Sui misteriosi fatti di Sparavera del 1934

Un racconto gotico

Ultimo aggiornamento il: 15/05/2018 09:39:03


Sui misteriosi fatti di Sparavera del 1934

PREMESSA

Quando molti anni or sono seppi dell’esistenza di un alpeggio, aggrappato in posizione incredibile fra i valloni del Pizzo di Prata, dove le aree buone per il pascolo sono una rarità, fui subito attratto dalla curiosità di andare a vederlo. Alla fine ci sono riuscito, percorrendo un sentiero che non è certo per tutti e che da almeno mezzo secolo non ha conosciuto molti frequentatori.
L’Alpe Sparavera, l’alpe “sparviera” perché proprio come un rapace è appollaiata su un aspro crinale lontano, ma dal quale in un attimo si piomba sul fondovalle, è un luogo di grande fascino e arcana bellezza; qui si può ancora assaporare appieno il delightful horror della montagna cheinevitabilmente mi ha contagiato suscitando il desiderio di scriverne. Nell’apprestarmi all’opera, e certamente influenzato dalla particolarità di quell’ambiente, il pensiero è andato subito ad alcuni maestri del genere gotico-fantastico come Mary Shelley, ma in particolare Edgar Allan Poe e Howard Phillips Lovecraft. Conscio di compiere un peccato di hýbris nei confronti di quei giganti della letteratura, non ho desistito e ho affrontato l’impresa seco ndo il mio stile preferito, utilizzando cioè fatti e luoghi realmente accaduti per costruire una vicenda fantastica. Per mesi il lavoro è rimasto fermo alle prime venti righe e poi ecco la soluzione che in breve ha portato a questa fiction ambientata sulle montagne della Val Chiavenna.
 

Nelle insondabili tenebre di eoni passati, prima che la Terra si chiamasse Terra, e mentre la scorza del pianeta era rotta da immani ferite sanguinanti lave incandescenti, altri dominatori si aggiravano fra le fiamme e i vapori. Popolavano nere fortezze di ossidiana, ostili e puntute, disputandosi selvaggiamente le loro prede: sparuti e fragili esseri di carne che timidamente stavano cercando il loro spazio vitale nel mondo nascente.

 

Queste maligne e crudeli entità conducevano un’esistenza che a un umano può apparire vuota e sterile. Non volevano amore, potere, gloria o ricchezza, non nutrivano sentimenti: bastava loro imporre la logica della forza, distruggere, depredare, infliggere cieca sofferenza. In fondo, la vita non chiede altro che di essere vissuta e, spietatamente, questi mostri si limitavano ai loro freddi orizzonti, senza domandarsi del futuro, senza voltarsi al passato. La logica della loro esistenza sfuggiva a qualsiasi tentativo di spiegazione, ma non per questo essi erano meno presenti e malefici e, sebbene possa apparire strano, dalle incredibili istoriazioni trovate in quel che restava delle loro dimore, sembrava adorassero una divinità ancor più orrenda e ripugnante. Il dominio oscuro durò forse milioni di anni, finché il pianeta e i cieli parvero ribellarsi a tanto orrore; immani sconvolgimenti colpirono le fortezze di ossidiana, ma proprio per la loro stessa natura i signori del male parvero subire passivamente la quasi totale estinzione e pochi sopravvissuti trovarono rifugio nei più profondi crepacci. Le ere geologiche si susseguirono e più volte le superstiti cittadelle dell’abominio furono ingurgitate e poi vomitate dalla Terra, andando a mescolarsi con sempre nuovi flussi di magma; più volte si fusero e infine si consolidarono nella roccia come dei corpi estranei, noduli di orrore puro nel cuore delle montagne. In questi nuclei alieni stritolati dalle forze orogenetiche, la semplicità stessa della loro forma di vita consentì la sopravvivenza agli ultimi rappresentanti della ripugnante genìa. Erano resistenti come batteri, implacabili come virus e come tali quasi indistruttibili; raramente, però, riuscirono a tornare alla luce. Tuttavia, oggi so che sono state le loro fuggevoli ricomparse sulla superficie a originare molte delle leggende e delle credenze dei nostri montanari in cui si parla di mostri e d’inquietanti presenze. Molte di più sono poi le storie attorno a luoghi maledetti, resi sterili e quasi inabitabili da densi miasmi e pestilenziali esalazioni che dalle insondabili profondità riuscivano a giungere in superficie. Per questo molti monti erano considerati regno del Demonio e temutissimi, sebbene alcuni gruppi di alpigiani, votatisi al culto delle forze nefaste, ne avessero fatto il loro rifugio e la sede di riti innominabili.

 

