STORIA, EVOLUZIONE, NUOVI APPROCCI AL TURISMO DI MONTAGNA

Ultimo aggiornamento il: 11/05/2018 11:21:41


STORIA, EVOLUZIONE, NUOVI APPROCCI AL TURISMO DI MONTAGNA

Se volessimo per forza fissare una data seppure approssimativa che indichi la nascita di un “turismo di montagna”, credo che potremmo farla coincidere con la prima ascensione al Monte Bianco nel 1786. Siamo in piena Epoca del Lumi, periodo in cui molti studiosi, soprattutto svizzeri come Jaohann Jacob Scheuchzer, Albrech von Haller, Horace Bendict de Saussure, avevano intuito che le montagne erano un libro poco letto contenente molte risposte circa l’origine della terra e il suo passato. Se si pensa che fino ad allora i massi erratici o i fossili erano fenomeni attribuiti ora ad atti di stregoneria ora al Diluvio Universale, capiremo forse con quale energia questi studiosi, fra cui poco dopo anche il nostro Abate Stoppani, si dedicarono all’indagine. In questo periodo, la riconosciuta importanza strategica delle Alpi e il miglioramento delle tecnologie costruttive portarono anche all’avvio di numerose opere di miglioramento viario che diverranno ben presto determinanti proprio per la nascita di una prima forma di turismo alpino.
I problemi della viabilità fra le montagne erano sempre stati di difficile soluzione e ancora agli inizi del 700 erano ben poche le vie di comunicazione che si potessero dire comode e sicure. Chiunque s’impegnava in un viaggio tra le Alpi lo viveva con l’angoscia di chi deve affrontare un rischioso cimento, cercando di porvi fine il più presto possibile. Agli occhi di un viandante di pianura, le Alpi erano un territorio ostile e selvaggio, abitato da genti a dir poco strane e, cosa ancor più tremenda, infestate da draghi e mostri; ma se non potevano essere trasportate via nave, merci e idee dovevano per forza traversare le montagne. Su queste primitive strade passavano anche le truppe dei Signori di mezza Europa impegnati a contendersi i territori italiani e consci dell’importanza militare dei valichi delle Alpi. Più raramente la traversata alpina era compiuta dai giovani eredi delle nobili famiglie europee, impegnati nel “Gran Tour”, tradizionale, quasi obbligatorio, bagno di cultura alla volta delle città d’arte italiane e delle meraviglie naturali del Bel Paese.
Dalla metà del 700 la tradizione del Grand Tour proseguì, facilitata dal miglioramento della rete viaria attraverso le Alpi; in questo contesto, l’opera che forse sancisce un mutamento epocale è, nel 1708, la costruzione del primo tunnel alpino, il Buco d’Uri, lungo 60 metri, largo 2,2 metri e alto 2,5 metri.
Poi, nel 1800 Napoleone allarga la strada del Sempione; nel 1823 gli Asburgo migliorano l’antichissima strada dello Spluga e i Grigioni fanno lo stesso con la strada del San Bernardino; nel 1825 si costruisce la strada dello Stelvio e nel 1830 si completava anche la nuova strada del Gottardo.
Queste nuove porte di accesso al cuore d’Europa permisero a molti esponenti del mondo artistico e letterario europeo, inglesi e tedeschi in primo luogo, di ritrovare fra le aspre vette alpine sensazioni e atmosfere che preludevano al nascente romanticismo. Nello stesso tempo opere più scientifiche come “L’itinera Alpina” dello Scheuchzer, fornivano le prime preziose informazioni sul mondo alpino.
A cavallo fra il XVIII e il XIX secolo furono innumerevoli gli artisti che viaggiarono attraverso le Alpi o che vi soggiornarono, dapprima nelle città ai loro piedi come Ginevra e Lucerna, poi nei paesi più facilmente raggiungibili che cominciavano dunque a dotarsi di strutture atte all’ospitalità non solo per il passaggio, ma anche per il soggiorno prolungato. Nascono in questo periodo i concetti di panorama e di paesaggio e si delinea un nuovo sentimento, quello del ‘sublime’ spesso preceduto anche dall’aggettivo ‘orrido’. Figure come Mary Shelley, Wolfgang Goethe, Johann Jakob Meyer, Friedrich Lose, John Ruskin, William Turner hanno trovato fra le Alpi ispirazione per opere a volte immortali in campo pittorico e letterario.
