Ricordo di Celso Ortelli

Annuario CAI Valtellinese 2010

Ultimo aggiornamento il: 08/05/2018 18:26:05


Ricordo di Celso Ortelli

PREMESSA

Per l'alpinismo valtellinese Celso Ortelli resta un pilastro. Non fu un grande rocciatore, ma senza dubbio fu fondamentale per la formazione di altri scalatori, dirigendo con enorme impegno e passione la Scuola di Alpinismo Luigi Bombardieri e per essere stato un vero precursore nel campo del soccorso alpino. Se non fece mai del VI° grado fu però protagonista di soccorsi vermente estremi come quello sulla parete Nord del Pizzo di Prata di cui spero di pubblicare presto la storia.

Caro Celso e così ci hai lasciato. Hai fatto tutto in fretta, ma è un po' il tuo stile e, se ben ricordo, me lo avevi detto: "un bel culpett e via, senza sta lì a fan tanti"… Però, insomma, sei stato fin troppo di parola e a tutti noi fa male sapere di non poterti più vedere, di non potere più ascoltarti. Ma forse, anche sapendo di lasciarci un grande vuoto, hai premeditato tutto, facendo in modo, così, che la tua immagine restasse cristallizzata nelle nostre menti come l'ultimo giorno in cui ciascuno di noi ti ha visto. E allora, passamela, se è così, quasi quasi ti vedo aleggiare qui fra noi con il sorrisino malizioso e sornione di chi ha fatto uno scherzo ben riuscito e se ne compiace. Ma forse questa tua dipartita veloce, quasi urgente, ha altre motivazioni, forse sei stato chiamato per organizzare insieme a Vera, Riccardo, Giorgio e tanti altri, un corpo di soccorso alpino celeste che possa trarre d'impaccio anime impigliate qua e là, fra inferno e paradiso. Perché del Soccorso Alpino tu sei stato uno degli ispiratori, una delle anime più attive: l'hai regalato a queste nostre montagne e, credo di poterlo dire tranquillamente, a tutte le Alpi. Sei stato un pioniere del Soccorso e per anni hai profuso passione ed energie per far crescere questo importante servizio in tempi in cui non c'erano elicotteri e mezzi speciali per intervenire sulle cime. Hai creato, o aiutato a creare, attrezzi, sistemi di salvataggio,  tecniche innovative. La tua sapienza in “nodologia” era, e resterà, leggendaria. Hai messo assieme un team di uomini che hai saputo guidare con fermezza e umanità in alcune delle più difficili e rischiose operazioni di soccorso che resteranno negli annali. Come scordare gli interventi pionieristici sul Pizzo di Prata o sulla parete nordest del Badile?  Magari anche con sistemi giudicati un po' accentratori e discutibili, hai tenuto in piedi l'organizzazione per consegnarla pronta ad affrontare i grandi cambiamenti che poi si sono verificati in questi anni. La tua esperienza era dunque insostituibile e preziosa anche nelle dimensioni ultramondane. Altrettanta passione, se non ancora maggiore, l'hai messa nella cura della formazione dei giovani e, infatti, io ti ricordo come il mio primo Maestro in quella scuola d'alpinismo che, negli anni in cui la frequentai, tu avevi portato a livelli di eccellenza in tutta Italia. Come scordarti mentre ci insegnavi a farci l'imbragatura coi cordini? O a fare una sicurezza degna di quel nome? Quello che ho imparato allora è ancora parte del mio bagaglio: pensa che quest'anno, facendo scuola ad un trio di ragazzotti, mi sono sorpreso a farti il verso usando una frase che spesso ci ripetevi: "in muntagna se ga de ves bun de tras fö di petul cunt un strefursin e dü muschetun e se ghe minga el strefursin se duperen i string di scarp…" Io l'ho detta in italiano perché ormai... la va inscì, però è il concetto che conta e quell'insegnamento è sempre stato una mattone fondamentale del mio alpinismo. Dietro quelle parole si cela tutta una filosofia, ma so che con te…  “l’è minga el cas de fa filosufii.” In quegli anni eri nel fiore dell'età e la tua figura di burbero e brusco uomo di montagna ci metteva un po' di soggezione. Però non ci volle molto a capire che quella era solo una scorza, un ghiacciaio, che copriva la realtà di un carattere buono, sensibile oltre misura e generoso. E il ghiaccio doveva essere ben spesso per difendere tutta quella tua umanità che, comunque, si intravedeva nei crepacci. Evidentemente, per quanto notevoli, le difese non bastavano e questo lato della tua personalità, in chi aveva imparato a conoscerti bene, ti rendeva ancor più simpatico. Dopo la Scuola Bombardieri, c'è stato un periodo in cui ci siamo persi di vista, ma il destino del Maestro è quello di vedere i suoi allievi abbandonarlo: se quello che ha trasmesso vale, resterà per sempre. E così in questi anni è stato per me un piacere riscoprirti e vederti ogni tanto alla mia porta per “fa quatro ciaceri”, per parlare di alpinismo e di montagna, per fare anche un po' di gossip sul nostro mondo. E ad ogni incontro vedevo che quel ghiaccio si stava ormai sempre più sciogliendo, come quello delle nostre cime, e sotto, non c'era uno sterile gandone, ma appariva l'Ortelli più vero, quello che, in realtà, tutti sapevamo esistere, anche se era celato. Caro Celso, te ne sei andato, ma per me sei sempre qui che giri come quando ci controllavi prima della scalata e se vedevi qualcosa che non andava, con fare brusco intimavi: "ti... fa su ben quel grupp..." E allora, prima di salutarti, anche se sono sicuro che non ce n'è bisogno, ti chiedo di ricordarti, ogni tanto, di passare ancora in rassegna questa cordata di terricoli e dare una controllatina ai nostri nodi, almeno finché ce ne sarà bisogno.