Si narrava di orge terrificanti, di fanciulli gettati vivi nei baratri rocciosi, di urla e frastuoni che risalivano dalle crepe della montagna. Si mormorava di un dio primevo dal nome impronunciabile per gli umani che oscenamente si saziava di un pasto fatto di terrore e sangue. In alcuni libri proibiti e dimenticati, opera di scienziati e alchimisti medioevali, si possono trovare pochi ma preziosi riferimenti a queste oscure entità e alle loro origini. Però non sono molti, oggi, quelli disposti a credere alle relazioni di questi pseudo studiosi del passato. Fu quasi per caso che, sugli scaffali scricchiolanti di una biblioteca, mi capitò fra le mani il trattato di un certo Johannes Raethicus, alchimista e mistico elvetico del XVII secolo, in cui era riportata con grande serietà e ricchezza di particolari la storia che vi ho appena accennato. Tuttavia l’autore si premurava di avvertire che egli stesso aveva tratto quanto scriveva da un libro ben più antico e leggendario, il Necronomicon, opera folle e delirante del pazzo alchimista arabo Abdul Alhazred. Fu proprio Raethicus, forse uno pseudonimo per celare il vero nome dell’autore all’Inquisizione, a collegare per primo l’incredibile fonte del Necronomicon a molti inspiegabili fatti che accadevano con inquietante ricorrenza nei recessi più selvaggi delle Alpi. Lo scienziato si dedicò con grande passione – cosa che s’intuisce bene dallo scritto – alla ricerca, giungendo ad ampliare di molto ciò che aveva appreso. Alcune illustrazioni e cartine ormai consunte, sembravano mostrare dove, secondo l’autore, ancora erano percepibili le emanazioni che, filtrando fra gli strati geologici più profondi, permeavano i luoghi e dove ancora persistevano dicerie circa la comparsa di quei mostri. Lo studioso rivelava fra l’altro un particolare sconvolgente, ma che ben dava la misura della preoccupazione con cui era vissuta questa situazione dalle autorità religiose del suo tempo. Si pensi, infatti, che in piena guerra fra protestanti e cattolici, di fronte alla comune minaccia, le due fazioni, pur impegnandosi a mantenere il più rigoroso segreto e sicuramente di malavoglia, si videro costrette a un’alleanza. Su entrambi i versanti alpini, in ogni valle, in ogni monte fu dunque avviata una durissima e sanguinosa repressione che portò allo sterminio di quasi tutte le comunità presso cui anche solo si sospettasse ci fossero seguaci di quell’oscena liturgia. Ogni passaggio, ogni anfratto che poteva mettere in comunicazione con le viscere della terra e con quei noduli maligni fu accuratamente ostruito e la sua posizione fu celata, a volte anche sopprimendo gli stessi operai che avevano eseguito i lavori di Il disegno che occlusione. Ogni manufatto poteva riferirsi alla mostruosa religione fu distrutto, compresi dei misteriosi menhir di pietra nera screziata di verde che parevano essere oggetto di particolare venerazione. Fra le tavole che illustravano il trattato di Raethicus, un paio attirarono la mia attenzione. Sebbene poco leggibile, la prima era chiaramente una rozza cartina della Val Chiavenna con le valli Bregaglia, Codera e Ratti e l’altra raffigurava la stessa area come una veduta degli stessi monti presa dalla spalla sottostante il Monte Berlinghera. Era evidente, anche se un po’ enfatizzato, il gigantesco torrione del Sasso Manduino (Saxxo Manduo) e il solco della Val Codera lo separava da una grande montagna, enorme e possente, che non tardai molto a riconoscere come il Pizzo di Prata (Mons Pradae). Curiosamente i due grandi canaloni rocciosi che ne incidevano il versante Sud erano sorvolati da strane creature, cavalcate da esseri indescrivibili e oscuri. Le figure volanti sembravano sortire da un’apertura al centro del canalone principale sovrastata da una scritta quasi illeggibile, ma che interpretai come, Hic spelunca. Ancora meno visibile, all’angolo sinistro del foglio, era il disegno di un menhir, o almeno pareva tale, circondato da alcuni tuguri e visibilmente oggetto di venerazione da parte di una folla di montanari dai volti satanici. L’autore indicava questo luogo come, Sparvera. Da quel giorno i contorti e profondi valloni del Pizzo di Parata divennero la mia ossessione e tutte le volte che passavo sotto la sua parete non potevo trattenere un brivido perché, sebbene razionalmente non potessi credere alle storie che avevo letto, la sola vista dei labirinti geologici che mi dominavano suggeriva il contrario. Come spesso accade l’orrore e la paura esercitano sull’uomo un potente effetto di fascinazione che misteriosamente ci spinge ad avvicinarci il più possibile a ciò che in realtà dovrebbe farci fuggire ed io non fui immune a questo richiamo. Così, giorno dopo giorno, fui contagiato dalla febbre di sapere. Erano credibili i resoconti di Raethicus? Avevano un fondamento le leggende dei montanari? E se sì, cosa, o chi, si era celato – e forse ancora si celava – nel ventre della montagna? Con molta cautela, iniziai le mie indagini interrogando umili pastori, ma anche esperti di storia e tradizioni locali. Forse vergognandomi un poco di queste mie curiosità non osavo palesarne lo scopo, ma mi resi presto conto che spesso, toccando il tasto di misteriose e maligne presenze in loco, i miei interlocutori tendevano a minimizzare o a sorridere di compatimento di fronte a quelle che secondo loro erano dicerie da creduloni. Dopo mesi e mesi di lavoro una sola cosa appariva certa, la grandiosa mole del Pizzo di Prata che ogni volta mi pareva sempre più ostile e aliena, irrideva ad ogni mio sforzo d’indagine. Esasperato da quello che ormai consideravo per certo un atteggiamento omertoso, ritornai allo scritto dell’alchimista svizzero, forse nel tentativo di trovare qualche indizio che mi era sfuggito; ma che potevo trovare? Si parlava di un tempo ormai passato da secoli; tuttavia, se in quelle righe c’era del vero, le forze che ne erano descritte dovevano aver lasciato traccia anche nelle epoche successive; sempre che tutti i seguaci di quei mostri non fossero stati spazzati via dalla grande epurazione scatenata nel Medio Evo. Fu a questo punto che giunse l’illuminazione: come avevo fatto a non pensarci prima? Ma certo! Di sicuro nelle parrocchie e negli archivi arcipretali dei paesi alle pendici del Pizzo di Prata, avrei forse trovato quel che cercavo.

 

