Leggi scellerate

CAPTAZIONI in Valtellina

Ultimo aggiornamento il: 11/05/2018 10:56:08


Leggi scellerate

Tradizionalmente, in Italia, il rapporto del potere politico con la popolazione che dovrebbe rappresentare è da considerarsi fra i meno attenti e quindi meno democratici in assoluto.
Gli esempi di tale lontananza sono moltissimi e fra questi, in molte zone delle nostre Alpi, sta emergendo con sempre maggiore incisività il problema dello sfruttamento delle acque. Dai tempi del fascismo, con il testo unico del 1933, è passata la concezione che certe risorse fossero a tal punto strategiche per la nazione che nessun tipo di vincolo potesse essere posto sul loro sfruttamento. L’utilizzo delle acque dei grandi bacini imbriferi per la produzione di energia elettrica era allora di vitale importanza ed era giustificato sia dalla necessità di modernizzare un paese per lo più arretratissimo, sia dalle ambizioni autarchiche del partito.
Come spesso accade, quando fa comodo ai poteri forti e agli interessi di grandi aziende, certe leggi sembrano essere super partes, inossidabili e a prova di qualsiasi cambio di colore nella compagine governativa. Così con modifiche sempre rivolte a proteggere le captazioni piccole e grandi, piuttosto che gli interessi della gente di montagna, la normativa che governa la produzione idroelettrica è giunta fino a noi ed al protocollo di Kioto

Il mistero dei Certificati Verdi

La già precaria condizione dei corsi d’acqua montani è precipitata nel 1999, con l’approvazione del decreto Bersani, mostruosità, per certi versi, di stampo medioevale. Tale norma riapre l’assalto allo sfruttamento di tutti i torrenti alpini, con la possibilità di costruire mini centrali che, finché c’è possibilità di captazione, possono addirittura ripetersi più volte in successione lungo l’alveo. Per quanto sopra detto la legge favorisce solo i richiedenti le concessioni che il più delle volte, dietro nomi che si richiamano all’ambiente e alla natura, hanno il solo interesse di mettere le mani sui Certificati Verdi. Come se non bastasse, l’ultimo peggioramento legislativo del 2003, o “decreto salva centrali”, toglie ai comuni anche l’arma di concessione o meno della licenza edilizia.
Che cosa sono i Certificati Verdi? Sono dei prodotti finanziari, sono certificati da 100.000 kWh, (li trovate quotati sul Sole 24Ore), emessi dal Gestore della Rete Trasmissione Nazionale ai produttori di energia da fonti rinnovabili. A costoro viene incontro il decreto Bersani che obbliga chi produce o importa energia da fonti non rinnovabili (carbone, petrolio etc.), ad immettere nella rete almeno un 2% di energia proveniente da fonti rinnovabili, consentendo di “ripulire” la produzione “sporca” acquistando i Certificati Verdi.
Ecco quindi riprendere con maggior forza l’assalto speculativo alle Alpi, da parte di piccoli e grandi squali d’acqua dolce. Infatti, il GRTN distribuisce ai produttori di energia pulita i Certificati Verdi e costoro poi li rivendono a caro prezzo ai produttori “sporchi”, che sono obbligati ad acquistarli. Si tratta quindi di un affare sicuro e senza rischi, agevolato dalla legge e rafforzato economicamente dal fatto che per la costruzione degli impianti esiste un finanziamento statale a fondo perduto fino al 30%, e mutui agevolati.