Come abbiamo detto, l’ascensione al Monte Bianco dischiude agli uomini più avventurosi, capaci e ricchi una nuova terra di scoperta e di sfida senza che ci fosse neppure il bisogno di imbarcarsi verso lontane mete esotiche. Grazie all’idea suggerita da quell’impresa, in pochi anni, accanto a pittori, filosofi e letterati una nuova figura si aggiunge ai frequentatori delle Alpi, quella dell’esploratore e dello sportivo che si cimenta nella conquista di vette inaccesse e sempre più difficili; si chiamerà “l’alpinista”. Questa nuova attività contagia in particolare gli esponenti della nobiltà colta e della borghesia britannica. Raggiunto il benessere economico grazie alla rivoluzione industriale, costoro potevano permettersi di dedicare il loro tempo libero allo svago e al piacere della ricerca e lo spirito anglosassone, avventuroso e sportivo, ritrovava nelle selvagge dimensioni alpine quel confronto con gli elementi naturali che altrove sembravano ormai sottomessi dall’ingegno umano; poteva dunque riassaporare il vero contatto con la natura ed il rischio. Grazie agli alpinisti, i paesi arroccati ai piedi delle più importanti vette alpine, Chamonix, Grindelwald, Zermatt, Saint Moritz, solo per citarne alcuni, diventarono meta di soggiorno e base di partenza per l’esplorazione delle Alpi che, come ebbe a scrivere uno dei maggiori esponenti dell’alpinismo britannico del tempo, Leslie Stephen, erano diventate il “Terreno di gioco dell’Europa”.
In considerazione di una viabilità più primitiva e di un’orografia assai più complicata rispetto a quella del versante settentrionale, le nostre vallate conobbero l’avvento dei primi turisti un po’ più tardi e, leggendo le relazioni di questi pionieri, si capisce come fossero arretrate e prive, o quasi, di strutture ricettive. Fanno eccezione le località con fonti termali o curative (Bagni di Bormio, Bagno Masino, Santa Caterina) che, proprio per questa caratteristica, erano già dotate di alberghi più o meno confortevoli. La svantaggiata condizione di partenza migliora già pochi anni dopo il primo apparire dei nuovi visitatori e accanto ad alberghi migliori, ecco nascere le prime attività generate da questa invasione pacifica. Molti alpigiani diventano cercatori di cristalli e di erbe, altri, in genere cacciatori, ingaggiati sul luogo per le loro supposte conoscenze del territorio, iniziano a vendere questo servizio facendone una professione. Siamo ancora ai primordi e ci vorrà l’unificazione italiana, cui si accompagnerà, poco dopo, la nascita del Club Alpino Italiano a far cambiare radicalmente la situazione.
Seppure in ritardo rispetto ai loro omologhi britannici, anche molti nobili e borghesi italiani iniziarono ad interessarsi dell’alpinismo, aggiungendo a questa loro passione, altruistico spirito patriottico e lungimiranza che li portò a vedere nel turismo alpino una notevole fonte di risorse economiche per le depresse popolazioni di montagna. Gli esempi c’erano, bastava guardare oltralpe, e dimostravano che la strada era praticabile e foriera di grandi successi. Molti furono sul finire dell’800 i personaggi che si adoperarono in questa direzione; promuovendo la costruzione dei primi rifugi alpini (come fece ad esempio il conte Lurani Cernuschi che finanziò la costruzione della Capanna Cecilia al Disgrazia), avviando progetti di segnaletica dei sentieri o scrivendo articoli e monografie. Essendo tutti soci del Club Alpino fu logicamente il sodalizio ad assumere spesso il ruolo di esecutore e prosecutore delle idee di questi filantropi, dando maggiore continuità al loro disegno e diventando, almeno fino alle soglie della Seconda Guerra Mondiale, un vero elemento di sostegno per ogni attività legata al turismo in montagna. Fu il Club Alpino ad organizzare i primi corsi ufficiali per Guide alpine, fu nel suo ambito che addirittura si istituì un fondo per premiare i più validi, per sostenere chi per incidente aveva perso la possibilità di salire sui monti e per le famiglie di quelli periti durante un’ascensione.