Non senza difficoltà nel vincere la spesso eccessiva diffidenza dei parroci di fronte alle mie domande, m’imbarcai in una estenuante ricerca, battendo tutte le parrocchie della Val Chiavenna, frugando anche nelle più minuscole chiese di montagna, mentendo, sempre, sul reale scopo delle mie indagini. In alcuni casi dovetti aspettare mesi e mesi per avere il consenso ufficiale alla consultazione degli archivi, in altre occasioni fui più fortunato e bastarono un buon bicchiere di vino e un atteggiamento cordiale. Silente e immobile il Pizzo di Prata sorvegliava le mie mosse, a volte mi pareva quasi un’entità vivente ma sovrumana. Il mio occhio cercava di spingersi all’interno degli imperscrutabili canaloni della parete meridionale, crepacci sinuosi e profondi, forse tanto profondi, pensavo, da essere veramente la porta verso un altro mondo. Studiando le cartine e qualche guida alpinistica, avevo anche scoperto che proprio nel cuore di questa intricata muraglia, sullo scosceso versante destro del vallone principale, in una posizione a dir poco incredibile, sorgeva un pugno di baite chiamato Sparavera. Non impiegai molto a capire che quest’alpe non poteva essere altro che la Sparvera di Raethicus, il luogo di culto della ripugnante setta di adoratori di quel dio alieno. Ero sulla giusta pista. Me lo confermava anche la ricerca parallela che avevo condotto sui giornali iniziando dalle edizioni di fine ’800; di tanto in tanto, sulle pagine del Corriere della Valtellina comparivano, infatti, brevi notizie circa misteriose sparizioni avvenute fra la popolazione del piano di Chiavenna, di luci folgoranti apparse sul Pizzo di Prata, di incomprensibili fragori provenienti dalle viscere della montagna che facevano tremare tutto il comprensorio per giorni e giorni e delle quali nessun geologo aveva saputo dare spiegazioni. Gli strani episodi si moltiplicarono agli inizi del 900, ma dopo qualche anno cessarono e furono apparentemente dimenticati. Tuttavia proprio nell’archivio parrocchiale di Chiavenna era emerso un altro piccolo indizio che dimostrava come la Chiesa e sicuramente anche le massime autorità civili avessero fatto di tutto per mettere il silenziatore alla faccenda. In fondo ad una màdia piena di registri ed elenchi, avevo, trovato, infatti, un incredibile libricino grazie al quale potei fare un po’ più di luce sui misteri che indagavo. Il volumetto s’intitolava Disposizioni e strategie per l’opera dei parroci-alpinisti nella Crociata segreta.

 

Dalle prime pagine, che lessi avidamente, ebbi nuova conferma dell’attendibilità di Raethicus, ma seppi anche che, purtroppo, la grande purga medioevale non era riuscita a estirpare completamente la folle religione. Un po’ ovunque nelle Alpi permanevano “sacche di resistenza” e, rintanati nei recessi più ostili delle montagne, gli ultimi seguaci della setta vivevano accanto ai loro signori. Sul finire del XIX secolo parve addirittura di assistere a un rifiorire della malvagia consorteria e per questo, nel tentativo di cancellarne per sempre ogni traccia, la Chiesa pensò formare una legione di parroci di frontiera le cui doti principali, accanto ad un’incrollabile fede, erano coraggio e innate abilità alpinistiche. In genere le leve di questo esercito erano scelte fra i giovani delle vallate ove la presenza del Male era data per certa. Nel più grande segreto questi nuovi crociati furono addestrati a padroneggiare le tecniche della scalata su ogni terreno, in modo da permettere loro l’accesso ai più reconditi angoli delle montagne. Non si trascurò neppure di farne maestri nell’uso di ogni tipo d’arma e di rafforzare la loro fede al punto da rendere, se necessario, lecito ai loro occhi persino l’assassinio di altri esseri umani, fossero anche stati i loro stessi fedeli, scoperti a essere invece asserviti a quei riti di morte. Al termine del percorso formativo a ogni “parroco soldato” fu assegnato uno spicchio di territorio e in maggioranza fecero ritorno ai luoghi di origine per avviare nel più gran segreto la missione loro affidata. Scopo ultimo, la distruzione completa del nemico. In fondo al volumetto c’era un elenco delle zone ancora infestate, anticipato da un testo in cui si tentava di dare una spiegazione al fenomeno. Come nella descrizione di Raethicus si parlava di un’ancestrale razza, forse aliena, che aveva dominato la Terra e che adorava un mostruoso dio di cui era allegata un’immagine, non saprei fino a che punto veritiera. Pur ricordando in qualche tratto le archetipiche visioni del Maligno comuni nell’immaginario di tutte le culture umane, il dio di quella razza aveva aspetti ributtanti che m’indussero per un attimo a distogliere lo sguardo. Le mani tremavano rifiutandosi ostinatamente di riaprire il libro su quell’orrenda visione, ma alla fine, ritrovato un barlume di coraggio, i miei occhi si posarono nuovamente su quella forma allucinante. Da un corpo piatto e crestato, munito di quattordici arti rapaci, si protendeva un viluppo di tentacoli semi trasparenti. Il mostro aveva un colore nero-violaceo e giaceva su una superficie nera screziata di verde brillante nella quale sembrava avere immerso un quindicesimo organo o arto come se questo servisse per prendere forza o energia da quel materiale alieno. Il testo spiegava anche come pareva che fosse proprio quella materia sconosciuta a garantire la sopravvivenza del dio e di tutta la sua genìa; spiegava anche come, nelle zone in cui la tettonica aveva riavvicinato alla superficie quei noduli neri, si fossero sviluppate devianze ed erano sorti turpi riti. Fra le località elencate, la Val Chiavenna era stranamente quella che contava una delle maggiori concentrazioni di luoghi ancora influenzati dalla religione blasfema. Si citavano la profonda Val Pilotera, le cave di pietra ollare alle spalle di Chiavenna – qui, più che la natura fu forse l’uomo, con i suoi scavi, a riportare alla luce il Male – e si menzionava in particolare la località di Sparavera, remoto alpeggio sospeso sulla Val Lobbia, la più profonda gola del Pizzo di Prata. Di questa cima, il Pizzone, come lo chiamavano i locali, si parlava ancora come di una vera minaccia perché anche sul suo ombroso e altissimo versante Nord e sulle cime limitrofe del Monte Gruf si erano avute segnalazioni di fatti inquietanti e fuggevoli avvistamenti di oscure presenze. A combattere la sua guerra finale, la Chiesa aveva preposto un giovane sacerdote di nome Giuseppe Buzzetti, descritto come fervente cristiano, uomo di forte tempra e dalle eccezionali doti di alpinista, e combattente di vaglia, che già si era distino in tante azioni uscendone sempre vincitore, anche se a prezzo di gravi ferite, una delle quali l’aveva reso claudicante. Alla vista di quel nome feci un sobbalzo. Don Buzzetti era ben noto nel campo alpinistico come autore di audaci imprese sui monti della Val Chiavenna, spesso condotte in solitaria e con scarsità di mezzi tecnici. Ancor più nota era la vicenda della misteriosa scomparsa del prete, il cui corpo non fu mai più trovato nonostante ricerche che si protrassero per mesi. Ora ai miei occhi tutto aveva un senso: il motivo per cui don Buzzetti spesso andava in solitaria, la sua inspiegabile e maniacale passione per il Pizzo di Prata e le creste del Monte Gruf, la sua cura per un prezioso quanto pesante bastone-piccozza che recava intagliata la Passione di Cristo e i suoi misteriosi racconti circa grandi “aquile” – così le definiva il reverendo con un’eloquente pausa di sospensione a mo’ di inciso – che più volte l’avevano assalito durante le sue ascensioni.

