L'Alpinismo sulle Orobie Valtellinesi 1876-2011

A Ercole Martina

Ultimo aggiornamento il: 13/05/2018 15:22:56


L'Alpinismo sulle Orobie Valtellinesi 1876-2011

PREMESSA

Nell'accingermi ad inquadrare storicamente l'alpinismo sulle Alpi Orobie valtellinesi mi sono trovato di fronte a non pochi dubbi. L'intenzione era limitare il campo al versante valtellinese, ma nel farlo dovevo parlare solo dell'attività dei nostri conterranei o dovevo estendere il lavoro a quanto fatto dagli alpinisti “forestieri”?. Come comportarmi con le vette poste sullo spartiacque con la Bergamasca. Dovevo osservarle solo da nord fermandomi sul confine o dovevo considerarle in toto? L'estensione della catena creava poi un terzo quesito: come dovevo trattare questa storia alpinistica? Dovevo agire indiscriminatamente citando tutto, anche le “imprese” su cime ben poco alpinistiche, o dovevo concentrarmi sulle salite maggiori?
Alla prima domanda è stato facile rispondere: evidentemente una storia alpinistica delle Orobie valtellinesi deve prescindere dalla provenienza dei suoi protagonisti. Un po' più difficile è stato rispondere al secondo quesito, ma alla fine sono giunto alla conclusione che era più giusto considerare la montagna nel suo intero. Infine, decidendo di concentrarmi solo sulle imprese maggiori, mi sono potuto limitare alle due aree più importanti, quella del massiccio centrale della catena, dal Diavolo di Malgina al Monte Aga, e quello del Gruppo del Pizzo dei Tre Signori-Monte Legnone. Ciò mi ha permesso di non scrivere una mera sinossi e di rendere il lavoro forse un po' meno noioso per chi legge.
Ovviamente le poche importanti salite compiute al di fuori di questi confini sono comunque state trattate.
Cammin facendo mi sono anche reso conto che da nessuna parte esisteva un lavoro precedente su cui basarmi, anche se la vecchia Guida CAI-TCI “Alpi Orobie” e una recente monografia di ALP riportavano due cronologie di ascensioni che mi sono state di grande utilità. Per il resto si è trattato di confrontare dati, di frugare nei Bollettini CAI, nella Rivista Mensile, nei Notiziari del CAI di Bergamo e di Sondrio, in qualche libro. Spero che questo lavoro possa fungere da base per ulteriori approfondimenti e che stimoli chi lo legga a portare nuovi dati e informazioni preziose specie riguardanti l'alpinismo orobico moderno.
Un grazie particolare vada agli alpinisti bergamaschi Nino e Santino Calegari e ad Ercole Martina la cui recente scomparsa lascia un grande vuoto nel mondo della cultura alpinistica, specialmente in quella dedicata allo studio delle Alpi Orobie.

Il nodo montuoso principale della catena dal Diavolo di Malgina al Monte Aga

I pionieri

Rimaste al margine della grande epopea pionieristica delle catena alpina, le Alpi Orobie hanno conosciuto una storia tutta loro che si è evoluta innanzi tutto in una sorta di non dichiarata competizione fra l'alpinismo bergamasco e quello valtellinese. Le due correnti hanno sempre agito in maniera autonoma e, per molti anni, le pari difficoltà d'accesso dei due versanti hanno fatto sì che ognuno si sia occupato per lo più di esplorare il proprio versante. Solo in anni più recenti, con la realizzazione di strade di servizio agli impianti idroelettrici in alta Val Brembana, favoriti da accessi più comodi, i bergamaschi sono “penetrati” anche su versanti settentrionali colmando il vuoto lasciato da loro “rivali” e portando fra queste remote cime gli echi dell'alpinismo moderno. Più strade, più rifugi gestiti, consentirono nel tempo una capillare esplorazione del versante meridionale, mentre su quello opposto, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, si assiste ad un lento oblio che, salvo qualche rara eccezione, è proseguito almeno fino ad oggi. Molte esplorazioni furono tuttavia condotte partendo dal lato valtellinese. Ne sono un esempio quelle di Ercole Martina e compagni che con la moto giungevano in Val d'Ambria per poi restarvi diversi giorni eleggendo baite o fienili a campo base di queste spedizioni.
Se la prima parte dell'esplorazione orobica si svolse a 360 gradi, dal Telenek al Legnone, col passare degli anni, inevitabilmente, gli alpinisti concentrarono le loro attenzioni in particolare su due aree ben precise, quella attorno al Pizzo dei Tre Signori e quella del nodo montuoso principale che va dal Diavolo di Malgina al Monte Aga.
Sicuramente, data la facilità di accesso, moltissime vette anche importanti sono state salite da cacciatori, pastori e minatori, ma una storia dell'alpinismo deve fare riferimento solo alle ascensioni citate dalle cronache. Non sapremo mai chi ha messo per primo piede sul Pizzo dei Tre Signori, sul Legnone o sul Diavolo di Malgina, ma sappiamo benissimo che la prima importante ascensione alpinistica delle Orobie spetta al medico valtellinese Alessandro Rossi, il “dottor sücc” che, nel 1870 diede il via ufficiale all'esplorazione delle Orobie. Cinque anni dopo che, con la scalata del Cervino può dirsi conclusa la “corsa” alle maggiori vette alpine il Rossi raggiunge la cima del Pizzo del Diavolo di Tenda salendo dalla Val d'Ambria, per la Bocchetta di Podavite - o di Padavitt - e lo spigolo nord-ovest.
All'impresa del dottor sücc segue quella dei sondriesi guidati da Romualdo Bonfadini sul Corno Stella e poi ancora sul Pizzo Redorta per il versante ovest (F. Besta, C. R. Bonfadini A. Buzzi, L. Ginomi, G. Orsatti, A. Rossi). V'è però qualche dubbio se si sia trattato del Redorta o della vicina Punta di Scais, infatti, l'Alpine Journal riporta notizie assai laconiche e neppure cita il nome dei salitori.
L'attività dei valtellinesi si ferma a queste ascensioni e negli anni successivi l'esplorazione delle Orobie diventa appannaggio degli alpinisti della Sezione di Bergamo, animati da eminenti personaggi come Emilio Torri, Luigi Albani, Giuseppe Nievo, Antonio Curò. 
Nel 1876, con la guida Antonio Baroni di Sussia, il Torri, raggiunge la cima del Monte Torena dal Passo del Serio, quella del Pizzo del Diavolo di Malgina dal passo omonimo ed infine il Diavolo di Tenda superando la parete nord-nord-ovest. Per la parete sud-ovest la brava guida bergamasca porterà poi in vetta Luigi Brioschi, iniziando dal Passo di Valsecca e toccando anche la cima del Diavolino. Lo stesso Torri, nel 1877, sale in seconda ascensione il Pizzo di Coca con Antonio Baroni, cui spetta l'onore della prima assoluta in quanto, poco prima, aveva raggiunto la vetta in una escursione esplorativa fatta probabilmente per poi portarvi il cliente. Era questa prassi abbastanza comune fra le migliori guide del tempo; ricordiamo, ad esempio, che Christian Klucker e Martin Schocher scalinarono tutto il canalone fra il Pizzo Badile e la Punta Sant Anna per poi ripeterlo con il cliente il giorno successivo.
Mentre sulle vicine Alpi l'orografia assumeva ordine e precisione, sulle Orobie la confusione toponomastica era ancora all'ordine del giorno, sebbene i valenti cartografi dello Stato Maggiore Austriaco, ai quali va probabilmente ascritta la prima ascensione assoluta del Redorta, avessero cominciato a porvi rimedio. Per anni, ad esempio, la Punta di Scais fu erroneamente chiamata Punta di Rodes (o addirittura Porola). Ciò non scoraggiò di sicuro i pionieri orobici e il 3 febbraio del 1879, Luigi Albani, e Carlo Restelli con le guide Isaia Bonetti e Ilario Zamboni erano in prima ascensione invernale sul Pizzo di Coca, aprendo un nuovo itinerario lungo la parete ovest. Quasi nulla si sa di questa impresa che, considerando l'epoca, rappresenta comunque un notevole exploit. Il 4 settembre 1879, gli stessi percorrevano la parte superiore del crestone meridionale del Pizzo Redorta. 
Iniziata sul versante Brembano dal ricovero di Cà Brunone (oggi rifugio Baroni), la prima salita alla Punta di Scais fu invece effettuata il 3 luglio 1881, proseguendo sul lato valtellinese; autori dell'impresa i bergamaschi, Albani e Nievo con le guide Baroni, Bonetti e Zamboni. La leggendaria guida di Sussia trovò immediatamente la via verso la vetta scalando quello di destra dei tre canali che incidono la piccola parete sud-ovest, posta sotto la vetta. Pochi giorni prima, (30 luglio), nel tentativo di raggiungere la Punta di Scais dal Passo di Coca, la comitiva era anche sull'ancora inviolata Cima di Caronno.
Sul versante settentrionale, il più interessante alpinisticamente, restava da risolvere la salita al Pizzo di Coca, problema che si presentava assai arduo e complicato. La via di salita più logica era offerta dal bellissimo e ripido canalone che solca tutta la parete nord-ovest della più alta vetta orobica. Ad esso aveva guardato probabilmente anche Secondo Bonacossa quando con la guida Giovan Battista Confortola compì le prime salite al Pizzo Biorco e allo Scotes nell'estate 1887.
Finalmente, l'11 settembre del 1889, il valtellinese Antonio Cederna con la guida Antonio Baroni e il portatore Antonio Valesini di Ponte in Valtellina, riuscirono nella sospirata impresa. Ascensione di un certo rilievo tecnico per l'epoca, il canalone del Coca è diventata poi una delle maggiori classiche del versante valtellinese, anche se i cambiamenti climatici ne consentono oggi l'ascensione solo a fine primavera o inizio estate.
Il giorno dopo i tre “Antonio” salivano lo spigolo nord del Pizzo del Diavolo di Malgina e la punta occidentale delle Cime di Cagamei; il 17 settembre la formidabile cordata superava per prima la cresta nord della Punta di Scais. 
Sempre nel 1889 il socio della Sezione di Torino, Leone Sinigaglia, con il cugino Giorgio e la guida Baroni effettuava una breve ma intensa campagna esplorativa orobica: 12 luglio via nuova lungo la parete est del Redorta, 15 luglio terza salita alla Punta di Scais, dal Sinigaglia chiamata ancora “Punta Rodes (o Porola)”, 16 luglio prima salita alla cresta sud del Diavolo di Tenda (percorsa integralmente con il Diavolino da M. e L. Pellegrini e A. Cobelli con Antonio Baroni nel 1891).
In questi anni alcuni valtellinesi tornano nelle Orobie per dedicarsi all'esplorazione del massiccio principale e dei suoi satelliti, fra questi ricordiamo il valentissimo Antonio Facetti e il professor Bruno Galli Valerio. Nel 1891 quest'ultimo con R. Vitali e A. Ambria compiva la prima salita alpinistica alla Cima Soliva, poi, nel 1894, ecco la sua proficua campagna esplorativa condotta con la brava guida locale Giovanni Bonomi di Agneda. I due, che per lunghi anni costituirono un felice sodalizio, esplorarono il nodo montuoso del Pizzo Druet. Il 13 agosto 1894, raggiungevano la forse inviolata vetta occidentale del gruppo (oggi Pizzo del Druet 2868 m) lungo la sua parete nord-est, traversavano poi in cresta verso Est, raggiungendo le due vette delle Cime di Cagamei, per poi spingersi sulla vicina Cima di Valmorta anch'essa probabilmente mai salita in precedenza. 
La stessa estate Galli Valerio e Bonomi aprirono una via sulla parete sud-ovest della Punta di Scais, seguendo un canalino parallelo a quello percorso da Baroni durante la prima ascensione. Tale nuova via, nota come “canale Bonomi”, costituisce tutt'oggi una valida alternativa di salita alla vetta. Poco dopo, nel 1896, il Bonomi  con il fratello Vittorio - “che pare debba anche lui riuscire buona guida…” - condurrà il Principe Scipione Borghese lungo una traversata dal Redorta alla Punta di Scais aprendo un nuovo itinerario. 
Sempre nel 1896 (29 giugno), il valtellinese Facetti con una folta comitiva composta da Francesco Bertani, Giulio Clerici e Carlo Magnaghi, dal solito Baroni e dal portatore Serafino Bonacorsi, saliva il versante est della Punta di Scais, percorrendone il grande sperone. La salita, seppure non impegnativa, si svolge su rocce precarie e ha il notevole dislivello di 650 metri. Il bel canalone a sinistra dello sperone, quello che scende dalla Bocchetta di Scais, fu invece percorso il 14 luglio dallo stesso Baroni con Heinrich Steinitzer, primo segretario del Club Alpino Tedesco-Austriaco, che lo discesero dopo aver salito il Redorta e Scais. Secondo altri autori, i due seguirono il canalone che delimita a destra lo sperone orientale della Punta di Scais perchè, scendendo da questa, sarebbe la soluzione più logica. Tuttavia nell'articolo di Guglielmo Castelli sull'impresa del tedesco, si dice chiaramente che guida e cliente scesero dalla Bocchetta di Scais, percorrendo quindi il cosiddetto “Canalone Tua” il cui primo percorso è invece attribuito ai bergamaschi Enrico Lüchsinger e Bruno Sala nel 1919.
Qui vale la pena di spendere due parole sull'impressionante exploit dello Steinitzer che, in perfetto stile teutonico, cavalcando cime e temporali, dal 30 giugno al 14 luglio, partendo dal Grignone traversò tutte le Orobie salendone le cime principali: “Disegno vasto, e che, dato il tempo limitato e il desiderio di non lasciare nulla di notevole inesplorato, poteva offrire delle difficoltà per gli approvvigionamenti e per gli alloggi, se non fosse stata da un lato la robustezza e la temperanza dell'alpinista, che in 15 giorni, di cui uno solo di riposo, salendo, scendendo, arrampicandosi, camminò più di 100 ore, visse tre giorni consecutivi a pane ed acqua, e passò 5 notti in rifugi alpini e 4 in sudicie baite…”  (RM  1898 241-247). 
Nell'estate del 1897, il solito Baroni, che in quegli anni aveva già salito lo spigolo ovest-sud-ovest del Pizzo del Diavolo di Tenda, accompagnava su questa vetta Luigi Albani, Giuseppe Nievo e Angelo Camillo Richelmi, vincendone l'inviolata e bella parete est; il gruppo evitava la difficile parete basale che sarà superata solo il 1° settembre 1901 da Theodor Dietz, Hans Hellenson e Giovan Battista Robbiati.
In quegli anni le Orobie sembravano essere molto di moda tanto che numerosi furono gli illustri alpinisti stranieri che le visitarono, primi fra tutti Ludwig Purtscheller e Karl Blodig che qualche giorno prima dell'impresa di Baroni, Albani, Nievo e Richelmi, percorsero in discesa la prima volta la parete nord-nord-est del Diavolo di Tenda. Un'altra star del tempo a frequentare le Orobie è l'inglese Douglas William Freshfield che in qualche sua gita si fece accompagnare anche dal Galli Valerio.
Il 9 settembre 1899, Giovanni Bonomi con Carlo Abbiati, Guido Albertella e Alessandro Bossi (o Bosi) percorreva infine il canale centrale della parete sud-ovest della Punta di Scais, completandone l'esplorazione; sette giorni dopo, con il collega Lorenzo Marani di Antronapiana, guidava i signori Leopoldo Brocca e Guido Moretti nella prima salita alla Punta di Scais dal versante nord.
Sono imprese di mediocre contenuto tecnico, grandi scarpinate con qualche tratto reso ostico più dalla pessima qualità della roccia che da reali difficoltà tecniche, ma con queste le vie si chiude la prima fase dell'esplorazione orobica. Non passeranno molti anni che la catena, ed in particolare il suo nodo montuoso più importante, sarà oggetto degli interessi, non solo alpinistici, del maggiore studioso delle Orobie, il professor Alfredo Corti di Tresivio. Le sue prime scalate risalgono al 1903, con le salite solitarie alla Cima Tresciana (cresta nord; III° grado), alla Cima di Bondone, alla cresta est del Pizzo di Lag Gelt e con le Cime di Caronella raggiunte dal Monte Torena.
L'alpinismo stava crescendo rapidamente e col diminuire delle soluzioni più facili si puntava verso problemi tecnicamente sempre più impegnativi che richiedevano maggior bravura e preparazione. Le Orobie valtellinesi riservavano però ancora tantissime aree semi inesplorate, tantissime cime vergini, tanti itinerari che, pur essendo nuovi, non potevano essere certamente definibili di grande difficoltà. In molti casi ci si avvaleva ancora delle guide alpine come il celebre Giovanni Bonomi, ma anche il loro tempo stava per finire sotto l'avanzata del nascente “alpinismo senza guide”. Fra le cime ancora da salire restava l'evidente mole triangolare del Medasc, che domina la Val Vedello sopra Case di Scais, imponendosi per bellezza e severità. Il “problema” fu risolto nel 1906 da Giovanni Bonomi e Romano Balabio che ne percorsero lo spigolo nord-est e poi l'anno dopo ne fecero la traversata assieme ad Antonio Balabio, fratello di Romano, e Angelo Calegari 
Nel 1908 spicca per importanza l'impresa di Giuseppe Cederna e Antonio Valesini che vinsero per primi la cresta nord del Pizzo di Coca, “Uno dei tratti più grandiosi della linea orografica principale…”. In considerazione della cattiva qualità della roccia, sebbene le difficoltà siano modeste, la salita richiede esperienza e perizia ancor oggi. Lungo il facile sperone nord-est, salirono invece i bergamaschi Giuseppe Carioni e Guido Ferrari. 
Il vicino Dente di Coca, battezzato Punta Isabella dai suoi salitori, fu invece raggiunto per la prima volta il 26 luglio 1908, dai milanesi Antonio Castelnuovo e Gaetano Scotti.

