MESSAGGIO nella BOTTIGLIA

Ultimo aggiornamento il: 09/05/2018 09:07:16


MESSAGGIO nella BOTTIGLIA

Il recentissimo sblocco della Legge Valtellina e l'inconsulta, spesso pazzesca gestione del territorio mediante opere pubbliche e private cui siamo abituati ad assistere oggi non sono certo fattori che lasciano ben sperare per il futuro.
Se già prima c'era da stare poco allegri per come erano progettati e costruiti muraglioni, elettrodotti, briglie, argini, strade, piste e impianti di risalita, al pensiero del domani c'è da chiedersi se qualcosa della bellezza della nostra valle potrà essere risparmiato.
Non essendo un politico, dei politici riesco solo ad avere impressioni epidermiche e derivanti da quanto riesco a vedere delle loro opere. Sulla scorta di questi dati non posso certo dire che finora essi abbiano brillato per lungimiranza o attenzione verso i problemi del territorio. La sensazione più forte di tutte è anzi quella che, il più delle volte, si promuovano opere grandiose e assolutamente sovradimensionate in modo da poter avere o dare un maggiore profitto oltre che visibilità. Fortunatamente su questo fronte sembra che la tendenza stia subendo se non un'inversione per lo meno una fase di riflessione e c'è da sperare che i nuovi volti che si affacceranno sul panorama politico provinciale sappiano riscattare un'immagine abbastanza amorfa e appannata. Credo sia inutile fare un elenco delle opere prodotte da questa filosofia: dall'orrendo muraglione della strada per i Bagni di Masino alle faraoniche briglie del lago di Val Pola, c'è solo l'imbarazzo della scelta (a titolo di curiosità vorrei ricordare che già due volte il corso dell'Adda si trovò sbarrato nel 400 d C e nel 1807. Una frana staccatasi dal Massuccio l'8 dicembre 1807 provocò all'altezza di Sernio una diga naturale che formò un lago le cui acque raggiunsero la porta della chiesa di Lovero. Senza i mezzi moderni né le odierne spettacolarizzazioni fu riaperta una via di deflusso alle acque e il lago si estinse naturalmente nel 1834).
A questo punto già immagino che il lettore pensi allo scritto del solito "verde" di turno, ma con sommo piacere mi appresto subito ad andare oltre.
Non ho un partito e quindi non sono neppure un "verde" perché ravviso in questo pur utile movimento, forti spinte demagogiche che a volte vanificano l'efficacia delle rimostranze Non appartengo a associazioni collegate con l'ambiente anche se spesso ne condivido le iniziative, non sono iscritto a Mountain Wilderness, ma la Wilderness (termine intraducibile che indica un ambiente incontaminato e selvaggio delle nostre Alpi è la cosa che più mi sta a cuore.
Credo però immodestamente di essere fra coloro che più a buon titolo possono esprimere un parere poiché la mia professione, libera nel vero senso della parola, ma strettamente legata all'ambiente e alla montagna, mi pone in una particolare condizione: quella di chi si trova nella necessità di giungere a dei compromessi trovando un equilibrio fra quelli che sono i suoi interessi materiali e la necessità di preservare l'ambiente. E' stata probabilmente questa condizione di libera dipendenza dalla natura montana che mi ha fatto un po' superare le posizioni dei "verdi" o degli ambientalisti, per cercare di andare oltre. Purtroppo o per fortuna l'uomo esiste e fa parte della natura, tutte le sue azioni si ripercuotono sull'ambiente e viceversa ed è da questo stato di fatto che bisogna iniziare a operare con una nuova ottica che tenga conto di tutti i fattori che interagiscono dando a essi indifferentemente la stessa rilevanza.
