Pensieri senza corde fisse attorno al Sentiero Roma

La tristezza di essere profeti

Ultimo aggiornamento il: 09/05/2018 17:57:35


Pensieri senza corde fisse attorno al Sentiero Roma

L’anno scorso, dopo quasi vent’anni di assenza a parte fugaci passaggi, sono tornato in Val di Zocca. Era una bella giornata ottobrina, di quelle che “c’erano una volta”, e avevo voglia di rivedere quei luoghi cui mi lega un particolare affetto, salendo dal basso. Non sarei mai tornato lassù in piena estate, con gente a destra e a sinistra, con il rifugio rigurgitante: certe atmosfere sono fragili e delicate, s’inquinano subito con la nostra stessa presenza.
Al cospetto delle cime, sovrastato dalla pala del Torrione di Zocca ho rivisto quei luoghi pensando a quanto è cambiato in vent’anni. Seduto davanti ai resti della vecchia Allievi, rielaboravo un intreccio di vicende fatto di alpinismo, di storia personale, di evoluzione dell’ambiente. Ero appena tornato dalla GVO, “Gran Via delle Orobie”, dove per una settimana intera avevo condiviso l’ambiente solo con qualche camoscio e il raffronto con il celeberrimo Sentiero Roma è venuto spontaneo. Fino agli inizi degli anni ’80 il “Roma” era una traversata nota, ma non eccessivamente. Tenevano lontani gli escursionisti, la scarsa bibliografia e le difficoltà opposte da certi passaggi, specie nei pressi dei valichi. Il fiorire di scritti sulla Val Masino, libri, guide, articoli, e il contemporaneo nascere della “moda” del trekking, hanno contribuito in maniera decisiva a cambiare le cose in breve tempo. La prova? In pochi anni tutti i rifugi sul percorso del "Roma" hanno subito importanti ampliamenti e l’Allievi è stato addirittura costruito ex novo prendendo il nome di Allievi-Bonacossa. Anche il tracciato è stato più volte “messo in sicurezza”, cosa questa che non ha impedito incidenti gravi, in alcuni casi mortali, seppur banali nella loro dinamica.
Nel 1993, con l’amico Salini si compiva la prima traversata sciistica del “Roma”, con l’aggiunta del Sentiero Risari che copre il tratto fra i rifugi Omio e Gianetti. Sulla Bocchetta Roma, raggiunta il quarto giorno, all’aprirsi della valle di Preda Rossa, provai una gioia raramente sperimentata prima sulle vette. Questo sentimento importante, colto durante una “semplice” traversata e non alla fine di una dura e rischiosa scalata, mi fece riflettere sul modo in cui progressivamente abbiamo trasformato l’alta montagna ed il concetto che abbiamo di essa. Immaginai allora quale gioia potesse trarre un normale escursionista che fosse riuscito a compiere il “Roma” senza usare corde fisse, senza avvalersi di gradini metallici e neppure di riferimenti come i segnali di vernice. Fare la traversata dei monti del Masino in questo modo sarebbe ancor oggi una piccola impresa che imporrebbe di tener in conto tutta una serie di variabili e problemi cui oggi nessuno pensa. Ma soprattutto obbligherebbe a porsi in maniera diversa nei confronti della montagna che sicuramente saremmo obbligati a “vivere” più intensamente, ma anche più intimamente. Sempre che si vada in montagna per cercare più profonde sensazioni.
Ovviamente i miei pensieri erano e sono in netta contraddizione con molti comprensibili interessi, primo fra tutti quello delle Guide alpine che, trovando un sentiero bene attrezzato, lavorano più tranquille, con meno fatica fisica e psicologica e con più clienti.
Ma perché spit nelle soste delle vie più frequentate no e corde fisse sui sentieri sì? C’è qualche differenza?
Le mie vedute sono anche in contraddizione con un certo tipo di marketing turistico che, in linea coi tempi, promuove una montagna per tutti o per quasi tutti e che richiede pertanto un ambiente un po’ più addomesticato.
Fra queste iniziative promozionali comprendo anche la gara di corsa del Trofeo Kima, competizione dura e bellissima ma che, come tutte le competizioni in montagna per nulla mi coinvolge, lasciandomi totalmente indifferente tanto la sento lontana. Sicuramente una gara come il Kima è adatta ai nostri tempi di consumo sfrenato, di bisogno d’immagine a tutti i costi, di spettacolarizzazione, ma, così impostata, non mi pare assolutamente ecologica e utile al progresso culturale del turismo alpino che vorrei.
Intendiamoci, capisco benissimo le motivazioni e le esigenze che muovono iniziative del genere, e permettetemi di non condividerle del tutto. Basta, ad esempio, stare in valle il giorno della gara per provare un certo fastidio, con quell’elicottero che ogni pochi minuti scarrozza verso l’alto fotografi, curiosi o paganti che vogliono raggiungere i rifugi senza troppa fatica. Per un giorno le belle montagne del Masino sono trasformate in un’arena che nulla aggiunge alla loro magnificenza, anzi!
Ma siamo nei tempi dell’eli-sky e dell’eli-alpinismo: criticare queste cose è démodé.
Comunque, al di là di queste considerazioni eco-filosofiche e un po’ nostalgiche, credo che la Grande Gara del Sentiero Roma potrebbe essere un ottimo veicolo di promozione turistica, ma a tanto battage momentaneo dovrebbero seguire altre iniziative concrete di riorganizzazione e valorizzazione del territorio. Penso ad esempio all’adeguata segnaletica e alla manutenzione dei sentieri d’arroccamento verso il “Roma”, alla creazione di percorsi culturali e paesaggistici, al rafforzamento dei controlli sul territorio, al miglioramento dei servizi di raccolta rifiuti, al rilancio del piccolo ma fornito Museo etnografico locale, alla riqualificazione dell’area di arrampicata del Sasso Remenno, che da sola richiama migliaia di turisti per quasi tutto l’arco dell’anno che potrebbe essere propagandata non solo per le sue valenze arrampicatore: pochi sanno, ad esempio, che il Remenno è il più grande monolito d’Europa.
Ci vorrebbe insomma che il “Kima” facesse un salto di qualità culturale trovando la forza di fare di più e di meglio per la Val Masino. Magari mettendosi a capo di una cordata con un progetto organico e di lunga portata, allo scopo, finalmente, di realizzare quel “Parco degli alpinisti” da decenni vagheggiato.