Un colpo di calore e addio ghiacciaio

Articolo per L'Europeo

Ultimo aggiornamento il: 11/05/2018 11:33:49


Un colpo di calore e addio ghiacciaio

Una slavina sulle Grandes Jorasses travolge otto alpinisti; altri tre perdono la vita per la stessa causa ai piedi della Cresta Guzza nel gruppo del Bernina; e il crollo di una «cornice» di ghiaccio è la causa della morte dell'ambasciatore del Giappone che con una guida si trovava a poche centinaia di metri dalla vetta dell'Ortles. Queste sono solo le più note delle tragedie alpine che hanno funestato la prima metà dell'estate ma molte altre, non segnalate dai giornali perché di «minore risonanza», sono accadute un po' ovunque.
Quest'anno, teatro degli incidenti sono stati soprattutto i ghiacciai e le pareti innevate dove particolari condizioni hanno favorito il distacco di blocchi di ghiaccio e slavine. Come sempre, eventi di questo tipo lasciano in tutti, anche nei più esperti alpinisti, un senso di stupore che riaccende le ataviche paure dell'uomo verso il pur magico mondo delle alte vette. Una volta superato il primo momento di sconcerto si può e si deve però cercare di far prevalere la razionalità tentando di capire il perché di certi avvenimenti che molto spesso vengono collegati alle mutazioni climatiche innescate dall'effetto serra.
I «grandi» ghiacciai che oggi vediamo ammantare le più alte vette alpine sono quello che resta della vasta glaciazione dell'Era Quaternaria, iniziata circa 700mila anni fa e che nel corso del periodo di Wúrm, 10mila anni fa, vide i ghiacci spingersi nella pianura Padana fino alle porte di Torino, Milano e Verona. Il ghiacciaio dell'Adda, per esempio, si originava dalle vette dell'Ortles-Cevedale (al confine tra Alto Adige e Lombardia) e ricevendo altre lingue glaciali tributarie, occupava la Valtellina e l'odierno bacino del Lago di Como per raggiungere la pianura alle porte di Monza: questa marea di ghiaccio aveva una lunghezza di oltre 200 chilometri e uno spessore massimo di circa 1.500 metri. 
Da allora, con diverse oscillazioni derivate dal susseguirsi di periodi più o meno freddi, ma con una generale tendenza al regresso, i ghiacci si sono ritirati. A testimoniare la forza del loro passaggio restano i grandi laghi prealpini, le valli dove scorrevano, con il loro tipico profilo a U, ed i «trovanti» o «erratici», blocchi di roccia anche di notevoli dimensioni che la corrente glaciale ha trasportato a chilometri di distanza dal punto di distacco originario delle pietre.
La maggior parte dei «trovanti» fa parte delle morene, vere e proprie muraglie di detriti, terra e pietre che il ghiacciaio erode dai fianchi della montagna spingendoli a valle nella sua avanzata e che oggi rimangono a segnare i limiti della sua espansione. Le gigantesche morene dell'Età Glaciale sono diventate ora colline ricoperte dalla vegetazione e spesso non facilmente individuabili dai profani (evidente, anche perché segnalata da colorati cartelloni turistici che fiancheggino l'autostrada per Aosta, è quella che si trova presso Ivrea). Il movimento dei ghiacciai può essere paragonato a quello di un torrente immensamente rallentato. Punto di origine è il bacino di accumulo, in genere un altopiano racchiuso fra le vette ben al di sopra del limite delle nevi perenni. Qui, strato dopo strato, sedimentano di anno in anno le precipitazioni nevose. La pressione esercitata dal progressivo accumulo degli strati soprastanti porta a un aumento della densità di quelli inferiori e alla conseguente formazione del ghiaccio. Quando l'altopiano non è più in grado di contenere la massa accumulata, questa inizia a muoversi verso il basso. Se il fondo della valle in cui scorre è liscio, il corso sarà placido e tranquillo per diventare turbolento in corrispondenza di strettoie e di un fondo tormentato. È in particolare in queste zone che si formano i crepacci, spaccature superficiali generate per l'appunto dalle asperità del letto di scorrimento. Essendo il ghiaccio una massa quasi rigida, una volta oltrepassato un punto di equilibrio, si determina il distacco della porzione anteriore che «cade» a valle staccandosi da quella superiore.
Quando l'altezza dell'ostacolo è rilevante, la massa si stacca nettamente da quella superiore, che si presenta allora come un grande muro di ghiaccio dando luogo alla formazione nota come «seracco».
