Un futuro (im)possibile

Turismo in Provincia di Sondrio

Ultimo aggiornamento il: 11/05/2018 09:56:12


Un futuro (im)possibile

Leggendo l’anastatica del primo numero de L’Ordine ho fantasticato su come sarebbe bello avere un’altra chance e ripartire dal 1879, almeno per quel che riguarda la gestione del turismo. Da qualche anno la montagna stava conoscendo questa novità e, seppure con molti limiti, una nuova economia stava beneficando le nostre valli; una risorsa che attecchì e prosperò durevolmente tanto da essere ancor oggi elemento non secondario nell’economia provinciale.
Fino agli anni 50 del secolo scorso, sia per l’intensa opera promozionale del CAI e del TCI, sia per le minori disponibilità economiche della gente, la montagna estiva era meta di un notevole flusso turistico. A dimostrazione basti osservare con quale frequenza fu necessario ingrandire e rendere più confortevoli certi rifugi alpini. Il successivo avvento dello sci ha poi ampliato le potenzialità turistiche di molte zone, contribuendo in maniera determinante a cambiarne il volto, non solo economico; ma laddove lo sci si è imposto si è anche progressivamente - e facilmente - scordato il meno ricco flusso dei visitatori estivi, favorendo la cosiddetta Monocultura dello Sci. La conseguente sottovalutazione della bellezza, anche culturale, dei borghi e un’edilizia selvaggia, hanno presto svilito la loro Qualità ambientale ed estetica, degradando persino il tessuto sociale e, piaccia o meno, hanno reso sempre più difficile proporre una villeggiatura estiva o destagionalizzata all’altezza dei moderni standard.
Tutto ciò è stato favorito a mio avviso anche da una debole e scoordinata POLITICA provinciale, dovuta forse al fatto che il turismo è sempre stato visto come una cosa che… andava da sé. Dunque, altri interessi hanno pian piano assunto sempre maggior influenza, compromettendo a volte seriamente quella che sarebbe la nostra principale risorsa: il territorio. Urbanistica dissennata, capannoni, cave hanno consumato e rovinato intere aree potenzialmente di pregio turistico, rendendole impresentabili e danneggiando di riflesso anche attività come l’agricoltura, l’eno-gastronomia e persino l’impianto urbanistico storico e museale. In questo processo l‘Amministrazione ha fallito due volte perché, favorendo la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, ha anche impedito di fatto una sua più equa distribuzione attraverso il turismo e le attività ad esso collegate. Quindi, sebbene riconosca il valore e la necessità di un governo dell'unità geo-culturale Valtellina e Valchiavenna, non posso che plaudire alla scomparsa di un apparato che, almeno in parte, ha dimostrato, e non da oggi, di aver perso di vista gli scopi per cui fu pensato.
In questi giorni sentiamo continuamente parlare di promozione turistica, campo in cui abbiamo già fatto notevoli balzi avanti rispetto al demenziale torero che proponeva: «Valtellina vivila come vuoi» e mi pare che il messaggio cominci ad essere meglio calibrato e diffuso. Purtroppo, però, la nostra “Qualità territoriale” mostra al visitatore una realtà esattamente contraria a ciò che si vuole promuovere, mentre sembra completamente sfuggire che oggi il turista ha un ruolo potentissimo, essendo egli stesso in grado di diventare facilmente un comunicatore. Se voglio andare a vedere un luogo ed ho dei dubbi, per prima cosa, dopo le pubblicità istituzionali, visito qualche forum e poi, se torno deluso dalla vacanza, niente di più facile che “postare” le mie impressioni negative su qualche social network.
Semplificando molto la situazione: con una mano continuiamo a ferirci e con l’altra cerchiamo di medicare le ferite auto inferte, ma senza neppure troppa convinzione.
Eppure non mancano “laboratori” che mostrano un nuovo possibile percorso. Cito ad esempio la Val Masino, dove la particolare orografia ha impedito lo sci di pista; qui anche grazie a vicende particolari, il turismo estivo segna da anni risultati positivi e pare ancora in crescita.

Da tutto ciò ecco scaturire alcune banali idee per un (im)possibile cambio di rotta, partendo dalla considerazione che oggi non si può vendere il turismo senza capire che esso è intimamente collegato alla Qualità del territorio.
Per questo principale motivo, piuttosto che nuove grandi opere e infrastrutture utili a pochi, si dovrebbe anzitutto avviare un processo di (ri)formazione culturale che, partendo dalla scuola, abbia come obiettivo l’acquisizione di una nuova consapevolezza dei nostri valori storici, naturalistici, tradizionali. Un po’ delle centinaia di migliaia di Euro spesi (a volte sperperati) in promozione dovrebbero essere destinati, con maggior resa a lungo termine, proprio alla cultura. Ne consegue anche la necessità di catalogare tutte le nostre bellezze, naturalistiche, culturali, tradizionali e di rimuovere di tutti i cartelloni pubblicitari assiepati ai lati delle nostre strade e della ferrovia, sostituendoli con indicazioni delle diverse attrattive che si potrebbero visitare nelle vicinanze, comprese le produzioni tipiche locali.
Necessario è anche un servizio stabile di monitoraggio delle reti sentieristiche e ciclabili comprendente l’essenziale opera di manutenzione periodica delle segnaletiche e dei percorsi, possibilmente senza crearne altri: già molti di quelli esistenti sono lasciati cadere in declino, con potenziale pericolo per chi li percorre. Purtroppo, però, in Italia la parola “manutenzione” pare sconosciuta.
Tale servizio avrà anche il compito di uniformare l’immagine geo-culturale della Valtellina utilizzando le medesime segnaletiche e integrando i percorsi in una cartografia ufficiale.
Di conseguenza bisognerà intervenire anche sulla conservazione di quel po’ di territorio che ancora rimane, arrestando il consumo del suolo e avviando, se possibile, il recupero degli spazi inutilizzati con demolizione e asportazione di brutture e orpelli abbandonati qua e là.
Per finire bisogna seriamente pensare a favorire, non solo a parole, la vita di chi in montagna vive e lavora, provando a rendere meno stringenti i vincoli legislativi che gravano sugli edifici ricettivi e produttivi, vincoli che, se facilmente applicabili in pianura, sono spesso surreali e assurdi nelle disagiate condizioni dell’alpe. E perché non detassare e facilitare chi vuole avviare un’attività turistica in montagna? Personalmente, anche se un po’ fuori tema, vedrei bene anche un pizzico di autarchia volta a favorire i nostri prodotti. Come si vede la strada è lunga e il primo requisito per ottenere un cambiamento stabile ed efficace è avere coraggio, costanza e pervicacia, ma dubito andrà così.
A chi associa la scarsità di visitatori alla cattiva viabilità allego infine alcuni dati:
Colico-Chiesa Val Malenco=56,4 km (148 da Milano): poco meno che da Ponte nelle Alpi a Cortina=61,3 km (412 da Milano).
Colico-Madesimo=51,6 Km (143 da Milano): solo qualcuno in più che da Barbiano (autostrada Brennero) a Canazei (328 da Milano).
Brescia-Aprica=112 km. Brescia-Madonna di Campiglio=128 km