 

Nel manuale scoprii anche un ritaglio di giornale sul cui bordo era scritto a penna: “Corriere della Valtellina 6 luglio 1934 – pagina dedicata alla Val Chiavenna”. Il breve testo era intitolato Orrore sul Pizzone. Vi si leggeva della scoperta dei cadaveri di tre giovani del luogo, due maschi e una ragazza. La censura del tempo non favoriva certo il soffermarsi su crimini e misfatti né, tantomeno, sulla descrizione degli stessi, ma il giornalista raccontava di corpi orribilmente sfigurati, con gli arti rosicchiati come se mille bocche fameliche li avessero addentati. Ripensando a tutto ciò che ormai sapevo, alla segreta missione di don Buzzetti, e a quell’evento, mi venne naturale collegare la misteriosa scomparsa del prete, avvenuta l’11 o il 14 luglio – le testimonianze non sono concordi – di quello stesso anno, a quel trafiletto. Curiosamente, infatti, dall’estate del 1934 nei giornali non trovai più alcuna notizia di eventi strani o cruenti, nessuna segnalazione di fenomeni di pazzia collettiva o di sparizioni. Pareva che contemporaneamente alla scomparsa del prelato la pace fosse tornata in Val Chiavenna e sul Pizzone, elemento che mi portò a credere che forse il parroco alpinista aveva in qualche modo vinto la sua battaglia, magari perendo nella lotta. Ma poteva anche darsi che a missione compiuta, per evitare qualsiasi pur remota possibilità di vendette, la Chiesa gli avesse fornito una nuova identità e una nuova vita, allontanandolo dai luoghi che l’avevano visto protagonista della Crociata segreta. Tuttavia le cose finirono lì; non emersero altre novità ed io ero arrivato ancora una volta in un vicolo cieco, nella condizione di un claustrofobico che, angosciato e quasi impazzito, cerca in ogni modo fuggire dalla sua angusta prigione. A tre anni dall’inizio di questo allucinante percorso mi ritrovavo con un pugno di mosche; tutto mi diceva di sospendere la ricerca, ma io smaniavo per trovare nuove tracce, per riprendere il filo interrottosi in quella chiesa della Val Chiavenna e con quell’articoletto. Più volte fui colto da attacchi di panico che poi mutavano in rabbia inspiegabile; mi allontanai così sempre di più da chi mi voleva bene, da amici e parenti, mi trasformai in una sorta di naufrago emaciato e allucinato, alla disperata ricerca di un approdo che non scorgeva. Le poche volte che la ragione tornava a illuminare i miei pensieri, mi dicevo che era meglio dare retta a chi mi consigliava di dimenticare, ma qualcosa me lo impediva perché in qualche modo percepivo di essermi tremendamente avvicinando a segreti che forse avrebbero dovuto rimanere per sempre celati fra le montagne e ormai erano alla mia portata. Ad acuire questa sensazione giunse poi un inquietante quanto inspiegabile fatto di cronaca nera avvenuto a Chiavenna. La sera del 6 giugno 2000, fra le selve e le pareti rocciose del Parco delle Marmitte dei Giganti, alle porte orientali del borgo, era stata selvaggiamente uccisa, in nome di Satana, una suora, impegnata come educatrice nella cittadina sul Mera. La religiosa era stata sacrificata da tre giovanissime ragazze del luogo che l’avevano tramortita con un mattone per poi finirla con diciannove coltellate mentre lei, in ginocchio chiedeva perdono per le sue carnefici. Fra le ombrose rupi delle Marmitte dei Giganti si aprivano grotte naturali, ma anche gallerie scavate dall’uomo per trarre la pietra ollare, fatto questo che mi riportò inevitabilmente al manualetto scovato tempo prima. C’era forse un nesso fra l’atroce delitto e gli orrori di cui avevo letto? Don Buzzetti era riuscito sradicare per intero la mala pianta? O qualche seme sopravvissuto stava di nuovo germogliando?

 

Nel frattempo, con sempre maggiore frequenza le mie notti erano infestate da incubi terribili; in quello più ricorrente mi trovavo a risalire una profonda forra ove la luce del sole filtrava solo a tratti. Alte pareti di un granito tanto antico che in molti settori sembrava sul punto di crollare d’improvviso, strozzavano un esile torrente il cui flusso si perdeva dentro un greto sassoso nel quale, nel predominante colore chiaro della roccia, affioravano di tanto in tanto enormi macigni neri, screziati di verde brillante. Tutto era instabile e precario, rendendo difficile il procedere. Quando il passo era libero ecco che si frapponevano altri ostacoli: pozze d’acqua stagnante e putrida, tronchi di abeti contorti e ricoperti di un muschio azzurrino da cui colava una bava biancastra e viscida, tenaci barriere di sterpi spinosi. Durante il cammino giungevo infine presso i ruderi di una grande costruzione. Sebbene certamente eretto in epoche perse nel tempo, l’edificio mostrava ancora la sua possanza. Le mura richiamavano molto quelle delle misteriose fortezze andine di Tiawanaku, di Ollantaytambo, di Sacsayhuamán: sembravano una sorta di puzzle in cui ogni tessera aderiva perfettamente all’altra con la differenza che ogni pezzo pesava svariate tonnellate. I giganteschi i blocchi delle mura sembra vano essere stati plasmati da una forza misteriosa che prendendosi gioco delle leggi della cristallografia aveva creato un artefatto tanto impressionante quanto estraneo alle leggi della fisica di questo mondo; la stessa architettura della grande casa sembrava frutto di menti non umane, ne avevo conferma quando raggiungevo la grande terrazza sporgente sulla gola. Qui, fra blocchi di granito precipitati nei secoli dalle pareti, si sviluppava un dedalo di costruzioni minori, realizzate con tecniche che sfidavano ogni giudizio raziocinante. Edifici senza tempo costruiti da una razza forse proveniente da altre galassie, composti da blocchi elaborati con tecniche raffinatissime e incredibili che trovavo simili in maniera impressionante a quelli di Puma Kunku che, senza risposte, giacciono sugli altopiani boliviani. Da uno degli angoli della terrazza partiva una scala di pietra che portava su un vasto piazzale al cui centro svettava un alto menhir composto di quel materiale nero e verde che già avevo visto

