Acque Misteriose

articolo per la Rivista della Montagna

Ultimo aggiornamento il: 09/05/2018 08:34:06


Acque Misteriose

Tradizionalmente, in Italia, il rapporto del potere politico con la popolazione che dovrebbe rappresentare è da considerarsi fra i meno democratici in assoluto.

Gli esempi di tale lontananza sono moltissimi e fra questi, in molte zone alpine, sta emergendo con sempre maggiore incisività il problema dello sfruttamento delle acque. Dai tempi del fascismo, con il testo unico del 1933, è passata la concezione che certe risorse fossero a tal punto strategiche per la nazione che nessun tipo di vincolo potesse essere posto sul loro sfruttamento. L’utilizzo delle acque dei grandi bacini imbriferi per la produzione di energia elettrica era allora di vitale importanza ed era giustificato sia dalla necessità di modernizzare un paese per lo più arretratissimo, sia dalle ambizioni autarchiche del partito.

Ma, come spesso accade, quando fa comodo ai poteri forti e agli interessi di grandi aziende, certe leggi sembrano essere super partes, inossidabili e a prova di qualsiasi cambio di colore nella compagine governativa. Così con modifiche sempre rivolte a proteggere le captazioni piccole e grandi, piuttosto che gli interessi della gente di montagna, la normativa che governa la produzione idroelettrica è giunta fino a noi ed al protocollo di Kioto

Il mistero dei Certificati Verdi

La già precaria condizione dei corsi d’acqua montani è precipitata nel 1999, con l’approvazione del decreto Bersani, mostruosità di stampo medioevale, anticostituzionale e antidemocratica anche solo se si pensa che l’acqua è tutt’altro che una fonte rinnovabile. Tale norma riapre l’assalto allo sfruttamento di tutti i torrenti alpini, con la possibilità di costruire mini centrali che, finché c’è possibilità di captazione, possono addirittura ripetersi più volte in successione lungo l’alveo. Per quanto sopra detto la legge favorisce solo i richiedenti le concessioni che il più delle volte, dietro nomi che si richiamano all’ambiente e alla natura, hanno il solo interesse di mettere le mani sui Certificati Verdi. Come se non bastasse, l’ultimo peggioramento legislativo del 2003, o “decreto salva centrali”, toglie ai comuni anche l’arma di concessione di licenza edilizia.

Che cosa sono i Certificati Verdi? Sono dei prodotti finanziari, sono certificati da 100.000 kWh, (li trovate quotati sul Sole 24Ore), emessi dal Gestore della Rete Trasmissione Nazionale ai produttori di energia da fonti rinnovabili. A costoro viene incontro il decreto Bersani che obbliga chi produce o importa energia da fonti non rinnovabili (carbone, petrolio etc.), ad immettere nella rete almeno un 2% di energia proveniente da fonti rinnovabili, consentendo di “ripulire” la propria produzione con l’acquisto  dei Certificati Verdi.

Ecco quindi riprendere con maggior forza l’assalto speculativo alle Alpi, da parte di piccoli e grandi squali d’acqua dolce. Infatti, il GRTN distribuisce ai produttori di energia pulita i Certificati Verdi e costoro poi li rivendono a caro prezzo ai produttori “sporchi”, che sono obbligati ad acquistarli. Quindi è un affare sicuro e senza rischi, agevolato dalla legge e rafforzato economicamente dal fatto che per la costruzione degli impianti esiste un finanziamento statale a fondo perduto fino al 30%, e mutui agevolati.

I pericoli di una legge avventata

Inoltre, con scarsissima sensibilità, la norma non considera la grande differenza d’impatto ambientale esistente fra diversi impianti di produzione energetica da fonti rinnovabili. Le pale eoliche ed i pannelli fotovoltaici son brutti a vedersi, ma è tutto qui, le centrali a biomassa occupano una porzione di territorio, ma smaltiscono scorie che altrimenti andrebbero disperse. Ben differente è il caso delle captazioni idriche, il cui impatto ambientale si ripercuote in risonanza su su molti contesti.

La costruzione delle condotte, delle opere di presa e delle strade di servizio, provoca gravissimi danni al delicato paesaggio alpino di cui l’acqua, con i torrenti spumeggianti, le cascate ed i laghi è una delle componenti essenziali. Quindi, mentre qualcuno trae giovamento dalla centralina, le popolazioni locali, si vedono sottratti i potenziali benefici economici portati dal turismo.

Sottraendo acqua ai torrenti, le captazioni possono poi togliere l’alimentazione alle sorgenti degli acquedotti e dei sistemi irrigui. Sarà un caso, ma da qualche anno, in Valtellina e Valchiavenna, si assiste con sempre maggiore frequenza ad episodi di emergenza idrica e a comuni costretti a volte a ricorre alle autobotti per rifornire la popolazione. In Valfurva un alpeggio è stato reso inutilizzabile dopo che una captazione ne ha impoverito l’irrigazione naturale.

L’ecosistema stesso è reso precario dal mancato rilascio dei Deflussi Minimi Vitali imposti per legge, ma sovente sotto dimensionati rispetto alla norma e alle esigenze ecologiche del torrente. In alcuni casi, interi tratti degli alvei sono stati privati della possibilità di vita animale e vegetale. Per ultimo, ma non ultimo, la carenza di acqua può portare anche a stati di emergenza igienico-sanitaria.

Vi è poi da considerare il potenziale rischio idrogeologico innescato da tali opere perché, durante la costruzione, si possono andare ad alterare gli equilibri dei pendii ed il corso delle vene d’acqua sotterranee.

