Val Malenco addio 3

L'outing di Pershing

Ultimo aggiornamento il: 10/05/2018 07:33:06


Val Malenco addio 3

Sono Robert Pershing alias Popi Miotti o viceversa.

Molti di voi hanno letto le mie analisi di stimato professore dell’UniYork.
Ho scelto la via dello pseudonimo perché troppo presente con critiche, perché, probabilmente, se mi firmavo Miotti la stampa locale non  mi avrebbe pubblicato.,

Sono un guida alpina e un comunicatore di montagna, cioè scrivo di montagna trattando argomenti che vanno dalla storia delle Alpi alle escursioni. Faccio anche foto.
Mi ritengo però anche un montanaro e quindi non un ecologista snob che vorrebbe vedere la montagna popolata di greggi e pastorelle. I tempi e le esigenze cambiano anche sulle Alpi. Tuttavia in molti luoghi si è fatto più del dovuto.

Sebbene forse originari del Friuli o dell’alto Veneto, i miei avi vengono dalla Val Malenco. Si trasferirono a Sondrio a metà dell’800, ma con la valle è rimasto sempre un legame magari anche inconscio e poi essendo dietro casa era logico che diventasse il mio terreno d’azione preferito. Ho cominciato cercando minerali poi ho proseguito coi campeggi estivi, con le escursioni e le ascensioni.

Ho sempre amato questi posti e li ho sempre osservati. Col nascere della mia professione, questa osservazione si è naturalmente anche arricchita di valutazioni sul loro potenziale turistico e quindi economico. I miei interventi nascono quindi dall’amore e non da un sentimento distruttivo o di odio per la valle.

Questo sentimento mi ha riportato in valle anche quando avevo deciso di evitare di fargli ancora pubblicità con scritti e foto che non meritava. Nel frattempo mi recavo un’altra volta all’Alpe Pirlo tornandone tanto estasiato da decidere di violare quanto mi ero promesso e di scriverne.
Pochi giorni dopo Michele Comi mi disse che era in progetto una strada e poi un’altra ancora verso l’Alpe Musella etc. Ho avuto allora l’ennesima conferma di quello che pensavo da tempo e cioè che la guerra era persa.

Eppure 30 anni fa la valle avrebbe potuto ancora far delle scelte: turismo invernale ed estivo + cave in armonico equilibrio o desolante prevalere cave e sfruttamento.

La scelta è stata fatta, probabilmente non senza che si siano combattute delle battaglie.
Sinceramente non conosco la storia socio-politica della valle ma so che in passato qualche amministratore forse più propenso al rispetto ambientale ha subito pesanti minacce ed intimidazioni di tipo mafioso.

Probabilmente da un lato parte gli operatori turistici non erano forse convinti, organizzati fra loro e supportati dagli enti pubblici

Diversamente c’era chi propendeva verso un’economia basata di più sullo sfruttamento territoriale compresa l’invasione di seconde case a scapito di una possibile industria alberghiera. Tale economia ha generato un forte squilibrio in suo favore che si manifesta chiaramente nei segni che lascia sul luogo.
Questo fra l’altro ha portato ad una progressiva diminuzione della vivibilità dei luoghi di residenza e quindi ad un turismo che anche d’inverno vede un turnover estremo.
Nessuno vuole fermarsi in valle più del tempo necessario.

Forse in tutto ciò ha giocato anche il miraggio della luccicante vita metropolitana che, qui come in tutta la Valtellina, ha portato ad una perdita di radici, di tradizioni, di patrimonio identitario e ad una perifericizzazione di molti luoghi.  Il fenomeno è visibile anche sul fondovalle valtellinese. Purtroppo, non contento, chi ha vinto questa guerra ha cercato e cerca anche di imporre le sue logiche spesso arroganti rendendo difficile il crearsi alternative di lavoro basato su scelte di sostenibilità.

Col tempo sono probabilmente diventato anche un po’ paranoico (ma non tanto) e quindi mi son fatto l’idea che da anni in provincia ci sia una sorta piano preordinato e che ci siano forze che anche dietro il paravento del turismo remano in direzione opposta. L’equazione è abbastanza semplice: se si deprime e si sfavorisce il turismo è gioco facile propugnare altre forme di reddito legate a sfruttamento, cave, ipermercati, etc… Con la scusa che si dà lavoro perché non ci sono alternative si erode però anche spazio a chi invece crede in un’economia più sostenibile e anche più democratica.
Cito Luigi Bombardieri. “Aree montane come la Val Malenco, avevano enormi potenzialità che, se ben gestite, potevano essere fonte di benessere per generazioni: a differenza delle cave, il turismo non porta alla distruzione del territorio e, per certi versi, produce un’economia maggiormente democratica con una maggiore redistribuzione del reddito. Permettere a più gente possibile di trarre sostentamento dalle proprie attività autonome grazie alla valorizzazione del turismo, alla conservazione del territorio e del paesaggio è veramente una strada di grande democrazia e libertà. Ma in genere si presta più attenzione a chi ha soldi e potere e quindi è ben poco interessato a diffondere qualsivoglia tipo di uguaglianza.”

Ma non fermiamoci qui alle sole critiche. Cosa si potrebbe costruire o ricostruire, sempre che, ovviamente, si stabilisse un patto fra le anime della valle e un progetto a lungo termine da cui aspettarsi benefici non per l’oggi ma per le future generazioni?