nella forra. Nel ventre della montagna si apriva una fenditura, ma tutte le volte che ne varcavo la soglia, un moto di indescrivibile orrore mi faceva risvegliare in un bagno di sudore freddo. Incapace di dare una spiegazione a questi incubi, e ormai convinto che avessero a che fare con la mia folle ricerca, decisi di non farmene influenzare e di proseguire fino in fondo; ma ci sarebbe stato un... fondo? Sempre più esausto a causa della mia ormai delirante ricerca e dalle molte notti insonni, pallido ed emaciato, giunsi infine all’unico passo logico che ancora mi rimaneva: sarei salito all’Alpe Sparavera. Da solo, se non avessi trovato compagni. Così, alle cinque di mattina di una luminosa giornata di fine settembre, ho finalmente mosso i miei passi verso il remoto alpeggio. L’estate era stata calda e asciutta e la grande facciata meridionale del Pizzone appariva riarsa e bruciata. Dalle rocce emanava un calore insopportabile, le zone erbose erano di un color giallo biancastro e gli steli si spezzavano al minimo urto. Al piano di Porettina tutto era silenzio; forse per la calura, forse per l’ora il paese sembrava abbandonato. Mi sono portato sotto la Motta dell’Orso pensando di imboccare il sentiero che passando per quell’emergenza entra poi nel cuore del Prata: il sole sarebbe giunto più tardi e avrei potuto fare la prima parte della salita nella relativa frescura della selva. La cicatrice biancastra di una grande frana, caduta qualche mese prima, tagliava però il tracciato nella sua parte più difficile ed esposta; quindi, volendo evitare inutili rischi, ho optato per l’antico sentiero quasi scomparso che sale più diretto, fiancheggiando un antico ghiaione di rocce nerastre. Caracollando sui grandi blocchi sono riuscito a raggiungere la sottile cresta oltre la quale sprofonda la gola della Trebecca e poi in un ambiente onirico e surreale ho raggiunto le baite abbandonate del Monte, poste su una dorsale fra i canaloni d’Ambiez e di Scarione. Strani rampicanti color grigio cenere dai quali sbocciavano fiori che poco avevano a che fare con questo pianeta avvolgevano le baite. Anche qui il silenzio era impressionante, accresciuto dall’assenza dell’amico scorrere dell’acqua o dal frusciare del vento; aggirandomi fra le dimore ormai diroccate sono incappato in alcune schegge dell’ormai ben nota sostanza nera e verde di cui avevo letto e che avevo sognato così tante volte. Si trattava di piccolissimi frammenti che tuttavia mi indicavano una strada. Sulla mia sinistra, allo sbocco di canali che “sprofondavano” verso altezze insondabili, avevano trovato attimi di libertà cascate ormai prosciugate delle quali rimaneva sulle rocce solo una nera traccia. Sul versante opposto dello Scarione si ergevano le rocce intoccate del Corno di Piodalancia e della Cima Lavina, ma adesso il sole batteva forte e il sudore bruciante offuscava i miei occhi. Mi attendevano ancora quasi 800 metri di dislivello lungo il ripidissimo lato destro dello Scarione e poi, finalmente, oltre la Sella di Sparavera sarei arrivato alla meta.

Una traccia implacabile e senza punti di sosta, disegnata fra abeti spelacchiati e cadenti, mi ha infine portato sul valico e sotto i miei piedi s’è aperta la caotica voragine della Val Lobbia, incisa da una miriade di canali contorti, separati da costoni rocciosi sui quali, nei punti meno ripidi erano aggrappate zolle pungenti di festuca, a volte colonizzate da radi abeti e larici. L’ambiente mi appariva grandioso, irreale, oserei persino dire distaccato. Dal colle un valloncello erboso, in parte coperto dalla ganda, scendeva alle vicine baite. Sparavera! Poco dopo, assetato e febbricitante mi aggiravo fra i ruderi delle dimore; qualcuna era ancora abitabile, di altre non restava che qualche angolo o la sola base perimetrale al cui interno giacevano le travi e le tegole selvatiche del tetto crollato. Avevo un terribile bisogno di dissetarmi e prima ancora di indagare più a fondo ho perlustrato i dintorni in cerca di un ruscello o anche solo una stilla d’acqua. Sono così giunto in una piccola macchia di abeti cresciuta attorno ad un grande masso e, pensando che forse le piante prendevano acqua da qualche vena nascosta, mi sono avvicinato. In parte mascherato dai tronchi e dalla festuca, il masso si affacciava sulla Lobbia a un centinaio di metri da Sparavera. All’ombra delle piante ho ripreso un po’ di vigore, scoprendo, sotto il blocco, un vano che oltre lo stretto imbocco si apriva con una camera abbastanza confortevole. Alla ricerca di frescura mi sono infilato dentro, rincorrendo il suono di un debolissimo stillicidio che con mio grande sollievo si è rivelato un piccolo rivolo d’acqua. Con contorcimenti assurdi sono riuscito ad appoggiare finalmente le labbra alla roccia del fondo e a succhiare un po’ di liquido dal sapore terroso, ma in quel momento miracolosamente buono come la migliore acqua del mondo. È stato ritraendomi che un mio movimento ha provocato alla mia sinistra uno strano suono vetroso. Tastando nel punto in cui mi era parso fosse giunto il tintinnio, le mie dita si sono infine strette attorno ad un oggetto che ho capito immediatamente, essere una bottiglia; pareva tappata, ma il suo peso indicava allo stesso tempo che era vuota. Uscito all’aperto, mi sono messo a osservarla contro luce; si trattava di una normale bordolese color verde scuro, al cui interno pareva esserci un rotolo di carte. Incuriosito, ma incapace di stappare la bottiglia, ho dovuto romperla per estrarne il contenuto; erano pochi fogli vergati a matita con una grafia che verso la fine del documento tradiva spossatezza o qualche emozione forte e sgradevole, forse una tremenda angoscia. Dopo avere decifrato lo scritto, cosa non facile soprattutto nella sua parte finale, sono rimasto immobile, completamente attonito, incapace di connettere per alcuni minuti. Quelle carte erano state scritte da don Buzzetti nei giorni successivi la sua scomparsa ufficiale: svelavano forse un mistero rimasto insoluto per ottanta anni, ma gettavano una luce, ne ero certo, anche sui segreti che stavo cercando di svelare.

