EROICI SOCCORSI SULLA NE DEL BADILE

1963 -1964: due soccorsi sul Pizzo Badile (e altre storie)

Ultimo aggiornamento il: 14/05/2018 14:28:31


 EROICI SOCCORSI SULLA NE DEL BADILE

Il drammatico esito della prima ascensione, favorì il nascere di un alone di paura e mistero attorno alla parete Nord-est del Badile. Per molti anni, la “via Cassin” al Badile fu considerata una delle più temute ascensioni delle Alpi anche se scalatori solitari e cordate veloci avevano dimostrato che, diminuendo di molto la permanenza sulla via, si potevano evitare le sue trappole. Ma anche in questo caso, la parete Nord-est del Badile non è mai sottovalutarsi. La conformazione della parete, mai verticale e la frequenza di temporali estivi favoriti dalla vicina presenza della pianura e del Lago di Como formano, infatti, un cocktail pericoloso. Grandine ed acqua scorrono sulle lisce placche che, in più, sono spesso coperte da un sottile strato di licheni che le rendono estremamente scivolose. In caso di nevicate il bianco manto non tarda a depositarsi sulla roccia, coprendo le asperità delle placche che diventano impossibili o quasi, mentre i camini finali convogliano le precipitazioni e i sassi che si staccano dal catino di vetta. A fare le spese di queste insidie furono soprattutto le prime cordate che si misurarono sulla “via Cassin”. E se molti riuscirono ad arrivare in cima o a fuggire verso lo spigolo, altri furono meno fortunati: persero la vita o dovettero essere recuperati mediante alcune fra le più complesse operazioni di salvataggio mai effettuate. In breve vogliamo ricordare alcune di queste vicende ed i loro protagonisti.

Gli echi dell’epico soccorso a Claudio Corti incrodato sulla parete Nord dell’Eiger si erano spenti da pochi anni e già nel 1963 una folta squadra di soccorso operò nella ricerca di due alpinisti belgi, i coniugi André e Monique Capelli, dispersi mentre tentavano la scalata alla parete Nord-est del Badile. Il gruppo era composto dalle guide del Masino, Attilio, Camillo, Dino e Giulio Fiorelli e dai volontari Sergio Fanoni, Celso Ortelli, Felice Bottani, Giuseppe Caneva, Giorgio Bertarelli, Antonio Busi, Piero Antonucci, Renzo Banfi, Vincenzo Fagioli, Giuseppe Dell’Oca, Arnaldo Vanossi e Aldo Trincavelli.

Le ricerche si conclusero con un nulla di fatto nonostante il Badile fosse stato passato al setaccio. Ma questo episodio non fu che una sorta di preparazione per quello che si dovette affrontare nei giorni 20, 21 e 22 agosto dell’anno successivo. Già la settimana antecedente, Carlo Mauri, durante la ripetizione della “via Cassin”, aveva trovato il corpo del disperso André Capelli che sarà poi recuperato dagli svizzeri mediante l’elicottero: sembrava il preludio a fatti più gravi.

Il giorno 19, un fulmine scaricatosi sulla cresta sommitale del Badile, provocò una frana di sassi che, convogliatasi nei camini finali, colpì alcune cordate impegnate sulla parete Nord-est. Furono feriti gli alpinisti Vincent Carrard di Friburgo, Stefan Kellembauer e Roland Bannert di Berchtesgaden, morivano invece Hans Richard Peuker e Francesco Praderio di Gallarate, che era in cordata con l’amico Luigi Bosisio.

Il luogo impervio e difficile dove si era svolta la tragedia e l’alto numero degli alpinisti coinvolti richiedevano un grande sforzo organizzativo per il soccorso. Durante la notte fra il 21 e il 22, una numerosa squadra di soccorritori partiva alla volta del Rifugio Gianetti. Il giorno dopo, portando a spalle ben 1000 metri di cavo d’acciaio e tutti gli strumenti necessari al recupero, gli uomini, guidati da Celso Ortelli, raggiungevano la vetta, dove già si trovava un gruppo di soccorso svizzero trasportato lassù dall’elicottero. 

Gli svizzeri, però, avevano solo un cavo di un centinaio metri, assolutamente insufficiente per quel genere di intervento poiché gli infortunati si trovavano ancor più in basso e quindi fuori portata. Un rapido consulto fra i due capi squadra permise, immediatamente di unire le forze e di elaborare una comune strategia: avvalendosi dell’abbondante cavo portato dagli italiani, gli svizzeri si sarebbero scesi in parete e gli infortunati, una volta portati in vetta, sarebbero stati poi calati col rimanente cavo lungo la via normale.

Partiva così una delle più complesse operazioni di soccorso mai effettuate nelle Alpi centrali. Purtroppo le condizioni metodologiche, già instabili, volsero nuovamente al peggio.

Nubi plumbee avvolsero la vetta e l’elettricità statica andò aumentando sempre più facendo vibrare paurosamente le barre dei verricelli e i cavi d’acciaio. Un grande temporale si stava addensando proprio sulla cima: occorreva fare in fretta, il più in fretta possibile. I due alpinisti feriti furono dapprima raggiunti con una calata di oltre cento metri e quindi portati in vetta. Da qui doveva iniziare una nuova avventura: la lunga e difficile calata di oltre 300 metri, lungo la via normale del Badile. In quel momento pur tragico c’era anche chi tentava di scherzare per tenere alto il morale e per infondersi coraggio, era il giovane e fortissimo alpinista valtellinese Antonio Forni (prima invernale allo spigolo Gervasutti della Punta allievi e prima invernale della traversata Roseg-Scerscen-Bernina) che, indicando la barra del verricello vibrante di elettricità e paragonandola ad un’antenna televisiva gridava: “Primo, secondo, terzo canale!”