Nel primo trentennio del 900 assistiamo ad un autentico fiorire di iniziative far cui in primo luogo la costruzione di decine di nuovi rifugi alpini; ma nello stesso tempo si proseguiva in una politica di divulgazione del turismo alpino rivolgendo l’attenzione non solo agli stranieri, ma anche alle classi sociali meno abbienti del paese. E’ il tempo delle “Alpi al popolo”, un progetto per avvicinare tutti gli italiani alle loro montagne che ebbe la sua massima espressione nelle oceaniche gite popolari e nei campeggi tenuti nelle più celebri località dal Monte Bianco alle Dolomiti.
Non abbiamo molti dati numerici circa l’andamento dei flussi turistici nelle nostre località tuttavia vi sono alcuni indicatori che rivelano un costante aumento dei visitatori; in primo luogo, oltre alla costruzione di altri rifugi, ce lo segnala il loro periodico ampliamento, spiegabile solo con la necessità di aumentare i posti letto ed il confort. Lo stesso vale per le strutture alberghiere che, soprattutto negli anni 20 e 30 del secolo scorso, conoscono un felice periodo di crescita, con la realizzazione di alberghi e pensioni di medio livello che si affiancano ai grandi hotel per i più abbienti. Comincia in questo periodo anche il diffondersi delle seconde abitazioni, in genere ville di un certo lusso, bene ambientate e di pregio architettonico: sono le dimore che, assediate spesso da moderne costruzioni di pessimo gusto, ancora abbelliscono molte località di villeggiatura, dai monti lariani fino alle valli retiche.
Quindi possiamo dire che alle soglie della Seconda Guerra Mondiale le nostre località montane godevano di un certo benessere portato da un turismo, principalmente estivo, non solo d’elite. In ogni località alpina, soprattutto anche sotto la spinta autarchica si moltiplicavano le iniziative promozionali sul territorio, numeri speciali di riviste locali, campeggi oceanici, apertura di scuole d’alpinismo come quella del CAI Valtellinese alla Marinelli o la celebre Scuola Parravicini che aveva sede a Chiareggio.
La presenza di un Club Alpino (e anche di un Touring Club), alimentato ancora dagli ideali dei fondatori e da un prestigio non indifferente era in grado di orientare le scelte delle amministrazioni locali e di coadiuvarle nella gestione del territorio. Il sodalizio era presente nella vita sociale di molte comunità non solo con le sue Guide alpine che fino agli anni ‘30 e ‘40 del 1900, godevano di grande prestigio presso la loro comunità ed erano uno dei riferimenti socio culturali del paese, assieme al parroco e al maestro. Al CAI spetta inoltre il merito di numerose opere filantropiche di livello oggi impensabile; pensiamo ad esempio all’asilo di San Martino Val Masino, donato dal CAI Milano al paese, semplice e solida palazzina Liberty oggi sacrificata dall’insipienza comunale alle logiche di mercato e ristrutturata a bed and breakfast.