L’opera di Alfredo Corti

In questo periodo, assieme alla nascente figura di Alfredo Corti si aggiungeva alla schiera anche Rino Rossi, forse il più sportivo degli alpinisti valtellinesi di quegli anni, destinato ad essere il secondo Accademico della nostra provincia. Per qualche tempo, Rossi si legò con il Galli Valerio, compiendo alcune ascensioni fra cui la prima salita alla parete nord-nord-ovest del Corno Stella: “Le prime rocce, di quarzo, sono erte e poverissime di appigli”. I due si ripeterono sulla Cima Tresciana e sul Pizzo di Faila, ma ben presto il giovane scalatore abbandonò l'alpinismo del Galli Valerio, forse per lui troppo facile, legandosi a compagni più ardimentosi come il milanese Antonio Balabio. 
Forse consigliato dal Rossi, nel 1913 si affacciava sulla scena orobica anche uno dei maggiori alpinisti italiani del tempo, l'infaticabile conte Aldo Bonacossa che con l'amico Carlo Prochownik salì la cresta ovest-nord-ovest del Coca per poi compiere la prima traversata da est a ovest della Cima d'Arigna. Dello stesso anno è la salita alla cresta sud del Pizzo Porola, ad opera dei fratelli bergamaschi Antonio e Carlo Locatelli. Ma le Orobie si stanno avviando a diventare il terreno d'azione privilegiato di Alfredo Corti che, a partire dal 1916, conoscerà ben poche soste. Nel 1916, con il padre Plinio e la guida Ignazio Dell'Andrino, l'alpinista supera la bella cresta sud-est del Pizzo di Scotes; nel 1920 con L. Redaelli, sale lo spigolone orientale della Cima del Lupo. 
Il 1921 è un anno propizio per i milanesi Antonio Balabio, Carla, Angelo e Romano Calegari e Gaetano Scotti che salgono il costolone nord-est del Monte Aga e la cresta ovest del Rondenino,compiendo probabilmente la prima assoluta di quest'ultima cima. Il 6 luglio dello stesso anno i cinque milanesi vincono anche il grande crestone ovest del Torrione 2626 o Torrione dell'Omo, posto all'inizio della cresta settentrionale del Pizzo dell'Omo (questa ascensione sarà attribuita successivamente a Longo e Giudici che la compirono il 23 settembre 1950, probabilmente senza sapere che era già stata fatta). 
Nel frattempo il Corti, con L. Redaelli, sale la cresta nord-ovest del Pizzo degli Uomini e compie la prima traversata dalla Cima della Foppa poi, col fratello Bruno è sul crestone nord del Pizzo del Druet e sulla cresta nord-ovest del Pizzo Cantolongo (parte alta). 
Il 30 luglio 1923, Enrico Lüchsinger, Francesco Perolari e Bruno Sala risolvono uno degli ultimi “problemi” del Pizzo di Coca percorrendo in prima assoluta l'elegante spigolo est, quasi 500 metri con passaggi fino al III° grado superiore. Gli stessi, il 20 agosto, supereranno i 400 metri della parete ovest del Monte Aga, L'estate successiva, il 15 luglio, gli stessi risolvono l'ultima incognita del Pizzo di Coca percorrendone l'elegante spigolo sud; anche se  aggireranno i tratti più ostici, oggi quasi ricercati dai ripetitori, il valore alpinistico dell'impresa è indiscutibile. Pochi giorni prima, il 1 di luglio, il terzetto cui si era unito Mario Bernasconi, aveva aperto una via nuova anche sul versante est del Pizzo Porola, “parete ertissima dall'aspetto fiero…” 
Il 21 settembre 1924, G. Caccia, Giulio Cesareni e A. Piccardi salgono la breve, ma non facile, parete nord della Cima Soliva, ingiustamente considerata di “scarso interesse” nella guida delle Orobie. Importante è anche la prima ascensione del crestone ovest-nord-ovest del Pizzo del Saltocompiuta in solitaria da G. Messa, una bella scalata che presenta difficoltà fino al III°  su un dislivello di 400 metri. 
In questi anni l'attenzione torna a rivolgersi verso il negletto gruppo del Druet che, fra il 1924 ed il 1925, viene completamente esplorato dal Corti. Nel 1925 il grande alpinista scala la cresta sud della Cima della Foppa con il giovane allievo Augusto Bonola e con lo stesso compie la prima traversata per cresta dal Passo della Malgina al Passo del Diavolo, impresa di tutto rispetto anche in considerazione della cattiva qualità delle rocce. Ancora Bonola e Corti traversano la Cima Tresciana. L'anno successivo, i due, accompagnati dal fratello di Corti, Bruno, vincono il canalone settentrionale dell'imponente parete nord della Cima della Foppa. Si tratta di una salita indubbiamente interessante sotto il profilo estetico, ma anche in questo caso si svolge su terreno estremamente precario e friabile. Con l'amico F. De Rosa il Corti sale poi il versante nord della vetta orientale di Cagamei (1926) e poi la parete nord-est della vetta occidentale (1927). 
Sempre nel 1926, il 22 luglio, Alfredo Corti e Augusto Bonola, compivano la salita integrale della lunghissima cresta nord-ovest della Punta di Scais. Si trattava di uno dei maggiori problemi alpinistici ancora insoluti nelle orobie Valtellinesi e di una ascensione di notevole portata visto il grande sviluppo e le difficoltà di alcuni suoi tratti. La cresta era parzialmente stata percorsa nel 1916 da P. Berizzi, G. Pellegrini e Bruno Sala nel solo tratto finale; i tre scesero dalla vetta massima e sul filo di cresta raggiunsero il Torrione occidentale o di Scais, calando poi sulla Vedretta di Porola. Fu in quell'occasione che… ”Per unanime decisione dei sottoscritti si chiamò «Cresta Corti» la nuova cresta traversata, per ricordare così nella montagna più nota delle Alpi Orobiche un comune amico e un vecchio appassionato conoscitore del Gruppo”. 
Nel 1930 troviamo ancora il Corti che, con i giovani allievi Giuseppe Fojanini e L. Foppoli, darà l'ultimo suo tocco all'esplorazione del massiccio, salendo la parete nord-est della Cima di Valmortache si eleva fra il Diavolo di Malgina e le Cime di Cagamei.
Ovunque sulle Alpi si assiste ad un proliferare di grandi e difficili vie nuove sia su roccia sia su ghiaccio: siamo alle soglie dell'epoca d'oro del VI° grado, ma le Orobie sembrano sospese in un'altra era, legate ancora al vecchio alpinismo dei pionieri. Alpinisti come Lüchsinger, Balabio o Calegari avevano provato a dare nuovi impulsi; tuttavia un po' per mancanza di grandi problemi, un po' per la non sempre buona qualità della roccia, le Orobie dovranno attendere ancora per diversi anni l'arrivo del VI° grado. Eppure qualche bella parete, anche di roccia solida, esisteva, soprattutto nel gruppo del Pizzo del Diavolo di Tenda, già in parte visitato, come abbiamo visto, dai Calegari e da Balabio.
Gli scalatori sono ormai sempre più preparati e pronti a maggiori cimenti; nell'estate del 1930, ecco dunque i bergamaschi Giulio Cesareni, Enrico Lüchsinger e Luigi Zaretti sulla grande parete nord-ovest del Pizzo dell'Omo. Fedeli ad un alpinismo classico, i tre scelgono il percorso più logico, seguendo in parte il grande canalone che solca la parete, tuttavia quest'impresa rompe il ghiaccio e prepara il terreno verso il nuovo alpinismo, quello che si stava affermando ovunque sulle Alpi e aveva i suoi campioni in Cassin, Comici, Carlesso, Gervasutti.
Nel frattempo le ultime creste orobiche ancora inaccesse sono facilmente esplorate: il 16 agosto 1931 Giulio Messa e Bortolo Bonomi, figlio di Giovanni, salgono la cresta ovest del Redorta e il 4 ottobre, grazie ad Alfredo Corti, Giuseppe Fojanini, Francesco Perolari e Giuseppe Pirovano, è invece vinta la pur facile cresta sud del Pizzo del Diavolo di Malgina.
Il 28 giugno 1932, Antonio Balabio, Angelo e Romano Calegari e F. Redaelli percorrono per primi il canalino nord-est del Pizzo di Coca, bella salita ma di pochissimo rilievo se paragonata all'ascensione che porterà il VI° grado nelle Alpi Orobie. Il 15 agosto, infatti, i fratelli bergamaschi Giuseppe e Innocente Longo, con Giovanni Cornago, riusciranno a salire la repulsiva, verticale e friabile parete nord del Dente di Coca. Ben allenati e determinati i tre impiegarono 7 ore e mezza per aver ragione di quegli orribili 350 metri di sfasciata verticalità, compiendo un'impresa di notevole valore alpinistico. Furono usati molti chiodi e in alcuni punti si ricorse all'arrampicata artificiale come su una “…placca di benigna verticalità, ma liscia assai, che richiede parecchi chiodi di sicurezza e di appiglio”, oppure sull'ultima fessura strapiombante dove “…il capocordata riesce con fatica a piantare altri due chiodi più in alto e, passativi i moschettoni, vi infila la corda; tenuto dai compagni riesce ad attraversare lo strapiombo, fruendo delle lievi irregolarità della roccia”. Concludono i Longo ”…eccetto gli ultimi tre chiodi tutti gli altri furono ricuperati. A parer nostro l'ascensione è classificabile nel 6° grado”. 
I due audaci e attivissimi fratelli periranno di sfinimento sul Cervino nell'estate del 1934, ma la loro salita apre finalmente le porte dell'alpinismo moderno nelle Orobie. 