I pericoli di una legge avventata

Con scarsissima sensibilità, la norma non considera la grande differenza d’impatto ambientale esistente fra diversi impianti di produzione energetica da fonti rinnovabili. I pannelli fotovoltaici e gli impianti geotermici son forse brutti a vedersi, ma è tutto qui, le centrali a biomassa occupano una porzione di territorio, ma smaltiscono scorie che altrimenti andrebbero disperse. Ben differente è il caso delle captazioni idriche, il cui impatto ambientale, come vedremo, si ripercuote in risonanza su molti contesti.
La costruzione delle condotte, delle opere di presa e delle strade di servizio provoca gravissimi danni al delicato paesaggio e all’immagine turistica di una zona. Inoltra l’acqua, con i torrenti spumeggianti, le cascate ed i laghi è, infatti, una delle componenti essenziali del paesaggio alpino. Quindi, mentre qualcuno trae giovamento dalla centralina, le popolazioni locali, si vedono sottratti i potenziali benefici economici portati dal turismo.
Sottraendo acqua ai torrenti, può capitare di togliere l’alimentazione alle sorgenti degli acquedotti e dei sistemi irrigui. Sarà un caso, ma da qualche anno, in Valtellina, si assiste con sempre maggiore frequenza ad episodi di emergenza idrica e a comuni costretti a volte a ricorre alle autobotti per rifornire la popolazione. In Valfurva un alpeggio è stato reso inutilizzabile dalla costruzione di una captazione che ne ha impoverito l’irrigazione.
L’ecosistema stesso è reso precario dal mancato rilascio dei Deflussi Minimi Vitali imposti per legge, ma sovente sotto dimensionati rispetto alla norma e alle esigenze ecologiche del torrente. In alcuni casi, interi tratti degli alvei sono stati addirittura privati della possibilità di vita animale e vegetale. Per ultimo, ma non ultimo, ricordo che la carenza di acqua può portare anche a stati di emergenza igienico-sanitaria. Su tutto ciò nessuno vigila.
Vi è poi da considerare il potenziale rischio idrogeologico innescato da tali opere perché, durante la costruzione, si possono andare ad alterare gli equilibri dei pendii ed il corso delle vene d’acqua sotterranee.
Esempi del genere non mancano anche se non completamente suffragati da prove, dato il clima omertoso e reticente che circonda il problema delle captazioni idriche ed i grandi interessi dei produttori. La grande “frana di Spriana”, che da oltre quarant’anni incombe su Sondrio, fu probabilmente “stuzzicata” dai lavori della condotta corticale del Monte Foppa. Da un ventennio sono in corso i lavori di un inutile bypass sul torrente Mallero per consentirne lo sfogo in caso di caduta della frana. Da un ventennio tutti noi paghiamo quest’opera che forse non sarebbe stata necessaria, e di cui ancora non si vede la fine.
Sarebbe molto interessante andare a vedere quante frane attive delle Alpi si trovano in corrispondenza di dighe, opere di presa o canali. Ricordate il Vajont?
Un legislatore attento, preparato e sensibile alle problematiche ambientali e al benessere delle popolazioni locali avrebbe dovuto tener conto di tutti gli aspetti sopra esposti e forse anche di qualcuno in più. Ma anche le formazioni politiche a parole più legate alle genti di montagna, sembrano, chissà perché, essersene dimenticate.

