Sulla prima salita alla parete Sud della Cima Viola

Inedito peccato di gioventù

Ultimo aggiornamento il: 14/05/2018 15:22:52


Sulla prima salita alla parete Sud della Cima Viola

La sete di cercare la novità mi ha sempre portato un mucchio di guai. Ho visitato mille luoghi strani per cercare nuove pareti, luoghi che per ragioni di tempo non sempre disponibile sono a volte anche a pochi passi da casa. Vista la parete nasce il desiderio di scalarla e qui inizia il bello. L'approccio è quasi sempre quanto mai spiacevole. In bassa quota non una volta si riescono ad evitare foreste di piante sempre spinose, pendii erbosi a sessantagradi, serpentelli vari e altre cose fastidiose. I sentieri mancano sempre; quindi per fare pochi metri di dislivello se ne vanno ore ed ore di sudore e di bestemmie. Gli zaini s'impigliano nei rami grossi mentre quelli piccoli o ti penetrano in un occhio o ti frustano il naso e le orecchie.
Più in alto, sopra i 2000 metri tutto è più facile, anche i ghiacciai non offrono molte sorprese e al massimo si gioca agli himalayani fra i seracchi penduli e per raggiungere gli attacchi si scende nello stacco fra neve e roccia.
Ma poi c'è l'incognita della via. Sarà marcia? sarà buona? Ci sarà libera o artificiale?
Nascono quindi nuovi problemi che ora ho imparato a superare imponendomi di non portare più di 20/30 mezzi di assicurazione e accettando senza drammi l'eventuale incazzatura offerta dallo scoprire che la bella parete vista da lontano, da vicino, magari dopo ore di marcia, è un ammasso di rocce che crollano solo a guardarle oppure è, cosa ancora peggiore, troppo compatta per la libera e per le nostre capacità.
Resta il fascino degli strani luoghi che si visitano, i canaloni selvaggi che portano alla base delle pareti sono stretti e ingombri di grossi macigni, le cenge sono piene di fiori rari e i larici scheletriti dal fulmine sono le poche oasi di ombra sui costoni aridi e assolati.
Al tramonto, sulla via del ritorno, si cercano massi e passaggi, ci si ferma sul prato e nelle ultime ore di luce scalando soluzioni sempre più difficili si scarica la voglia di arrampicare e non c'è più rimpianto per la parete non fatta, ma gioia per qiuello che succede in quel momento.
Lo spirito della ricerca purtroppo non mi lascia e cose come la Cima Viola mi hanno fatto capire che in fondo ne vale la pena. L'avevo vista la prima volta in un mattino di settembre, coperta di luce, lontana e misteriosa, isolata, infondo ad un altopiano di dune sassose che contrastava con l'amico paesaggio della sottostante e separata Val d'Avedo. Eravamo in molti. C'erano il Bosca, l'Enrico, il Pierone, il Canova, il Mario. E c'ero io fresco fresco dal corso di roccia. Fu molto bello salire sulla parete, ma dopo due soli tiri di corda la nostra tecnica primitiva e il numero himalayano della spedizione ci consigliarono il ritorno. Non so se fu allora o più tardi, quando mi passò la stanchezza, che sentii per quella parete un'affinità naturale e capii che la mia strada sarebbe passata per quella porta simbolica di roccia. Per cinque anni il pensiero dominante del mio alpinismo fu il ricordo ogni volta più intenso della parete e della natura primitiva che la circondava. Costruii mille vie e situazioni diverse, ma , in fondo, sapevo come mi sarebbe piaciuta (difficoltà non esasperate, poco o niente artificiale una via, in conclusione, di stile classico) Ma più di tutto mi attirava il fascino arcano che quei luoghi emanavano.
Tornai due volte a vederla, una volta in inverno e una volta ancora in una limpida giornata di settembre. Più intense furono le sensazioni, la separazione dai verdissimo pascoli dei laghi di Tres e l'entrata sull'altopiano fu ancora più netta. Percorremmo il terreno lunare fino alla parete e bivaccammo sotto di essa aspettando l'arrivo di qualcosa o qualcuno che poteva celarsi dietro la curva misteriosa del vallone sassoso che si perdeva alla sua destra. Il giorno seguente trovammo un buon attacco ma dopo tre tiri, alcuni sassi luminosi che piovvero come scaturiti dal nulla ci dissero di tornare a casa. Seguendo l'istinto scendemmo e fu cosa buona. Lasciammo sotto un masso una scatoletta di sardine e un po' a malincuore partimmo. Due ore dopo pioveva a dirotto. In fondo il 76 mi aveva già dato buone cose e dopo il Pilastro a Goccia era meglio non forzare la mano.
Ormai intanto passavo per matto: chissà perché tutta quella fatica per un ammasso di sassi, in un luogo che nessuno conosce, quando ci sono tante belle vie classiche da ripetere. Ero un po' lo zimbello dei grandi rocciatori ma non potevo fare a meno di tornare sul bellissimo sentiero... ai tranqulli laghi di Tres... a quella roccia che aspettava, isolata, che qualcuno la scoprisse.