Le moderne intuizioni del terzetto Fojanini - Gualzetti – Melazzini

In quegli anni, le attenzioni di molti scalatori si erano posate sulla armoniosa parete nord-est del Pizzo del Salto in Val Vedello: 400 metri di ottima roccia quasi verticale ed esteticamente di grande bellezza. Ci si era già avvicinato uno dei fratelli Messa, Giulio o Giuseppe (non sappiamo chi dei due poiché sulle relazioni è riportata solo l'iniziale del nome) nel 1925, scalando lo spigolo ovest-nord-ovest. Il problema viene però risolto il 10 settembre 1932 quando Giuseppe Fojanini, Attilio Gualzetti e Bruno Melazzini riescono nell'impresa. I tre aprono una bella via su roccia solida, con diversi passaggi in camino che, sebbene non difficili, rendono l'arrampicata varia e interessante con passi di III e IV° grado. Di G. Messa sarà invece la via, aperta in solitaria il 2 settembre del 1937, che percorre i canali delimitanti la parete sulla sinistra (III° grado).
Gli anni che precedono la Seconda Guerra Mondiale vedono un'intensa attività da parte dei sondriesi Bruno Melazzini, Attilio Gualzetti e Peppo Fojanini. Nel 1933, i primi due si dedicano proficuamente ad esplorare il remoto angolo di Val Vedello compreso fra la Cima Soliva e il Pizzo del Salto. Oltre alla cresta nord-ovest del Medasc, salgono così l'inviolato e semi nascosto torrione del Piz Cavrin per la parete nord (29 settembre 1933). Sebbene Corti, nella guida delle Orobie, lo definisca “di limitato interesse”, si capisce che la scelta dei due giovani si era posata su uno dei più evidenti problemi ancora da risolvere, sicuramente di una certa rilevanza visto che le sue pareti, ad eccezione del facile spigolo sud, hanno altezze fra i 500 ed i 250 metri.
Lo stesso anno, il primo di ottobre, Gualzetti e Melazzini con Attilio Ponti percorrono la breve cresta est del vicino Pizzo Gro e poi scendono per la cresta sud-ovest anch'essa mai percorsa.
Il 1935 è un anno d'oro per i tre del Pizzo del Salto che, dimostrando un notevole spirito esplorativo, s'avventurano fra le remote cime del piccolo nodo montuoso sito nel settore occidentale del gruppo orobico centrale. Quest'area presenta cime di scarso rilievo alpinistico, tuttavia, nel tratto iniziale del crestone spartiacque fra Val Madre e Val Tartano, si affacciano sulla Valtellina alcune interessanti pareti rocciose. Il 7 luglio, Fojanini, Gualzetti e Melazzini aprono una via sulla nord del Pizzo di Presio. Pochi giorni dopo, il 9 di agosto, i tre realizzano forse la loro più bella impresa precorrendo l'elegante cresta nord della Cima della Foppa. Così ne parlano i fratelli Calegari e Franco Radici nel loro bellissimo e utilissimo libro “Orobie”: “La salita della cresta nord-ovest, un susseguirsi di slanciati ed imponenti torrioni, offre un'arrampicata di notevole interesse… Una delle tante ascensioni compiute dalla cordata di Fojanini, Gualzetti e Melazzini, che, al pari di altri profondi conoscitori del versante Valtellinese delle Alpi Orobie, quali A. Corti, G. Messa ed altri ancora, contribuirono assai proficuamente alla esplorazione alpinistica di questo bellissimo versante delle nostre montagne.”
Dopo una lunga assenza di assenza rientra in campo anche il Corti che nello stesso anno sale il versante nord del Medasc col figlio Nello e la guida Oreste Lenatti; il “senza guida” tornava ad avvalersi di un professionista, forse perché, per ragioni anagrafiche, si sentiva un po' meno sicuro delle sue forze. Con il Lenatti e Nello, il grande studioso compirà una nuova campagna esplorativa nel corso dell'estate del 1935, salendo la cresta sud della Punta di Scais, lo spigolo ovest della Cima di Caronno, la sud della Cima d'Arigna, il canalone sud-ovest del Dente di Coca, il versante sud-est del Pizzo di Coca. Col solo figlio Nello aprirà invece una via nuova sul versante nord-ovest del Pizzo Gro.
L'8 settembre 1935, i fratelli Giuseppe e Giulio Messa salgono anche la quota 2496 della Cima Soliva. Nella guida “Alpi Orobie” questa ascensione è considerata una mera variante e ritenuta, sicuramente a torto, di scarso valore; i due si ripeteranno ancora nel 1937, vincendo la parete ovest della Cima di Caronno lungo il suo canalone centrale.  
Nel 1938 ancora Corti, con il figlio Nello, salirà la parte superiore della cresta nord-est del Pizzo del Diavolo di Tenda e poco dopo anche lo spigolo sud del Pizzo di Coca, aprendo una variante diretta che perfeziona e rende assai più interessante questa già bella scalata. 
In questo decennio veniva messa in cantiere la guida alpinistica delle Orobie che avrebbe dovuto essere pubblicata nel 1938, per la celebre Collana Guida dei Monti d'Italia del CAI-TCI. Ad occuparsene furono chiamati tre insigni studiosi della materia, Alfredo Corti, Bruno Credaro e Silvio Saglio. Al primo spettava il settore orientale della catena ed il suo massiccio principale, il secondo avrebbe illustrato il tratto compreso fra il Passo del Venina e il Passo San Marco, mentre Saglio si sarebbe dedicato al settore occidentale. Purtroppo, per svariati motivi, la guida non fu pubblicata secondo programma e la guerra fece ulteriormente slittare la sua edizione che  si ebbe solo nel 1956, con ben vent'anni di ritardo. Nonostante lo sforzo fatto nel dopo guerra per aggiornare il lavoro, l'opera, impostata secondo criteri certamente rigorosi, ma superati, era una sorta di fossile bibliografico quasi inutilizzabile.
Il compianto Ercole Martina, autore dell'importante «Addenda, corrigenda e aggiornamento al 1968 della guida “Alpi Orobie”», così si esprimeva in merito: “Il volume ‘Alpi Orobie’ di S. Saglio, A. Corti e B. Credaro, pubblicato nel 1957 per la collana della Guida dei Monti d'Italia, si è rivelato ben presto all'attento esame dei conoscitori di queste montagne lombarde alquanto antiquato e, oltre misura, ricco di lacune ed errori soprattutto per quanto riguarda il Gruppo centrale, cioè proprio quello che comprende le montagne più elevate e di maggior interesse alpinistico… Oltretutto, il concetto che pure mi trova consenziente secondo il quale ‘... gli itinerari alpinistici hanno valore quanto più si accordano a linee e caratteri della morfologia della montagna...’ (p. 184), non mi sembra una ragione sufficiente per escludere da una guida quegli itinerari che, percorsi con l'ausilio di mezzi artificiali e lungo tracciati non del tutto logici, debbono comunque esservi descritti con un risalto pari alla loro importanza alpinistica.
Anche la valutazione delle difficoltà appare, già per il 1957, spesso esagerata: è un'altra conseguenza del testo antiquato e, comunque, non sufficientemente aggiornato. In particolare, riaffiora sovente il superato concetto del «mal passo».
Inoltre, sarebbe stato forse opportuno indicare le difficoltà alpinistiche con i gradi della Scala di Monaco che, più obiettivamente degli aggettivi il cui uso non sempre è concorde precisano le difficoltà stesse.
Nel volume ‘Alpi Orobie’ mancano inoltre le indicazioni relative agli orari ed ai dislivelli di numerosi itinerari di indubbio interesse alpinistico. Gli schizzi, peraltro numerosi e di ottima fattura, sono perloppiù a carattere di veduta panoramica e non illustrano, perciò, le diverse vie di salita; mentre dovrebbero fotografare le varie cime ed i singoli versanti, riportando i tracciati dei principali itinerari descritti nel testo.”
A tutt'oggi manca ancora una nuova guida Alpi Orobie che porti ordine e un po' di modernità in questa catena quasi destinata, non lamentiamocene del tutto, a rimanere fuori dal tempo.

L’instancabile cordata Longo-Martina 

La ripresa dell'attività alpinistica del periodo immediatamente successivo la Seconda Guerra Mondiale vide assai attivi gli scalatori bergamaschi mentre, scomparsi dalla scena i Corti, i Melazzini, i Fojanini, i Gualzetti e i fratelli Messa, i valtellinesi risultano praticamente assenti. In parte tale lacuna può essere stata causata dal maggiore interesse che i valtellinesi ponevano nel versante retico, ma, probabilmente, la verità è anche che per un bel pezzo mancarono alpinisti curiosi e vogliosi di esplorare gli ultimi recessi delle Orobie. In aggiunta, metterei che il livello tecnico acquisito dai bergamaschi grazie alle loro falesie e ad un più aperto scambio di conoscenze alpinistiche, li poneva sicuramente all'avanguardia rispetto ai nostri e quindi maggiormente adatti ad affrontare gli ultimi problemi alpinistici della catena. In questo primo dopoguerra, particolarmente importanti sono le imprese condotte da Angelo Longo: il 5 luglio 1950, con Massimo Giudici, l'alpinista percorre il piccolo spigolo roccioso che fiancheggia a sud il ben più potente sperone (o spigolo) est, del Pizzo di Coca (540 m; III°, via a sinistra della Corti - it.117b Guida Alpi Orobie) arrivando in vetta lungo la cresta sud-est. Il 21 agosto, ancora Longo con Franco Tinarelli, si ripete sulla stessa montagna vincendo la scura parete est-nord-est dello sperone orientale e aprendo una via che la guida Alpi Orobie definisce erroneamente una semplice variante. Sempre in quell'anno, il 25 luglio, con il bresciano Ercole Martina, Longo vince i 600 metri dello spigolo est del Pizzo Porola, una bella scalata con difficoltà massime di IV° e in cordata con il solito Giudici e N. Monzini, il 2 ottobre, esplora con successo la remota parete nord-nord-est del Pizzo dell'Omo (370 m; IV°). Infine segnalo la via diretta alla parete est del Pizzo del Diavolo di Tenda aperta da Giudici e Longo il 4 ottobre (V°).
L'estate successiva, Longo prosegue la sua esplorazione del massiccio Coca-Redorta e, con Tinarelli, sale l'inviolato canalone est del Pizzo Redorta; erano tempi in cui questi canali erano sempre innevati e la salita fu compiuta, infatti, a fine estate, il 9 settembre. Il canalone, che chiameremo qui “Longo”, è oggi una classica dell'alpinismo invernale e costituisce una delle più belle vie classiche su ghiaccio del Redorta. Il 2 settembre 1952, la cordata Longo-Martina apre una via nuova sul lungo crestone nord del Pizzo Rondenino; si tratta di una delle più lunghe ascensioni su roccia delle Orobie che, se valorizzata a dovere, non avrebbe nulla da invidiare a tante vie classiche sulle vicine Alpi. Il 25 settembre dello stesso anno, Longo e Giudici si aggiudicano l'importante prima ascensione alla parete nord-ovest del vicino Pizzo dell'Omo, tracciando una linea di salita a destra della via Lüchsinger. 
Per il 1953 si possono segnalare la prima salita alla piccola, ma interessante, parete sud del Corno del Bondone compiuta il 3 ottobre da Martina e Tinarelli, approcciando dalla Val Malgina e la prima dei valtellinesi Lorenzo Giana e Sergio Mella alla parete nord-est del Pizzo della Brunone(400 m; probabilmente III° e IV°), con un itinerario non ben precisato. 
In questi anni la cordata Longo-Martina appare scatenata; nell'estate del 1954 i due tornano in alta Val d'Ambria dove, il 6 agosto, superano la turrita cresta nord-nord-ovest del Torrione dell'Omo(300 m; IV°); il 9 agosto aprono una nuova via sulla parete nord-nord-est dell'Anticima nord del Monte Aga, o Corna d’Ambria, percorrendo il grande canale-diedro sinuoso del suo settore sinistro e tenendosi molto a destra della via del 1921; il primo di settembre superano l'inviolato spigolo ovest dell'elegante Torrione del Salto. Il notevole sottogruppo montuoso che corona la Val d'Ambria era diventato una vera e propria mecca per gli esploratori orobici che, in pochi anni, fecero man bassa di tutti i problemi alpinistici più evidenti. In silenzio, Longo e Martina si erano ricavati uno spazio invidiabile ove praticare con tecniche e mentalità moderne un alpinismo ormai d'altri tempi. Il primo settembre dello stesso anno i due “forestieri” salgono in prima ascensione anche lo sperone ovest della cresta sud-sud-ovest del Pizzo del Salto. Il 19 settembre, l’instancabile Martina percorre in prima assoluta la remota cresta nord-ovest della Cima Tresciana segnalando difficoltà di III° grado. Divisosi momentaneamente da Martina, Longo prosegue imperterrito la sua serie di successi e l'1 settembre 1955, con Romano Mossini, scala la parete nord del Pizzo Rondenino, 500 metri, nel suo settore destro. Sarà una bella via di III° grado, su roccia buona, il cui attacco sarà poi raddrizzato con alcune lunghezze fino al V° grado da alpinisti sconosciuti.