 

Il diario iniziava con la data del 14 luglio 1934 e più o meno riportava il resoconto che leggerete di seguito:

 

«14 luglio – Ho lasciato Chiavenna il giorno 12 senza dare troppe indicazioni sul mio tragitto. A tutti ho detto di voler salire il Pizzo Badile, impresa che richiedendo almeno tre giorni mi permetterà di compiere ciò che devo. Tuttavia per non destare sospetti ho dovuto farmi vedere in Val Codera, dove ho salutato i miei cari fedeli di Codera, Saline e Bresciadega. Per lo stesso motivo, attraverso la Sceroia mi son fatto vedere alla Capanna Gianetti; nessuno deve sospettare della missione forse mortale che mi attende. Notte insonne causa violenti e ripetuti temporali che salivano dal lago di Como e sembravano ogni volta voler strappar via il tetto alla capanna; non c’era nessuno a parte il Giacomo Fiorelli e un ragazzotto. Il giorno dopo, partendo prestissimo, sono riuscito nella salita del Pizzo Badile percorrendo la via di Baroni e Lurani, facile e piacevole arrampicata anche se nebbia e neve mi hanno disturbato assai. Dopo una buona nottata di riposo, alle cinque di questa mattina mi sono alzato assieme al Giacomo e abbiamo fatto colazione. Nuove ondate di nubi grigie e collose salivano dal basso rendendo precaria la visibilità. Tanto meglio. Nonostante la Guida Fiorelli mi abbia sconsigliato cercando di trattenermi in tutti i modi, alle sei e tre quarti mi sono incamminato dicendogli che andavo verso il Pizzo Torelli e poi in Codera. Le nebbie mi hanno favorito e già poche decine di metri dopo, scomparivo alla vista entrando in un silenzio ovattato. Ho faticato non poco ad orientarmi, ma ieri avevo fatto qualche ometto che mi è stato di grande aiuto anche se, per un piccolo errore, sono finito al Bocchetto Torelli, ben sopra il più facile Passo del Porcellizzo. Non volendo perder tempo sono sceso in Val Codera percorrendo il ripidissimo canale che precipita da qui. All’intaglio ho costruito un ometto e ho messo in una scatoletta metallica un bigliettino sul quale ho scritto: “14 luglio ’34 – don G. B. C.A.I. Sez. di Chiavenna, passo Sceroia, capanna Gianetti, pizzo Torelli, bocchetto Torelli per Bresciadega.” Ho aggiunto la salita al Pizzo Torelli, forse per un pizzico di vanità alpinistica, ma in fin dei conti da dove mi trovavo, arrivare in vetta sarebbe stata una passeggiata da signorine. Una volta raggiunti i nevai e poi i gandoni della Val Codera, ho atteso le tenebre sotto un violento acquazzone con tuoni e fulmini. Per fortuna ho trovato un grande masso che mi ha riparato alla meglio. Fra qualche ora ripartirò col favore del buio. Da ora in poi dovrò essere invisibile.

 

15 luglio – Ho camminato per venti ore di fila. A Saline ho recuperato il fucile, i candelotti di dinamite e un lungo pugnale che avevo nascosto in un baitello; assieme alla mia piccozza saranno armi utili. Poi mi sono infilato su per il sentiero che percorre il crinale fra la Val Beleniga e quella dei Càser, un tracciato ripido, estenuante, ormai quasi cancellato dal tempo e dall’incuria. Al Basello, un piccolo spiazzo d’erba, oasi fra tanti orridi valloni, ho riposato qualche minuto per rifocillarmi e poi ho tagliato a sinistra la testata della Val di Càser, faticando non poco ad uscire dalla sua stretta gola di fondo perché il torrente, ingrossato dalle recenti piogge, precipitava a cascata con una violenza bestiale. Ho dovuto attendere qualche ora che le acque defluissero e dopo essermi quasi svestito ho affrontato la doccia gelata, proseguendo poi sui ripidissimi pendii erbosi dell’opposto versante. Non senza pericoli e patimenti, sono giunto infine sulla cresta sud del Pizzone. Da questo punto dovrò stare attento: di fronte a me, oltre la selvaggia gola principale del Prata, la Lobbia, scorgo fuochi e fumi. Là è Sparavera, la mia meta, forse l’ultima. Il giorno sta per finire ed è meglio che mi fermi al riparo del crinale. Compirò l’ultimo tratto di notte, sperando di non essere scorto da qualcuno di quei grandi esseri neri che di tanto in tanto vedo svolazzare come giganteschi e ripugnanti mosconi.

 