Un cambio epocale nella vita di molte delle nostre comunità alpine si verifica poco dopo la fine del secondo conflitto mondiale con l’affermarsi dello sci. Benché praticato da anni, (fu l'aristocrazia inglese a rendere celebri le vacanze invernali a St. Moritz a partire dal 1864 e le prime vacanze sciistiche furono organizzate ad Adelboden, Svizzera, nel 1903, da Sir Henry Lunn in collaborazione del Public Schools Alpine Sports Club), lo sci era considerato un’attività alla portata di pochi. Sebbene in alcune località esistessero già dei rudimentali impianti a fune, il turismo invernale aveva un peso marginale rispetto a quello estivo. Solo dalla fine degli anni ‘50 si assiste ad una sua progressiva crescita, agevolata da un benessere economico più diffuso e dalla realizzazione, ovunque fu possibile, di impianti di risalita. Lo sci alpino ha indubbiamente contribuito in maniera determinante a cambiare il volto, non solo economico, di molte località alpine e addirittura, laddove possibile, si è spinto ad invadere periodo stagionali prima appannaggio solo del turismo estivo. Il piacere di una scivolata sulla neve, i grandi spazi ottenuti con poca fatica e massimo divertimento, costi in fin dei conti accessibili (almeno fino ad oggi), hanno portato gradualmente un’inversione di ruoli con l’inverno che in molte località è diventato il momento più atteso. Purtroppo il boom dello sci assieme a strepitosi risultati, ha portato con sé anche un lato quanto meno discutibile che in molte zone è stato gestito con improvvisazione e con spirito altamente speculativo. Con l’espansione di piste ed impianti, a partire dagli anni ’60 i paesi di fondovalle hanno, infatti, subito una pesante speculazione edilizia che spesso ha danneggiato il tessuto urbano e a volte, mi spingo a dire, quello sociale. I paesi si sono dotati di tutti i sistemi d’intrattenimento per rendere piacevole il soggiorno anche nei momenti di pausa dallo sci, ma nel contempo hanno spesso perduto l’antico caratteristico fascino; in molte circostanze, vedi Aprica, Madesimo o Chiesa Val Malenco, si è persa anche l’occasione di sfruttare questa potente risorsa per dare anima e identità al luogo che, una volta passata la stagione si trasforma quasi in una città fantasma. Eppure nonostante ciò, grazie alla bellezza di questo sport, alla facilità con cui permette l’accesso ai grandi scenari, lo sci invernale ha continuato la sua fase espansiva anche grazie a nuove tecnologie che hanno consentito l’innevamento artificiale delle piste in caso di mancanza della materia prima, condizione che in questi ultimi anni si è spesso verificata.
Tuttavia, laddove lo sci si è imposto più prepotentemente si è cominciato a notare un grave squilibrio nella gestione dell’offerta turistica: si è progressivamente - e facilmente - scordato il meno ricco flusso dei visitatori estivi e si sono concentrati quasi tutti gli sforzi sugli sport invernali, creando quella che è definita la Monocultura dello Sci. I primi segnali che questo tipo di politica andava nella direzione sbagliata vennero dalla pesante crisi subita dai piccoli impianti che, smaltita la sbornia del boom, si trovarono presto a fare i conti con alti costi di gestione a fronte di una diminuzione di turisti. A enfatizzare l’errore si è aggiunto in questi ultimi anni il mutamento climatico che ha reso praticamente inutilizzabili, o quasi, moltissimi impianti costruiti alle basse quote o con esposizione a Sud. Da noi il caso più noto è quello di Prato Valentino, località progettata negli anni ‘60 e ben presto caduta in declino per i motivi sopra citati. Pensata solo per lo sci di pista e null’altro, Prato Valentino è diventata una piccola cattedrale nel deserto che solo oggi, seguendo nuovi percorsi sembra trovare un’uscita dal tunnel.
In generale, oggigiorno tutti gli impianti sciistici soffrono di passivi economici giustificati, e non è poca cosa, dall’indotto che producono sulle attività ricettive e commerciali dell’area in cui sorgono. Tutto il sistema nel suo complesso ha retto abbastanza bene, ma, anche in seguito all’attuale situazione economica, molte delle stazioni alpine che hanno puntato tutto solo sullo sci cominciano a mostrare segni più o meno evidenti di crisi. In particolare nelle nostre vallate questa condizione si è aggravata nel tempo anche a causa della concorrenza vincente portata da altre località specie del Trentino, della Svizzera, dell’Austria. Si è cercato in diversi modi di spiegare questa defaillance, incolpando ora la nostra viabilità ora la maggiore disponibilità economica di queste aree, senza capire, o voler capire, che le ragioni stanno in gran parte altrove. Recenti dati resi pubblici dall’ex presidente della DMO Valtellina, Mario Cotelli, hanno reso impietosamente la situazione e hanno scatenato polemiche spesso pesanti, ma i dati sono quelli e allora, forse, bisognerebbe cominciare a chiedersi umilmente dove si è sbagliato e a cercare, se possibile, di correggere la situazione.