Lezioni d’alpinismo orobico dei fratelli Calegari

Nel frattempo si affacciano alla ribalta altri scalatori bergamaschi fra i quali spiccano i fratelli Nino e Santino Calegari che, il 2 ottobre 1955, riescono nella bella prima ascensione dello spigolo e della cresta est-nord-est del Diavolino (350 m; IV°+).
Era inevitabile che una delle più impressionanti e belle muraglie orobiche attirasse ancora l'attenzione: sull'oscura e imponente parete nord del Rondenino “bisognava” tracciare una diretta alla cima. Ci pensano il 5 ottobre 1958 Santino Calegari e Nino Poloni, aprendo un itinerario non difficilissimo, IV° grado, ma che si svolge in ambiente isolato e selvaggio.
L'anno successivo, Nino Poloni e Mario Benigni salgono integralmente lo sperone nord del Rondenino, aggiungendo un'importante variante diretta d'attacco che completa in modo perfetto la via del 1952. 
Nell'estate del 1958, infine, Franco Radici e A. Armani aprono una facile via sulla parete sud della Cima d'Arigna, elevazione minore posta fra il Pizzo ed il Dente di Coca, seguendo lo sperone roccioso che delimita sulla destra il canalone salente alla Bocchetta d'Arigna (III°).
Nonostante tutta questa azione esplorativa, l'alpinismo orobico sembra faticare molto a trovare nuovi spazi d'azione, un po' per mancanza di terreni propizi, un po' per la spesso mediocre qualità della roccia che non invoglia certo a grandi imprese. Oltre a ciò si deve aggiungere che, spesso, molte linee che in lontananza appaiono belle ed eleganti, una volta avvicinate si presentano molto inerbite. Dopo queste ascensioni dovremo attendere ben cinque anni prima di rivedere delle novità sulle Orobie valtellinesi e sulla catena spartiacque. 
Il 27 agosto 1961, una nutrita cordata bergamasca composta da Nino e Santino Calegari, Andrea Bonomi, Elio Sangiovanni, Andrea Farina e Fabio Corti percorre l'imponente e lunga cresta ovest del Pizzo dell'Omo (600 m; III°) e l'anno successivo, il 16 settembre, gli stessi Calegari con Nino Poloni, Andrea Farina, Andrea Fanchetti, Mario Benigni superano l'evidente diedrone nord-est del Diavolino, aprendo una bella e difficile via con difficoltà massime di V°+. Nell'estate 1965, il 29 agosto,  gli alpinisti bergamaschi tornano in Val d'Ambria, con la salita compiuta da Santino Calegari e Andrea Farina sulla parete nord dell'Anticima nord del Monte Aga. La via si tiene fra la cresta nord-ovest ed il primo dei due grandi canali-diedro che solcano la parete e offre difficoltà fino al IV° grado.
Il 19 settembre è invece la volta di Battista Pezzini, Angelo Fantini e Sergio Pezzotti che aprono una breve, ma ardita, via sulla parete sud del Corno del Bondone (V°+).
Il 10 maggio 1966, Lorenzo Brissoni e Bortolo Micheli aprono invece una nuova via sul Monte Cadelle, superando la breve parete nord con una via di 180 m che presenta difficoltà di IV° grado.
L'1 settembre 1968, Santino Calegari, Andrea Farina e Augusto Sugliani aprono una bella via di stampo classico (III°) sull'inviolato spigolo ovest-sud-ovest del Diavolino. 
Interrompiamo un attimo la carrellata alpinistica per segnalare l’importante impresa compiuta fra il 6 ed il 16 maggio 1970, da Giuliano Dellavite, Angelo Gherardi e Franco Maestrini. Partiti da Ornica, i tre riescono nella prima traversata scialpinistica delle Orobie, percorrendo la catena da ovest a est e alternando tratti sul versante bergamasco a tratti sul lato valtellinese. L’exploit è particolarmente notevole vista la quasi totale assenza di posti di pernottamento, anche solo parzialmente attrezzati, lungo il percorso; molti bivacchi furono quindi effettuati in baite trovate a fine giornata. Per gli amanti delle sfide, sembra sia ancora da percorrersi, con gli sci ai piedi, il tratto di catena che va dal Passo di Coca alla Val Belviso tenendosi sul versante valtellinese, così come resta da farsi anche la traversata della Val Lesina. Quattro anni dopo, l’impresa fu ripetuta dagli stessi più altri cinque componenti e filmata dal cineasta Gianni Scarpellini.
Il 26 agosto 1970, Alberto Frassoni e Gian Luigi Monzani percorrono per la prima volta, la logicissima, cresta nord dell'Anticima nord del Monte Aga (340 m; II° e III°), tenendosi sul filo di cresta parallelo al quale, nel grande diedro sinuoso di sinistra, corre l'itinerario Longo-Martina del 1954. Il 14 agosto 1971, gli stessi esplorano per intero il lunghissimo crestone nord-ovest del Pizzo di Cantolongo in Val d'Arigna (il crestone era stato percorso solo nella sua parte alta da Alfredo e Bruno Corti nel 1921). Anche questa è una delle più lunghe scalate delle Orobie e presenta difficoltà contenute nell'ordine del III° grado e potrebbe diventare una grande classica della catena. 
Finalmente un nuovo interesse sembra scuotere anche gli alpinisti valtellinesi che, animati da giovani leve, cercano spazi d'avventura sulle Orobie dimenticate dai padri. L'8 giugno 1971, ecco una nuova via aperta dai sondriesi Antonio Boscacci, Renato Fanoni e Mario Mevio sull'inviolata e oscura parete nord del Pizzo 2338 m (350 m; V°). Questa bella cima, sita poco a ovest del Pizzo di Presio, non ha nome sulla carta IGM che riporta solo la quota, 2338 m; poco ad occidente si legge però il toponimo “Pizzo” che graficamente sembra riferito alla quota 2296 m tuttavia gli abitanti del fondovalle riferendosi alla quota 2338 m, la chiamano “el Piz”).
Il 12 settembre 1972, Gian Luigi Monzani e Alberto Frassoni aprono una nuova via sulla bella parete nord-est del Pizzo della Brunone (400 m; III° e IV°), che forse ha dei punti in contatto con la vecchia via di Giana e Mella del 1953.
Per qualche anno sembra che l'attività esplorativa cessi, finché nel 1977, ecco una nuova importante realizzazione sul lato bergamasco. Il 2 ottobre, gli infaticabili e insaziabili fratelli Nino e Santino Calegari “scoprono” la bella parete settentrionale di un'anticima del Redorta aprendovi una via. L'anticima - per la quale fu proposto il nome di Cima d'Avert 2616 m - affaccia verso il Lago di Coca una bella placconata compatta e verticale; la nuova via si svolge su splendida roccia, con difficoltà classiche, attorno al IV° grado e la salita, a detta degli stessi salitori, merita di diventare una delle classiche della zona. 
Gli anni '70 del 1900 appaiono decisamente poveri di attività importante e le nostre Orobieconoscono lunghi periodi di oblio anche se, in realtà ci sarebbero ancora molte belle imprese da realizzare sia d'estate sia d'inverno. 
Potremmo, infatti, cominciare citando le sono numerose le gite invernali condotte da Antonio Boscacci che sicuramente realizza molte prime salite scialpinistiche a vette delle Orobie valtellinesi. Nel 1980 lo stesso Boscacci con Mirella Ghezzi è protagonista di una traversata scialpinistica della catena dalla Val Gerola fino al Rifugio Mambretti. L’anno dopo, Giuliano Amonini effettua forse la prima discesa del lungo e selvaggio canalone di Val Malgina, oggi divenuto un “must” dello scialpinismo di classe. 
A dimostrazione di un notevole istinto alpinistico e di grande fantasia creativa, sono ancora i bergamaschi a risolvere un altro magnifico “problema” salendo integralmente il lungo e turrito spigolo est-nord-est del Pizzo del Diavolo di Tenda. L'8 ottobre 1983, Dario Rota e Nino Calegari riescono nella bella impresa che si sviluppa per oltre 700 metri, con difficoltà fino al IV°+. Con la Cresta Corti, lo spigolo nord del Rondenino, quello nord-ovest del Cantolongo e quello ovest del Pizzo dell'Omo, lo spigolo del Diavolo è una delle più lunghe ascensioni orobiche e sicuramente fra le più belle e appaganti anche per la buona qualità della roccia.
Novità sul ghiaccio e VII°grado: modernità nella continuità 
Nel frattempo, l'introduzione delle nuove tecniche di salita su ghiaccio suggerisce ai più creativi nuove linee di salita precedentemente precluse. Teatro principale di queste nuove imprese appare subito la grande parete est del Redorta, solcata da una serie di splendidi canaloni paralleli che, soprattutto d'inverno diventano terreno ideale per la piolet-traction. Iniziano le danze, Marino Giacometti, Antonio Camozzi e Paolo Fornoni che, il 28 aprile 1984, salgono il “Couloir fantasma” del Redorta. Il canale, 400 metri circa, percorre la zona centrale della parete, a sinistra del classico Canalone Tua, con pendenze massime di 85°.
L'anno successivo, il 7 settembre, gli inossidabili fratelli Calegari tornano alla carica e con Battista Scanabessi, percorrono in prima ascensione la parete ovest del Monte Aga, magnifica ed elegante architettura che piomba sulla piccola conca del Lago del Diavolo con un salto di 300 metri. La parete è formata da tre speroni divisi fra loro da due canaloni paralleli, inizialmente molto vicini, che in alto divergono dando l'impressione di una grande V. I bergamaschi puntano allo sperone di sinistra che, fra l'altro, termina su una vetta secondaria a ovest della cima: ne esce una bella salita su roccia buona con difficoltà attorno al IV°+. 
Mai sazi, nell'estate 1985, i due fratelli si “affacciano” in Val Vedello dove “scoprono” la rettangolare e oscura parete nord del Pizzo Gro, vasta muraglia ancora priva di vie. Il 9 settembrecon Dario Rota percorrono la parete aprendovi una via diretta, (400 m; IV°). L'anno successivo, la bella parete nord del Gro vede una nuova cordata impegnata nel tracciare una via di stile molto più moderno: Dario Rota, Giampietro Manenti, Mario Arezio aprono la via 'Claudio Carera' (IV°/V°, passaggi di A0). Ancora Rota e Arezio, il 6 settembre, hanno successo sullo sperone di destra della parete ovest del Monte Aga (8 lunghezze; IV°+).
Anche le assolutamente minori cime del gruppo del Telenek balzano timidamente nelle cronache alpinistiche quando, il 19 luglio 1986, due soci del CAI Bologna, G. Pedroni e P. Terenziani, aprono la “Via delle nuvole” sul Cornetto di Palabione (toponimo proposto). La linea, si sviluppa per 100 metri con difficoltà di III°+. 
Nel maggio del 1986 registriamo anche la prima impresa nota di sci estremo sulle Orobie: Antonio Boscacci e Luisa Angelici scendono il canalone nord-ovest del Pizzo di Coca dopo averlo prima risalito. Il 13 agosto 1987, sulla parete nord del Pizzo del Salto, forse la più bella architettura delle Alpi Orobie, Achille Nordera e Guido Riva tracciano la via del “Grande Diedro” o “Alessandro Ritter” (15 lunghezze con difficoltà massime di V°+; a detta di molti ripetitori si tratta di una via di notevolissimo impegno complessivo, al pari di molte più decantate vie delle Alpi). Il settore centrale superiore della parete, percorso da un evidentissimo diedro che porta quasi direttamente alla vetta, suggeriva, infatti, una linea logica ed elegante fra la via Messa del 1937 e la via Fojanini-Gualzetti del 1932. L'anno successivo la via fu ripetuta da Giuseppe e Guido Riva che l’attrezzarono completamente (i primi salitori avevano recuperato quasi tutti i chiodi), aprendo anche una variante che dal tredicesimo tiro di corda conduce direttamente in cima e rende completamente autonoma la via. La super direttissima a destra del “Gran Diedro” attende ancora i salitori.
Nella primavera 1987 si segnala anche una nuova via sulla parete est del Redorta, il “Couloir del sole” (IV° R - M4), aperta il 24 maggio dai bergamaschi Paolo Valoti e Franco Bordoni percorrendo il canalone che solca la parete parallelo a destra del couloir Longo-Tinarelli.
Nell’inverno 1987, Mario Vannuccini compie la prima discesa con gli sci del canalone ovest della Cima di Caronno trovando tratti a 50° di pendenza.
Nell’estate del 1989, N. Longhi e A. Caglioni aprono la via “Paola” sullo sperone sud del Pizzo del Diavolo di Malgina.
Alla ricerca di nuovi terreni d'avventura si spingono nelle Orobie anche i “vecchi” sassisti e per le loro prime esperienze scelgono la Val d'Arigna. Durante una gita, Giuseppe Miotti adocchia un grande sperone roccioso che piomba sulla valle poco a settentrione del Pizzo di Coca, con un largo basamento caratterizzato da una immane placca liscia e compatta. Studiando sulle guide e sulla cartografia, Miotti scopre che, probabilmente, la cima di quello sperone, (che si diparte dalla quota 2654 m, posta sul crinale Passo del Diavolo-Cime di Druet) è involata: un motivo in più per dedicargli attenzione: una vetta vergine alle soglie del 2000 non è cosa da trascurare. È l'estate del 1990 quando Guido Merizzi e Miotti percorrono il lato destro dello sperone nord-ovest di quella cima per la quale viene proposto il nome di Punta Rosatello Bertolini 2588. (500 m, V°; roccia discreta). 
Un altro giovane “esploratore” valtellinese, Mario Vannuccini, abile su ogni tipo di terreno, punta invece sulla remota, anche se visibilissima, parete nord del Pizzo di Presio (salita per la prima volta nel 1935) dove, il 21 giugno, apre una bella via diretta con Massimo Cincera e Gualtiero Gusmerini. “Barbe bizzarre” - così battezzano la loro via - offre una bella scalata su roccia di 400 m di dislivello con difficoltà massime di V° grado. 
Continuano anche le imprese dei ghiacciatori sulla invitante parete est del Pizzo Redorta e l'11 marzo Fabio Nicoli e Franco Dobetti aprono la “Cascata della luna” (III° - M4), couloir che sale a destra del “Couloir del sole”
Nella stagione 1992, Vannuccini e Marco Faldarini sono sullo sperone nord-ovest di Punta Rosatello Bertolini dove aprono una nuova via (400 m; V°+) percorrendo lo spigolo che delimita a sinistra la gran placca basale. Su questa cima restava ancora da risolvere l'evidente problema posto da una salita diretta della grande placca che apparentemente opponeva serie difficoltà. A venirne a capo è ancora Vannuccini che, nell'estate del 1993, in cordata con Enrico Franco, riesce a superare il compatto liscione aprendo una via di 400 m con difficoltà massime di VII°- e A0: per la prima volta il settimo grado approda sulle Orobie valtellinesi. Nell'inverno dello stesso anno Mario Vannuccini, in solitaria, percorre anche il canale centrale della parete ovest del Pizzo dell'Omo: una via nuova in piolet traction di 400 m di dislivello e pendenze fino a 70°.
Sempre d'inverno, il 7 gennaio 1993, Fabio Nicoli e Franco Dobetti aggiungono “Valentina gully” (IV° - M4) sulla parete est del Pizzo Redorta. La nuova via corre nello stretto canalino a destra del“Couloir del sole”.
Nell'estate del 1994, Miotti torna ad interessarsi di problemi orobici e nota un bellissimo campanile roccioso che costituisce il pilastro settentrionale della tozza Quota 2620, posta a ovest del Pizzo della Brunone e da esso separata da un profondo e selvaggio vallone detritico. Come la Punta Rosatello Bertolini anche questa pareva una cima inviolata. Per essa i salitori hanno proposto il nome di Torre Giovanni Bonomi 2523 m, in ricordo della grande guida alpina Giovanni Bonomi di Agneda, una delle prime guide alpine valtellinesi e una delle migliori del suo tempo. La via aperta da Miotti in cordata con Stefano Mogavero e Camillo Selvetti, giunge in cima percorrendo lo sperone nord con una bella scalata su roccia buona di circa 350 m di dislivello e difficoltà massime di VI°+. 
Il 17 aprile 1995, Fabio Nicoli e Franco Dobetti aprono l'ennesima via su ghiaccio della parete est del Pizzo Redorta, il “Couloir dell'erede” (IV° - M5), stretta goulotte a destra del ”couloir fantasma”.
Decisamente la conformazione geologica delle montagne orobiche, incise da canali e colatoi di ogni dimensione si presta molto agli amanti dell'alpinismo esplorativo su ghiaccio. Fra i più attivi di fine secolo scorso ricordo Mario Sertori, guida alpina di Ponte in Valtellina ed espertissimo ghiacciatore. Nell'inverno 1997, Sertori e Marco Beltramini salgono i 200 metri di “Tunnel obliquo”, una lunga colata con passi misto (M5) in Val Venina. Lo stesso Sertori, in solitaria, supera poi il Canalone di Santo Stefano (400 m) in Val d'Arigna.
Nell'estate del 1998, a dimostrazione che le Orobie possono ancora riservare tante sorprese alpinistiche a chi ama l'esplorazione e ha fantasia, Carlo Fratus, Sonia Consoli e Bruno Nicoli aprono la direttissima lungo l'evidente sperone che sostiene la parete ovest del Pizzo di Coca, tracciando una difficile via su roccia (V°/VI°, possibilità di A0/A1). Ripetuta poco dopo ancora da Fratus con il ventiduenne Stefano Pelucchi. 
Nell’estate del 2000, l’inossidabile Mario Curnis, in compagnia del giovane fuoriclasse Simone Moro, realizza il sogno a lungo cullato della traversata completa della catena orobica lungo la cresta spartiacque. L’impresa richiederà ai due ben dodici giorni di impegno con partenza al Passo del Vivione e arrivo ai Piani di Bobbio. 
Per il 2001 segnalo invece la prima discesa sciistica della parete orientale del Monte Aga da parte Mario Fanchetti e Vannuccini; pendenze fino a 45°.
Corteggiato da molti, ma mai salito, restava inviolato lo stupendo e rettilineo canale-camino della parete nord della Punta Medasc. Se d'estate la salita poteva dirsi sicuramente sgradevole, perché sovente bagnata e non sempre su roccia buona, le cose potevano assumere un aspetto ben diverso nei mesi invernali, quando neve e ghiaccio consolidano il pendio. Nell'inverno del 2002, Mario Vannuccini e Fabio Fazzini riescono finalmente nell’impresa percorrendo il lunghissimo canalino in due giorni (700 m di dislivello; V° e 60°). Si tratta di una bellissima salita, resa attraente dalla impressionante linearità del canale che sembra inciso da un fendente perfetto.
Nell'inverno del 2003, Mario Sertori e Giuliano Bordoni aprono la “Supercanaleta orobica” della Val Venina, lunga colata (400 m) con passi di misto (M5).
Dopo qualche anno senza novità, il 12 agosto 2007, si spingono in Val d’Ambria gli scalatori valtellinesi Angelo Libera e Pietro Bondiolotti che superano integralmente l’ardito spigolo ovest del Torrione del Salto con una via di 10 lunghezze che forse ha il tratto finale in comune con la via Longo-Martina del 1954. Le difficoltà massime segnalate sono di V° grado superiore per una bella via che però richiede un po’ d’attenzione causa la roccia non sempre perfetta.
Sempre in quella stagione Angelo Libera, con Paolo Civera, percorre una via (400 m; V°) sullo sperone nord della Corna d’Ambria, quello che separa i due grandi canali che incidono la parete. Forse la via era già stata salita visto che i due hanno trovato dei chiodi, ma non si hanno notizie certe del percorso. L’itinerario dei sondriesi, che appare bello e logico, si tiene con buona probabilità fra la via Frassoni-Monzani del 1970 e la Calegari-Farina del 1965.
Febbraio 2009, nuova via “F.T.V. Ice” (couloir di ghiaccio con cascata in mezzo) al Redorta (quota 'Fetta di Polenta' 2997 m), aperta da Fulvio Zanetti, Tito Arosio, Valentino Cividini (tale via supera per difficoltà persino l'Erede, diventando forse la salita su ghiaccio più impegnativa della zona). Queste valutazioni saranno confermate dagli alpinisti Guido Valoti ed Alessandro Monaci che pochi giorni dopo compiono la prima ripetizione.
Nell’estate 2009, Bruno Dossi e Cristian Trovesi aprono una nuova via sull’avancorpo del versante nord del Pizzo Rondenino che battezzano “zio Beppe” e che si sviluppa per cinque lunghezze a sinistra della via Calegari (difficoltà segnalate IV°e V°).
Il 2 giugno 2009, Gerardo Bettinelli, Eddy Gamba e Mauro Moro aprono una nuova via sulla parete nord-nord-est del Pizzo del Diavolo di Tenda. La via percorre lo sperone che delimita a destra la goulotte centrale della parete, salita da Bettinelli una quindicina d’anni prima. Lo “Sperone Marina”, così battezzato in memoria di Marina Moreschi, deceduta in Val Masino durante lo svolgimento del Trofeo KIMA di corsa in montagna, ha uno sviluppo di 500 m e alterna difficoltà su roccia attorno al IV° grado a pendii con inclinazione fino a 50°.
L’11 aprile 2010 è la volta di un’altra nuova via di ghiaccio sul Pizzo Redorta, “Mifidodelfilo”, questo il suo nome, aperta da Fulvio Zanetti, Tito Arosio e Alessandro Monaci. La nuova via si sviluppa tra il Canale Tua e il Canale dell'Erede e segue una serie di diedri ghiacciati intervallati da piccoli nevai e tratti rocciosi. (4R su giaccio e M4-M5)
Nel 2010 si affaccia ai monti orobici anche il campione dell’alpinismo valtellinese Rossano Libera che scopre qui un terreno consono al suo stile e alla sua filosofia: lontananza, difficoltà ambientali, wilderness. Dopo un’esplorazione con salita al canalone del Druet, ove adocchia due belle goulottes sulla parete nord-ovest della Cima della Foppa, Rossano torna pochi giorni dopo e il 16 aprile le percorre entrambe in solitaria. La via di sinistra, o “Chamonorobix” (4 su ghiaccio e M6) ha un dislivello di 210 m; quella di destra o “Supergoulotte della Foppa” (3+ su ghiaccio e M7) è alta circa 250 m. La scalata è bellissima! Nella prima metà quella di destra segue un curioso e stretto budello, cui si accede da uno strapiombo.

