Bonesio vs. Cabello

Due filosofie a confronto

Ultimo aggiornamento il: 10/05/2018 08:06:45


Bonesio vs. Cabello

Questa mattina, passando per Piazza Garibaldi mi sono imbattuto in un grande "totem" promozionale a quattro lati che decantava le bellezze del serpentino come pietra legata all'oggetto artistico e le virtù storiche e tradizionali dell'attività estrattiva in Val Malenco. Considerando l'evidente divario fra la realtà e quanto propinato dal "totem", mi è parso strano vedere un simile messaggio all'interno di una manifestazione che ha per oggetto la protezione della Natura. Tuttavia mi rendo conto che è difficile rinunciare ad uno sponsor, anche se un po' più di coerenza e attenzione, soprattutto di questi tempi, non mi sarebbe spiaciuta. Poco dopo il pensiero è tornato a quanto ho assistito venerdì 27 settembre a Chiesa Val Malenco. Qui, in collaborazione con l'eco museo, le locali Guide alpine hanno organizzato un'interessantissima conferenza didattica su "paesaggio e identità" tenuta dalla Professoressa Luisa Bonesio. Un'operazione di grande spessore culturale e scientifico in cui la Bonesio, senza mai entrare in uno specifico caso, ha saputo da par suo raccontarci e mostrarci la storia dell'evoluzione del paesaggio alpino e, in molti casi, della sua distruzione.
Distruzione del paesaggio e quindi distruzione definitiva di una risorsa comune che, se ben gestita, sarebbe generatrice di benessere diffuso anziché di ricchezza che si concentra nei pochi che si dedicano al suo sfruttamento disattento e spesso selvaggio. Il messaggio che è uscito dalla lezione era chiarissimo: una volta che questo bene è scomparso, divorato da colate di cemento che oggi si stanno rivelando un fallimento, da cave, da captazioni, da finte strade agro-silvo-pastorali, non sarà più possibile utilizzarlo altrimenti, lasciando alle future generazioni una ben "magra" eredità.
A parte la splendida trattazione del tema, sono rimasto ancor più piacevolmente colpito quando, con grande fervore, ha preso la parola la Signora Laura Cabello che si è lanciata nella difesa a spada tratta delle attività estrattive di valle. E' stato a mio vedere bellissimo, perché per la prima volta, e con coraggio, qualcuno della "sponda opposta" ha alzato la sua voce innescando un dialogo.
Al termine degli interventi mi sono però reso conto che questo dialogo era chiaramente solo di facciata, in quanto appariva evidente l'impermeabilità della Signora di fronte ad alternative che, pur nel rispetto della tradizione estrattiva di valle, proponevano maggiore equilibrio nello sfruttamento della pietra e nuove opportunità economiche a basso impatto visivo e ambientale.
D'altra parte non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire e cieco di chi non vuol vedere, anche se, evidentemente, la lezione della Bonesio deve aver messo il dito in diverse piaghe della Val Malenco, piaghe che da qualche tempo, con operazioni di facciata, come il "totem" citato, si cerca di nascondere, ma non di guarire. Quindi, per tornare alla pietra, sarebbe opportuno chiarire che fare una statua, un'opera d'arte non occorre sventrare una montagna; e che l'antica e gloriosa tradizione dei cavatori di serpentino scisto, le cui foto sono usate oggi per "lavarsi la coscienza" nobilitando il disastro che si sta compiendo, era basata sull'uso di tecniche assai meno invasive. Oggi, infatti, le moderne macchine permettono di ottenere in mezza giornata il risultato del lavoro di una intera generazione di "giovellai". Giovellai che essendo prima di tutto dei montanari legati alla loro valle, avevano fra l'altro un sapiente rapporto con la montagna che non era vista solo come un "groviera" da divorare, ma un paesaggio da costruire e mantenere.
Personalmente ritengo la Val Malenco ormai sulla via di un declino socio economico irreversibile, ma non posso che commuovermi di fronte a Guide alpine come Michele Comi che tenacemente combatte la sua battaglia sul territorio, incontrando di sicuro scetticismo, forse anche resistenze o pressioni, come del resto probabilmente tutti coloro che vorrebbero civilmente e democraticamente mostrare la faccia oscura della medaglia.