Finalmente ci fu il giorno per salirla, non un giorno qualunque, ma il giorno in cui tutto si combinò da sé.
Trovai due stupendi amici disponibili. Uno di essi, il Sandro, era già stato con me nel secondo tentativo. L'altro, il Cesare era suo cugino e insieme formavano una cordata pefetta, sempre disponibile a tornare indietro se non c'è la tranquillità interiore o la voglia per salire.
Dormimmo in un porcile, ma non con la scrofa con la quale una contadina ci offerse di passare la notte. Si passò il tempo ad immaginare i più kamasutriani amplessi con il suino e come il cielo volle venne il mattino. Un freddo boia e neve dura sull'altopiano lunare ci fecero arrivare in poche ore all'attacco della parete. Era veramente gelido quel contatto con i primi diedri bianchi e lisciati da un ghiacciaio che ora non c'è più. Ma più sopra, nel diedro rosso il sole prese a scaldarci e fu l'inizio della scalata. Non una volta, credo, alzammo lo sguardo per cercare la via in quel "ammasso di sassi". I passaggi ricchi dei colori più sgargianti dello gneiss si concatenavano in una logica sequenza in cui bisognava solo lasciarsi trasportare senza pensare. Si poteva solo godere dell'estetica dell'arrampicata, della saldissima roccia,degli aspetti della natura circostante. La scrofa della notte era sempre con noi ad ogni sosta e una risata accompagnava ogni nuova fantasiosa trovata dei confronti del povero animale.
(E più si saliva più si entrava in una dimensione grandiosa, la parete è un dedalo di diedri, camini, strapiombi e cenge che si espande per circa 800 metri ed è alta quasi 600 metri. Una ritirata nella parte finale credo sarebbe alquanto problematica. Ogni spigolo che si guadagnava offriva sempre nuove visioni di quinte nascoste e grandissime).
Sotto gli strapiombi gialli trovammo il passaggio che immetteva nel diedro finale di 200 metri. Era la una di pomeriggio ma il sole non scioglieva i ghiaccioli e il diedro, che subito battezzammo con il nome altisonante di Gran Diedro della Scrofa non fu facile. Dopo un primo tratto uscimmo sullo spigolo sinistro del diedro e Cesare volle a tutti i costi che gli dessi il mio zaino perché "forse - disse - si può uscire in giornata".
Ci furono ancora dieci tiri da quel punto; ogni lunghezza era una stupenda sorpresa e lo fu anche il muro finale. La salita stava finendo, volevo uscire dalle ombre, ma mi spiaceva interrompere quella simbiosi perfetta fra noi e la roccia. Era come se conoscessi già quei luoghi, quelle forme, quei colori. Era come se sapessi che la realtà non poteva essere in altro modo di come la si stava vivendo. Gli ultimi metri li gustammo uscendo nel sole con un po' di rimpianto. Mi venne un po' da ridere pensando ad un racconto del tipo: "Uscimmo finalmente dal tetro baratro e fummo accolti dal sole che tramontava. Una lacrima rigava i nostri volti e le stanghette dei miei occhiali mandavano bagliori di fiamma..."
In fondo però, provammo una gioia incredibile, non per la fine di una sofferta lotta ma perché fu un'esperienza che ci aveva arricchiti facendoci capire, soprattutto a me, intossicato come ero di concezioni alpinistiche decadenti, quale sarebbe stata la strada da seguire dopo quel giorno. Un'esperienza a contatto con la natura primitiva, senza rifugi né gente, che continuò anche nella triste discesa. Giù perché Cesare e Sandro erano senza attrezzatura da bivacco, giù con il mal di piedi mentre gli eroi sembravano sempre più pezzenti in proporzione alla perdita di dislivello.
Al Passo Dosdé c'era ancora luce e il sentiero si fece iù certo. Preferimmo evitare di dirigerci al vicino ricovero Dosdé: con le pile saremmo potuti scendere agevolmente e tornare a casa.
Anche col buio non ci fermammo e proseguimmo fra tracce di sentiero e sassi lambendo le rive del Lago Nero ghiacciato, poi ai laghi di Tres dove c'era ancora la nostra scrofa. Scendemmo sempre meno saldi sulle gambe, sempre più distrutti mentre i miei occhiali si appannavano e nella mente c'era spazio solo per le più terribili parolacce e per mantenere quel poco di concentrazione necessaria a superare il mal di piedi. Ma tutto ciò era un prezzo davvero modesto per quello che quei giorni ci avevano dato.
A volte mi piacerebbe tornare sulla parete, ma poi mi dico che tanto non sarebbe più la stessa cosa.Tutto quello che potevo imparare l'avevo già saputo e forse tornare avrebbe rovinato tutto.
Per tutti noi, credo, c'è una Cima Viola che aspetta; sia essa una montagna o uno spartito musicale, un sasso o una cosa qualsiasi che sentiamo fa parte intima di noi stessi. Sarebbe bello se tutti non rinunciassimo a cercarla abbandonandoci alla facile pigrizia del conformismo o alla paura di ciò che non è certo e degli altri.

