PIZZO TORRONE OCCIDENTALE

ARTICOLO COMPARSO su ALP N° 61

Ultimo aggiornamento il: 14/05/2018 11:52:30


PIZZO TORRONE OCCIDENTALE

Doveva essere un gran bel tipo il conte Lurani Cernuschi. Amante degli agi come i suoi pari, era tuttavia riuscito a superare la tendenza alle mollezze per dedicarsi anima e corpo all'alpinismo. Anche lui come molti nobili dei tempo inseguiva gli inglesi che stavano facendo incetta di vette inviolate dovunque, sulle Alpi. Era giusto, per Dio, che anche gli italiani potessero cominciare a essere presenti in materia di Alpi e alpinismo, visto che il gioco si svolgeva in casa loro.
Il conte entrò nella mischia ben presto: non erano trascorsi che quindici anni dacché in vetta al Monviso, Quintino Sella e compagni avevano concepito il Club Alpino Italiano. Lui, il Lurani Cernuschi, apparteneva alla sezione di Milano, e gli venne dunque naturale ritagliarsi il campo di battaglia sulle vicine Alpi Retiche e per essere più precisi in Valle Masino.
Dopo la scalata al Monte della Disgrazia nel 1878, iniziò l'avventura del conte, il quale, colto da folgorazione, decise di dedicarsi allo studio e al rilevamento topografico di tutta la regione. Fatta esperienza con l'ascensione al Pizzo Porcellizzo ed al Cengalo e munitosi «... di lastre fotografiche Monckoven al gelatino-bromuro d'argento nonché di un…"cleps" piccolo modello (Officina Filotecnica Salmoiraghi) per le misurazioni.», iniziò il suo lavoro. E non si creda che non ci mise dell'impegno e della serietà. Pur conscio di operare da dilettante, egli prese tanto a cuore la cosa che le sue "quote" furono per moltissimi anni un punto di riferimento per gli estensori di guide e carte della regione. Della vita di topografo dilettante ci ha lasciato una gustosa descrizione in un breve scritto monografico e sebbene c'entri poco con il Pizzo Torrone Occidentale credo valga la pena di riportarla. «Si parte a un'ora prestissima del mattino, spesso nel cuor della notte; ogni fermata di riposo è avvelenata dal dubbio di arrivare troppo tardi sulla cima, quando le nebbie avranno cominciato a levarsi. Giunti alla vetta, se anche non vi trovate completamente avvolti nella nebbia, come mi avvenne sul Corno Bruciato, è però frequente il caso che questa vi cagioni lunghi perditempi nascondendovi, si direbbe a bella posta, proprio qualcuno dei segnali più importanti, o che vi tocchi litigare, fors'anche per delle ore intere, con una bolla di livello indocile, il che è davvero il colmo dell'impazientante! Anche quando il tempo sia splendido, il lavoro non è troppo divertente; e mentre le guide a loro bell'agio mangiano, dormono e fumano comodamente sedute, il povero topografo è sempre là in piedi o penosamente chino presso il suo strumento, occupato nell'eterna vicenda dei collimare, dei leggere, e dei notare, e solo dopo ore ed ore di questa fatica, colla testa in fiamme e l'occhio iniettato, può disporre di pochi minuti per ingoiare in fretta un boccone prima della partenza».
E dal protagonista passiamo ai fatti.
Il Pizzo Torrone Occidentale (3349 m quota Lurani) è situato in uno degli angoli più reconditi della Val di Zocca, una laterale della Val di Mello; senza dubbio fu questa sua posizione che contribuì a farne una delle ultime grandi vette ancora da salirsi nel Masino. A dire il vero il Lurani fu dapprima attirato dal ben più evidente Torrone Orientale ma « ... durante le mie misurazioni dalla Cima di Prato Baro (5 agosto) collimando col cannocchiale del cleps il P. Torrone, non potei trattenere un grido che fé destare di soprassalto le mie guide, i due Fiorelli, tranquillamente distesi fra le rocce e addormentati al sole... Un ometto scorgevasi su quella cima, indiscutibile segno della presenza dell'uomo».
Fu così che si decise allora di tentare l'altro Torrone, quello occidentale.
La comitiva, composta da Lurani, dai signori Albertario e Lavizzari e dall'inseparabile guida Antonio Baroni, si mise in marcia alle dell'11 agosto 1882 partendo dall' Hotel dei Bagni Masino. Il conte e il Baroni erano vecchi compagni di scalata avendo compiuto assieme le ripetizioni alle salite di Badile, Cengalo e Disgrazia per citare solo le maggiori.
La guida Antonio Baroni era di Sussia, frazione di S. Pellegrino ad era stimatissimo soprattutto per il suo fiuto eccezionale nel trovare la via più facile di salita. Fu infatti il Baroni, durante le sue salite con Lurani a individuare le vere vie normali alle montagne citate, quelle che ancor oggi percorriamo. Del Baroni o meglio, del Toni, troviamo un breve ritratto nella monografia di Lurani: «Non soltanto è un grimpeur di rocce eccezionale, ma possiede anche una grandissima conoscenza dei ghiacciai e delle nevi... La sua sicurezza è tale che finisce per ispirare una cieca fiducia nel touriste, ed io, per mio conto, non ricuserei di tentare qualunque più disperata impresa alpina coi suo concorso. Baroni ha veramente l'istinto della montagna e in un attimo sa giudicare della praticabilità, di un passo, sa trovare la via per conquistare una difficile vetta…. La migliore combinazione per un'escursione in Val Masino è di fissare un ritrovo a Morbegno dove Baroni giunge in una giornata e mezza di viaggio per la Val Brembana e Passo San Marco».
