche corsetta, qualche flessione, ma tutto legato a periodi di voglia e tempo disponibile.
Un allenamento molto più specifico è stato seguito per la ripetizione di vie in artificiale. Molto spesso nelle ultime realizzazioni ci si trova di fronte a parecchi metri di VII e VII+ con passi di VIII. Occorre allora essere più che forti, resistenti.
Moltissimi sono coloro che sono in grado di fare un passo di VII o VIII ad un metro da terra, in quanto in genere si possono mettere tutte le energie in quel breve tratto, ben sapendo che poi tutto finisce in cima al sasso. Diverso è se ci si trova su una via dove è richiesta la resistenza che ci permette di sostare per studiare ogni movimento, per piazzare le proiezioni e così via. t evidente che dieci metri continui di VII richiedono, se non sono conosciuti, una resistenza molto sviluppata. Per fare quanto ho appena detto abbiamo usato delle tecniche vecchie che si basano sul «Murismo» e cioè l'arrampicata sui muri a secco fino all'esaurimento e recentemente ho sperimentato e applicato con successo una tecnica di allenamento basata sull'arrampicata sui massi. Questa tecnica prevede l'unione di tutti, se possibile, i passaggi dei masso, senza però che mai si scenda. Ne deriva uno sviluppo della muscolatura delle dita dei piedi fondamentale) e delle mani e inoltre (cosa forse più importante) un'abitudine della mente ad essere sottoposta per lungo tempo a uno sforzo massimo di concentrazione.
L'arrampicata è uno sport isometrico e perciò bisogna dare la massima importanza ai bloccaggi degli arti. Se una via è nota, questi bloccaggi saranno brevi, ma se la via è sconosciuta dovremo sottoporre i nostri arti a bloccaggi prolungati per poterla studiare. Ora siamo arrivati al punto in cui con il nostro allenamento di potenza difficilmente si andrà oltre Goldrake e migliorando la resistenza si potrà trasferire in parete buona parte delle difficoltà raggiunte sui massi. Per una crescita futura sarà quindi di nuovo necessario sviluppare la potenza e successivamente la resistenza. Il metodo più opportuno di allenamento è secondo me quello basato sulla continua pratica dell'arrampicata, o sulla riproduzione anche in casa o in palestra dei movimenti tipici dell'arrampicata.
Un esempio tipico è quello di Jim Collins, che per ripetere in libera «Genesis» (probabilmente decimo o giù di lì) ha ricercato quasi artificialmente le situazioni che avrebbe incontrato sulla via, preparandosi su di una traversata dove poteva riposare su appigli di VII e il resto era superiore a questo grado.
In conclusione direi che seguiamo un allenamento, ma che questo non è costante e si adatta di volta in volta alla nostra voglia così come dei resto le nostre arrampicate sono dettate dalla maggiore o minore voglia di fare cose difficili. Cerchiamo quindi di essere il più umani possibile, perché credo che sia giusto che l'arrampicata non diventi il fine di un'affermazione di fronte agli altri, ma soprattutto, visto che ci piace, sia una componente di noi stessi, un aspetto della nostra ricerca di libertà e di movimento.