Società e natura

Ultimo aggiornamento il: 09/05/2018 17:02:42


Società e natura

Le recenti vicende che di colpo di scena in colpo di scena si susseguono a ritmo giornaliero nel nostro paese, già di per sé inducono a profonde riflessioni. Non passa giorno che vengano alla luce illeciti, appropriazioni indebite, omissioni interessate, furti, associazioni a delinquere, speculazioni. Tutto questo malaffare investe in larga misura il mondo della "politica". Usiamo le virgolette perché la politica dovrebbe essere ben altra cosa rispetto a ciò di cui si occupavano gli inquisiti, molti dei quali vengono ancora chiamati onorevoli, e cioè degni di onorabilità. Non sarebbe ora che il nostri rappresentanti imparassero a chiamarsi col loro vero nome e cioè deputati? O questo è un titolo che comporta già nella parola una responsabilità troppo grande? Il fenomeno dell'illecito è tanto vasto da far supporre che gran parte degli italiani sia in qualche maniera contaminata da questo comportamento che è diventato quasi prassi. Probabilmente esisteva già una predisposizione naturale?
L'Italia appare dunque letteralmente soffocata da un intreccio di radici da cui difficilmente potrà liberasi se non interverrà una grande innovazione nelle coscienza sociale. Purtroppo sembra che neppure la nostra provincia sia immune dal fenomeno e ci sono ben poche speranze di cambiamento visto che il guasto non coinvolge solo le alte sfere dell'amministrazione ma larga parte della società.
E' preoccupane riscontrare che anche da noi, molti atteggiamenti e comportamenti sono associabili ad un tipo di mentalità mafiosa, dove per mafia non si intende il classico siculo con coppola, barba di tre giorni, lupara e somaro ma un insieme di connivenze, dimenticanze finte o volute, complicità corporative spudorate, prese di posizione interessate, ma anche e soprattutto timore di esporsi e di confrontarsi democraticamente, omertà mascherata da galantomismo, ipocrisia. Di sicuro ci sono voluti anni e anni di lavoro, o forse di non lavoro, per ottenere questi disastrosi risultati. Di certo qualcosa non è funzionato da subito nel chiarimento dei limiti e delle competenze fra potere e società civile; di sicuro chi ha giocato con la confusione e l'ignoranza l'ha fatto con un'abilità incredibile. E di sicuro i media, soprattutto in questi ultimi anni hanno dato un contributo decisivo all'appiattimento e all'intorpidimento delle coscienze.
Un nazione fonda gran parte della sua credibilità e della sua forza nell'equilibrio dei diritti e dei doveri, ossia anche fra la salvaguardia degli interessi generali, e, in funzione di questa, la maggior tutela possibile degli interessi particolari di tutti. Buona parte di questo contratto riguarda proprio la gente comune che pertanto dovrebbe essere sensibile e cosciente dei valori sociali e degli interessi generali. Ed è proprio la carenza di tali aspetti che con preoccupazione si può ravvisare anche nella nostra provincia. In molti manca quel rispetto verso lo stato e le sue leggi che invece ci si deve aspettare è questo il primo passo verso il processo degenerativo del tessuto sociale.
Di certo lo stato non ha fatto gran che per sostenere la sua parte e in ciò sta buona parte della responsabilità dell'attuale sfascio e della scollatura fra cittadini e nazione.
Di fronte a tale situazione vi possono essere due tipi di risposta: o si cerca di profittare al massimo della situazione scavandosi la propria nicchia di illegalità oppure ci si oppone apertamente ad essa. In quest'ultimo caso, per sostenere il confronto è necessario essere il più possibile in regola con le leggi di quello stato che si vorrebbe cambiare.
Sembra comunque prevalere quel comportamento che, tutto sommato ammette le irregolarità fuori legge con la scusa che dove ci arrivano le amministrazioni è lecito che il cittadino faccia quanto può per il suo interesse. E' evidente che un simile modo di pensare porta seco implicazioni spaventose perché prelude all'instaurasi della legge della jungla: il più forte e il più violento vince e schiaccia tutti. Al limite diviene anche lecito l'omicidio per vendetta visto che la polizia è impotente. Purtroppo la tradizionale chiusura delle nostre valli e il rapidissimo diffondersi del mito dello sviluppo sono stati un fertile terreno per fare attecchire questa mentalità. In fin dei conti anche da noi esistono realtà socio ambientali non molto differenti da quelli della Sila o dell'Aspromonte.