Ma torniamo ai nostri eroi che, salutati come una volta si sapeva fare, fra
l'ammirazione delle dame presenti all'Hotel dei Bagni di Masino, scesero a San Martino dove caricarono…. «... delle provvigioni e delle cassetta fotografica un certo Croce, uomo di età piuttosto avanzata e che si mostrò durante tutta l'escursione incapacissimo come porteur».
Si inoltrarono quindi in Val Mello dove persero clamorosamente il sentiero che saliva in Val di Zocca. Convinti di ritrovarlo più in alto, ingaggiarono una furibonda lotta col bosco, che li tenne impegnati per parecchio tempo. Il risultato fu che sette ore dopo la partenza non erano ancora arrivati a 2000 metri, sebbene il sentiero fosse stato infine trovato.
All'Alpe Zocca si concessero una pausa, ma senza sfruttare le baite, delle quali il conte aveva una certa repulsione: «Il pernottare nelle baite va annoverato, salvo poche eccezioni, fra le difficoltà che presentano le escursioni di val Masino! Il sudiciume di quei tuguri è indescrivibile: la loro costruzione inaccurata perché affatto precaria, lascia libero ingresso alla pioggia, alla neve, al vento; e questi inconvenienti lungi dall'essere in parte compensati dalla cordiale ospitalità che s'incontra con tanta compiacenza in altre parti delle Alpi nostre, sono resi più gravosi ancora dall'egoismo, dalla grossolanità e dall'indiscrezione degli abitatori...».
Ripresa la marcia, i cinque guadagnarono rapidamente quota, portandosi alla base della grande placca basale della parete sud-sud-ovest che a dire dei Baroni era salibile agevolmente.
L'astuta guida aveva infatti individuato nell'impressionante muraglia un punto debole, un camino-canale che saliva sinuoso fino ai nevaio soprastante. Lasciato il Croce a guardia dei materiali, gli altri iniziarono la salita giungendo in breve a metà dei canale-camino.
« ...così giungemmo allegramente sin verso la metà dei camino, dove esso comincia a piegare a sinistra, diventando perpendicolare. Baroni va in esplorazione e tornando ci consiglia di abbandonare il camino e prendere a destra per la piodessa liscia. Questo tratto è il più difficile dell'ascensione e lo eseguisco prima io solo coi Baroni legato seco lui alla corda e provo una ben viva emozione strisciando su quelle piode tanto più difficili che sul Badile...». Baroni scese poi a prendere gli altri e fu costretto a ripetere la stessa manovra ancora più in alto finché, ripartito da solo per una ricognizione, poté tornare con la notizia che la gran placca era ormai superata.
Lavizzari, non si sa se più stremato o impaurito, decise di fermarsi sul ciglio dei nevaio appena raggiunto, mentre Lurani e Albertario seguirono il Baroni che «...sale direttamente in mezzo al nevaio». «Era una buffa situazione la nostra, mentre privi dei bastoni, salivamo per l'erto campo di neve obbligati ad ogni istante ad aggrapparci colle mani immerse nel gelido strato, per non perdere con una sdrucciolata il frutto di tanti passi faticosi... Arrivati che fummo in cima al nevaio, noi due sediamo fra le rocce coi piedi nella neve e... dormiamo, mentre Baroni va per la terza volta ad esaminare la strada».
Alla fine, ancora una volta, il grande intuito della guida bergamasca fece uscire la cordata da un impasse resa ancor più grave dal perdurare della nebbia che impediva la visibilità della vetta. cavalcata la cresta spartiacque con la Val Torrone, gli alpinisti misero piede sul nevaio che a somiglianza di quello appena salito si trova in cima ad una bastionata di placche. In questo modo, poterono aggirare il torrione sommitale che da ovest era apparentemente inscalabile e toccare la vetta per facili rocce. Lasciata in uno spacco la classica bottiglietta contenente i nomi dei salitori, i tre presero la via dei ritorno.
Senza grossi problemi si riunirono al Croce e poi scesero in Val di Zocca; alle baite una contrattazione con «...tre sudici famigli, che per primo saluto ci chiesero prosaicamente la cicca» , permise al gruppo di ristorarsi con un po' di latte. Lavizzari e Albertario decisero di pernottare nell'alpeggio mentre il Lurani scese con la sua guida verso le comodità dei Bagni di Masino.
Si concludeva così, con questa ascensione, un capitolo dì alpinismo sui monti del Masino e con esso il lavoro dei conte Lurani Cernuschi.
L'itinerario è rimasto uguale a cent'anni fa, ed è questa la singolarità per cui ve io segnaliamo. Salite il Torrone pensando ai primi salitori, estraniatevi in quest'angolo remoto dal fluire dei tempo e forse, fra le pieghe della roccia riuscirete a raccogliere i richiami dei Toni Baroni ai suoi clienti: «cordaa, franco, destra, sinistra, avanti».