Il “mio” Walter Bonatti

E' stato un grandissimo onore per me essere incaricato di scrivere un pezzo su Walter Bonatti. Immaginate con quale senso di apprensione e responsabilità mi sono accinto all'opera. Non sapevo bene come iniziare poi mi sono lasciato andare alle considerazioni più semplici e vere, alle mie esperienze dirette. Forse ho scritto un po' contratto, non lo so. Giudicate voi.

Ultimo aggiornamento il: 03/05/2018 08:36:00


Il “mio” Walter Bonatti

La prima volta che sentii nominare Walter Bonatti fu in un freddo giorno di febbraio del 1965, quando di sfuggita mi capitò di vedere in TV le sfocate, traballanti immagini riprese da un elicottero della RAI. Walter Bonatti stava per raggiungere la vetta del Cervino dopo aver aperto una nuova via sulla parete Nord con una dura salita invernale solitaria. Il mio ‘65 iniziava ancora sotto il segno dell’incertezza. Da qualche anno un mondo mi stava crollando attorno e non sembrava ancora aver finito. In quel marasma di paure, nessuno mi stava aiutando ed io cercavo qualche punto fermo cui poggiare il futuro. Quel giorno, forse, quel Cervino divenne l’ancoraggio tanto cercato e Walter Bonatti un mio riferimento: se un uomo solo riusciva a fare tanto non c’era motivo di aver paura del domani.

Dopo qualche anno, “Le mie montagne” e “Tra zero e 8000” erano gli appigli di carta con cui iniziavo a muovere i primi passi da scalatore. In quei libri, più che gli aspetti tecnici delle scalate, mi colpiva l’alone di ignoto e di grande avventura che gli autori sapevano comunicare: le Alpi terra incognita e favolosa, oceano, deserto, selva ove trovare nuove strade oppure ripercorrere antiche e favolose rotte di audaci pionieri. Era questo lo spirito con cui mi stavo avvicinando alle cime, con una passione quasi morbosa per i luoghi più remoti, per le pareti più oscure e meno alla moda.

Nel frattempo, i “Giorni grandi”, tanto atteso seguito delle “Mie montagne” soddisfaceva altre mie curiosità su Bonatti, confermava le mie scelte e accresceva la mia ammirazione per l’autore del quale il mondo della montagna sembrava aver quasi perso le tracce.
“Walter Bonatti? Non scala più.” Questo era quello che si mormorava. Ma ben pochi, credo, erano al corrente delle sue scelte profonde e di quello che in realtà stesse facendo. Spesso mi capitò di udire qualche scalatore trattare Walter come una sorta di traditore: “Siii, va bene, ha fatto grandi imprese, ma adesso non va più in montagna. Io non capisco uno che smette così. Vuol dire che in realtà non amava l’alpinismo…”. Il seguito era implicito: se non l’ha fatto per passione vuol dire che l’ha fatto solo per una smodata ambizione personale, mettendo in pericolo anche le vite di chi si legava con lui.

Di certo Bonatti era un uomo e non un dio, quindi anch’egli preda delle umane debolezze, ma il suo comportamento, la sua coerenza, sempre applicata anche quando non gli sarebbe convenuto, mi suggerivano che le cose non stavano del tutto così. Mi sembrava impossibile che avesse rinunciato alle “sue montagne” anche perché aveva scritto di un “…congedo definitivo dall’alpinismo estremo.” e quindi solo da quello. Confortavano tali supposizioni anche alcuni dei suoi reportage che da qualche anno comparivano sulla rivista Epoca: di tanto in tanto Bonatti si cimentava ancora con le cime, anche se non più con le alte difficoltà.

Intanto il Nuovo Mattino ci apriva altri orizzonti, anche sulle rocce, e gli immensi spazi che si prospettavano diventarono terreno vergine per nuove esplorazioni e per conoscere un mondo alpino fino allora trascurato. Per molti di noi fu un gioco, ma la grande suggestione bonattiana, la sua spinta verso la ricerca era, per chi ci credeva di più, il percorso quasi obbligato da seguire. Nuove le tecniche, nuovi i materiali, nuovi i pensieri, ma, in qualche modo, Bonatti era sempre sullo sfondo.

Lo conobbi solo molti anni dopo, guarda caso in coincidenza con un altro punto saliente della mia vita: l’alpinismo stava diventando per me la piccola parte di una storia più grande, quella del territorio, quella dell’uomo fra le montagne.

Nel 1990, il grande alpinista tenne una conferenza a Sondrio e, come sempre, al termine ci fu il tradizionale ritrovo in pizzeria, allora, finalmente, potei entrare in contatto con lui. Parlammo di molte cose ed in particolare gli raccontai di qualche mio progetto compreso quello di una traversata sciistica dello Hielo Continental. Subito si instaurò un’intesa reciproca.

Da poco Walter e Rossana, la sua compagna, avevano deciso di stabilirsi alle porte della Valtellina, ristrutturando un rustico sulla sponda retica ed è stato qui che in seguito ci siamo incontrati altre volte.

Arrivavo sempre d’improvviso, cosa che del resto mi capita ancor oggi, ma per quanto inatteso, forse inopportuno, ero sempre accolto da una solare Rossana che con gentilezza mi faceva salire verso casa spiegandomi che Walter era impegnato in questo o in quell’altro lavoro di muratura o carpenteria per rendere sempre più accogliente la nuova dimora (forse chi gli ha dato del carpentiere si riferiva a queste opere e non alle sue imprese alpine). Così la nostra amicizia crebbe un pezzettino alla volta come il lavoro di ristrutturazione del vecchio rustico.