CELSO ORTELLI (ricordo scritto per l'Associazione KIMA)

A quasi un anno dalla scomparsa vogliamo ricordare oggi la figura di Celso Ortelli, antesignano del Soccorso Alpino non solo fra queste montagne, ma sulle Alpi. Alpinista attivo a cavallo degli anni 50 e 60 del '900, proprio in seguito alle sue esperienze, Celso si era reso conto che sulle cime valtellinesi, dal Cevedale al Badile, dal Bernina alle Alpi Orobie, il crescente numero di frequentatori portava anche ad un incremento degli incidenti alpinistici. Con altruismo e grandissimo spirito di servizio, Ortelli si dedicò quindi a rafforzare e migliorare il Soccorso alpino locale allora agli esordi. Mostrando notevoli doti organizzative Celso puntò tutto nel formare un gruppo di uomini preparati anche sulle alte difficoltà alpinistiche e nel migliorare tecniche e attrezzature in modo da renderli un efficace strumento di soccorso anche sulle più difficili pareti. Parte di questa sua ferma volontà era maturata durante i pionieristici soccorsi compiuti con i suoi uomini sulla remota parete Nord del Pizzo di Prata, 600 metri di granito in uno dei luoghi più selvaggi della Val Chiavenna. Durante questi interventi, resi estremamente faticosi dalla lunghezza dell'avvicinamento e dall'assenza di elicotteri, Celso aveva perfezionato le tecniche di calate e recupero con verricello e aveva studiato soluzioni nuove per render le operazioni più rapide ed efficaci. Questa esperienza gli fu assai utile durante il grande e complesso intervento di soccorso che la sua squadra affrontò sul Pizzo Badile, calandosi lungo la famosa parete Nord-est del Badile per centinaia di metri proprio grazie all'uso del verricello. Con i suoi collaboratori più attivi, Celso mise a punto anche diverse attrezzature fra cui una avveniristica barella smontabile e dotata di ruota anteriore per facilitare il trasporto degli infortunati lungo i sentieri. Esperienze e lungimiranza gli avevano anche fatto comprendere come la formazione tecnica fosse essenziale per chi andava in montagna. Prevenire invece di curare, cioè dare agli alpinisti i mezzi per essere superiori alle eventuali insidie della scalata. Così Celso profuse enormi energie e passione anche nel perfezionare la Scuola di Alpinismo del CAI Sondrio, portandola in breve ad essere una delle migliori in Italia. Oltre alle tecniche di scalata su ogni terreno, particolare attenzione era messa nell'insegnamento delle operazioni di sicurezza durante la progressione della cordata, dell'uso corretto dei nodi, delle tecniche di autosoccorso. Ai nostri giorni, con l'avvento dell'elicottero, il Soccorso alpino è profondamente mutato nelle strategie e nelle tattiche di intervento. Sicuramente è migliorato per il bene di tutti, ma buona parte di quello che è ancor oggi lo deve a persone come Ortelli e alla loro smisurata passione. Quel bagaglio di esperienze, quegli strumenti e quelle tecniche, oggi magari guardati con sufficienza come reperti del passato conservano ancora tutta la loro efficacia e ci auguriamo quindi siano conosciuti e tramandati anche alle nuove generazioni di soccorritori. Uomo semplice, carattere da burbero con il cuore d'oro, forse, Celso avrebbe potuto raccontare la sua vita e le sue imprese di alpinista, istruttore e soccorritore in un libro, ma uomini come lui sono anche fin troppo modesti e quindi le sue idee e le sue gesta restano, purtroppo, solo nei ricordi sempre più appannati di chi lo conobbe. Da sempre legata ai temi del Soccorso Alpino, in altre occasioni l'associazione KIMA ha commemorato personaggi come Vera Cenini e Giorgio Bertarelli, già amici e collaboratori di Ortelli, un pioniere che non poteva dunque essere scordato da noi.