Quattro pareti inviolate

Ultimo aggiornamento il: 13/05/2018 15:29:06


Quattro pareti inviolate

Cima Viola parete Sud

Ancora nel 1977, in alta Val Grosina, in uno dei recessi più nascosti delle nostre montagne, c'era una parete alta quasi seicento metri che attendeva di essere salita. Qualche anno prima avevo fatto parte di una numerosa cordata composta da Antonio Boscacci, Riccardo Canova, Enrico Cometti, Piero Della Vedova e Mario Mevio, che aveva prodotto un primo assaggio. Attaccammo più o meno in centro parete, salendo al fianco di una compatta parete rossa, ma dopo un paio di tiri capimmo di essere in troppi. Da quel giorno la Cima Viola ha iniziato ad essere un problema….. per me. Il corteggiamento è stato abbastanza lungo, l'ho spiata d'inverno, l'ho scrutata di profilo esaltandomi della verticalità dei suoi muri finali, ma solo nel 1976 compimmo un primo tentativo. Con l'amico Sandro Cometti raggiungemmo il lunare altopiano che si stende ai piedi della parete, macchiato dalla verdognola pozza del Lago Saoseo. Schiacciati dalla muraglia incombente bivaccammo ai suoi piedi confidando nel tempo, che pareva buono. Durante l'avvicinamento mi ero fatto un'idea su dove attaccare e sulla linea da seguire; quindi, al mattino, col primo sole, uscimmo dai sacchi a pelo decisi all'avventura. Una gragnola di sassi luminosi si scaricò dalla parete ancor prima che la toccassimo. Che fosse un segno premonitore?
Nel frattempo veloci nuvolette si misero in cielo e ben presto altre s'adunarono. Se anche avessimo avuto dei dubbi tanto bastò a farci tornare: piovve sul sentiero e piovve per qualche altro giorno ancora.
Passai l'inverno in cerca di possibili compagni per l'impresa, ma raccolsi più derisioni che adesioni. "Con tutte le belle pareti che ci sono vuoi portarmi su quell'ammasso di ghiaia verticale?", questo era più o meno il senso di tutte le risposte. Io ci restavo un po' male ma poi lasciavo perdere: come si poteva giudicare una parete senza averla neppure vista?
Così ritrovai il buon "Cumet" (Sandro Cometti) che mi propose di aggiungere alla cordata suo cugino, Cesare Mitta, un parente di cui aveva una stima alpinistica sconfinata. Ancora una volta rividi la parete. Questa volta non dormimmo ai suoi piedi, ma in una porcilaia all'alpe di Tres; poi, di notte, su per il ripido costone che difende l'altopiano ghiaioso e via verso la parete. Faceva un freddo bestiale, e si era in luglio, ma il tempo era perfetto. E così salimmo o forse dovrei dire salii tanto ero concentrato e preso dalla realizzazione. Non credo di avere avuto un secondo d'indugio durante tutta la via, il percorso s'apriva come d'incanto davanti a noi. Facile, difficile, diedro, placca, muro, diedro, strapiombo, chiodo, fettuccia….. Fu una salita incredibile, fra i mille colori del solido gneiss della parete, una corsa su per il grandioso diedro finale che in onore del bivacco battezzammo col roboante nome di "Gran diedro della scrofa", un viaggio dentro un mondo sconosciuto, ma amico. Dopo una dozzina di ore, il ventiquattresimo tiro di corda, serpeggiante fra alcuni strapiombini ormai in ombra, ci riportò col viso al sole e in un tranquillo, radioso, tramonto, ci accingemmo alla lunghissima discesa.

Il Pilastro della Tranquillità versante Sud della cresta Est-nord-est del Pizzo Ventina 29/06/1979