Seppure in ritardo cominciamo però ad accorgerci che bisogna recuperare, se possibile, il turismo estivo, che bisogna ampliare il ventaglio delle offerte a 360° in questo anche prendendo seriamente in considerazione le mezze stagioni.
Come comunicatore del territorio mi sono fatto un’idea del perché si è giunti all’attuale situazione e prima di vedere i rimedi vorrei fare un breve elenco dei mali. Innanzitutto, è bene dircelo chiaramente, in Provincia di Sondrio non si è mai avuta una politica turistica seria e razionale, un piano territoriale a lunga scadenza, lasciando spesso l’iniziativa ai singoli. Credo che il motivo principale sia dovuto al fatto che, sebbene fonte non indifferente del bilancio economico provinciale, il turismo è sempre stato visto come una cosa che… andava da sé: della quale non occorreva occuparsi più di tanto. Si è prestata quindi maggiore attenzione a settori come l’edilizia, l’industria, l’attività estrattiva che pian piano hanno assunto sempre maggior peso nelle decisioni politiche, tanto da arrivare a snaturare quella che sarebbe la nostra principale risorsa turistica: il territorio. In questo la politica ha fallito due volte perché ha favorito la concentrazione della ricchezza anziché consentire una sua più equa distribuzione favorendo il turismo e le attività ad esso collegate (piccolo artigianato, prodotti tipici, etc.)
Il grande - e giustificato - abbaglio dello sci ha purtroppo fatto facilmente dimenticare le attrattive offerte dalle località nelle altre stagioni, estate in primo luogo, con conseguente sottovalutazione della bellezza e dell’importanza, anche culturale, dei luoghi. Urbanistica dissennata delle seconde case, capannoni, cave hanno consumato e rovinato intere aree di alto pregio turistico rendendole inutilizzabili allo scopo. Località come la Val Malenco o Aprica, sono ormai a bassa qualità ambientale e avranno sempre più difficoltà a vendere l’immagine di un turismo estivo o destagionalizzato all’altezza delle moderne esigenze della clientela. A ciò si aggiunga che questa erosione del territorio sta portando notevoli danni anche ad attività che potrebbero benissimo lavorare in sinergia col turismo, parlo dell’agricoltura e dell’eno-gastronomia, ma anche dell’impianto architettonico storico e museale.
Il paragone con le stazioni turistiche del Trentino, ma anche solo con quelle della vicina Svizzera, addirittura Poschiavo, è improponibile. Penso che siano pochi coloro che fra un soggiorno estivo nella piccola cittadina svizzera e uno - che so?- all’Aprica, scelgano quest’ultima. Perché? Perché oggi un turista maturo cerca tranquillità, bellezza, ordine, un territorio a sua disposizione dove possa facilmente intraprendere le sue attività di svago, servizi integrati, ospitalità e cortesia. A questo punto si è anche disposti a pagare qualcosa in più, ma se addirittura i prezzi sono inferiori rispetto a quelli praticati nelle nostre stazioni turistiche, allora la battaglia è già persa in partenza.
Quindi se in generale il turismo estivo piange, anche quello invernale non ha molti motivi di gioire; ma del resto finché ci si ostinerà a concentrarsi sul finto problema della carenza di infrastrutture, di alloggi, di strade, di impianti la situazione non migliorerà. Finché si proclameranno operazioni di rilancio (ma una cosa si rilancia se è stata lanciata), attraverso costose e spesso insulse campagne pubblicitarie condite da toreri (celeberrimo è il manifesto del torero che dice: “Valtellina vivila come vuoi”) o da immagini ritagliate con sempre maggior fatica nel disastro paesaggistico, resteremo sempre al palo.