16 luglio – Sono partito circa verso la mezzanotte, non c’era luna e il buio era accentuato da fitti nuvoloni bassi che verso le due del mattino si sono abbassati ancor più coprendomi del tutto alla visuale. Alcuni pastori mi avevano detto che dal punto della cresta che avevo toccato c’era una traccia che scendeva nella Lobbia, ma senza luce è stato impossibile seguirla sebbene quando era ancora chiaro, mi è parso di scorgerla. Prima che calassero le tenebre, avevo valutato all’incirca il tragitto, contando la traversata di una decina di canali e valloni, alcuni dei quali sicuramente impervi e difficili come poi si sono rivelati. Nei passaggi più rischiosi, specie dove la roccia era friabile e rotta, il carico pesante mi ha spesso obbligato a fare due o tre volte il tragitto, portando man mano un po’ di peso ché, tutto assieme, mi avrebbe certo fatto cadere. Man mano mi avvicinavo all’alpeggio maledetto, si facevano sempre più distinti i canti che accompagnavano di certo qualche turpe rito. Alle prime luci mi sono trovato più o meno a metà della traversata e sono stato colto dal terrore di essere scoperto. Per fortuna le nebbie si sono mantenute basse proteggendomi; le urla, il cupo suono di tamburi e in ritmati canti di morte che giungevano da Sparavera, ora perfettamente udibili, mi hanno fatto da guida nel rimanente tratto. Alle 16 ho toccato il fondo della Val Lobbia. La roccia qui era rotta e fradicia, dalle crepe trasuda uno strano liquido cremisi e un lezzo insopportabile ed acre permea tutta la gola, percorsa da un magro ruscello. Mi sono protetto naso e bocca con la sciarpa che mi hanno regalato lo scorso anno i miei fedeli; ho messo allo scoperto, ben visibile sul petto, il crocifisso che porto al collo dalla nascita e ho affrontato il vallone. Di tanto in tanto, sopra di me l’aria era sferzata da sibili acuti prodotti dal passaggio delle nere creature che sembravano a guardia del luogo. In alcuni momenti le ho scorte avvicinarsi paurosamente fra i vapori e ho temuto che mi avessero individuato, ma probabilmente, un po’ grazie ai miei abiti grigi e verdi, un po’ grazie alla nebbia, sono sfuggito alla cattura certa. Ho impiegato due ore buone per uscire da quel putrido incubo, scalando con ogni cautela per non staccare sassi che, cadendo, avrebbero certo richiamato l’attenzione dei guardiani. Alle 17 la montagna ha preso a tremare, scossa da profondi boati che giungevano dal sottosuolo, contemporaneamente i canti e le urla orgiastiche sono aumentati di intensità e di violenza arrivando al parossismo; io stesso sono stato colto da una sorta di ipnosi dalla quale sono uscito solo con un enorme sforzo di volontà. Alla fine sono arrivato in una macchia di abeti aggrappata sulla rupe quasi verticale che precede l’alpe Sparavera: un grosso macigno che sporge dal pendio mi fa da riparo e qui passerò qualche ora per poi avvicinarmi al sacrilego luogo.

17 luglio – Ho passato tutta la giornata al riparo del masso, ma la pioggia che è caduta senza sosta ha impedito ogni azione. Non posso dire di essermi riposato gran che. In una pausa del maltempo mi sono spinto con grande cautela verso l’alpeggio giungendone in vista. Dalle poche baite salivano densi pennacchi di fumo e una litania sommessa della quale non sono riuscito a capire una parola; sembra che il tempo avverso abbia rallentato la liturgia che si stava celebrando. Sui pendii attorno all’alpe e fra le baite si aggirano come fantasmi inebetiti parecchi montanari, molti li ho riconosciuti, sono miei fedeli. Da qualche tempo, sospettavo che la nera epidemia avesse infettato anche qualcuno di loro; piccoli gesti, atteggiamenti inspiegabili, cambiamenti d’umore, sguardi opachi e furtivi mi dicevano che il tradimento serpeggiava anche tra i più cristiani, anzi forse più fra questi che fra i meno assidui frequentatori della parrocchia. Alle 14, sotto la pioggia battente, un gruppo di uomini si è allontanato entrando in Val Lobbia. Li ho seguiti e da una posizione riparata ho scorto la loro meta. Appena a valle del punto dove sono passato ieri, la gola è interrotta da una vasta spianata lastricata con enormi pietre squadrate e luccicanti. Tutto è invaso e quasi mascherato dalla vegetazione, molte pietre sono state sconnesse da frane e smottamenti che però non hanno minimamente intaccato la inquietante atmosfera di mistero e di antichità del luogo. Al centro svetta un grande monolite di quella roccia – o dovrei dire sostanza? – nera e verde che, ci hanno insegnato essere inequivocabile segno della turpe presenza. Nel punto in cui la spianata si appoggia al fondo del colatoio, si apre una fenditura dalla quale escono in gran copia i vapori che ieri mi hanno quasi intossicato. Riparandomi ancora una volta le vie respiratorie mi sono fatto coraggio e ho seguito il drappello infilandomi nella fenditura. Una specie di scala naturale, illuminata da una mucillagine azzurrognola e fosforescente che rivestiva le pareti granitiche, precipitava nel ventre della montagna. Non so quanti gradini più tardi mi sono trovato in una grande cavità ove la luce era accresciuta dal fuoco che divampava in enormi crateri di pietra ollare, finemente lavorati e istoriati con scene sacrileghe e ributtanti. Dal soffitto pendevano come muco lunghe stalattiti composte, si direbbe, della stessa mucillagine che rivestiva le pareti della scalinata. Il gruppo di infedeli si è disposto al centro della caverna, dove campeggiava un altro monolite meravigliosamente squadrato e scintillante di nero e verde; è difficile pensare che sia stato lavorato da mani umane tanto appare perfetto e lucente. Dopo una lunga attesa, ho avvertito un sinistro ticchettio come di punte ossute contro la roccia. Era

