UNA NUOVA ERA

Ultimo aggiornamento il: 11/05/2018 18:59:39


UNA NUOVA ERA

Caro Enrico, sono rientrato dal mio viaggio in Pakistan e con molto piacere ho avuto modo di leggere il tuo intervento "confidenziale". Obbedendo più a un impulso che al ragionamento, ho deciso di scriverti perché coi tuo pezzo non hai fatto altro che confermarmi alcune idee che da tempo mi frullavano per la testa.
Sono diversi anni che, nella mia attività, sto cercando di trovare cosa ci sia di meglio, anziché cosa ci sia di nuovo e per questo non ho trovato terreno. più fertile che le tanto sfruttate Alpi. Dalle mie modeste esperienze vengono dunque le idee sotto esposte. A mio parere, con la salita dei Lhotse, Cesen ha dato una bella regolata al prato dell'alpinismo, un prato dove, scusa la metafora agricola, si cercava di far nascere forzatamente nuovi fiori, sempre più belli e stupendi (nel senso letterale), ma che proprio per questo erano ogni volta più effimeri.
Ora tutto ciò appare sempre più prossimo alla fine o forse è già finito. Si dice anzi che è finito l'alpinismo, ma non è esatto: è finito un certo modo di concepire l'alpinismo e una immagine distorta che di esso si voleva dare, magari spesso anche inconsciamente. È adesso che viene il bello! Sono cadute alcune delle maggiori motivazioni possibili che fino ad oggi avevano retto il gioco; se cosi si può dire, sono state soddisfatte le esigenze primarie. L'ambizione, la competizione, il sogno di vivere e guadagnare con qualcosa che piacesse,. ma che comunque portava al pericoloso gioco dei sempre più difficile e sbalorditivo, hanno perso valore. Ora è il momento della qualità e dell'intelligenza. Non sono quindi d'accordo con il collega Gigi Mario; non direi che l'arte è morta. Direi piuttosto che siamo entrati in un nuovo periodo artistico in cui forse l'opera dovrà avere ancora maggiori caratteristiche di utilità e universalità.
I segni premonitori dei cambiamento risalgono molto addietro negli anni: già poco dopo la metà degli anni '70. E io vedo nei Renshaw e Tasker (chi conosce quello che i due hanno fatto in quegli anni sulle Alpi?) della Est delle Jorasses una di queste avanguardie; la salita al Changabang di Boardman e Tasker ha costituito poi una delle massime espressioni della new wave.
Poi è venuto il tempo dei Piola e dei Remy, solo per citare alcuni dei più validi esponenti di una nuova concezione di salire le montagne.
In Italia, seppure con molto meno clamore, anzi quasi in silenzio, sono forse ancora una volta le pareti dei Masino il teatro della nuova arte. Fazzini, Vitali, Prina e Moro e ancora molti altri, hanno imboccato una nuova strada che credo sia tutt'altro che banale e hanno aperto nuovi orizzonti.
È vero, adesso tutto sembra finito. Sappiamo che gli 8000 non sono più impossibili nemmeno per la loro parete più difficile, sappiamo che si può passare in libera quasi ovunque e che ogni parete è fattibile, su roccia e su ghiaccio. Sappiamo che non ci sono altre montagne.
È dai tempi della mia conoscenza con Motti che mi sono fatto la strana idea che in qualche modo la storia dell'alpinismo sia una sorta di doppione di quella umana e che nei 200 anni in cui si è espressa abbia ripercorso, raggiunto e superato, per certi aspetti, il cammino dell'uomo.
Per questo, proprio ora che gli orizzonti si sono chiusi, a mio parere essi non sono mai stati tanto ampi e promettenti per coloro che dimostreranno di saper vedere "oltre”. L'alpinista ha la possibilità di avventurarsi, primo fra tutti, in un nuovo territorio dove devono cambiare ì rapporti con la natura e con gli altri.
Forse si comincerà ad affrontare le salite più difficili cercando di essere il meno specificamente alienati possibile: tutto sommato, anche un allenamento specifico può apparire come un mezzo artificiale, specie se portato avanti utilizzando metodi che di molto si allontanano da una normale conduzione di vita.
Forse non è neppure molto lontano il giorno in cui ci sarà anche chi racconterà una sua "impresa" vissuta in sogno, in un luogo che esiste, ma che però è più bello lasciare com'è, senza neppure averlo visto da vicino senza averlo contaminato, ma per questo senza averlo vissuto.
Questa è senza dubbio una considerazione un po' fantasy, al di là dì essa resta il fatto che l'alpinismo, che nel suo momento più alto conosce anche la minore popolarità, inizierà ad essere riconsiderato e avrà un nuovo splendore.
E forse questa nuova tendenza. cambierà anche l'arrampicata sportiva, che in nome di una falsa sensazione di etica, ha riempito di spit pareti che spesso potrebbero essere salite anche solo con la corda dall'alto (basterebbe lasciare un metro di corda lasca ed eventualmente fermarsi ogni due metri simulando di dover moschettonare) e cambierà l'alpinismo himalayano ed extralpino che finora, salvo rare eccezioni (mirabili Calcagno e Machetto sul Tirich, ma chi se li ricorda?), ha dimostrato che, per ora, ben difficilmente due uomini possono partire da un centro abitato, raggiungere e salire la montagna senza avvalersi dell'aiuto di molti altri (oro simili e di appoggi vari. Cambia la sponsorizzazione, come tu hai già fatto rilevare, ma a mio parere anche la strada della natura può denunciare una fase di invecchiamento ai fini delle campagne pubblicitarie. la gente è sempre più e meglio informata, il pubblico è smaliziato e certe cose non lo incantano più di tanto. Alle ditte, non resta che puntare tutto sulla qualità; per ora mi sembra che questa strada sia percorsa solo da Patagonia, il cui nome è associato da tutti a un certo tipo di abbigliamento di grande utilità per chi vive all'aria aperta.
In questo senso, forse, invece di sponsorizzare dei grandi nomi le ditte potrebbero pensare a presentare i loro prodotti come quelli che innalzano le capacità dei mediocri. Edlinger, non sale grazie alla tal scarpetta perché, tutti lo sanno, sale anche a piedi nudi; Cesen avrebbe fatto quello che ha fatto anche senza certi materiali. Forse sarebbe dunque meglio cercare di far capire che grazie alla pedula super o a quella giacca a vento o ai ramponi speciali, anche il signor Brambilla, cinquantenne brianzolo panciuto, è riuscito a fare qualcosa in più e con maggiore sicurezza.