Cittadini della Galassia al Monte Legnone

Inedito

Ultimo aggiornamento il: 15/05/2018 18:01:54


Cittadini della Galassia al Monte Legnone

Dal treno della linea Milano-Sondrio, all'altezza della stazione di Colico tutti hanno certo visto (Fu certo dalla scalcinata ferrovia che mi portava a Milano settimanalmente che vidi, vicino a Colico) il Monte Legnone e il suo colatoio NW ben individuabile specie in inverno. L'idea di salirlo era già allora (quando prendevo il treno tutte le settimane) affascinante ma non doveva esere fatto in quel periodo. Il viaggio verso la "montagna diversa" doveva cominciare in un alro luogo e in un altro tempo. Ci fu una bella parete solitaria che segnò l'inizio della mia ricerca, ci furono molte difficoltà che si susseguirono per me. In campo alpinistico e nella vita comune. Avevo avuto la netta percezione di avere varcato una soglia che mi introduceva su una strada di cui non conoscevo la meta che tutt'ora mi è incerta. Dopo la soglia avrei potuto tornre indietro ma le inspiegabili e indescrivibili sensazioni che ebbi quando la varcai mi impedirono di ritornar sulla facile e vecchia via dove tutto era certo, piatto e superficiale. Altri sentieri si dipartivano ma bisognava stare attenti, molti riportavano fuori dalla soglia, Ripartendo da zero cominciai a ricercare le cos che mi avevano procurato tanta incredibile illuminazione. Cercando di ricordare ogni attimo delle venti ore che ci misi a varcare la soglia. All'inizio la ricerca fu difficile poi capii che era inutile cercare, ma bisognava lasciarsi trasportare dalla strada cercando di prestare attenzione il meno possibile alla normalità, alla realtà. Così il viaggio è proseguito su pareti più o meno alte, su massi, cascate e sentieri e la strada si è fatta via via più certa e sicura. Con me porto qualche regola che serve però solo al sottoscritto, rifiuto di partenza le staffe anche su vie nuove, pochi chiodi perché sono meglio i nuts, comprensione per tutto, spirito d'osservazione in dosi massicce. Il rifiuto dell'artificiale è per ora un'autolimitazione più che altro ecologica ma è anche dato da una buona dose di pigrizia. Credo infatti che sulla strada ci sia posto anche per l'esperienza artificiale; forse la parete del Pesgunfi e altre cosette simili mi hanno già inflazionato in quel senso o forse per ora è meglio che io non ne faccia. Se verrà il tempo tornerò alle staffe e anche, magari, ai chiodi a pressione.
Dopo questa confusa storia voglio arrivare all'ultima (per ora) tappa del viaggio e cioè all'inizio dell'articolo, a quel canalone chiaro che percorre la paretona grigia del Legnone e si perde sotto la sua cima come se nascesse direttamente dal suo ventre. Il giorno che decisi di fare la prima visita ero certamente preso da un afflato eroico a dir poco ridicolo. Mi sentivo un po' come Stanley o Livingstone e perciò la mi mente si rifiutava di osservare e sfruttare i passaggi facili che conducono alla base del canale. (Tutte le maggiori difficoltà io. Il mio compagno, più semplicemente le evitava stando un metro a destra o a sinistra. Per prima cosa partimmo a piedi molto prima di quanto non avremmo potuto, poi, non vedendo, o non volendo vedere, un sentiero con direzione a dire il vero incerta, entrammo nella forra del torrente Inganna.) Fu bellissimo e impressionante percorrere questo torrentello ghiacciato il cui corso era ostruito da cataste alte parecchi metri di legna di ogni dimensione, portata giù dalle valanghe e dalle piene. I tronchi erano lisci e bianchi, sembravano un po' ossa di grossi bestioni preistorici e la stretta gola era essa stessa selvaggia.
Arrivammo all'iniziato di tutto dopo circa due ore, da una parte alla confluenza di una decina di colatoi scendeva il nostro vallone e dall'altra, ben evidente saliva il nostro colatoio gigante. Per quel giorno ci accontentammo di percorrerne la sponda sinistra e di entrare nel canale dopo un centinaio di metri una strana luce scivolava su un ghiaccio stirato? e durissimo. Le pareti attorno a noi erano altre e strette, lisciate da millenni di acqua. (Fui molto contento di ciò che vidi perché era proprio come lo avevo sempre immaginato; scendendo promisi al mio giovane amico che saremmo tornati. Forse sapevo già che l'avrei tradito.)
E così fu. Pietro è una persona un po' strana da descrivere e forse è la sua voglia sfrenata di fare che mi spaventa o quella sua fredda pazzia incosciente. Tuttavia è un buon compagno in quanto a preparazione e allenamento, e poi parla, parla a non finire, cosa che per un po' fa piacere. Per lui nulla è impossibile, salvo poi tornare indietro; io lascio che si spunti un po' le corna poi saccentemente gli faccio notare che glielo avevo già detto che se da un salto piove giù è ben difficile resistere alla doccia e salire.