Forse quel magnifico pilastro rosso l'avevo visto in una delle tante scorribande sul ghiacciaio del Ventina. Non si parlava ancora di concatenamenti, ma mi venne in mente che avremmo potuto benissimo scalarlo, scendere al bivacco Oggioni e salire anche l'inviolato couloir della parete Nord-est del Disgrazia. Confidai a Guido Merizzi il progetto trovandolo come al solito cautamente d'accordo. L'unica cosa sgradita, ma che dovemmo accettare, era che, per onorare testardamente il progetto, avremmo dovuto salire quelle solide rocce stracarichi, con picche e ramponi. All'attacco, calzate le nostre scarpe da ginnastica, iniziammo l'avventura. La scalata fu bellissima, elegante e su roccia ottima: un magnifico serpentino rosso e rugoso come spesso le pareti della Val Malenco sanno offrire. Ho vaghi ricordi degli aspetti tecnici. Ricordo qualche tiro difficile all'inizio e poi un grande camino strapiombante che ci fece approdare sulle assolate placche sommitali in un ambiente sonnacchioso e solare che ispirò il nome con cui battezzammo il pilastro. Fu forse quest'atmosfera pacifica e un po' irreale che ci fece gradualmente passare dalla "tranquillità" alla pigrizia. Sulla cima del pilastro ci guardammo un po' attorno e ci rilassammo se possibile ancora di più; tutt'attorno il silenzio magico dell'alta montagna interrotto solo da qualche scricchiolio e dal mormorio delle acque di fusione. Una rapida e quasi muta consultazione ci portò a concludere che per quel giorno s'era fatto fin troppo. Eravamo paghi della salita. Perché andarsi ancora a "rompere le corna" sulla cresta Est-nord-est, che sebbene facile ci riservava una lunga cavalcata? Il tempo di pensare questi pensieri e già l'occhio frugava curioso in cerca di una possibile via di discesa. Giù di lì, che forse non si fanno neppure delle doppie. Zig zag, su e giù, ma sempre più giù, finché eccoci ad un salto maligno che per soli quindici metri ci privava del gusto di non usare le corde. La cengia sottostante come una sentiero intagliato, ci depose sulla fredda superficie ghiacciata del canalone della Vergine. Il canalino del Disgrazia poteva ben attendere. Purtroppo due mesi dopo, una folta cordata d'illustri partecipanti ad un corso Guide alpine risolse il problema.

Monte Legnone: canalone Nord-ovest 1981

Il Legnone cominciò ad entrarmi in testa passando e ripassandoci sotto col treno quando andavo all'Università. La sua parete Nord-ovest, alta circa 1700 metri è veramente imponente e al tempo stesso elegante. Se vogliamo, l'unica sua pecca o stranezza è che inizia a 900 metri, per finire a 2600; ma il grande canalone che la solca quasi per intero crea un micro ambiente staccato che la rende oltremodo selvaggia e molto "alpina". La linea del canalone era evidente, e la scoperta che d'inverno era solcato da un flusso di cascate di ghiaccio cominciò a far nascere in me l'idea della salita. Così, con l'amico Chicco Fanchi, compii una prima esplorazione per capire come si facesse a raggiungere la base dell'eventuale salita. Fu una giornata con risvolto patetico: la presuntosa e romantica idea di entrare in un lungo magico ed inesplorato, s'infranse all'attacco, con la scoperta di un pezzo di tubo di gomma. La mazzata definitiva la diede un comodo sentiero che arrivava fin lì e che noi non avevamo visto.
Ero da poco partito militare e non ero allenatissimo; tuttavia l'inverno era veramente propizio. Passando per l'ennesima volta in treno, vidi il couloir completamente ghiacciato e la parte alta della parete abbastanza spoglia di neve, segno che non c'era pericolo di slavine. Non ricordo come arrivai a contattare Pietro Scherini, ma lo trovai molto interessato alla sfida. Inoltre aveva appena salito la remota via Klucker alla Punta S. Anna e l'allenamento non gli difettava certo.
Arrivammo all'attacco alle prime luci e c'infilammo in una vorticosa serie di scivoli stretti fra lisce rocce levigate: bellissimi. Poi uscimmo dal vortice per approdare su terreno un po' più aperto, ma viaggiavamo sempre racchiusi nelle pareti del canale, che solo ogni tanto ci facevano scorgere qualcosa dell'esterno. La presenza di numerosi salti discontinui ci indusse a scegliere una progressione di conserva, piazzando di volta in volta qualche protezione e sostando solo per riprendere fiato. A sera giungemmo in un tratto semi pianeggiante intasato di neve che precedeva il "secondo verticale", l'ultimo ostacolo serio della parete. Prima di coricarci riuscii a fissare una corda sul ripidissimo salto e il giorno dopo, fatta una rapida colazione, in pochi minuti mettevamo piede nel grande canalone adagiato, alla base della rocciosa parete sommitale. Su e su senza arrestarci, sperando d'imboccare sempre il canale giusto, su nevai, terreno misto, neve, ghiaccio, per ore e ore. Una protuberanza carezzata dall'ultimo sole dorato ci permise di sostare per un te e poi via di nuovo a testa bassa, io con attaccata alle spalle una corda che avevamo deciso di non usare e che mi seguiva come una coda di cinquanta metri, ormai rigida dal gelo. Finalmente, assetati e stanchi toccammo la cresta Est poco sotto la cima ed in fretta divallammo sul lunghissimo sentiero della via normale, Laggiù le luci dei Roccoli Lorla promettevano calore e ristoro, ma erano lontanissime. Arrivai ai Roccoli tanto speranzoso quanto stanco e potete immaginarvi la delusione alla scoperta che le luci delle strade erano accese, ma il paese, fatto di seconde case, era disabitato. Assetatissimi cercammo di forare il ghiaccio di un laghetto presso un piccolo parco giochi. Mi ricordo ancora il Pietro che si trastullava sulla giostra mentre io piccozzavo la coriacea crosta in un vano quanto patetico attacco. Persa anche quest'ultima speranza prendemmo la strada verso valle e decisi di liberarmi dello zaino e degli scafi degli scarponi: sarei venuto su il giorno dopo a prenderli, con l'auto. Camminare nella notte gelida sull'asfalto non fu divertente e già m'aspettavo di farmi tutta la dozzina di chilometri che ci separavano dal primo centro quando ad un tornante, come una magia comparve, illuminato di calda luce, il "Ristorante Capriolo". Fu quasi come un premio calato dall'alto da qualche Dio soccorrevole al quale, sono sicuro, entrambi silenziosamente brindammo ringraziando.