Alpinismo nel settore occidentale, Tre Signori-Legnone

Nella prefazione ho stabilito di non citare le ascensioni alle molte facili vette orobiche che, con buona probabilità, prima che dai relatori, erano già state salite da pastori o cacciatori. Tuttavia merita senza dubbio di essere segnalata l’ascensione al Monte Legnone, effettuata dallo studioso milanese don Ermenegildo Pini nel 1780. Salito in cima da Pagnona per la Porta dei Merli, il Pini, stretto collaboratore e amico di Horace Bénédic De Saussure, compie dei rilievi barometrici, stimando l’altezza del monte in 4702 braccia milanesi, pari a 2807 m. L’errore per eccesso, di quasi 200 metri esatti, sembra da imputarsi alla scarsa affidabilità degli strumenti e ad una carenza di altri punti di riferimento precisi. 
Ma come molte altre facili cime oribiche anche il Legnone era già stato sicuramente salito e per trovare le prime ascensioni di stampo alpinistico dovrà passare quasi un secolo.
Sul finire dell’800, le cime rocciose del gruppo del Pizzo dei Tre Signori, particolarmente attraenti e interessanti, cominciano a ricevere le prime visite di  alpinisti, in particolare milanesi. 
La prima “impresa” ufficiale pare sia stata quella di Achille, Antonio e Giuseppe Varisco che nel 1878 salgono il Monte Ponteranica dal Passo di Verrobbio. Il 21 aprile 1881 è la volta del Pizzo dei Tre Signori raggiunto da Lorenzo ParibellI, Michele Reina con la guida Giuseppe Rigamonti (Fulatt). 
Nel 1890 Giovanni Melzi assolda un'altra bravissima guida, Bortolo Sertori di Filorera, Val Masino, per farsi accompagnare alla conquista di due importanti vette del gruppo, il Pizzo di Trona e il Pizzo Tronella: il terreno roccioso consigliava di avere un abile capocordata ed il Sertori era in quegli anni quanto di meglio si potesse scegliere.
Scrive il Melzi (R.M. 1891, pag. 163): "...un canalone erboso con¬duce ai piedi dell'ultimo torrione. A raggiungere la vetta mancano 80 m. circa che si devono superare arrampicandosi lungo una spaccatura che percorre verticalmente la parte settentrionale della montagna... ". Secondo Giovanni De Simoni, autore di un importante articolo sul massiccio comparso sul Bollettino CAI del 1931… “E' indubitato che essi non abbiano raggiunto la vetta vera; penso che il Melzi abbia equivocato e che la salita si sia svolta nel canale ovest del " Dente di Tronella ", indi per la spaccatura che effettivamente trovasi sul versante sud (e non nord) di questo. La relazione ebbe insperato successo ché fu l'unica sino ad oggi consacrata nelle pubblicazioni! Per fortuna che nessun alpinista sarà mai andato ad esperimentare la bontà e la chiarezza di simili indicazioni!”.
Di sicuro richiamo era anche il vicino ed imponente Monte Legnone che presentava ancora alcune interessanti creste e soprattutto un'alta e apparentemente difficile parete nord-ovest. A risolvere il problema di quest'ultima ci pensò subito Antonio Cederna che nell'estate del 1889 vi aprì un itinerario con un certo Combi, cacciatore di Colico, “Corda consigliabile in alcuni tratti”.
Dopo una pausa, le ascensioni riprendono nel 1893 con la prima salita al Pizzo Varrone per opera del Signor E. Banda mentre l'anno appresso il Pizzo dei Tre Signori è visitato dai famosi alpinisti Ludwig Purtscheller e Karl Blodig.
Nell'estate 1900, la cordata composta da Angelo Rossini Giuseppe Gugelloni G. Buffini e M. Russello effettua il primo percorso assoluto e in discesa della cresta nord-ovest del Pizzo di Trona. Sempre in discesa Arturo e Camillo Frova percorrono versante nord-ovest Monte Ponteranica orientale poi salito nel 1911 dal valtellinese Fausto Scalcini.
Tre anni più tardi Theodor Dietz, Hans Hellenson aprono una via sul versante nord-ovest del Pizzo Varrone. Definita “via sicura ed estetica, roccia difficile”, pare vi sia qualche dubbio sul fatto che i due fossero stati i primi a percorrerla.
Il 20 giugno 1906, Eugenio Fasana e Antonio Castelli s'interessano del caratteristico piccolo gruppo roccioso dei Denti della Vecchia traversando in prima ascensione il II°, III° e IV° Dente. 
Da Eugenio Fasana a Giovanni De Simoni, il sogno di una nuova Grignetta
L'anno successivo Fasana e Pietro Mariani superano l'alta parete occidentale del Pizzo Tronella sfruttando un facile canale innevato e raggiungendo per primi anche il Dente di Tronella. Traverseranno poi lungo la cresta sud - integralmente salita nel 1911 da Fausto Scalcini - abbassandosi infine in Valle dell'Inferno.
Nel 1921, alcuni alpinisti tornano poi sulla scura parete nord-ovest del Monte Legnone, “selvaggia muraglia dalle potenti ossature” per aprirvi una via diretta nel suo centro. Si tratta di Gaetano Scotti, Angelo, Romano e Carla Calegari.
Ma le cime di maggiore interesse restano quelle alla testata della Val Gerola; nel giugno 1923, G. Guenzati raggiunge il suggestivo Torrione Mezzaluna incontrando notevoli difficoltà nella spaccatura settentrionale oltre la quale traversa sulla parete est ed esce in vetta lungo la placca sud. L'alpinista si ripeterà poco dopo anche sulla friabile cresta nord del Pizzo di Mezzaluna. Il 12 giugno, Guenzati sale la parete ovest del Falso Pizzo di Trona e, tre giorni dopo, la parete sud-ovest della Torre del Lago Rotondo, da lui battezzata Torre Maria (chiamata anche Torre Miriam o Torre Regina), imponente torrione che sorge a sud-est del Lago Rotondo. La friabilissima e probabilmente ancora irripetuta parete ovest del Pizzo Varrone fu invece superata nella agosto del 1926 da Lino Tagliabue e Paolo Vannucchi.
Dal 1929 ai primi anni della Seconda Guerra Mondiale, il roccioso massiccio fra il Monte Ponteranica e il Pizzo dei Tre Signori diventa una sorta di nuova Grignetta, dove valenti arrampicatori comaschi e milanesi, per lo più studenti universitari, trovano un nuovo terreno d'azione.
In particolare si distingueranno Giovanni De Simoni, Eugenio Fasana, Agostino Parravicini, Lino Tagliabue. Il De Simoni fu l'elemento trainante di questo gruppo in cui spiccava per bravura lo studente Parravicini che troverà presto la morte in un tentativo allo spigolo sud-est del Torrione di Zocca, in Val Masino. Nel corso delle sue campagne esplorative, il terzetto, spesso coadiuvato da altri compagni, porterà sui conglomerati del Tre Signori i primi percorsi di alta difficoltà tecnica. Le loro imprese, divulgate dal De Simoni con articoli e altri scritti, indurranno altri scalatori a visitare questo meraviglioso gruppo di guglie e torrioni.
Curioso è il tentativo di Pasquè, Parravicini, Bianchetti e De Simoni alla parete ovest del Torrione di Mezzaluna, bizzarro monolito strapiombante su ogni lato, posto all'estremità settentrionale del Pizzo di Mezzaluna e dall'aspetto inaccessibile. Le numerose fessurazioni che però attraversano il torrione ne consentono la salita: nel 1929, i tre scalatori si addentrarono nelle spaccature del torrione e, allargando un passaggio, riuscirono a raggiungere la via normale passando… dall'interno della montagna.
Il 19 luglio 1930, Pietro Faverio, Giovanni De Simoni e A. Beretta salgono la difficile parete nord-est del Pizzo di Trona; il 29 luglio Eugenio Fasana e A. Sala scalano la cresta sud del Monte Ponteranica Occidentale. Parravicini, De Simoni, Tagliabue, C. Ruscelli e I. Bianchi compiono invece due nuove ascensioni sul Pizzo di Tronella, toccando, non senza difficoltà, la vetta del Torrione Quadro il 18 agosto e salendo due giorni dopo, in prima assoluta, il versante nord-ovest del Dente di Tronella e poi la cresta Nord. Il 7 settembre, è quindi la volta del Primo Dente della Vecchia o Dente Nord, salito da ovest (III°) da De Simoni, Tagliabue e A. Cermenati.
Anno ricco di salite anche il 1931. S'inizia l'11 luglio, quando Pietro Faverio, De Simoni, Parravicini e Tagliabue vincono l'elegante Torrione Sant'Ambrogio (Pizzo dei Tre Signori),splendido monolite di conglomerato che torreggia sul Lago del Sasso. La salita, per quanto breve, è giudicata di IV° grado e molto esposta nel suo tratto finale. Il 14 luglio Faverio, De Simoni, Parravicini e Tagliabue compiono la seconda salita al Torrione di Mezzaluna, vincendo l'impressionante spaccatura settentrionale. Il 25 luglio Eugenio Fasana, da solo, esplora il Dentino di Ponteranica, percorrendone la facile cresta sud e il difficile lato settentrionale. Il 15 e 16 agosto, con Antonio Omio, si concentra quindi sulla Cima di Pescegallo, salendone la parete ovest-nord-ovest per tre impegnativi itinerari fra cui quello del “gran diedro”. Il 17 agosto, Antonio Citterio, De Simoni e Tagliabue sono sui Denti della Vecchia: oltre alla prima salita del Quinto Dente o Dente Sud per il difficile diedro nord-ovest, il 17 ottobre il terzetto compie finalmente anche la traversata di tutto il gruppo da nord a sud. Il De Simoni, nel suo scritto Le cenerentole delle Orobie (Boll. CAI 1936 pag. 79 -105.) s'avventura a dare per impossibile la traversata in senso opposto, impresa che non si sa se sia stata ancora tentata.  Sempre nel 1931, Agostino Parravicini e compagni scalano il versante nord della Sfinge, “intrigante” torrione della Spalla orientale del Pizzo dei Tre Signoriraggiunto per la prima volta dal Faverio il 30 luglio 1929.
Bastionata di Piazzocco: su questa larga falesia di buona roccia esposta a sud che sovrasta la Foppa Grande, il vallone che dal Lago di Sasso sale al colle nord del Pizzo dei Tre Signori, nel 1934 Vittorio Panzeri e Giovanni Giudici tracciano una via, probabilmente mai più  ripetuta, nota come “Via Panzeri” (150 m; dal IV° al V°+).
Nell'estate del 1936, un anno prima di perire sul Pizzo Badile dopo la scalata della parete nord-est con Cassin, Esposito e Ratti, i comaschi Mario Molteni e Giuseppe Valsecchi, con Giovanni Minola, salgono la bella parete est del Pizzo Varrone, ma dell'impresa non ci sono notizie dettagliate. Sicuramente il Molteni aveva letto lo scritto del De Simoni comparso sul Bollettino del CAI 1936, nel quale l'autore dice in proposito della parete est del Varrone: “meraviglioso appicco di forse 300 m., è tuttora vergine. Non sono però mai stato convinto dell'impossibilità della sua scalata.”
Siamo ormai giunti alle soglie della Seconda Guerra Mondiale e con l'inizio delle ostilità anche l'alpinismo nel gruppo del Tre Signori perde colpi. In questo periodo sono da segnalare le imprese di alcuni giovani milanesi. Il 9 luglio 1940 Pino Gallotti, E. Broggi e Beppe Barenghi, con 2 chiodi, salgono la parete nord-ovest della Sfinge incontrando notevoli difficoltà. L'anno dopo, il 16 agosto, Pino Gallotti ed E. Cattaneo risolvono anche la difficile parete ovest del Pizzo di Mezzaluna. 
La ripresa delle esplorazioni dopo la Seconda Guerra Mondiale
Anche nella seconda zona alpinisticamente rilevante dello spartiacque orobico le prime ascensioni notevoli del dopoguerra iniziano a partire con gli anni '50 del 900. Per la precisione si inizia nell'estate del 1952, allorché i morbegnesi Giuseppe “Chiscio” Caneva e Luigi Bongio aprono una nuova via sulla parete nord-est del Pizzo Varrone con difficoltà di IV° e V° grado su un dislivello di circa 300 metri. Sarà la prima via aperta da Caneva anche se, per un attimo, i due temettero fosse già stata percorsa, causa un bottone trovato da Bongio presso la vetta e che poi risulterà essersi staccato dalla sua camicia.
Il 21 maggio 1955 è la volta dell'elegante Dente di Mezzaluna (o dei Piazzotti) salito lungo l'impressionante versante nord da Valerio Paltrinieri e Pinuccio Del Nero (III°). Questa bellissima struttura rocciosa presenta un evidentissimo spigolo rivolto ad est che piomba come una grande prua sulle ghiaie sottostanti. Per esso salirono il 2 giugno 1956 Nino e Santino Calegari con Franco Nodari: oggi è una delle salite più classiche e belle del gruppo (250 m; V°+). La campagna dei fratelli Calegari continua quell'anno con altri successi qui elencati brevemente: 26 luglio, Secondo Dente della Vecchia canalino ovest; 29 luglio prima traversata dei Denti della Vecchia da sud a nord; 12 agosto traversata nord-sud del Monte Valletto.
L'8 settembre 1957, F. Bozzi e E. Cattaneo affascinati dalle suggestive atmosfere che emanano dal Torrione di Mezzaluna, ne scalano la parete nord con una via che si svolge fra lo spigolo della grande crepa nord e lo spigolo fra le pareti nord ed est (IV°+).
Nella stesso anno, il giorno 4 novembre, L. Canu e R. Macchi, percorrono in prima ascensione lo spigolo sud-sud-ovest del Pizzo dei Tre Signori (III°).
L'estate successiva, il 22 giugno, Battista Pezzini, celebre per le sue importanti ripetizioni alle vie più difficili della Presolana, Diogene Conti e Mario Peloni, aggiungono un nuovo tassello all'esplorazione di questo massiccio di conglomerato, che ha poco da invidiare alla celebre Grignetta, aprendo una via sulla bella parete sud-est del Pizzo di Trona (250 m; un passaggio di IV°).
1960 al 1980. Da scalate più tecniche all’era di Ivo Mozzanica
Purtroppo la conformazione rocciosa consente poche divagazioni e, per lo più, le vie percorribili si possono svolgere solo lungo le linee di debolezza delle pareti: camini, fessure, diedri, ove è possibile piantare chiodi e cunei. Il primo strappo a questa imposizione geomorfologica lo porta la cordata morbegnese di Giuseppe Dell'Oca, Felice Bottani, Antonio Passerini con l'apertura della via diretta sulla piccola, ma suggestiva, parete settentrionale della Sfinge, il 20 agosto 1964. Il superamento della compatta parete e dei suoi tetti, comportò per la prima volta l'uso di 5 chiodi a pressione. Le difficoltà segnalate sono nell'ordine del V° e VI° con passaggi di A0. Su questa stessa parete, l'11 maggio 1969, Mario Curnis, Marcello Bonomi e Piero Nava, forse ignari della via dei morbegnesi, aprivano un loro itinerario diretto che probabilmente ha qualche possibile sovrapposizione di percorso col precedente (quattro lunghezze difficoltà segnalate V°, A2 su 150 m). Oggi la via, o il mix delle due vie, si supera con bella arrampicata libera in parte attrezzata con chiodi normali che si sviluppa per cinque tiri di corda con difficoltà massime di VII°.
Nel 1964 si segnalano altre due prime sul Monte Valletto: la parete nord, aperta da Virginio Brissoni e Gianni Cortinovis (200 m; IV°) e la parete nord-ovest, superata in condizioni invernali (era il 20 maggio) da Felice Bottani, Giorgio Burroni e Bruno Bottani (200 m; IV°). 
Con gli anni '60, arrivano anche in Val Gerola il VI° grado e la scalata artificiale, per quanto ancora fortemente limitati dalle sopradette difficoltà di chiodatura imposte dalla roccia. Il 7 gennaio 1967, i morbegnesi Giuseppe Caneva e Giorgio Bertarelli superano in quasi otto ore la parte nord-ovest del Secondo Dente della Vecchia, usando 23 chiodi e impegnandosi in un'aerea traversata di 15 metri in piena parete. Le difficoltà segnalate dai due per i 150 metri della parete vanno dal IV° al VI°, con tratti di A1 e A2. Per inciso, si ricorda che l'anno predente Caneva e Bertarelli avevano aperto una via sulla parete est della Cima di Pescegallo.
