L'incapacità di vedere oltre

Ultimo aggiornamento il: 11/05/2018 09:45:34


L'incapacità di vedere oltre

Leggo con perplessità che i sindacati auspicano la realizzazione del Parco Commerciale di Castione per favorire l'occupazione, ma la sera stessa vedo in TV che altri sindacati hanno indetto una conferenza, a Verceia se non erro, dove si è parlato di turismo, conservazione del territorio e sviluppo sostenibile. Probabilmente si tratta di sindacati diversi, con diversi interessi, ma in questi episodi mi pare di leggere una notevole schizofrenia d'insieme. Probabilmente ai sindacati che vogliono il polo il futuro, come lo intendo io interessa molto poco e come spesso accade dove manca cultura, si pensa prima di tutto all'immediato e a soddisfare esigenze più o meno credibili e forse un po' di parte. Abbiamo ridotto il nostro fondovalle a una succursale dell'hinterland milanese, abbiamo sfregiato l'immagine della Valtellina con un'urbanistica sterile e priva d'identità e vogliamo ancora parlare di turismo e di vigneti patrimonio dell'UNESCO. Io penso che ci voglia molto coraggio nel non voler vedere il disastro. Adesso altro cemento coprirà il verde. Va bene, va benissimo, ma vorrei chiedere cosa accadrà quando lo spazio sarà finito. Cosa s'inventeranno per sostenere la crisi edilizia quando non si saprà più dove costruire. La risposta attesa quanto scontata secondo me sarebbe: "Beh! Intanto pensiamo a far su e poi un domani vedremo". Accetto ma mi sia permesso di non condividere né capire. Intravvedo molta malafede, oppure molta ignoranza in certe decisioni che si cerca di rendere credibili con le scuse dell'urgenza o come in questo caso della crisi. Eppure ci sarebbe tanto da fare senza costruire, ma anche solo recuperando il patrimonio edilizio fatiscente. Finiti gli spazi, consumato il territorio cosa ci inventeremo. Scherzando potrei suggerire che alla fine si creerà forse la necessità di tornare indietro e quindi fioriranno imprese di demolizione. Ci stanno abbindolando ancora con il mito della crescita e mentono sapendo di mentire perché nessun processo in natura cresce per sempre; a un certo punto si deve arrestare pena grossi guai. Ci vogliono convincere che la crescita è buona e bella ma, usando un paragone un po' crudo, anche un tumore cresce… Scrivendo queste due righe mi è venuto in mente ora un raccontino fattomi tre anni or sono da un arguto agricoltore dell'Oltrepo Pavese che propongo di seguito, invitando a cogliere la metafora.

«C'era un paese i cui abitanti vivevano delle mille attività prodotte dalle bellezze del posto e dalla sua natura. Chi aveva il negozio, chi coltivava, chi lavorava in banca; altri erano taglialegna o falegnami; altri ancora facevano le guide turistiche per accompagnare i molti forestieri che visitavano il luogo e c'era chi produceva e vendeva prodotti agricoli e gastronomici. C'era anche una azienda di motoseghe che prese a convincere i politici che per poter dare lavoro si sarebbe dovuto tagliare di più il bosco. Nonostante l'opposizione di molti, grazie alla leva della creazione di posti di lavoro, politici e sindacati appoggiarono l'idea. Per diversi anni la ditta prosperò e molti abbandonarono le vecchie professioni per far motoseghe. Altri s'impiegarono nelle numerose aziende del cosiddetto indotto. Ma col passare degli anni i boschi si fecero sempre meno ampi fino a scomparire quasi del tutto, nuove fonti energetiche e nuovi materiali sostituirono il legno. La ditta di motoseghe fallì lasciando tutti i dipendenti a casa. Fallirono anche le fabbriche dell'indotto e molti allora pensarono di tornare alle vecchie attività. Ben pochi vi riuscirono e comunque a prezzo di grandi sacrifici e di una vita sicuramente meno facile di quando erano giovani: tutte le opportunità che il territorio avrebbe potuto offrire se fosse stato gestito con equilibrio e lungimiranza erano ormai perse. Tutto era compromesso e forse non sarebbe mai più tornato come prima, lasciando solo depressione e povertà di tasca e di spirito.
Poi venne anche un'alluvione resa ancor più tremenda dal fatto che l'assenza dei boschi ne avori la violenza. Vi furono vittime e grandi distruzioni, si cercarono per anni dei capri espiatori, dei colpevoli. Saltò fuori che in molti avevano avvisato che la scomparsa dei boschi sarebbe stata causa di grandi rovine, ma costoro furono tacitati come oscurantisti e nemici del progresso, lasciando campo libero alla dissennata opera di sfruttamento. Tutto si risolse in una pura e semplice speculazione visto che i protagonisti della vicenda erano da anni serenamente morti, lasciano a figli e nipoti il fardello pesante delle loro scelte passate.»