Ortles parete Nord-ovest

L'inverno 1988/89 fu particolarmente secco. Subito ne approfittai con Pietro Scherini per fare la seconda ascensione invernale della lunga e solitaria cresta Corti alla Punta Scais: un'avventura magnifica e particolare, come te la possono solo regalare le selvagge cime delle "nostre" Orobie. Poi, per un mese, mi misi in letargo, forse avevo da lavorare, non ricordo. Come non ricordo perché e come arrivai a scoprire che la grande parete Nord-ovest dell'Ortles non era mai stata salita. Un'occhiata a quattro o cinque foto e la via era già tracciata, almeno sulla carta. La parete ha un dislivello di circa 1400 metri e presenta una prima parte molto facile, direi uno zoccolo, che porta in un grandioso anfiteatro sovrastato da un impressionante seracco che lo sbarra per tutta la sua ampiezza. A sinistra una cascata intagliata nelle rocce friabili e poi un canale di ghiaccio permettono di aggirare il colossale muro bianco per accedere ai pendii superiori. Questa volta trovai un fraterno compagno in Eraldo Meraldi. Si era, mi pare, ai primi di febbraio ed il Passo dello Stelvio era ancora transitabile. Così con l'Eraldo che mi narrava l'impresa di Coppi sugli stretti tornanti che salgono da Trafoi, raggiungemmo le Tre Fontane. A piedi salimmo al rifugio Borletti e poi, secondo uno stile ormai collaudato nella fortunata prima salita alla parete Nord-est del Cengalo, via di seguito, senza soste: sul ghiaccio si va anche con la pila frontale. Senza particolari difficoltà superammo per lo zoccolo e una breve corda doppia ci depose nell'anfiteatro che porta ai piedi della cascata. Il vento stava salendo preannunciando bufera e arrampicando nel canale della cascata fui spesso sfiorato da sassi grandi e piccoli staccati dalla sua violenza. Una sosta con un friend e un chiodo da ghiaccio e poi via, fuori dalla cascata; una breve pausa nell'unica macchia di sole che per un attimo ci sfiorò, e poi su per il canale di ghiaccio. Ormai eravamo fuori dal rischio di crolli del seracco che comunque ogni tanto scricchiolava. A sera arrivammo alla crepaccia che segna l'inizio dei pendii sommitali e che ci offrì un comodo bivacco al riparo dal vento.
Il giorno dopo ci accolse la classica "alba livida" di tanti racconti eroici. Il vento portava il classico "sottile nevischio". Classicamente ci rimettemmo in marcia con fatica per superare gli ultimi ripidi pendii. Meno classicamente lasciammo perdere eroismi di vetta e giunti sulla via normale, ci buttammo verso valle. Al colletto roccioso dopo la paretina attrezzata con corde fisse, abbandonammo la normale per scendere a sinistra lungo un canalone-rampa che, lambendo il piede della nostra parete, ci fece tornare al Borletti e poi a casa. Il giorno dopo o giù di lì, credo, la neve cominciò finalmente a cedere.