 un rumore sgradevole, spaventoso e parossistico, come se decine di queste punte si scaricassero senza un ritmo preciso sulle pareti. Il rumore, cui si unito una sorta di viscido sciabordio, si è fatto via via più forte finché ho potuto capirne la provenienza: una galleria di notevoli dimensioni che si apriva in fondo alla volta. Alla fine l’Entità è comparsa, prima una terribile zampa articolata, lucida e violacea, poi un’altra e un’altra ancora mentre dal buio emergevano luridi tentacoli che sferzavano l’aria. Lentamente e solennemente il mostro si è assiso sul monolite estroflettendo dal ventre un’altra appendice che si è come fusa con la materia sottostante. Intanto gli uomini presenti si erano prostrati in adorazione, lanciando quelle che mi sono sembrate invocazioni di pietà e preghiere. Dopo diversi minuti il coro è cessato, e fra colui che pareva la guida del drappello e l’orrenda creatura si è instaurato un breve dialogo in una lingua a me sconosciuta. Poi gli uomini sono tornati allo scoperto e hanno iniziato a ripulire quel che resta dell’antica strada lastricata che da Sparavera porta alla spelonca. Da quello che ho appreso captando brandelli dei loro discorsi, stanno migliorando il tracciato per una processione che si terrà questa sera. Tornando verso il mio nascondiglio mi sono imbattuto in uno dei montanari che, staccatosi dal gruppo, stava facendo rotolare a valle dei massi per mettere in sicurezza il cammino sottostante. Senza esitare, come guidato da un comando superiore, l’ho accoppato con un colpo della mia piccozza scoprendo inorridito che dalle sue vene non usciva sangue ma un liquido giallastro e purulento, l’ho quindi spogliato nascondendo il cadavere. Gli abiti di quel pagano saranno utilissimi per il piano che ormai ho in mente... Ho atteso alcune ore pregando in silenzio Dio e tutti i Santi, ma in particolare la Madonna: ho bisogno di tutto l’aiuto ultraterreno e sono sicuro che l’avrò. Sono vestito con gli abiti del montanaro che ho ucciso; fra poco seguirò la processione portando sotto le vesti il fucile, ma soprattutto la dinamite e quando quei traditori dell’Umanità saranno impegnati nei loro turpi riti di fronte a quel dio, o semidio, piazzerò delle cariche iniziando dal monolite sulla piazza e poi lungo la scalinata e nell’antro principale. Userò al meglio gli insegnamenti sull’uso del tritolo che ho ricevuto dai cavatori della Val Codera; poi farò saltare tutto e se non dovessi riuscire a mettermi in salvo il mio sacrificio sarà comunque stato utile per debellare il Gran Male da queste montagne... è il momento della verità... In fede Don Giuseppe Buzzetti».

Ancora incredulo della mia scoperta ho accuratamente – almeno così credevo – messo via quell’importantissima testimonianza che faceva finalmente luce sulla leggendaria scomparsa di don Buzzetti e mi sono messo a fare qualche ricerca in loco. Sebbene ormai travolta dagli smottamenti, sono riuscito ad individuare la strada lastricata citata dal prete. Enormi blocchi sparsi, ma perfettamente squadrati, emergevano dal pendio come prue di navi in procinto di affondare; qua e là il tracciato si conservava ancora leggibile, cosa che mi ha consentito di raggiungere finalmente il fondo della gola.

Sebbene quasi irriconoscibili, le aliene strutture ebbero l’effetto di riportarmi immediatamente ai miei incubi. Ormai distrutta, ecco anche la grande terrazza, quella dove nel sogno campeggiava il monolite nero e verde, quella sul cui fondo si apriva la fenditura che nei miei viaggi onirici non ero mai riuscito a superare, tanto era l’orrore che m’incuteva. Ora l’ingresso era però completamente ostruito da grandi macigni franati dalla volta; crollo sicuramente opera della dinamite piazzata dal prete chiavennasco, pensai. Neanche una mosca sarebbe passata nei pochi spazi fra un blocco e l’altro, ma quando mi sono avvicinato ancor di più, sono stato sgradevolmente colpito da un refolo d’aria gelida e puzzolente che usciva dall’oscurità; accostando l’orecchio alle fessure mi è parso anche di udire un frenetico ticchettio, ma forse era la stanchezza o solo il suono di forte sgocciolio che usciva deformato dalla cavità. Mi sono infine guardato attorno: incombeva su di me la parte alta del canalone, caotico accatastamento di rocce sbriciolate, fradice e instabili. Mi sovrastava sulla destra un pendio quasi verticale di erbe e rocce, mentre da sinistra giungeva un profondo e strettissimo camino alto diverse centinaia di metri. Alla disperata ricerca di un panorama meno ostile mi sono voltato verso l’esterno, ma le strette pareti, quasi fossero animate, sembravano volersi chiudere su quel po’ di luce, di verde e di cielo che vedevo verso Sud. Senza un reale motivo sono stato colto dal panico, stato che si è accresciuto pochi istanti dopo, quando ho avvertito una strana vibrazione che permeava tutto il pendio. Senza voltarmi, inciampando più volte, sono fuggito all’impazzata; intossicato dalla sete e dalla fatica, ho raggiunto le baite e con le ultime forze ho obbligato le mie gambe riluttanti ad affrontare il breve ma ripido tratto di salita che portava alla vicina sella, ove ho trovato il coraggio di fermarmi a riprendere fiato. Seduto su una sottile cresta di granito sospesa fra un oscuro e profondo vallone ed il mondo di tutti i giorni, luminoso, verdeggiante e pieno di vita ho lungamente meditato su ciò che mi era successo. Questo crinale segnava idealmente il confine con dimensioni senza tempo, delle quali mi resta ancor oggi difficile dare una spiegazione raziocinante. Eppure ciò che ho letto, ciò che ho scoperto

 ne sono la conferma e la prova, ma come potrei essere creduto? Purtroppo, nella fuga il manoscritto di don Buzzetti, che avevo messo in una tasca, è scivolato fuori e l’ho visto disperdersi, silenzioso, lungo i ripidi pendii erbosi, scivolando nelle profondità della Val Lobbia. Recuperarlo sarebbe stato impossibile: non avrei mai avuto la forza, e soprattutto il coraggio, di scendere e poi risalire quei vertiginosi prati di festuca e rocce marce. Intanto il tempo si andava guastando e, sempre più indebolito, ho affrontato la discesa fino alle baite del Monte dove, finalmente, ho potuto dissetarmi grazie ad un rivolo che usciva da una fessura.

Alle sei di sera, sotto una fine pioggerella ho finalmente raggiunto il piano di Porettina, ho gettato lo zaino nel bagagliaio e mi sono accasciato sul sedile. Forse è stato tutto un sogno, un incubo, forse tutto quello che ho scoperto e che mi è accaduto, è pura fantasia accresciuta dai miei stati paranoici e ansiosi. Alle mie spalle, il Pizzo di Prata è ora velato da pesanti nebbie. Sì. Forse è stato tutto un delirio. Mentre avvio il motore, un brontolio sinistro fa tremare la montagna e il fondovalle; istintivamente accelero e mi allontano, dando ogni tanto qualche fuggevole occhiata nello specchietto retrovisore; sul vetro, velato dalle gocce di pioggia, mi è parso di scorgere qualche cosa di nerastro volteggiare fra i valloni da dove provengo, ma è certamente un’impressione dovuta alla stanchezza e ormai sono lontano.