A partire dalla seconda metà degli anni '60 i torrioni della Val Gerola diventano una delle mete preferite di Ivo Mozzanica, intelligente e fantasioso alpinista di Erba che diventerà poi celebre guida alpina. Con diversi compagni, Mozzanica si divertirà per anni a tracciare nuove vie nel massiccio: esordisce il 28 maggio 1967, aprendo una via sulla parete ovest Pizzo di Trona con Andrea Redaelli (IV°). Prosegue l'anno successivo, in cordata con Pino Ciresa, sullo spigolo sud-ovest del Pizzo di Ponteranica Occidentale, aprendo una via su ottima roccia ormai divenuta classica (280 m; dal III° al V°). Nel 1969 Mozzanica aprendo una via diretta (380 m, V°) sulla parete ovest del Pizzo di Tronella con Daniele Chiappa e Ruggero Dell'Oro (1° ottobre) e poi sulla parete nord-ovest del Monte Valletto con Bruno De Angeli e Rino Zocchi (240 m; dal III° al IV°+. Data la limitatezza della parete non si esclude che ci siano diversi punti di contatto fra questa via e quella aperta dai morbegnesi nel 1964).
Il 30 maggio 1970 è la volta del primo percorso della cresta est del Dentino di Ponteranica (V°) da parte di Mozzanica e Giuseppe Ciresa. Lo stesso Mozzanica, con Bruno De Angeli e Giuseppe Dell'Oro, il 30 agosto, si ripete sullo spigolo est del Torrione Quadro del Pizzo di Tronella (V°+).
Per altri cinque anni Ivo Mozzanica sarà l'incontrastato “signore” di questo piccolo universo roccioso. Ecco l'elenco delle sue imprese.
1971, 24 ottobre, parete ovest del Terzo Dente della Vecchia (220 m, V°+) con Marino Ciresa.
1972, 20 agosto, parete ovest della Punta Pio X del Pizzo di Tronella (350 m; V°+ e A2) ancora con Ciresa.
1973, 10 giugno, Primo Dente della Vecchia (parete est-nord-est, 180 m, V°) “Via delle Guide”, con Giuseppe Redaelli, Andrea Redaelli e Graziano Bianchi. Oggi questa salita, ottimamente riattrezzata è una delle più godibili di tutta la zona;
1975, 22 giugno, Secondo Dente della Vecchia parete nord-nord-est Mariangela Fontana, Sandro Gandola e Ivo Mozzanica; Torre del Lago Rotondo, parete E, con Mariangela Fontana, Alfredo Mira D'Ercole (165 m; dal III° al V°). 
Unica eccezione a questa routine è la via aperta sulla bella e ripida parete est del Secondo Dente della Vecchia da Bruno, Felice e Michele Bottani il 26 dicembre 1972. La via “Cesira”, come fu battezzata, riservò ai tre Bottani una dura giornata di lotta opponendo grosse difficoltà anche a causa della qualità della roccia non sempre ottimale (100 m; V° e A1).
Per qualche anno i conglomerati orobici sono lasciati tranquilli finché non giungono da queste parti anche i giovani scalatori formatisi alla scuola dell'arrampicata libera della Val di Mello. Nell'estate del 1979, Ivan Guerini e Giuseppe Miotti tracciano una via nuova sulla parete est del Secondo Dente della Vecchia, a destra della via “Cesira”, seguendo una linea di fessure che lambisce sulla destra due macchie di lichene giallo: “Arte fluorescente”, (150 m circa; V°+). Pochi giorni dopo Guerini, con Guido Merizzi e Chicca Bettini, aprirà un'altra via a sinistra della via “Cesira”, anche questa seguendo una logica linea di fessurazioni (V°+). Il 20 giugno dello stesso anno Sandro Gandola e Sandro Valsecchi vincono la parete est-nord-est della Cima orientale dei Piazzotti. 
Un periodo di “consolidamento”
Agli inizi degli anni '80 del secolo scorso molte cose cambiano nella tecniche e nella mentalità degli scalatori. La notevole evoluzione dei materiali, l'uso di nuovi sistemi di protezione mobile (i nut e poi i friend) rendono possibili nuove linee di salita fino ad allora molto problematiche. Grandi cambiamenti si hanno anche nella tecnica di salita su ghiaccio con l'introduzione della piolet traction. Fra le molte possibili linee su ghiaccio e misto era evidentissima quella proposta dalla grandiosa parete nord-ovest del Monte Legnone. La parete è divisibile in due settori. La prima parte, solcata da cascate e canali, s'innalza per circa 1300 metri di dislivello e all'esterno dei canali è coperta da un ripidissimo bosco che s'impoverisce sempre più man mano si guadagna quota. La seconda parte è una parete rocciosa piuttosto complessa fatta di risalti, muri verticali e canali. Su questa parete superiore, il 26 luglio 1980, Dante Porta e Gabriele Beccari avevano aperto un nuovo itinerario di 300 m (IV°). Ma l'evento più significativo per il Legnone si registra l'anno successivo quando, tra il 29 e 30 gennaio, Giuseppe Miotti e Gianpietro Scherini percorrono il lungo canalone centrale della parete nord-ovest, creando “Cittadini della galassia”. La via è tutt'oggi probabilmente la più lunga scalata su cascate di ghiaccio nelle Alpi e un'ascensione di notevole impegno in considerazione dei suoi 1700 metri di dislivello, di cui 1400 su ghiaccio e 300 di misto. Pochi giorni dopo lo stesso Miotti, con Enrico Fanchi, si ripete su una vicina colata parallela a sinistra del grande canalone: “The cow” (400 m; un salto a 90°). 
D'estate, 13 agosto, è invece salita la parete sud-est Cima orientale dei Piazzotti da Luca Serafini, A. Panza e S. Pesenti che aprono la via “Francesca” (200 m; V°+).  La via supera la compatta placca giallastra sormontata da grandi strapiombi che caratterizza il settore centrale della bella parete. 
Nel 1981 si verifica un altro importante evento. L'alpinista Sandro Gandola, appassionatosi alla zona, dà alle stampe una piccola guida di escursioni ed ascensioni intitolata Denti della Vecchia e dintorni… Si tratta della prima guida orobica dal 1957, anno di pubblicazione della guida CAI-TCI Alpi Orobie e, sebbene limitata ad un'area ristretta, contribuisce a riportare un po' di luce su questi monti obliati e un po' snobbati soprattutto dagli scalatori.
Prosegue anche l'attività esplorativa e il 18 marzo 1982, Bruno Petazzi, approfittando di ottime condizioni di neve assestata, percorre in prima ascensione l'evidente e logico Canalone della parete ovest-sud-ovest del Legnone. In quell'anno torna in Val Gerola anche Mozzanica che, in compagnia di Aldo Tagliabue, apre la “Placca del sole radente” e la “Placca del sole ridente” (150 m; dal III° al IV°), due belle vie sulle Placche di Ponteranica, adagiati scudi rocciosi posti nel vallone del circo delle Cime di Ponteranica, sopra al Lago di Pescegallo. 
Nel frattempo il consolidarsi dell'uso delle nuove tecniche su ghiaccio rende la parete del Legnoneun attraente banco di prova per gli appassionati di questa disciplina. Così, a soli tre anni dalla prima salita, il 14 febbraio 1984, G. Giambattista sale in solitaria “Cittadini della galassia”. Tre anni più tardi, il 2 marzo 1987, in 13 ore, il mandellese Benigno Balatti, autore di decine di vie nuove sul Grignone e sul Monte Disgrazia, traccia, con Bruno Pennati, una linea all'estrema sinistra della parete nord-ovest; è la via “Adele”, (1700 m, TD).
Nel gruppo del Pizzo dei Tre Signori, la presenza di un nuovo giovane gestore al rifugio FALC invoglia alcuni suoi amici ad esplorare più attentamente la zona. Ai moderni scalatori non sfugge la bella e lunga bastionata rocciosa del versante est-nord-est della montagna. Il 25 settembre 1988 nasce così la via “Antonello è fuori di testa” (350 m, AD) ad opera di Gian Pietro Verza e G. Sinicato, la prima delle tante vie che percorrono oggi questa parte placconata est-nord-est. Il 4 settembre dello stesso anno Luca Serafini, in solitaria, apre una via nuova sul Dente di Piazzotti, (150 m; D+).
Il 10 settembre 1989, sulle strette, e apparentemente esauste, pareti della Sfinge, Francesco Averara e Norberto Invernici riescono ancora a scovare una possibilità di salita sul lato sud-est e aprono la “Via del Nas”, un itinerario di ben sei lunghezze, con difficoltà massime di VI° grado superiore.
Il decennio del 1990, l’era del Gigante e di nuove grandi vie su ghiaccio
Il 3 febbraio 1991, Domenico Gaggini e Stefano Pizzagalli, in oltre 10 ore, compiono la prima ripetizione della via “Adele”, sulla nord-ovest del Legnone; ma è nell'inverno 1992 che si registra un vero e proprio assalto a questa parete portato dai ragazzi di Pagnona (Valvarrone). Il 4 e 5 gennaio i fratelli Pietro, Anacleto e Ferdinando Cendali, con Luigi Tomasella, tracciano la “Via dei Pà” (1700 m; IV° e V°, misto); un mese dopo, tra il 1° e il 2 febbraio, gli stessi con il “rinforzo” Ennio Tagliaferri aprono “Cuore di mamma” (1500 m; IV° e misto) a sinistra della precedente e infine, il 7 marzo, Pietro Cendali, Ennio e Virginio Tagliaferri salgono la “Via dell'amicizia” (450 m; IV° e V°, misto) mentre Anacleto Cendali e Luigi Tomasella, in contemporanea, realizzano la “Via di Nando” (450 m; dal IV° al VI°, sostenuta). Da segnalare l'immediata prima solitaria della “Via dei Pà”, firmata, l'8 febbraio, dal solito Stefano Pizzagalli. 
Nei mesi estivi sull'alta parete sud-est della Cima orientale dei Piazzotti, il 9 giugno, P. Belotti e P. Micheli aprono la “Via delle meteore” (250 m, V°+). Venti giorni dopo, con G. Bighi, gli stessi salgono anche “Marta” (250 m, V°+) e il 24 agosto, con F. Patera e C. Morali, tracciano “La nave dei folli” (240 m, VI°). 
Il 12 dicembre 1993, Balatti torna sulla parete nord-ovest del Legnone e, con Giovanna Cavalli, apre la via “Profumo di Speck”, sulla Cascata del Fontanone (550 m; sviluppo 750 m; pendenze fra 70° e 80°).
Nell'estate del 1994, Stefano Funck, in solitaria, apre “Margherita” (240 m; dal III° al V°), via parzialmente attrezzata a fix, probabilmente mai ripetuta, la seconda che supera la Bastionata est-nord-est del Pizzo dei Tre Signori. In seguito, molte altre belle vie saranno tracciate su questa muraglia di conglomerato. A partire dalla metà degli anni '90, infatti, la storia di questo massiccio montuoso si lega a quella della guida alpina Andrea Savonitto che prende in gestione il Rifugio Trona in Valle della Pietra. Attento e fecondo valorizzatore delle zone ove opera, Savonitto, per tutti il Gigante, trova sui conglomerati orobici una vera miniera d'espressione. Per almeno 10 anni la sua opera di modernizzazione delle vie di scalata (che vide anche un momento particolarmente critico con l'attrezzatura della via normale dl Pizzo di Trona) sarà instancabile. Oltre all'apertura di molte vie nuove, alla scoperta e all'attrezzatura di strutture rocciose come Panacea (splendide le vie “Homo selvadego”, “Toccasana”, “Natika Magika”, “ASAN”, “Specie protetta”) e le falesie sportive di Fupela, Dentini di Trona, Zancone (con splendida area boulder), grazie alle sue doti comunicative, Savonitto ha riportato in auge queste cime anche con una guida alpinistico-escursionistica, Le Valli del Bitto (purtroppo introvabile) che ampliava di molto le informazioni della vecchia guida di Gandola (1981), e aggiornava la guida CAI-TCI.
Ecco ora di seguito una breve cronologia delle ascensioni aperte sulla parete del Tre Signori: 1995,“Preuss-Che Guevara” di Andrea Savonitto, Sergio Gimelli, (200 m; dal II° al V°); 1996 “Anna nel sole” di Savonitto e Gianluigi Lanfranchi, per ora la via più bella della parete: (200 m dal III° al VI° ); agosto 1997 “Pizzo pazzo” di Savonitto e Mauro Robesti (240 m; dal III° al VI°-); nel 1999 Savonitto e Daniele Cavalli aprono “Tutto fa brodo” (225 m; dal III° al VI°) e poi Savonitto e Giovanni Poli aggiungono “Dadaumpa” (sette lunghezze con difficoltà massime di VI°) che sale fra le vie “Anna nel sole” e “Antonello è fuori di testa”,
Incerta è invece la data di salita del “Gran diedro degli amanti” da parte di Remo Ruffoni, facile percorso in ambiente severo, che segue il grande diedro obliquo della parete (200 m; dal II° al IV°).
Riprendiamo il normale percorso descrittivo per segnalare che sull'avancorpo nord-est della Torre del Lago Rotondo, a destra della via Mozzanica, nel 1995 Sergio Doldi e Paolo Maglio tracciano la via “Perlage” (100 m dal III° al V°).
Nello stesso anno, sul versante settentrionale della Cima di Pescegallo, già ampiamente esplorato da Eugenio Fasana negli anni '30 del 1900, s'impegnano Lorenzo Cernuschi, Aldo Tagliabue e Roberto Vergani, aprendo la “Via della nicchia nera”, 80 m dal IV° al VI° e poi “Edelweiss”, 70 m dal III° al IV°. 
Gli stessi, nell'estate del 1996, tracciano, la via “40° fior di montagna” il cui percorso, attrezzato a spit, si sovrappone in parte alla classica del Diedro Ovest-nord-ovest di Fasana e Omio del 1931.
Nell'estate del 1996, Ivo Mozzanica, Mariangela Fontana e Andrea Savonitto tracciano la via del “Crapun“ (160 m; dal III° al IV°+; attrezzata con fix da 10 mm) sullo Spallone occidentale del Falso Trona (Crapun), evidente placcone sospeso sulla costola occidentale del Falso Trona, inciso da un magnifico diedro e ben visibile dal Lago d'Inferno. Inspiegabilmente ignorato fino alle soglie del Duemila, offre una delle più belle vie di III° e IV° grado delle Orobie. Sempre su questa struttura, a sinistra della via precedente, nel settembre 2006, Savonitto e Poli apriranno poi “Crapagnuk” (V°+).
Ancora nel 1996 Savonitto dedica le sue attenzioni al settore settentrionale Bastionata est-nord-est del Pizzo dei Tre Signori ove individua la Parete Arcana. È la fascia rocciosa che sostiene a est il settore mediano della dorsale settentrionale del Pizzo dei Tre Signori, ove passa la via normale da Val Gerola. Si trova immediatamente prima (salendo) della Bastionata est-nord-est vera e propria, da essa separata da un canale-rampa erboso. La parete è caratterizzata da un grande diedro che la divide in due settori: a destra placche arrotondate con una parte finale caratterizzata da tre risalti, a sinistra ripide placche di ottima roccia con archi di strapiombi che si specchiano nel Lago di Inferno. Nel settembre Savonitto e Fabio Lenti aprono la “Via dei profeti”, bella arrampicata di stampo classico che si svolge lungo il margine meridionale delle placche di sinistra (170 m; IV° al V°+); la via è parzialmente attrezzata con fix 10 mm. Sulla stessa parete, nell'agosto 1997, Lino "lily" Filisetti e Freddy Chioggi aprono una variante alta alla “Via dei profeti”, denominata “I re magi”. Poi, fra il diedrone e la “Via dei profeti”, Ennio Spiranelli e Savonitto aggiungono “Vecchie scarpe” (5 lunghezze continue e difficili fino al VII° - attrezzata con chiodatura normale). A destra del grande diedro, Savonitto e Thomas Capponi aprono invece, “Sanodemente” (5 lunghezze; fino al V+°). Non contento, il Gigante si spinge anche oltre la Bocchetta d'Inferno all'esplorazione dellaBastionata di Piazzocco dove, con Maura Canepa e Stefano Bertoro percorre la “Cresta Ovest della Punta Gioconda” (100 m; III°)
