Punto di non ritorno

inedito

Ultimo aggiornamento il: 10/05/2018 09:25:40


Punto di non ritorno

La mattina era nera e fredda, come spesso lo sono quelle d’inverno in città. Messosi in piedi di malavoglia spalancò vetri e persiane per affacciarsi su un un paesaggio livido e spoglio. Il cielo era metallico terso, di fronte a lui neri e malconci si stagliavano gli scheletri di due imponenti cedri del libano un tempo monumentali ed ora agonizzanti causa smog e premeditata incuria.
Rapida colazione a base di uno striminzito caffè che come un pugno gli chiuse la bocca dello stomaco e pochi minuti dopo era già per strada: doveva affrontare il lungo tragitto verso Milano. Superate le vuote vie della periferia dove le poche luci e i rari frettolosi passanti accentuavano se possibile ancor più la sensazione di vuoto e desolazione, non senza difficoltà s’infilò nella coda di auto che quasi senza soluzione di continuità s’allungava da Est ad Ovest. Da qualche anno la già stretta Statale 38 dello Stelvio era diventata un infernale corridoio di gas e rumori. Il fondovalle, un tempo verdeggiante e solare era stato lentamente occupato da una città che senza interruzione andava da Tirano a Colico e gli antichi paesi ne erano diventati i quartieri…
Questo è l’incipit di un lungo racconto “La distruzione della Torre Re Alberto” che scrissi una ventina di anni or sono. A rileggerlo alla luce della attuale situazione del fondovalle valtellinese ci sarebbe quasi da stupirsi per quanto appare premonitore. Che io sia un mago? No, Niente di tutto questo. La situazione era lì sotto gli occhi di tutti, specialmente dei politici e dei sindaci che probabilmente avevano però ben altro cui pensare.
Bastava guardare, osservare, magari usare l’auto guidandola per lavoro per rendersi conto di quanto sarebbe accaduto da lì a pochi anni.
Poi ad un’alluvione vera se n’è aggiunta una fatta di cemento grazie ai contributi della Legge Valtellina che invece di pensare alla tutela del territorio e ad imprimere un nuovo corso all’economia valtellinese ha pensato bene di portare fondi per l’edilizia e per la costruzione di capannoni che adagio adagio hanno occupato buona parte del fondovalle.
Strano? No se si pensa che la mentalità che ha retto queste scelte è la mentalità di chi, un po’ ciecamente, pensa che solo attraverso il costruire si fa crescita. Quando penso a questi signori mi vengono in mente certi personaggi che avevano pensato di rilanciare il rifugio Scerscen in Valmalenco trasformandolo in un residence di mini appartamenti: la logica è sempre quella.
Per “quattro soldi” non si bada a dare il via ad operazioni discutibilissime e senza futuro scordandosi ad esempio che, se faticano a sopravvivere i poli fieristici nella Padania chissà come farebbe a sopravvivere uno stesso impianto da noi. Scordandosi che in certi posti da sempre scendono le slavine e non si dovrebbero erigere rifugi anche se promossi sotto l’aura del Club Alpino Accademico. Dimenticando che da anni la Svizzera sta seriamente prendendo in considerazione il problema dello scioglimento del permafrost alpino e che questo esiste sui due versanti della catena e non solo nella Confederazione.
E anche fra i cosiddetti alpinisti troviamo chi dimentica il passato e si presta ad operazioni quanto mai indegne. Che ne pensa l’Accademico Scherini del fatto di far di nuovo circolare le moto sui sentieri? Probabilmente che è cosa buona visto che pare stia appoggiando una modifica alla legge che regolamenta il transito dei mezzi motorizzati in montagna, consentendo nuovamente il passaggio delle moto da trial. Che inquinano anche col motore a quattro tempi, che fanno rumore, che rovinano il fondo di sentieri e mulattiere.
Si dice “prima de tutt la nosa gent”, ma mi piacerebbe sapere quale sia la nostra gente di questo messaggio che, fra l’altro, si presta a facili ironie richiamando certi oscurantisti toni da setta.
Anch’io mi dovrei considerare fra la “nosa gent” ma il fatto è che come operatore turistico e comunicatore delle bellezze alpine mi sento sempre più estromesso dal gruppo. Cosa contano le mie visioni ed i miei piccoli interessi? Meglio intubare tutti i torrenti con inutili centraline per ingrassare gli interessi di pochi che conservare il bosco e l’alpe come bellezze di tutti. Che la “nosa gent” sia solo di un certo tipo?
Probabilmente una persona che si ritiene di buon senso ha vita difficile nella nostra Italia, nella nostra provincia. Eppure chi ha un minimo di sensibilità ed è in grado di ragionare con un buon grado di autonomia intellettuale non ha potuto, non può evitare di constatare il disastro che si è abbattuto sul nostro territorio. Non è difficile essere profeti perché la direzione che ha preso la gestione del patrimonio paesaggistico provinciale è sempre più volta verso l’irrecuperabile rovina. I casi dimostrabili si sprecano…