La via giusta è a mio parere quella di cercare di conoscere più a fondo il territorio e se necessario intervenire su di esso con azioni opportune e giustamente dimensionate, adottando soluzioni che portino il minor danno possibile all'ambiente. Dunque sarebbe più giusto che ci si mobilitasse affinché certe opere fossero gestite e realizzate con rigore e rispetto ambientale anziché fare muro ottenendo spesso il danno e la beffa. Per fare un esempio se è vero che una strada serve alle malghe o ai montanari, la si faccia pure, ma rispettando una bella serie di norme: attento studio geologico del terreno percorso studiato per ottenere il minor impatto ambientale, scoline ogni pochi metri larghezza, sufficiente al passaggio di un solo mezzo, sbarra permanente all'accesso con chiavi affidate ad un consorzio e conseguente sua responsabilità in caso di infrazioni, multe salatissime a chi venga sorpreso sul percorso con l'auto o la moto (ciò non potrebbe in teoria accadere visto che le chiavi sono in mano al consorzio). Lo stesso discorso vale per qualsiasi altra opera che sia ritenuta veramente necessaria: una per tutte la "via di fuga" che collega Arquino alla strada della Val Malenco. Cominciamo dal ponte sul Mallero costruito a monte di quello antico, in una posizione quantomeno sospetta in caso di alluvione, per finire con la carreggiata di "sette metri sette": è certamente un campionario di spreco e scarsa sensibilità turistico ambientale.
La nostra montagna è sempre stata una terra di sfruttamento e di colonizzazione, a cominciare dalle innumerevoli dighe che costellano le valli per finire col moderno e inarrestabile afflusso turistico, che porta inquinamento sia con le auto sia con il semplice passaggio dei turisti su piste e sentieri. Tutto ciò è chiaramente inevitabile ma, alla luce di questa constatazione, si deve operare affinché ad esempio siano creati itinerari alternativi di escursionismo per impedire che i luoghi già noti siano sempre più affollati fornendo poi l'alibi per costruire nuovi rifugi o ingrandirli Sui percorsi alternativi si potrebbero viceversa ristrutturare delle baite ottenendo il duplice scopo di salvare una testimonianza di architettura rurale e creare un comodo punto tappa che comunque dovrebbe essere il più rustico e semplice possibile.
Anche i rifugi ormai si stanno configurando come un aspetto su cui si dovrebbe indagare più a fondo: nella nostra valle fra pubblici (del C.A.I.) e privati operano più di 100 rifugi, una vera e propria catena alberghiera di cui nulla o poco si conosce. Condizioni di smaltimento dei rifiuti liquidi e solidi, numero dei posti letto, numero di pernottamenti e di passaggi, qualità del servizio, situazione degli accessi al rifugio (strade o sentieri), fonti energetiche usate, note geologico-territoriali etc. Tutti questi sono dati fondamentali per i futuri amministratori che volessero avere un quadro completo sul turismo montano in Valtellina e sugli interventi utili o necessari. Oggi è dunque vitale che la spesso sterile protesta ambientalista sia seguita e sostenuta da proposte alternative realmente valide e rigorosamente studiate anche a livello di progettazione ed attuazione Bisogna insomma munirsi degli strumenti e delle capacità che permettano di poter fornire agli amministratori un'alternativa che, con il linguaggio dei numeri e della scienza, possa efficacemente controbilanciare la logica finora utilizzata nella realizzazione delle opere pubbliche in valle.
La scommessa e la sfida degli uomini politici valtellinesi del 2000 sarà proprio quella di cercare di capire se di questa valle si vuol fare un cimitero di cemento e metallo o un paradiso per i turisti.
Se si sceglierà quest'ultima soluzione la strada sarà tutta in salita, difficile, faticosa e con risultati che forse potranno apprezzare solo le generazioni future Ma quale esempio di grandezza e civiltà si sarà così ottenuto, perché basato non su un'aggressione violenta né su un oblio totale della montagna, ma su un sapiente equilibrio di convivenza.
Dai ghiacciai alle zone umide si potrebbe andare avanti di questo passo ancora per parecchie righe, ma credo che il succo del discorso sia stato chiarito a sufficienza e a questo punto non resta che augurasi che qualcuno raccolga il "messaggio nella bottiglia" prima che un cieco tifone miliardario distrugga quanto rimane della nostra valle.