Le alternative ci sono

Ad eccezione di poche isole felici, tutte le Alpi italiane sono state interessate da questa infausta normativa e sono centinaia, se non migliaia, le richieste di concessione in attesa di via libera da parte di province e regioni. Purtroppo la propensione è quella di favorire l’iter di queste domande, mentre i comuni e le popolazioni locali si trovano disarmati di fronte all’assalto speculativo. Eppure, ormai lo sappiamo, questi impianti danno un apporto quasi nullo alla produzione energetica nazionale e molto ma molto di più farebbero una rigorosa politica di gestione delle risorse e l’incentivazione di sistemi produttivi alternativi.
Si risparmierebbe energia, fino al 15%, se si incentivasse il cambio dei vecchi elettrodomestici con altri di nuova generazione.
Si risparmierebbe energia se si promuovesse, e non solo a parole, la costruzione di piccoli impianti solari o geotermici per gli edifici residenziali. Per il cittadino, in questo caso, il vantaggio sarebbe doppio perché l’energia prodotta in sovrappiù verrebbe reimmessa nella rete e sarebbe pagata.
In Germania si montano tanti pannelli solari in una settimana quanti da noi in un anno, e anche altri paesi seguono questa politica. Che loro siano più stupidi?
Si risparmierebbe inoltre molta energia anche con la razionalizzazione della rete di elettrodotti che affliggono il paesaggio di molte parti delle Alpi.
Perché non si fa ciò? E’ spiacevole anche solo pensarlo, ma l’unica cosa che viene in mente e che così si favorisce la gente e non l’interesse di chi guadagna e a volte specula sul mercato dell’energia.
In questo disastroso scenario ecco i dati relativi al prelievo delle risorse idriche della Provincia di Sondrio che, alla luce dei fatti, piuttosto che una parte d’Italia, ne sembra quasi una colonia. Attualmente lo sfruttamento interessa più del 90% delle acque superficiali fornendo il 46% della produzione energetica della Lombardia ed il 12% di quella nazionale.
Come se non bastasse il decreto Bersani ed suoi successivi “rinforzi”, consentendo la captazione del rimanente 10% delle acque, avvia la situazione a livelli veramente insostenibili per le popolazioni locali e per l’ambiente di una provincia che, a parole, è detta a “vocazione turistica”. Non hanno facilitato le cose, qualche artato blackout ed ora anche i russi che ci tagliano il gas.

Un’indagine sconvolgente

Ma le sorprese non si fermano qui. In un recente libro bianco di Giuseppe Songini sulle captazioni idroelettriche in Provincia di Sondrio, emerge una situazione di gravi abusi perpetrati dai produttori ENEL, AEM, EDISON. Dai dati risulta che, da molti anni, queste grandi aziende utilizzano assai più acqua di quella loro data in concessione, senza per questo dichiararla: in termini economici si parla di milioni di Euro non pagati, ma ricordiamo sempre che la minore acqua rilasciata nei torrenti provoca anche altri guai difficilmente quantificabili.
La ricerca di Songini evidenzia che l’energia prodotta abusivamente ammonta a ben 1 miliardo di kWh annui! Se si pensa che il consumo provinciale annuo è di 950 milioni di kWh, è immediato costatare che la sola risorsa sottratta, e non pagata, basterebbe a coprire i fabbisogni locali.
Nonostante ciò, nessun politico ha mai pensato di fare in modo che almeno parte di questa energia potesse essere girata gratuitamente all’asfittica e morente industria locale, oppure alle amministrazioni e agli ospedali che, assieme, consumano annualmente circa 50 milioni di kWh.
Nessuno ha contestato i dati del libro bianco e ciò fa sospettare che essi siano più che affidabili. Ma in questo panorama come si muove la magistratura? Come si muovono i politici? Che fa la stampa? Come spesso accade sul documento è stato fatto cadere il silenzio, nella speranza che, prima o poi, lo si dimentichi. Nel frattempo, per fronteggiare l’assalto alle ultime acque in Valtellina e Valchiavenna, si sono costituiti dei comitati che tentano con pochi mezzi di resistere all’arroganza e allo strapotere delle aziende idroelettriche, ad una legislazione creata ad arte per essere poco chiara e, nella migliore delle ipotesi, alla passività degli organismi provinciali e regionali.
Tali gruppi si sono di recente riuniti in un unico comitato di coordinamento provinciale, “Intergruppo Acque Provincia di Sondrio”, di cui fa parte anche Mountain Wilderness.
In un documento recentemente stilato, lo IAPS chiede alle istituzioni una moratoria sulla legge ed una sua completa revisione volta alla tutela del patrimonio ambientale delle Alpi. Speriamo bene, ma sappiamo che la battaglia sarà lunga e dura: purtroppo, assieme a quelli dell’energia e del gas, in Italia sembra esserci anche un black out di buonsenso poco promettente.