I primi salti furono fatti a urla di gioia del Pietro che all'inizio era un po' poco convinto della mia idea. In questo caso feci notare che il maestro sbaglia difficilmente. Poi fu una corsa sulle cascate e sui tratti più appoggiati che le dividevano. Dopo due ore di tentativi dovemmo uscire dal colatoio per evitare un salto non fattibile in quanto con poco ghiaccio. Rientrammo sopra di esso e proseguimmo sempre più cotti fino al secondo muro verticale alto circa sessanta metri. Una piccola discussione a frasi smozzicate nacque quando Pietro che bisognava fare anche quello lì prima di notte. Era troppo stanco per salirlo e il "vecchio" cioè io aveva già fatto conto di preparare una bella piazzola nella neve che fu tosto ingrandita a due piazze. Prima di dormire ci fu qualche discussione a dire il vero un po' banale sull'.........à dell'inverno poi, dando un'ultima occhiata al grande strapiombo nero che ci sovrastava dormimmo fino al mattino. Alle sette e trenta attaccai il salto e con due lunghezze ricche di polvere di neve che si incastrava in barba e capelli mi trovai dove il canale, perdendo pendenza, portava alla parte finale. Salimmo per molto su neve fortunatamente dura e pendenza non eccessiva. A questo punto avrei voluto fermarmi, capire e vedere di più ma il folle non mi concedeva respiro, la schiena era carica e una corda gelata di 50 metri era diventata la mia... coda.Sull'ultima cascata i ramponi dalle punte ormai tonde scivolavano con effetto cartone animato. E poi ancora neve e ghiaccio e un altro canalone dal basso invisibile e ... quello che continuava a parlare... parlare... Fu così che stanchi morti giungemmo su una specie di isola che esce dalla parete e che il sole pomeridiano,il primo in due giorni, sfiorava. E mentre Pietro era al sole che scaldava l'acqua io ero alle prese con le corda gelata, con quella che ci legava e con la mia pazienza che cominciava a venir meno. Ci volle un grande autocontrollo per sbrogliare la matassa e trascinarsi al sole e all'acqua pronta nel pentolino. Sull'isola ci slegammo, togliemmo i ramponi perché c'era più roccia che ghiaccio e mettemmo via tutto sbagliando. Ci credevamo in cima e invece c'erano ancora duecento metri buoni di dislivello per raggiungere la cresta sommitale. Fortunatamente poca neve ci consentì di arrampicare agevolmente anche se in molti passaggi ci fu qualche incertezza. Ormai però eravamo slegati e non volevamo perdere tempo. Tanto lentamente quanto penosamente approdammo sulla cresta al sole, ma era già tardi. Scendemmo su una traccia ghiacciata quanto mai infida e giù in fondo vedemmo i Roccoli Lorla. Pietro cominciò a sparare previsioni sulle distanze e gli orari ma i suoi tempi si raddoppiarono. Una sete alla fantozzi ci tormentava ma ormai si vedevano le luci del paesino. E lui parlava... parlava e prevedeva... prevedeva.... Io senza più molte forse ero zitto, perdevo la corda ogni cento metri e maledicevo la mia mania di mettere via tutto in disordine dato che ora avevo in mano più roba di quanta non ne avessi nello zaino. Pietro mi fece notare che non dovevo fare così, che il materiale si mette via bene ma io ormai vedevo solo le luci e il sentiero nella sera. Ai Roccoli non c'era nessuno, mi sdraiai su un laghetto ghiacciato piccozzandolo per vedere di bucarlo e bere. Pietro faceva l'altalena su un dondolo del vicino parco giochi, poi cercò di darmi una mano senza speranza. A quel punto decisi che dato che c'era l'asfalto si poteva lasciare nascosto lo zaino e scendere più leggeri fino al fondovalle: più di 10 chilometri!!! L'idea di abbandonare le armi fu disapprovata da Pietro ma io le abbandonai e scesi senza più niente in spalla. Cominciavo a pensare sempre più nero, mentre Pietro cercava ogni punto che sembrava essere una fonte. Poi fu come Giovanna d'Arco, non udì le voci ma vide un inesistente lavatoio dove poteva esserci acqua. Altri chilometri al buio naturale e mentale poi... una luce...
Cominciammo a fare varie ipotesi, Pietro più avanti mi disse che era una casa, un bar aperto. Io da buon pessimista pensai ad un lampione. Ebbe fortunatamente ragione il folle e allora un urlo di gioia mi uscì dalla gola e corremmo al bar dove bevemmo e mangiammo. Poi un amico ci venne a prendere. Fu scendendo in macchina che cominciai a pensare seriamente che lassù qualcuno ci ama; quel bar era l'unica abitazione per altri nove chilometri! Fu in auto che mi accorsi che forse al viaggio era mancato qualcosa, forse era meglio se la neve avesse coperto le rocce obbligandoci certamente ad un secondo bivacco. Sentii chiaramente il dispiacere di essere uscito dal canalone, provai le stesse cose di quando varcai la porta e avrei voluto restare sempre là, sospeso. Restando là però non potrei più avanzare nel viaggio ignoto. La tranquillità del tratto percorso, la nuova conoscenza di un compagno. l'esperienza stessa ai confini dell'alpinismo mi hanno dato moltissimo. Più avanti, altrove se saprò cercare e osservare bene troverò ancora le stesse sensazioni e nuove esperienze.