Le minacce e le violente intimidazioni che in questi ultimi anni si sono ripetutamente manifestate contro sindaci o altri rappresentanti amministrativi, l'aumento della violenza anche per regolare interessi privati è preoccupante. Preoccupa perché fa capire chiaramente quanto ci si sia allontanati dai valori della nostra società valtellinese, del vivere civile e dei suoi valori. Da dove cominciare per cercare le cause
di tutto ciò è molto difficile. Della latitanza dello stato si è già detto, ma un' altra causa del fenomeno potrebbe essere senza dubbio imputata al sistema educativo. Chi non ricorda quanto poco valore sia ad esempio stato associato a quella materia nota come Educazione Civica? Chi non ricorda quanto strumentalizzato sia spesso stato l'insegnamento della storia? Chi non si è accorto di quanto poco la scuola ci parli delle nostre radici culturali e territoriali, che non sono quelle nazionali, ma che con queste vanno parimenti insegnate e amalgamate? È vero, mai come in questi anni abbiamo assistito alla sistematica distruzione della storia minore e delle sue vestigia forse ritenute troppo ingombranti per lo "sviluppo"? Secondo quest'ottica è facile valutare bellissimo e grandioso il monumento marmoreo o l'affresco, o il quadro e disprezzare la lunga mulattiera lastricata di pietre è intagliata nel fianco della montagna con una sapiente lettura delle curve di livello e del territorio. La distruzione della storia, a tutti i livelli, ma soprattutto a quello locale, comporta anche l'inevitabile distruzione dei punti di riferimento che costituiscono i capisaldi per una corretta evoluzione e un'ancora di certezza.
Forse nessuno si è ancora posto questa domanda, ma, la droga, gli incidenti mortali così frequenti fra i giovani, non possono derivare anche da una inconscia voglia di auto distruzione di fronte ad un mondo e ad una società che essi non riconoscono confacente ai loro ideali e che tuttavia non è dato loro di cambiare? In nessuna nazione europea come in Italia, le aspirazioni dei giovani sono tanto frustrate e represse. Si prenda per esempio il lavoro. Moltissimi sono di certo i giovani che ambiscono a lavori creativi o comunque a loro grati e confacenti. Pochissimi possono conseguire lo scopo di abbracciare l'attività che più amano poiché una legislazione e un fisco iniquo e vessatorio spingono i più a gettarsi nelle fauci del più sicuro ma anche frustrante lavoro pubblico. E questo non è contribuire a distruggere le speranze e le aspettative? Non è quindi anche demolire alla base l'energia vitale della nazione? E se così fosse ecco che di conseguenza viene logico anche comprendere come l'Italia sia la nazione europea con la minore natalità. Infatti, da quanto detto, è lecito pensare che, sia pure a livello inconscio, nessuno, con i presupposti che vengono dalla nostra situazione, sia portato ad avere una prole numerosa. Eppure proprio anche per le generazioni future e quindi anche per i nostri figli, sarebbe opportuno che uscissimo di più allo scoperto per cercare di cambiare il corso degli eventi. Parlare, confrontarsi, dire le cose con trasparenza, uscire dal nostro guscio, non mentire a noi stessi, riportare alti i valori di un dialogo democratico sono il primo passo verso il nuovo. In questo momento che sembra aprire le porte ad un grande cambiamento manca dunque principalmente la tensione sociale che faciliti il trapasso. Alle giovani generazioni si apre dunque un grande compito che principalmente deve essere quello di smentire quanto appena affermato e di costruire una società migliore e più rispettosa dei diritti di tutti soprattutto attraverso una maggiore attenzione e solerzia nel risolvere le controversie sociali.
La recente vicenda del tentativo di apertura di un tratturo in Val di Mello sfruttando il percorso dell'antico sentiero e le successive prese di posizione di politici e associazioni ambientaliste inducono a qualche ulteriore riflessione. Per prima cosa balza in evidenza l'aspetto legale del caso: ci troviamo di fronte ad una grave violazione delle leggi che, così si dice, tutti dobbiamo rispettare. Il sottacere o sottovalutare questo aspetto potrebbe portare alla legittimazione di molti altri atti simili e da questi ad altri ancora, in una sorta di reazione a catena. In un momento in cui si tenta di riportare un minimo di ordine nel Paese, anche situazioni come questa dovrebbero essere trattate con rigore e grande attenzione non solo dalla magistratura.
Di seguito viene la valutazione dell'atto in sé; molti, fra cui anche alcune associazioni ambientaliste hanno minimizzato l'accaduto o così almeno è sembrato. In effetti chi andasse a guardare quanto è stato combinato non troverebbe grandi scempi ma un lavoro tutto sommato anche ben fatto.
Ora, se si ragiona con lo schema rigido secondo il quale il CAI si occupa di montagne, il WWF di animali, e Italia Nostra di bellezze storiche e paesaggistiche le uniche due associazioni che si dovrebbero occupare del problema sarebbero Italia Nostra e la Lega per l'Ambiente. Sarebbe pertanto logico sentirsi dire da un presidente del WWF o del CAI che tutto sommato, seppure condannabile, un simile atto, per le ragioni sopra esposte, non è poi così grave e da un certo punto di vista si può fare anche questa concessione.