Queste iniziative vendono “il nulla”, o quasi, e purtroppo, o per fortuna, il turista moderno è sempre più informato, accorto e sensibile.
Eppure esistono anche esempi virtuosi, laboratori dove è nato, e nonostante tutto vive in salute, un turismo diverso da quello sempre sostenuto dalla politica locale. Cito ad esempio la Val Masino, dove la particolare orografia ha impedito l’impiantarsi dello sci di pista. Qui, grazie ad una serie di iniziative, spesso private, e ad un percorso storico particolare, il turismo estivo segna da anni risultati positivi. Sarebbe un esempio da seguire e in vece, in genere si preferisce dimenticarlo.
Il vero problema - che non si vuole vedere - è che oggi l’offerta turistica deve partire da un territorio curato in ogni suo aspetto, un territorio piacevole da vivere in ogni istante della vacanza. La bellezza di una cosa viene arricchita dal contesto nel quale è inserita; se attorno ci sono macerie e degrado, il suo valore si perde. Non a caso L’UNESCO non ha concesso ai terrazzamenti retici il suo marchio.
Il declino delle forme classiche di frequentazione della montagna e il nascere di moltissime altre attività praticabili, dovrebbe portare non tanto a un marketing dell’immagine virtuale delle nostre vallate, quanto ad un intervento fattivo e diretto, volto a migliorare ove possibile la situazione reale. Senza sminuirne l’importanza storica ed economica bisognerebbe avere il coraggio di non seguire solo il miraggio, ormai polo tale, dell’arricchimento facile portato dallo sci. Ogni località dovrebbe attentamente valutare tutte le possibilità turistiche che potrebbe offrire, salvarle, proteggerle e poi renderle fruibili. Una sterrata può diventare un celebre percorso di MBK, una gola diventa la mecca del canyoning, un promontorio luogo di lancio per il parapendio, una serie di testimonianze storiche un percorso culturale e così via. Ad esempio, la vicinissima Svizzera ha ottenuto il marchio UNESCO per il suo trenino rosso e adesso propone un marchio per i ghiacciai del Bernina
I lati delle nostre strade sono affollate da cartelloni pubblicitari che oltre a rovinare il paesaggio sono il più delle volte inutili; un progetto serio per valorizzare il nostro territorio dovrebbe prevederne la totale rimozione ed eventualmente la loro sostituzione solo con cartelli indicanti le diverse attrattive che un turista potrebbe visitare. Ad esempio, in Val Masino si trova il più grande monolite d’Europa, un vero monumento naturale; un cartello che lo indichi a chi transita sulla SS38, richiamerebbe sicuramente molti curiosi e farebbe conoscere la valle. Lo stesso si dovrebbe fare per decine di altre località del nostro territorio. Questo sistema è diffuso in quasi tutti i paesi che vogliono vendere turismo e chi ha viaggiato, ha spesso avuto modo di cadere nella trappola di cartelli che strombazzano grandi bellezze per poi giungere sul posto e rimanere delusi. Da noi questo non accadrebbe perché per fortuna abbiamo ancora veramente tante cose da mostrare al turista, anche se molte sono state perse.
Le nostre vallate avrebbero tanto da offrire e un turismo di maggior qualità porterebbe un benessere forse non enorme, ma più diffuso, permettendo anche la nascita di posti di lavoro in loco. Per ottenere questo risultato occorre però un salto di qualità culturale, principalmente da parte degli amministratori e una qualche forma di intervento che renda meno stringenti i vincoli legislativi per gli edifici ricettivi e produttivi che, se facilmente praticabili in pianura, sono spesso surreali e assurdi nelle disagiate condizioni di montagna. Si dovrebbe pensare anche a qualche forma di detassazione per chi voglia avviare un’attività turistica in montagna e si dovrebbe avere un’unica regia territoriale che ponga mano alla più modesta, invisibile, ma necessaria, opera di costante manutenzione del territorio, rete sentieristica in primo luogo. Come si vede la strada è lunga e il primo requisito per ottenere un cambiamento stabile ed efficace è crederci con costanza e pervicacia.