Ma la situazione era tutt’altro che rosea. Coi feriti in spalla i soccorritori furono calati nel canalone del Badile, vero e proprio ricettacolo di sassi, impluvio per le acque di scolo e via preferenziale percorsa dai fulmini che si scaricano sulle creste sommitali. Quando già l’operazione era iniziata, Ortelli, resosi conto del potenziale pericolo a cui tutti erano esposti, ordinò di abbandonare l’uso delle attrezzature metalliche: un fulmine, che avesse colpito il verricello in vetta, si sarebbe scaricato attraverso il cavo d'acciaio con conseguenze facilmente immaginabili. Così, sotto una grandine dai chicchi grossi come nocciole, gli uomini allestirono la prima di una serie di lunghe calate a corda che li portò tutti in salvo sui nevai sottostanti. Infine, con i feriti recuperati, furono tutti in salvo al Rifugio Gianetti.

Il giorno 22, una Guida svizzera riusciva finalmente a raggiungere anche il corpo esanime del Praderio per effettuarne il recupero. Purtroppo, per un errore di manovra, il cadavere precipitava lungo la parete Nord-est: fu recuperato il giorno successivo sul ghiacciaio del Cengalo.

La notizia di questo soccorso suscitò notevole scalpore, sia negli ambienti degli addetti ai lavori, sia nell’opinione pubblica, grazie al grande spazio dedicato dai giornali. L’impresa aveva richiesto grande coraggio, preparazione tecnica raffinata, flessibilità operativa, ottima organizzazione logistica e capacità decisionali importanti.

La squadra di soccorso italiana era così composta: Ezio Angelini Piero Antonucci, Roberto Bartesaghi, Giorgio Bertarelli, Diego Bianchi, Luigi Bongio, Carlo Boscacci, Felice Bottani, Giuseppe Caneva, Erio Della Maddalena, Giuseppe Dell’Oca, Vincenzo Fagioli, Sergio Fanoni, Vladimiro Fincato, Antonio Forni, Lorenzo Giana, Umberto Manfredini, Pietro Meago, Celso Ortelli, Andrea Tabacchi, Celso Tagni. In più c’erano i volontari occasionali Aldo Parolo, Giacomo “Jack” Canali, Eugenio Redaelli e Giuseppe De Toma.

Circa dieci anni più tardi la parete Nord-est era nuovamente teatro di una tragedia. Nel settembre del 1972 due esperti arrampicatori tedeschi furono vittime del maltempo che li colse nei camini finali. Confidando nella loro bravura Karl Golikow, membro della cordata internazionale che aprì la direttissima all’Eiger nel 1966 e Otto Uhl affrontarono la Cassin con un abbigliamento leggerissimo, ma sottovalutarono troppo i pericoli che possono sorgere sulla parete in caso di maltempo. Più attrezzati di loro erano Siegfried Haufauer e Alois Ritter (duvet e sacco da bivacco). La parete era già bagnata quando attaccarono e quindi le cordate furono costrette a procedere lentamente. Tuttavia Golikow e Uhl conservavano intatta la fiducia di uscire rapidamente e arrivarono ad irridere i membri dell’altra cordata per le loro eccessive prudenze. Alle ore 14 erano tutti al secondo bivacco Cassin quando il tempo cambiò iniziando a nevicare. La ritirata da questo punto è praticamente impossibile e le cordate decisero di forzare l’uscita guidate da Golikow. Ben presto la temperatura scese drammaticamente e la progressione rallentò ulteriormente. A sera Haufauer e Ritter si prepararono per il bivacco mentre Uhl, semi assiderato, tentava di raggiungere Golikow al punto di sosta risalendo le corde con i nodi Prusik. Alle 11 di sera Haufauer avvertì un fruscio dietro le spalle, si volse e scorse Uhl appeso alle corde. Probabilmente, sulle corde ghiacciate, il suo autobloccante non aveva tenuto. Il giovane era così caduto raggiungendo la fine della corda dove si era arrestato col piede ancora nella staffa del prusik. Semi incosciente, Uhl fu aiutato dai due compagni che, a prezzo di grandi sforzi, riuscirono a riportarlo nel punto di sosta dove si trovavano; ma ormai egli era quasi congelato a causa dell’abbigliamento superleggero che indossava. Per tutta la notte le valanghe tormentarono gli scalatori e in quest’inferno di gelo il giovane Uhl moriva assiderato. La mattina successiva Haufauer e Ritter raggiunsero il punto dove si era fermato Golikow trovandolo in condizioni critiche. Seguì un’altra battaglia per la vita simile a quella che si era svolta su questa parete 35 anni prima. I due forzarono l’uscita verso lo spigolo Nord trascinandosi appresso Golikow ormai allo stremo. Una volta in cresta le condizioni non furono migliori, mentre Golikow sempre più spesso cadeva semi incosciente nel delirio. Alla fine la forte fibra dell’alpinista cedette mentre gli altri due, dopo essere stati costretti ad abbandonarlo, riuscivano finalmente a raggiungere il bivacco di vetta alle 23 e 30. Qui trovarono stipati altri nove alpinisti che avevano scalato lo spigolo Nord. Il mattino seguente con l’arrivo del bel tempo tre scalatori scesero al punto dove era stato lasciato Golikow trovandolo morto, appeso alla corda sul versante Nord-ovest.