Quello che invece sembra sia sfuggito è l'esatta natura del danno che per ora non è ambientale e neppure paesaggistico: la realizzazione del tratturo cancella una testimonianza storica e etnografica che, seppure minore, rappresenta un tesoro inestimabile soprattutto se inserita nel contesto Val Masino e Val di Mello, regno riconosciuto del turismo escursionistico e alpinistico.
Lasciamo quindi da parte gli animali in pericolo, l' ambiente in degrado, le piante tagliate, le funivie sulle vette o gli impianti di sci: c' è un'altra piccola testimonianza del lavoro e della civiltà valtellinese che corre il rischio di essere persa per sempre eppure sembra che questo importi poco. Si sbraita tanto sui numerosi fantomatici terrazzamenti delle vigne che sarebbero stati demoliti alla Sassella per la costruzione della tangenziale ma la sensazione è che lo si faccia più per convenienza politica che per una reale consistenza del fatto. Ben pochi invece prendono posizione sui problemi "minori" del tipo Val di Mello: ci si concentra forse anche demagogicamente su un fatto e se ne perdono di vista mille di minore impatto politico la cui sommatoria genera un danno assai più grave.
D'altra parte, la distruzione dei punti di riferimento della storia e della tradizione locali è il motivo conduttore del ventesimo secolo italiano. Nelle scuole la conoscenza del territorio è oggetto misterioso e quasi mai trattato; molti studenti, a cominciare dalle elementari non sanno quasi neppure dove vivono e quali siano le vicende che hanno visto protagonista la provincia di Sondrio nei secoli. Intanto la TV che, come dice la nota canzone, "la gaà na forsa de leun", ci bombarda con immagini che invogliano alla continua quanto inutile ricerca del "Qualcosa" e "la te ridus cume 'n cuiun".
E ognuno si rintana nei suoi gusci, mette la testa sotto la sabbia, finge di vivere, magari inventandosi sempre nuovi falsi problemi che gli permettano di sostenere la parte. Pertanto anche quel sentiero in Val di Mello è un pezzo di coscienza che deve essere cancellato. Forse non è bene che si sappia che un tempo
c'era gente che con grande abilità sapeva tracciare una via, lastricarla, farla convivere meravigliosamente con l'ambiente circostante. E poi il progresso vuole i suoi sacrifici.
A testimonianza di ciò le nostre valli sono piene di antiche e pregevoli mulattiere tagliate, distrutte, deturpate dalla sovrapposizione della moderna strada carrozzabile; antichi paesi crollano sotto il peso degli anni e dell'incuria e molte altre testimonianze di storia vengono costantemente cancellate. E' vero, il dipinto, la statua di marmo, il duomo e il castello sono più belli, fanno più colpo, vanno di moda, fanno "cultura" e come dice la TV, fanno spettacolo. Questo è il concetto che molti hanno del bello e dell'artistico, mentre sfugge l'abile opera dei montanari per adattare il sentiero alle curve di livello, non ci si accorge del grande lavoro necessario per lastricare il cammino o per fare i muri a secco, si vuole dimenticare quanto intelligente e armonico fosse l'inserimento dell'uomo e dei suoi manufatti nell'ambiente.
Certo, per una provincia che vorrebbe puntare tutto sul turismo, come filosofia di valorizzazione del territorio non c' è male; e poi ci stupiamo se abbiamo un turismo di seconda scelta e magari in qualche caso in diminuzione. D'altra parte finché non ci sarà un forte organo provinciale per la pianificazione di questi interventi anche in funzione della "vocazione" turistica della provincia, ci troveremo sempre di fronte a pressappochismo, approssimazione e disorganizzazione, terreni fertili per far prosperare la speculazione e l'assalto selvaggio. Appare ragionevole pensare a una commissione formata da tecnici e politici che possa fungere da punto di riferimento e di vaglio per tutti gli interventi sul territorio e non solo per le Aree Protette. E a monte ci vorrebbe anche un serio ed organico progetto di rivalutazione del patrimonio turistico della provincia che non è solo lo sci.
Per risolvere il problema della strada in Val di Mello ci fu un incontro nel 1988 dove venne definito che in linea di massima l'eventuale percorso doveva svolgersi sul lato destro orografico.
Si trattava di una proposta sensata e conciliante, ma come al solito essa è stata dimenticata e disattesa mentre la valle subiva di anno in anno l'assalto di un turismo non regolamentato con razionalità. Alla luce di questi come di moltissimi altri fatti analoghi ecco dunque sorgere il lecito dubbio che la ragionevolezza e la razionalità siano forse le cose di cui sono meno dotati molti politici.
Se fossi miliardario organizzerei delle gite gratuite di studio e formazione in Engadina o in Provenza anche se non sono così sicuro dei risultati. Forse tutto sommato ha ragione Tom Robbins; il vero pericolo non è nell'uomo in generale ma nella "tirannia delle menti ottuse".