Talvolta il processo di fratturazione è presente lungo tutta la lunghezza del ghiacciaio, come per esempio avviene per quello di Freney, sul versante meridionale del Monte Bianco, immane cascata congelata di seracchi e crepacci.
Nella sua discesa il ghiacciaio si trova presto o tardi a superare il limite delle nevi perenni, che nelle Alpi si trova a circa 3.000 metri di quota. Al di sotto di questo limite inizia il processo di «ablazione» e cioè la lenta perdita di massa, principalmente dovuta a scioglimento.
Dopo un percorso più o meno lungo e tortuoso, il ghiacciaio termina con la «fronte», dal cui piede sgorgano le acque di fusione. Queste, dopo un breve corso in superficie, si ingrottano nei crepacci confluendo a formare torrenti anche impetuosi.
Da qualche anno seguiamo tutti con apprensione le cronache che di tanto in tanto ci dipingono un futuro all'anidride carbonica, pieno di buchi dell'ozono, con temperature sahariane e ultravioletti a rischio. Senza dubbio sono in atto cambiamenti climatici di cui in pane siamo responsabili e senza dubbio i ghiacciai dopo una breve fase di avanzamento riscontratasi nei più freddi anni Settanta, stanno di nuovo e rapidamente perdendo terreno. E allora? Saremo testimoni della scomparsa di questo magnifico e grandioso fenomeno che abbellisce le vette alpine? I nostri figli non potranno mai avere la gioia di sostare incantati di fronte a montagne ricoperte da scintillanti pendii di ghiaccio? La storia, anche quella geologicamente recente ci dice che altre volte i ghiacciai sono quasi scomparsi dalle Alpi per poi ritornarvi. E probabile, ad esempio, che circa 6?]7.000 anni or sono solo le più alte vette del Monte Bianco e dei Monte Rosa avessero qualche ghiacciaio. Tale situazione, con alcuni periodi di avanzata, si riscontrava ancora in epoca preromana e del resto, l'uomo del Similaun, non sarebbe stato lassù dove l'hanno trovato se ci fosse stato il ghiacciaio odierno. Quella valle e quel passo erano liberi dalle nevi e le Alpi tutte erano traversate in lungo e in largo e abitate; commerci regolari legavano le miniere di salgemma di Halstatt (nei pressi di Salisburgo) fin alla lontana Massalia (Marsiglia).
Nel Medioevo vi fu un incrudimento del clima che portò a una piccola avanzata dei ghiacci a cui seguì un nuovo ritiro: nel secolo XIV le miniere di ferro della Valle dell'Inferno, site oltre i 2.000 metri in Val Gerola (Valtellina) erano coltivate anche d'inverno, a testimonianza di un clima certamente favorevole.
Le cave furono abbandonate sul finire del 1500 con l'inizio di una nuova fase climatica fredda che diede origine alla «Piccola Età Glaciale» terminata trecento anni dopo, nel 1850. Toponimi come Munt Pers (Monte Perduto) stanno a ricordare quel lungo periodo di freddo in cui l'inarrestabile avanzata dei ghiacci strappò molti preziosi pascoli ai montanari, arrivando a minacciare da vicino anche gli insediamenti umani. Fu forse in questo periodo che fiorirono nella fantasia popolare le immagini della montagna abitata da demoni e draghi e come un drago insaziabile e implacabile doveva essere visto il ghiacciaio che inghiottiva tutto ciò che incontrava sulla sua strada.
Può darsi che i nostri ghiacciai siano destinati a ritirarsi ulteriormente ma queste dinamiche, seppure influenzate innegabilmente dall'uomo, sono maggiormente legate a una ciclicità climatica a cui dobbiamo abituarci. Semmai sono i tempi più accelerati con cui questi fenomeni si verificano a doverci preoccupare, perché proprio questi sono dovuti ai danni ambientali che continuiamo a produrre.
Un valido strumento per chiunque voglia avvicinarsi dal vivo e in tutta sicurezza, al ghiacciaio è stato recentemente ideato dal Servizio glaciologico lombardo con la creazione del «Sentiero glaciologico Vittorio Sella» al ghiacciaio del Ventina in Valmalenco. Si tratta del primo esempio del genere in Italia: un breve itinerario escursionistico porta dal rifugio Gerli?]Porro (a un'ora dal paese di Chiareggio) fino alla .fronte del ghiacciaio e di tanto in tanto, cartelli esplicativi ne raccontano le vicende e gli spostamenti.
Un opuscolo illustrativo, reperibile al rifugio, potrà essere di ulteriore aiuto durante il facile tragitto; ma ancor più preziosa sarà la compagnia della celebre guida Enrico Lenatti che spesso accompagna i visitatori arricchendo la gita con aneddoti sulla vita montanara e sul «suo» ghiacciaio.