Nell'estate del 1997 si segnala il primo percorso dello spigolo nord-ovest Pizzo Varrone “Via Maurizio”, da parte di Ivo Mozzanica, Gege Ratti, Alberto Marazzi (110 m; dal III° al IV°+). Savonitto prosegue nella suo opera esplorando i Dentini di Trona ove, a ricordo di Tarcisio Fazzini, fortissima guida alpina di Premana, battezza il Dentino meridionale, Torre Tarcisio. Su questa struttura monolitica apre numerose splendide vie sulla parete ovest, alta al massimo 60 metri. Nel mese di settembre, sul lato est del torrione, che piomba slanciato e imponente sulla conca del Lago di Trona, solcato da un'evidente linea fessurata, Savonitto e Claudio Bottarelli aprono “Regina di cuori” (70 m; VI°-).
L'inesauribile attività del Gigante prosegue poi con la scoperta e la valorizzazione delle Strutture dell'alta Valle di Trona, falesie alte fra i 40 e i 150 metri poste sopra il Lago Zancone e caratterizzate da ottimo verrucano. Sulla struttura chiamata Trono di Trona Savonitto e Bottarelli aprono “Toro Seduto” (80 m; dal III° al VI°), mentre “La via del re”, piacevole arrampicata su ottima roccia (90 m; IV° al V°), sarà una creazione di Savonitto e Fabio Bricalli del 1998. Nella medesima stagione, sulla struttura denominata Scoglio dell'amor perfetto, Savonitto e Mario Piccoli aprono invece “La prima volta di Mario” e “Quaranta con onore”. La proficua stagione esplorativa si conclude in settembre, con il percorso della cresta ovest del Pizzo del Mezzodì ove Lino "lily" Filisetti, Savonitto e Guido Perricone aprono “Solo gli eroi”, arrampicata estetica e impegnativa su roccia molto delicata (350 m; dal III° al VII°).
Nel 1999, sulla bella e solida parete ovest del Pizzo di Mezzaluna, a sinistra della via Gallotti-Cattaneo del 1941, Savonitto, Thomas Capponi, Valerio Cretti aprono “Aspettando il sole” divertente arrampicata in ambiente suggestivo, tra le più lunghe del massiccio e ormai classica (350 m; dal III° al V°). 
La cresta che collega il Torrione con il Pizzo di Mezzaluna, presenta un'evidente elevazione intermedia, la Cima di Mezzo; sul suo versante ovest, quindi a sinistra di “Aspettando il sole”, passa la nuova via di Sandro “Gas” e Valerio Cretti, “Primo chiodo” che si sviluppa per cinque lunghezze con difficoltà di V°+. Infine, sulla parete nord-nord-est del Torrione di Mezzaluna, Poli e Savonittoaprono “Coito ergo sum”, splendida arrampicata in una delle più belle fessure orobiche. Tecnica ad incastro a misura variabile e un tiro finale decisamente particolare (180 m; dal V° al VI° su cinque lunghezze).
Dal 2000 ad oggi
Siamo così arrivati al 2000, anno in cui Emanuele Gasparini e Ivan Facheris aprono la “Via Improvvisata”, sulla parete nord del Dente di Mezzaluna (5 lunghezze; VI°+. Lasciati 6 chiodi su 14). Sulla parete sud-est della Cima orientale dei Piazzotti, gli stessi alpinisti, con Ferdi Cattani, aggiungono la via “Viviana” (200 m; 8 lunghezze; VI°+), a sinistra della via “Francesca”. 
Non perde un colpo neppure il Gigante che, sulla Torre del Lago Rotondo, a sinistra di “Perlage”, aggiunge la bellissima "Una Cosetta Così", aperta con Tullio e Massimo Vittani (7 lunghezze dal IV° al IV°+).
Del 20 gennaio 2001 è un nuovo itinerario su ghiaccio di Stefano Pizzagalli e Domenico Gaggini che, dopo aver percorso il primo terzo di “Cittadini della Galassia”, segue una goulotte parallela sulla sinistra e poi un sistema di canali che termina sulla spalla della cresta nord-est (le difficoltà si concentrano in particolare in 200 metri; V/4). La via “7 in 2”, così è stata battezzata, ricorda nel nome la numerosa prole prodotta dai due alpinisti che oggi sono arrivati al considerevole numero di… 8 in due.
La settimana successiva Pizzagalli e Gaggini compiono anche la prima ripetizione di “Profumo di Spek”, mentre la seconda ripetizione spetta a Cesare Romano e Mauro Gossi (febbraio 2001).
A partire dal 2003, un gruppo di alpinisti e guide alpine attrezza con fittoni resinati le vie dei Denti della Vecchia (versante est) aprendo qualche nuova linea e, a volte, sovrapponendosi a quelle classiche già esistenti. Ecco un elenco.
Primo Dente della Vecchia: "Impossibile florens" (sei lunghezze fino al VI°+; chiodata nell'estate 2004 da Sergio Maffezzini); "Master Sport" (cinque lunghezze fino al VII°; chiodata nell'estate 2003 dalla guida alpina Daniele Fiorelli), in parte ricalca la “Via delle guide”, cercando però i tratti di arrampicata più belli.; "Nostalgie" (quattro lunghezze fino a VII°+; attrezzata nel 2003 da Lionel Catsoyannis e Paola Pezzini), parte dal piede del Secondo Dente, traversa il canale rampa vegetato che lo separa dal Primo Dente e sale diretta fino in cima a quest'ultimo.
Secondo Dente della Vecchia: "Anita 2000" (cinque lunghezze; VI°; chiodata nell'estate 2003 da Sergio e Daniele Maffezzini), in partenza ricalca forse la via Mozzanica del 1975;
"X Spago" (VI°+, monotiro a sinistra delle due vie precedenti, opera di Catsoyannis e Paola Pezzini nell’estate 2003); "Spigolo SISU" (tre lunghezze VI°; chiodata nell'estate 2003 dai due Maffezzini), potrebbe avere tratti in comune con la parte alta della Mozzanica 1975; "Kouil gele" (tre lunghezze VII°. Estate 2003, Catsoyannis e Paola Pezzini); "La benza", (chiodata nell'estate 2004 da Fabrizio Guerra, Bruno Sassella e Alessandro Zappa), attacca nel canale camino sotto le chiazze di lichene giallo della parete e nelle ultime due lunghezze ricalca forse “Arte fluorescente” di Miotti e Guerini del 1979, il cui attacco si trova nella fessura appena a sinistra di "Kouil gele".        
Nell'estate 2006, Alessandro Zappa e Stefano Dell'Oro richiodano la via “Cesira”, ottenendo un bell'itinerario moderno di tre lunghezze, con difficoltà massime di VII°-. A sinistra di “Cesira”, gli stessi aggiungono poi "Ermetica" (tre lunghezze fino al VII°-) e "Crusi" (tre lunghezze fino al VII°+). Chiodate nell'estate 2006. Fra queste due vie dovrebbe passare in parte la via Guerini-Merizzi-Bettini del 1979.
Alla base del Primo Dente, la guida alpina Fabio Salini con Maurizio Torri, Paolo Marazzi e Roberto Sandrini creano anche alcuni monotiri in stile arrampicata sportiva. Sergio Mafezzini attrezza poi anche una piccola falesia in Val Tronella con vie di livello didattico.
Torna alla ribalta anche il Monte Legnone dove, il 12 febbraio 2006, Stefano Pizzagalli e Daniele Alpago prendono in considerazione la meno nota parete nord-nord-est che si affaccia su Piantedo, aprendo un lungo itinerario su ghiaccio che battezzano  “Ho vist la stria” (700 metri di dislivello con difficoltà di III/3+/M4). 
In questi ultimi anni le pareti del Monte Legnone si sono rivelate però anche un ottimo terreno di sfida per lo sci ripido o estremo che dir si voglia. Il 2 gennaio 1997, la guida alpina Pascal Van Duin e Antonio Cappello scendono la parete est, alta circa 1000 metri, con pendenze massime di 45°. Il 5 maggio 2009, lo stesso Van Duin, con Andrea Testa percorre con gli sci anche la parete nord-est, segnalando difficoltà analoghe alla precedente discesa. Sempre nel 2009, il 23 marzo, Fabrizio Pina, Alessandro Lafranconi e Alberto Marazzi hanno sceso con gli sci, anche se non interamente data la presenza dei grandi salti di ghiaccio mediani, la via "Cittadini della galassia" sulla parete nord-ovest.
Per finire, il 5 luglio 2010 Mario Vannuccini e Alberto Gussoni tracciano una via nuova sulla parete Nord della Quota 2183 IGM che s’erge subito alle spalle del Bivacco Resnati (toponimo proposto dai salitori: Punta Resnati). L’itinarario si sviluppa per sei lunghezze su roccia buona ed è il primo attrezzato (dal basso) con fix inox delle Alpi Orobie orientali. Difficoltà massime segnalate: VI° grado.
La via è stata chiamata “Edelweiss Milano”.
Sunto delle più Importanti ripetizioni invernali 
Questo breve capitolo è dedicato alle prime ascensioni delle maggiori vette nella stagione invernale o alla ripetizione di vie già aperte nel periodo estivo. Troverete qui anche i concatenamenti, come quello delle 6 cime; le prime ascensioni assolute, ma compiute nel periodo invernale, sono invece descritte nella normale evoluzione storica dell’alpinismo orobico.
Si comincia il 21 gennaio 1878, quando Antonio Tansini, Giuseppe Berrera, Carlo ed Ermenegildo Carletti salgono in prima invernale il  Corno Stella. Lo stesso Berrera, è poi sul Monte Cadelle con G. Papetti e Emilio Torri.
Il 13 gennaio 1880 Antonio Baroni ed Emilio Torri salgono il Monte Toro e poi, il 15 gennaio, il Pizzo del Diavolo di Tenda con A. Andreossi, il guardaboschi di Carona G. Begini, Luigi Albani e Giuseppe Nievo che due giorni dopo vincono anche il Pizzo dei Tre Signori. Il 2 febbraio 1891 è la volta del Monte Legnone imponente seppur non difficile cima che segna l’inizio della catena orobica ad occidente; lo scalano in nutrita compagnia M. Chiesa, P. Finzi Perrier, G. B. Magnaghi, I. Mazzuccheli, R. Pozzoi, P. Rebuschini, L. Redaelli e E. Tatti.
Più impegnativa sarà invece la prima salita invernale al Pizzo di Coca che viene raggiunto dal versante sud l’8 dicembre 1895 da Francesco Bertani e Antonio Facetti con Baroni.
Esattamente dieci anni più tardi, Giuseppe Carioni arriva in cima al Pizzo Redorta e il 9 dicembre,Francesco Coppellotti scala invece il vicino Pizzo della Brunone. Nell’inverno del 1910 Aldo Crespi e Guido Silvestri sono in vetta al Monte Gleno. Per la prima invernale alla Punta di Scais dovremo attendere ancora alcuni anni finché Antonio e Carlo Locatelli non ne raggiungeranno la vetta percorrendo la cresta sud, il 6 gennaio 1913.
Nel 1922, l’alpinista G. Ferrari scala le Cime di Caronella ed il Pizzo Tre Confini.
Il 31 Marzo 1942, il forte alpinista valtellinese Giuseppe Marini, con G. Scarì, supera il canalone nord-ovest del Pizzo di Coca per poi ridiscendere lungo la stessa via.  Per i fanatici dell’etica, essendo stata compiuta pochi giorni dopo la fine dell’inverno, questa ascensione non sarebbe da annoverare come una prima, tuttavia le difficoltà logistiche e ambientali, in aggiunta al difficile periodo storico in cui fu condotta, ci inducono a fare volentieri uno strappo alle regole. Ad avvalorare questa scelta, si tenga inoltre presente che la “vera” invernale da calendario sarà effettuata solo il 28 dicembre 1963, da Andrea Bonomi, Virginio Quarenghi, Attilio Bianchetti e M. Schippani. 
Sempre nel 1942, il 21 febbraio, F. Zois e Ugo Giudici compiono la prima invernale al versante est di Punta Scais.  
Come per l’alpinismo estivo, anche per quello invernale, la ripresa dopo la guerra avviene all’insegna delle scalate di Angelo Longo ed Ercole Martina. Nel 1953, i due compiono l'invernale al Pizzo Redorta da est (19-20 febbraio) e poi, l'8 marzo, salgono anche lo spigolo est del Coca in sette ore. 
Il 26 dicembre 1956, Gianni Corna e Piero Turani superano in prima invernale la cresta ovest del Pizzo del Diavolo di Tenda, ma segnalo che, due giorni prima, i due si erano cimentati con successo anche sullo spigolo est del Pizzo di Coca.
Nell’inverno del 1960, è da ricordare la grande traversata invernale di Andrea Bonomi e Luigi Ziliano. In pessime condizioni ambientali, i due partono dal Pizzo di Poris, svettano sul Monte Agaper arrivare due giorni dopo alla Capanna Mambretti. Da qui ripartono, salgono la parete nord della Punta di Scais e poi traversano il Passo di Coca, tornando a casa; il tutto dal 2 all’8 febbraio.
Il 19 febbraio 1961, tre cordate composte da Santino e Nino Calegari, Andrea Facchetti, Aurelio Bortolotti, Duilio Carrara s’impegnano e vincono sulla cresta sud Pizzo di Coca. Saranno ancora i fratelli Calegari con Andrea Farina e Mario Benigni a salire in prima invernale il Dente di Coca, per il crestone sud-ovest, il 5 gennaio 1964.
Nell'inverno 1965, il 5 febbraio, Patrizio Merelli e Vittore Cattaneo, riescono in una fra le più importanti e ambite ripetizioni invernali delle Orobie, quella alla parete Nord del Dente di Coca. Abbiamo già detto di questa via parlando della sua prima ascensione, ora aggiungiamo che alla data della prima invernale la parete era stata percorsa solo da altre quattro cordate (la seconda ripetizione è però ancora di Merelli e Cattaneo, nel settembre 1964). Partiti alle 2 dal Rifugio Coca, i due alpinisti passano sul versante valtellinese e scendono all’attacco, iniziando la scalata alla 7. Date le buone condizioni, l’ascensione si è svolta nel migliore dei modi con una variante finale negli ultimi 30 metri, che risale direttamente lo spigolo nord-est anziché tenersi in parete. 
Il 6 febbraio del 1966, Antonio Passerini, Bruno e Felice Bottani vincono la parete ovest-nord-ovest della Cima di Pescegallo. Il 19 marzo è invece la volta della prima invernale al Pizzo del Diavolo di Malgina, compiuta da Gianni Mascadri; incredibilmente in quegli anni nelle Orobie vi erano ancora importanti vette mai salite d’inverno!
Nell'inverno '68-'69, una forte cordata composta da Mario Curnis, Franco Maestrini ed Evaristo Agnelli tenta per la prima volta la traversata invernale delle sei maggiori cime orobiche: Pizzo diCoca, Cima d'Arigna, Dente di Coca, Pizzo Porola, Punta di Scais e Pizzo Redorta. La comitiva inizia dal Redorta, ma è ostacolata molto dal grande freddo. Inoltre, gli alpinisti lo sanno bene, d'inverno le difficoltà di tali creste si moltiplicano in quanto il terreno abbastanza facile consente alla neve di poggiarsi ovunque rendendo la progressione difficile e insidiosa. Il tentativo fallisce, ma dopo aver traversato dal Redorta allo Scais, gli alpinisti bergamaschi concludono con la prima invernale assoluta alla Cima d’Arigna e al Pizzo Porola, portandosi a casa anche alcuni congelamenti. 
Curnis però non molla e finalmente, dopo cinque anni di tentativi e il cambio di ben 18 compagni di cordata, il 26 e 27 dicembre 1971, con Mario Carrara, Evaristo Agnelli, Virginio Quarenghi e Carlo Nembrini, riesce nella prima traversata invernale delle 6 cime.  
Ormai restavano poche importanti invernali da aggiudicarsi e, dopo un lungo periodo di calma, i cugini bergamaschi, in sordina quasi totale, mettono a segno forse la maggiore ascensione invernale che si potesse compiere. Nell’inverno 1985, in due giorni e mezzo, M. Corna, Mario e Roberto Curnis, compiono la prima invernale alla Cresta Corti sulla Punta Scais. L'impresa è di tutto rispetto e non ha nulla da invidiare a tante ascensioni invernali compiute in quegli stessi anni sulle Alpi; inoltre, l'ambiente severo ed isolato in cui si svolge, ne accresce l'impegno complessivo. 
Poco tempo dopo è ancora Curnis a cogliere un importante successo. Dal 29 dicembre (1987) al 1° gennaio, Mario e Angelo, suo figlio, realizzano l'invernale della cresta nord del Pizzo di Coca: chi non conosce i luoghi non può immaginare, se non vagamente, l’impegno di una simile ascensione. La via Longo-Martina sul Pizzo Porola sarà invece ripetuta in prima invernale da Mario Arezio e Dario Rota. Nella stessa stagione, Paolo Valoti ascende, in prima solitaria invernale, il  canale di Porola sul Pizzo Porola e la via Corti-Lenatti sul Dente di Coca.
Ancora per l’inverno 1987, segnalo la seconda ripetizione invernale della Cresta Corti alla Punta Scais da parte di Giuseppe Miotti e Gianpietro Scherini in due giorni.