In questo periodo ci fu anche l’occasione di compiere assieme una lunga gita in Valchiavenna seguendo il tracciato di un’ipotetica via preistorica. Fu una gita interminabile ed interessante, fra antichi nuclei, massi coppellati, precipizi e balconi panoramici che si concluse a Dalò, piccolo paese sopra Chiavenna. Stravolti dalla camminata molti di noi decisero per un sano pediluvio nella fontana del paese: immergemmo i piedi nella vasca e alla fine, dopo qualche indugio, anche Walter cedette al fresco richiamo.

Qualche mese più tardi, in seguito ad un’operazione chirurgica condotta in ambiente poco sterile, Walter si prese una devastante infezione alla colonna vertebrale. Lo staphilococcus aureus, credo fosse lui, è una bestia invisibile, ma molto più pericolosa degli animali selvaggi che l’alpinista-esploratore aveva affrontato durante i suoi avventurosi viaggi, più temibile del più “temibile verglass”, più persistente della più profonda depressione alpina. Walter Bonatti si stava accingendo all’ennesima sfida su un terreno a lui ignoto e assai più insidioso di quelli che aveva già esplorato. Avrebbe superato anche questa durissima prova?

La faccenda era molto grave tanto da preoccuparmi seriamente sul suo esito e ogni volta che scendevo in bassa valle per fargli una visita, lo trovavo sempre più provato, mentre il morbo pareva non volersene andare. Per mesi Walter fu costretto ad usare un busto per limitare i movimenti della spina dorsale, sottoponendosi contemporaneamente a cure antibiotiche che avrebbero atterrato un toro. Faticava a stare in piedi e ogni movimento gli era penoso, ma come sempre egli cercava di dare poco peso alla malattia. Fu forse in quel periodo che potei conoscere meglio Walter Bonatti perché, spogliato dall’alone di mito, mi si presentava come uomo e basta. Lo vedevo soffrire con una serenità, con uno spirito di sopportazione, con una sorta d’ingenua fiducia nel domani che mi stupefaceva: la parete era fra le più difficili e mortali, ma lui sembrava affrontarla con la pazienza e la tenacia con cui aveva vinto tutte le altre. A settant’anni passati, Walter stava dimostrando che ciò che lo fece essere il migliore non fu solo un fisico eccezionale, ma soprattutto una mentalità che si riscontra in pochissimi. Sebbene io non abbia mai creduto all’equazione grande alpinista uguale un grande uomo, in questo caso potevo constatare che la dimensione umana del personaggio era forse ancor più grande di quella alpinistica.

Non ricordo bene se prima o dopo che iniziasse questo calvario, stupendomi ancora una volta, Walter mi chiese di mostrargli le diapositive delle mie prime ascensioni e della traversata sciistica del Sentiero Roma. Quel giorno si parlò soprattutto d’alpinismo esplorativo, di come ci fosse ancora tanto da fare anche sulle Alpi; ma nelle altre occasioni in cui ci si vide l’alpinismo non faceva che da sfondo ad altri temi, da quelli un po’ frivoli come l’andamento delle stagioni a quelli più impegnati sulla conservazione dell’ambiente e a volte sulla politica, argomento questo che vedeva impegnata anche Rossana.

In tutto ciò, man mano lo conoscevo, c’era una sola cosa che mi disturbava e di cui non riuscivo a farmi ragione: come mai un simile uomo si era appartato così dalla ribalta? Era pur vero che per lui l’Italia, a differenza della Francia, era stata assai più prodiga di dispiaceri che di soddisfazioni, ma mi sembrava un peccato che il tesoro d’esperienza, buonsenso e chiarezza che intravedevo nel personaggio andasse perduto. Uno come Walter avrebbe potuto essere il motore, la guida discreta dell’alpinismo italiano, un po’ come Boninghton è stato per quello inglese; uno come lui sarebbe potuto diventare ministro dello sport come il suo compagno d’avventure Pierre Mazeaud in Francia; almeno avrebbe potuto aggiungere il peso della sua voce in tanti temi scottanti legati al mondo delle Alpi e della montagna a cominciare dall’ambiente.

Poi, ragionandoci meglio e considerando le torme di business man che potrebbero avvantaggiarsi del suo patrocinio, ho capito che, in fin dei conti, Bonatti non ha fatto male a starsene in disparte, partecipando solo ad iniziative spontanee, slegate da loghi e associazioni, come ad esempio quella contro la costruzione di centraline idroelettriche in Val di Mello. Non è che un aspetto della coerenza “bonattiana”, che gli impedisce di trasformarsi per ragioni di prestigio o denaro e che lo mantiene saldo su una rotta forse non sempre facile, ma ricca di dignità.

Ora lui continua la sua vita tranquilla con Rossana, ha smesso di fare conferenze, ma non smette di pensare all’immenso patrimonio dei suoi archivi che vuole riordinare. Non smette di scrivere e di essere curioso. Superati brillantemente altri incidenti più o meno gravi, continua ad andare per i monti e a viaggiare ed io non posso che augurargli di proseguire ancora per tanti anni.

Adesso che non ho più nulla da dire mi viene in mente che non ho mai parlato del Bonatti alpinista e delle sue imprese. Beh, considerando che per me l’ormai sviscerato episodio del K2 è complessivamente poco importante, non mi resta che una considerazione. Forse senza rendersene conto, più di tutti gli altri Bonatti ha fatto dell’alpinismo un’arte: ogni sua via non è solo un capolavoro di tecnica e bravura cui si aggiungono spesso la bellezza estetica e grandiosa dell’obiettivo, ma, come le vere opere d’arte, arriva sempre a suggestionarci e apre le porte verso le nostre montagne interiori.