Esempi del genere non mancano anche se non completamente suffragati da prove dato il clima omertoso e reticente che circonda il problema delle captazioni idriche e gli interessi dei produttori. La grande “frana di Spriana”, che da oltre quarant’anni incombe su Sondrio, fu probabilmente “stuzzicata” dai lavori della condotta corticale del Monte Foppa. Da un ventennio è in corso la costruzione di un inutile bypass sul torrente Mallero per consentirne lo sfogo in caso di caduta della frana. Da un ventennio tutti noi paghiamo quest’opera che, forse, non sarebbe stata necessaria e di cui ancora non si vede la fine.

Sarebbe molto interessante andare a vedere quante frane delle Alpi si trovano in corrispondenza di dighe, opere di presa o canali. Ricordate il Vajont?

Le alternative ci sono

Ad eccezione di poche isole felici, tutte le Alpi italiane sono state interessate dal problema “centraline” e sono centinaia, se non migliaia, le domande di concessione in attesa di via libera da parte di province e regioni. Purtroppo la propensione è quella di favorire l’iter di queste domande, mentre i comuni e le popolazioni locali si trovano disarmati di fronte all’assalto speculativo. Eppure, ormai lo sappiamo, questi impianti hanno un impatto quasi nullo alla produzione energetica nazionale e molto ma molto di più farebbero una rigorosa politica di gestione delle risorse e l’incentivazione di sistemi produttivi alternativi.

Si risparmierebbe energia, fino al 15%, se si incentivasse il cambio dei vecchi elettrodomestici con altri di nuova generazione.

Si risparmierebbe energia se si promuovesse, e non solo a parole, la costruzione di piccoli impianti solari per gli edifici residenziali. Per il cittadino il vantaggio, in questo caso, sarebbe doppio perché l’energia prodotta in sovrappiù sarebbe reimmessa nella rete e pagata.

Si risparmierebbe, inoltre, molta energia anche con la razionalizzazione della rete di elettrodotti che affliggono il paesaggio di molte parti delle Alpi.

Perché non si fa ciò? E’ spiacevole anche solo pensarlo, ma l’unica cosa che viene in mente e che così si favorisce la gente e non l’interesse di chi guadagna e a volte specula sul mercato dell’energia.

In questa disastrosa situazione ecco i dati relativi allo sfruttamento delle risorse idriche della Provincia di Sondrio che, alla luce dei fatti, piuttosto che una parte d’Italia, ne sembra quasi una colonia. Attualmente, lo sfruttamento idroelettrico interessa più del 90% delle acque superficiali rappresentando il 46% della produzione energetica della Lombardia ed il 12% di quella nazionale.

Come se non bastasse il decreto Bersani ed suoi successivi “rinforzi”, consentendo la captazione del rimanente 10% delle acque, porta la situazione a livelli veramente insostenibili per le popolazioni locali e per l’ambiente di una provincia che, a parole, è detta a “vocazione turistica”. Non hanno facilitato le cose, qualche artato blackout ed ora anche i russi che ci tagliano il gas.

Un’indagine sconvolgente

Ma le sorprese non si fermano qui. In un recente libro bianco di Giuseppe Songini, sulle captazioni idroelettriche in Provincia di Sondrio, emerge una situazione di gravi abusi perpetrati dai produttori ENEL, AEM, EDISON. Dai dati, risulta che da anni queste grandi aziende utilizzano molta più acqua di quella loro concessa, senza per questo dichiararla e pagarla: in termini economici si parla di molti milioni di Euro, ma la minore acqua rilasciata nei torrenti provoca anche altri guai difficilmente quantificabili.

La ricerca di Songini evidenzia che l’energia prodotta abusivamente ammonta a ben 1 miliardo di kWh annui! Se si pensa che il consumo provinciale nello stesso periodo è di 950 milioni di kWh, è immediato costatare che la sola risorsa sottratta, e non pagata, basterebbe a coprire i fabbisogni locali.

Stranamente nessuno ha mai pensato di fare in modo che, almeno in parte, questa energia fosse girata gratuitamente all’asfittica e morente industria locale, oppure alle amministrazioni e agli ospedali che, assieme, consumano annualmente circa 50 milioni di kWh.

Nessuno ha contestato i dati del libro bianco e ciò fa sospettare che essi siano più che affidabili. In questo scenario, come si muove la magistratura? Come si muovono i politici? Che fa la stampa? Come spesso accade sul documento è stato fatto cadere il silenzio, nella speranza che, prima o poi, lo si dimentichi. Ma le popolazioni locali stanno da tempo cercando di organizzarsi. Per fronteggiare l’assalto alle ultime acque in Valtellina e Valchiavenna, si sono costituiti dei comitati che tentano con pochi mezzi di resistere allo strapotere delle aziende idroelettriche, ad una legislazione creata ad arte per essere poco chiara e, nella migliore delle ipotesi, alla passività degli organismi provinciali e regionali. Pochi mesi fa, infine, è nato lo IAPS (intergruppo acque provincia sondrio) che dovrebbe avere la funzione di coordinare meglio le future iniziative).

La soluzione migliore e definitiva sarebbe una moratoria sulla legge ed una sua completa revisione. Purtroppo, assieme a quelli dell’energia e del gas, in Italia sembra esserci anche un black out di buonsenso che fa ben poco sperare. E fino ad attesa prova contraria, la Valtellina… non è la Valle Susa.