Bibliografia
Calegari N. e S. - Radici F. «Orobie 88 immagini per arrampicare» Edizioni Bolis 1985.
Cisana M. «Ghiaccio orobico – salite su ghiaccio e neve nelle Alpi Orobie», Idea Montagna Edizioni, Selvazzano (PD) 2007.
Gandola S. «Denti della Vecchia e dintorni... », Edizioni AGIELLE. Lecco 1981
Martina E. «Alpinismo Invernale», Baldini e Castodi, Milano 1968.
Martina E. «Addenda corrigenda e aggiornamento al 1968 della guida “Alpi Orobie”», Club Alpino Italiano – Tamari, Bologna 1969.
Saglio S. - Corti A. - Credaro B. «Alpi Orobie», collana Guida dei Monti d’Italia, CAI-TCI 1957.
Savonitto A. «Le Valli del Bitto – escursionismo, arrampicata, cultura alpina nel Parco delle Orobie Valtellinesi»,  Edizioni CDA, Trucazzano 2000.
Bollettino del CAI, annate varie.
Rivista Mensile del CAI, annate varie.
Lo Scarpone, annate varie.
Annuario della Sezione di Bergamo del CAI, annate varie.
Annuario della Sezione di Sondrio del CAI, annate varie.
Bollettino mensile della Sezione del CAI Milano, annate varie.
Le Montagne divertenti – n° 11 2009.
Si ringraziano inoltre
Gege Agazzi, Benigno Balatti, Gerardo Bettinelli, Antonio Boscacci, Felice Bottani, Mario Curnis, Ivan Facheris, Rossano Libera, Fabio Locatelli, Franco Maestrini, Emilio Marcassoli, Moris Milivinti, Stefano Pelucchi, Stefano Pizzagalli, Battista Pezzini, Fabio Salini, Andrea Savonitto, Mario Sertori, Mario Vannuccini.