UN'INVERNALE DI RIPIEGO

Annuario CAI Valtellinese

Ultimo aggiornamento il: 13/05/2018 15:53:08


UN'INVERNALE DI RIPIEGO

Anche per quest'anno, il settimo, il sogno della N.E. dei Badile in piolet traction è svanito: troppo secco, colate quasi inesistenti. L'anno scorso sarebbe stato l'anno, ma c'era da risolvere il problema del Cengalo e quello aveva la precedenza. Al ritorno da una esplorazione in Val Bondasca, cominciai a pensare a qualche altra invernale di ripiego che però conservasse delle caratteristiche di avventura e difficoltà notevoli.
Con Camillo ammalato e Pietro con pochi giorni a disposizione, sfumavano le idee per la S.O. del Roseg e lo spigolo Negri all'Argent e non restava che la Cresta Corti alla Punta Scais.
Una invernale sulle Orobie poteva sembrare poca cosa, un vero e proprio ripiego, ma ancora non conoscevo il vero valore della salita che ci accingevamo a fare. In ogni caso ero contento di immergermi fra le montagne orobiche perché da sempre ne subisco il fascino: appaiono così lontane, imperscrutabili, selvagge. Ben pochi sono gli alpinisti che le frequentano soprattutto oggi che il trionfare delle mode tende a concentrare gli interessi nei massicci più famosi o sulle più comode falesie. L'alpinismo sulle Orobie, tranne sporadici eventi, si è invece arrestato agli anni trenta lasciando queste montagne a chi ha voglia di esprimersi attraverso vie nuove che possono avere tutti i gradi di difficoltà che cinquant'anni di oblio hanno lasciato (credo che sulle Orobie valtellinesi manchi addirittura una via dove sia stata usata l'arrampicata artificiale).
Così eccoci in marcia verso la meta prefissa, io, Pietro e i tre amici del Gruppo Cernie di Concorezzo: Flavio, Sergio e Pierfranco detto Razio. Accettiamo volentieri il loro aiuto perché, se come dice Desmaison, "un'invernale comincia anzitutto con un grosso sacco" noi la vogliamo fare iniziare il più tardi possibile.
L'ambiente orobico ci accoglie subito con più neve del previsto, molta di più che sulle Retiche. Si comincia quindi con disagio, su una pista mal fatta che arranca precaria e faticosa verso la Mambretti. La sosta di rito al rifugio è di breve durata, il tempo per uno spuntino, un'occhiata alla cresta che sembra in ottime condizioni e avanti di nuovo, ora senza pista. Abbastanza faticosamente, affondando nella neve ventata ci avviciniamo alla confluenza fra le morene dei ghiacciai di Scais e Porola. Ogni tanto nelle soste facciamo qualche valutazione sulla salita che ci attende: Pietro è ottimista e non posso dargli torto viste le ottime condizioni ma le sei, sette ore di media che le relazioni danno per una ripetizione estiva e quelle crestine innevate, nascoste lassù, in alto, mi fanno pensare che non sarà tanto facile.
A un'ora circa dall'attacco lasciamo le Cernie e ripartiamo un po' più carichi; penosamente saliamo affondando a volte fino all'inguine nei buchi prodotti dal cedimento della neve fra i sassoni della morena. Alla base della cresta non par vero di sgravarsi di un po' di peso e distribuirlo: i due cordini da 50 metri, qualche chiodo a testa, le imbragature, i moschettoni. Quasi camminando, iniziamo la prima lunghezza sulle rocce lisciate dall'antico ghiacciaio, ma ben presto la cresta si impenna e le difficoltà aumentano. Riusciamo però ad aggirare agevolmente i tratti innevati su rocce meno coperte arrivando alle fessure che portano sul filo. Una bella arrampicata, piacevole anche con scarponi e zaini, ci porta infine sul crinale che da qui diventa più facile. Inseguendo l'ultimo sole che colpisce il lato S.O. della cresta ci avviciniamo al primo torrione la cui base è raggiunta alle diciassette. I posti da bivacco sono infimi e se io, con lavori di smantellamento e riedificazione, riesco a farmi un posto decente, così non è per Pietro che si deve accontentare di una sorta di esigua cengia inclinata che lo farà penare tutta la notte, la lunga, lunga notte.
Siccome tutte le cose devono prima o poi terminare, dopo tredici ore finisce anche il calvario di Pietro e uno dei bivacchi più freddi che abbia mai fatto.
Una broda calda e poi, con gli arti ancora anchilosati, si riprende la strada; noi non lo sappiamo ma incomincia qui un'altra pena. Un alternarsi di creste, paretine, saliscendi, corde doppie, scavalcamenti, placche e ripidi tratti di misto ci impegneranno per tutta la giornata offrendo anche notevoli difficoltà tecniche su ghiaccio e roccia accentuate dalla precarietà di quest'ultima. Ma il tempo magnifico e un altro eventuale bivacco non spaventa più di tanto, in ogni caso sarebbe meglio evitarlo.
All'imbrunire una serie di corde doppie ci permette di raggiungere il vallone di Scais da dove, con le pile frontali ci dirigiamo verso la Mambretti. Sarà una lunghissima discesa, nella neve inconsistente, fra blocchi ricoperti da un lieve e insidioso strato di neve che cede improvvisamente sotto il nostro peso. Tre ore di faticoso cammino per lunghi tratti fatto a scivoloni, a cadute e a imprecazioni. Una volta raggiunte le piste del giorno prima tutto diviene più facile anche se il rifugio è ancora distante; già pregustiamo il riposo nel locale invernale che, anche se sarà umido, non sarà certo come il bivacco della sera precedente.
Stanchi morti arriviamo infine alla Mambretti ma ci pare quasi di svenire quando ci accorgiamo che fuori dal locale invernale c'è una decina di bastoncini da sci. Ma è solo un attimo, visto che la porta è chiusa vuol dire che c'è qualcuno nel rifugio, vuol dire caldo, acqua e cibo. Infatti nel rifugio troviamo una comitiva salita per passare il capodanno e con questa clamorosa botta di fortuna che mi ricorda molto quell'altra avuta sempre con Pietro al ritorno dalla salita al couloir del Legnone, termina la nostra invernale di ripiego. Ma la si può definire tale visto che mi ha impegnato più della parete N.E. del Cengalo?