All’oggi mi pare di capire che l’industria turistica della valle sia abbastanza asfittica e che, comunque, non c’è stato alcun progresso significativo nel settore. Interessante sarebbe domandarsi il perché, magari paragonando l’ambiente offerto qui con quello di zone vicine come la Val Masino o la Val Poschiavo, senza arrivare in Engadina.
A mio avviso un turista moderno e di qualità non potrà mai pensare di fermarsi e tornare in Val Malenco.
Il territorio di fondovalle è poco fruibile, sacrificato completamente all’attività industriale e anche d’inverno, stagione dove lo sci e gli ottimi interventi fatti per le piste potrebbero richiamare gente, il contorno è abbastanza sconfortante. Basti pensare all’uso indiscriminato delle motoslitte anche in luoghi che altrimenti valorizzati alla lunga sarebbero di notevole attrattiva.

Val Malenco e le sue montagne: cosa resta?  Ben poco.

Le zone alte, sempre più minacciate anche dal punto di vista paesaggistico, cito le ultime imprese edili a Chiareggio che tolgono al turista il magnifico e sorprendente spettacolo che gli si apriva davanti una volta che arrivava all’inizio del paese.
Credo che questa sensibilità del bello sia venuta progressivamente a mancare anche in seguito ad una cultura “geometrica” e “architettonica” piuttosto insensibile all’aspetto visuale del contesto in cui si fanno le opere.

Scriveva il Pershing: “la capacità di assuefarsi è una delle più note qualità umane. Avete mai provato ad entrare in una stanza puzzolente? Poco dopo non percepirete più il lezzo. Quello che vale per il naso vale però anche per l’occhio che, se non esercitato si abitua troppo facilmente alla bruttezza”.

La cultura e l’esercizio al bello sono purtroppo elementi quasi scomparsi in Italia e oggi viviamo in un desolato paesaggio di inutili foreste di cartelloni pubblicitari stradali (che nessuno legge), di capannoni, di obbrobri edilizi mai visti e il Bel Paese è solo un ricordo dello Stoppani.
Cosa grave ovunque, ma gravissima in zone a vocazione turistica. Comunque credo che questa valle abbia già dato in termini di spazio e risorse e che occorra un nuovo modello di sviluppo futuro condiviso da tutti ed in cui forse qualcuno dovrà fare un passo indietro.

cosa fare? magari molto di quanto dirò è già in corso, non lo so. Non ho ricette e molto dipende dalla reale volontà di provare a cambiare direzione

Riunificare la valle e vederla come un unicum da Sondrio al Bernina. In bassa valle recentemente sono stati fatti alcuni interessanti interventi che vanno in direzioni nuove, ma occorrerebbe fare di più anche attraverso il recupero di percorsi storici e la valorizzazione di antichi nuclei. Forse stipulare un nuovo patto con la città di Sondrio che mi pare sia sempre stata vista con sospetto forse per una sua vera o supposta protervia nei confronti della cultura e degli interessi dei valligiani.
Riordinare e dare nuovo look al territorio: se il turista è un ospite la valle è la casa. Cosa faremmo se avessimo ospiti a casa nostra? Puliremmo, metteremmo in ordine, lo metteremmo a suo agio + possibile…

Fermarsi un attimo. Pensare o ripensare gli interventi ponendo sempre più attenzione al paesaggio e all’impatto su di esso.

Rivitalizzare la grande tradizione legata all’alpinismo, tradizione che nonostante operazioni a mio avviso più di facciata che altro, si è man mano persa.

Per alcuni anni sono stato consulente per lo Scerscen mi sono occupato del lancio della sua immagine dal punto di vista alpino e non sciistico. La zona è magnifica sotto molteplici aspetti, aveva ed ha un potenziale notevole che bastava mettere in luce. Purtroppo per vari motivi e forse principalmente perché si era maggiormente concentrati sul discorso sci estivo (chiaramente perdente – Stelvio - accesso difficile) l’iniziativa è morta sul nascere. Per anni mi son chiesto come mai dalla valle, dai comuni di valle non sia nata una cordata che riprendesse quel posto e ne facesse, oltre ad un rifugio anche un centro per l’alpinismo e lo scialpinismo. Aveva tutti i requisiti, compresa la sala conferenze e le docce in camera. Si poteva anche solo “vendere” l’incomparabile panorama che si gode di lassù, infinitamente più bello e vario di quello della Diavolezza per il quale molti raggiungono quel rifugio.
La scusa che là c’è la funivia e qui si doveva fare una mezz’ora a piedi non regge: con tutte le stradine che sono state fatte in valle aggiungerne un pezzetto dove ce n’era già una non sarebbe costato più di tanto.

Cosa occorre: maggiore attenzione verso il patrimonio che resta e convinzione nel portare avanti una linea nuova (se lo si vuol fare). Questo compito riguarda maggiormente gli enti e la politica, ma occorre anche aprirsi senza paure o gelosie (la valle è dei malenchi e nessuno gliela toglie perciò se viene da fuori uno a mettere un’attività turistica bisogna capire che questa in un modo o nell’altro, prima o dopo favorisce i locali). Bisognerebbe rinsaldare e ripensare delle strategie comuni anche con il CAI che in valle ha diverse strutture di accoglienza nei rifugi.

Forse sarebbe opportuno anche recuperare l’idea di Canetta e Corbellini che videro con anni di anticipo le potenzialità turistiche della valle e che, lo si deve ammettere, hanno fatto moltissimo per far conoscere le sue bellezze, la sua storia e la sua cultura.