Finale di riserva

Mamma mamma! Com'era grande. Quei tettoni grigi che pendono isolati, quei diedroni senza fine e quello sommitale poi... Pensammo una vota all'eventualità di una ritirata ma forse potevamo perderci tanto era grande e confusa la roccia. Proprio sotto la vetta ci fu una pausa incerta per cercare di superare uno strapiombetto, ma non ho ricordi tecnici, ricordo solo che sentivamo l'odore dell'impotenza a pochi metri dalla fine. Cozzai la testa cercando varie possibilità, tutte erano però monolitiche, troppo dure per me. Quando con una botta di fortuna riuscimmo a saltare sopra l'ultimo ostacolo quasi mi dispiacque il rendermi conto che ormai con un tiro non difficile saremmo usciti. Eravamo stati bene su quella parete ma, purtroppo si doveva tornare a casa.

Cima Viola 2

Il colore giallo arancio di un tramonto in settembre, il sapore e le sensazioni di giornate limpide e fresche. Questo era quello che avevamo in mente mentre salivamo verso la parete, Ben presto il verde brillante dei prati ed i laghi blu e verdi dell'Alpe di Tres ci accolsero amichevolmente come sempre. C'era fra di loro la natura e gli uomini, un intimo collegamento che si verificava lì, solo lì, forse permeato della essenza stessa, imperscrutabile e bizzarra, della roccia di quei monti, lo gneiss. Il giorno dopo partirono dalle baite verso la parete. Nella mente anche il ricordo della notte stellata, delle risate fatte per un maiale con il quale avrebbero dovuto passare la notte. Salirono nel freddo e umido mattino e sbucarono sull'altopiano della luna. La separazione dal sotto era netta: ad un tratto il verde cessava per dar luogo ad una tormentata piana sassosa che preparava la strada alla parete. Ricordi di un bivacco precedente alla base della muraglia, ricordi di un luogo tanto solitario da essere accogliente. Attesero qualcosa o qualcuno celato dietro la curva della parete ma questo non venne. Salirono ma alcuni sassi luminosi scaturiti dal nulla dissero di tornare a casa e così fecero.
Ora erano ancora lì e sulla parete non ci fu storia ma solo fusione completa fino alla vetta. Il sole al tramonto ma negli occhi il grigio perla dei tetti, il rosso sangue degli spigoli, il giallo intenso degli strapiombi, e del grande picco terminale che aggirarono per il lungo diedro. Grande come grande era la parete, infinito il vuoto e la dimensione, grande e infinito come il nudo paesaggio che li circondava e dove la mente si perdeva senza seguire direzioni precise. Dalla vetta videro altri monti, altre valli ma non ebbero il loro ricordo. Era un momento triste quello! Era finito il dialogo con la parete e c'era solo la consolazione di poterlo continuare esplorando la valle buia nella discesa, il buco nero del lago gelato dalle sponde nevose. Sul sentiero dei giganti tornarono ai laghi di Tres. I colori erano scomparsi e il violetto della sera stava lasciando posto alla notte mentre forse cercarono ancora la parete senza più poterla vedere. Ancora oggi, spesso, forse pensano alla parete e non sanno, forse, che ora la devono cercare altrove.