Le regole d'oro della sicurezza in Montagna. Sceglietevi  una buona compagnia

Quanto c'è di «fatalità» in un Incidente in montagna? Un esperto alpinista sa che anche l'Instabile mondo del: ghiaccio e della neve è governato da leggi naturali che vanno rispettate.

Per prima cosa si deve conoscere l'andamento delle precipitazioni annuali. Per esempio, quest'inverno le nevicate sono state particolarmente abbondanti ad alta quota e scarse al di sotto dei 2.800 metri. Questo fatto dovrebbe già di per sé dirci che su pareti di ghiaccio e ghiacciai, la quantità di neve è assai abbondante e, In caso di  giornate calde, diventa un pericolo.
Prima di una ascensione è necessario conoscere la quota a cui si trova lo, «zero termico», cioè il punto dove la temperatura passa da sopra lo zero a sotto. TaIe, dato, viene spesso fornito dal servizio meteorologico, (per esempio quello svizzero), da consultare sempre e comunque per evitare di. incappare in bufere e maltempo. Compiere ascensioni su ghiaccio con uno «zero termico» a oltre 3.500?]4.000 metri vuol dire esporsi al rischio di distacco di pezzi di ghiaccio o slavine dovuto alla elevata temperatura. Il caldo, inoltre, facilita lo scioglimento del ghiaccio che salda fra loro i blocchi dì roccia e può provocare la caduta di sassi e frane; quindi vale sempre la buona vecchia regola montanara di «partire presto e tornare presto», specie se si devono affrontare canaloni o altri passaggi obbligati. In queste situazioni, è richiesta anche una maggiore rapidità, che comporta un buon allenamento e una certa confidenza con le tecniche alpinistiche. La presenza di crepacci, spesso celati da sottili «ponti» di neve, impone la regola di non muoversi mai da soli anche sui ghiacciai più facili e apparentemente sicuri. Si deve quindi procedere in almeno, due persone legate e munite di piccozza e ramponi. In caso di dubbio è sempre meglio avvalersi dell'ausilio di una guida alpina. Le eventuali grandi nevicate che si registrano nel periodo estivo hanno particolare importanza. In questo caso, data la scarsa. durata di temperature rigide anche in quota tali masse nevose sono estrema mente instabili perché poco assestate e quindi ancor più soggette al «metamorfismo di fusione». In questo caso è sempre meglio attendere qualche giorno per dare modo alla neve di assestarsi e al pendii. di scaricare la neve accumulata.
Nonostante quando detto, è innegabile che certi incidenti siano dovuti alla pura fatalità, ma se si rispettano le regole del gioco, il rischio è inferiore a quello, di un viaggio in auto sulle strade di tutti giorni. Dopo tutto, a una ascensione anche a lungo sognata è possibile rinunciare in attesa del  «tempo debito», a un viaggio di lavoro molto meno.