Chiodi in Val di Mello

Ultimo aggiornamento il: 09/05/2018 08:32:54


Chiodi in Val di Mello

Intervengo in questo ambito di esperti per dire la mia sull’argomento del giorno, ma dico subito che non parlerò da alpinista e neppure da arrampicatore, e tenterò di dare uno sguardo alla faccenda da un’angolazione che solo in parte deriva dalla mia esperienza sulle rocce. Non mi interessa quindi entrare in discorsi pseudo morali: non ho mai avuto a vena dell’alpinista moralista. Però ho un’etica della montagna e del rispetto della natura che ha sempre guidato le mie azioni. Quest’etica e le battaglie che mi ha fatto sostenere, mi hanno suggerito che per salvare le nostre Alpi non serve trincerasi dietro dogmi ed ideologie, fare muro contro muro, ma che occorre piuttosto seguire la via del dialogo costruttivo e del “saper perdere per vincere”.

Da anni seguo divertito la recita del chiodo sì e chiodo no che si tiene nel teatro di Val di Mello e quel che vedo è uno spettacolo a volte grottesco, ma a volte anche irritante perché alcuni dei prim’attori sono tanto rigorosi in quest’ambito, quanto assai indulgenti verso se stessi in ambiti assai vicini ad esso.

Quando anni fa si è cominciato a parlare di sostituire i chiodi delle vecchie vie della Valle e del Remenno, la prima obiezione mossa fu quella che bisognava preservare la storicità di quelle salite. Argomentazione più che giusta, ma logicamente insostenibile per molti motivi: non abbiamo più calzoni di velluto, pedule di pezza, corde di canapa, ramponi a dieci punte,  ed in più usiamo i friends, pedule dalla mescola sempre più aderente, abbigliamento super tecnico, abbiamo il telefonino sempre acceso per chiamare la mamma, sappiamo che tempo farà con giorni di preavviso, disponiamo di strade e mezzi che ci avvicinano di molto alle montagne, ma non contenti usiamo anche l’elicottero per fare meno fatica all’andata e al ritorno…
Lo stesso elicottero assicura poi soccorsi deluxe che ti schiodano da qualunque parete in pochi minuti, magari dopo aver ricevuto una chiamata col telefonino.
A difesa di tale storicità sono partite anche tristi armate Brancaleone elitrasportate di reduci e reclute. L’esempio è quanto accaduto per lo spigolo Vinci, ove la suddetta motivazione è stata forse rafforzata anche da un afflato di amor patrio con il quale si è voluto lavare l’onta dell’invasione elvetica. Il rimedio è stato tipicamente italiano: molto fumo e solo danni collaterali, perché la schiodatura dei sacrilegi spit è stata fatta in maniera dozzinale, lasciando in via anti estetici spuntoni di metallo che fuoriescono dalla roccia. Ma forse la cosa è stata premeditata: che siano da monito ai profanatori.

L’altra obiezione dice che bisogna preservare il terreno d’avventura, lasciando intatte le chiodature originali o, al più, sostituendo i vecchi chiodi con altri, rimessi di fresco.
Con i mezzi di comunicazione e di trasporto di cui disponiamo, in effetti, forse l’unico modo per far vivere agli scalatori moderni un po’ di sana avventura, sarebbe quello di obbligarli ad usare, per soste ed assicurazione, chiodi infissi magari più di trent’anni or sono. Qui sì che siamo nell’ambito dell’incognito. Un chiodo che sembra buono all’esterno potrebbe essere completamente marcio dentro, può apparire solidamente infisso ed invece, causa l’allargamento della fessura, potrebbe uscire alla minima sollecitazione un po’ più energica della semplice prova fatta “a mano”. A mano perché oggi nessuno porta più il martello. Va da sé che una simile condizione pone lo scalatore in una situazione di grave potenziale pericolo che però non dipende dalle sue capacità tecniche, soprattutto se nei pressi non si può rinforzare l’ancoraggio. Un chiodo che è entrato “cantando” anni fa, potrebbe ora essere appena appena sufficiente a reggere il peso, ma non lo potrò mai sapere se non ci volo sopra o lo “testo” col martello… che non ho. E lo stesso vale per un chiodo rimesso da poco perché, alla fine, il ciclo si ripete.

Una terza obiezione fa leva sul rispetto per la natura. Qui credo occorra stendere un velo pietoso, non girare troppo il coltello nella piaga del conflitto d’interesse e dire solo che, a parte qualche limpido esempio contrario, elitrasporti per cene sul Precipizio o con clienti ed amici alla base delle vie, saccheggi di vene mineralizzate sulle vette (sempre elitrasportati), ridicole resinature di chiodi normali, il cui risultato estetico e funzionale vi lascio immaginare, depongono a sfavore di questi presunti e presuntuosi ambientalisti.
La stessa obiezione, abbinata a quella della difesa del terreno d’avventura, vien sostenuta anche per gli accessi alle pareti che, secondo alcuni non dovrebbero essere segnalati. A parte l’ovvia ridicolaggine di una simile posizione riguardo ad accessi di poche centinaia di metri in una valle stra popolata come la Val di Mello, voglio ricordare il danno fatto dalla stessa politica, applicata al più fragile sottobosco della Corsica. Qui un “guru” locale sostenne quanto sopra, col risultato che, siccome non è possibile impedire ad alcuno di scalare, per arrivare alla base di una parete ognuno ha trovato la sua via. Ci sono quindi decine di sentierini ed il sottobosco è stato completamente drenato dal continuo passaggio con grande danno ambientale. Non sarebbe invece meglio e più ecologico obbligare tutti a seguire un unico tracciato?

La mia impressione è che alcuni dei sostenitori delle sopraddette tesi, vedano la Val di Mello e la Val Masino come il loro esclusivo parco giochi, dove imporre regole e leggi, ritenendosi però liberi di violarle, se gli pare conveniente. Forse questo è anche uno dei tanti modi buoni per tentare vivificare un’immagine legata allo storico periodo d’oro della Valle. Insomma, parafrasando un vecchio titolo di Rassegna alpina2, mi domando: “Val di Mello, comodo teatrino per vanitose nullità” ?
A mio parere sono da prendere per quel che valgono anche le lagnanze o le morali di chi si è fatto il nome sfruttando la Valle, scrivendo guide e facendo film, ma non ha mai, dico mai, speso un’ora del suo tempo per difenderla quando in diverse occasioni è stata minacciata da cave, strade e centraline.

Ciò che penso dipende strettamente anche da uno sguardo professionale di guida e operatore turistico, sul possibile futuro del comprensorio del Masino. Tutti sappiamo che questo territorio è seriamente minacciato da centraline ed altri generi di speculazioni; altrove i poteri forti e ricchi sono riusciti a deprimere un sano sviluppo turistico per poter poi dire che, non essendoci possibilità in quel senso, l’unica via passava per lo sfruttamento spinto del territorio. La cosa è passata ad esempio in Val Malenco o sul fondovalle valtellinese e il risultato si vede. Qui siamo tutti amici, magari compagni di cordata e amanti del Masino. Per questo, credo che l’unico obiettivo che dobbiamo porci sia quello di trovare dei modi condivisi e “astuti” per consolidare il processo virtuoso che si è instaurato in queste valli.

La mia prima proposta, che non vuole essere affatto provocatoria, ma molto seria, è quella di togliere completamente tutti i chiodi normali, anche quelli di passaggio, presenti sulle le vie classiche, riportandole allo stato primitivo e obbligando i ripetitori ad arrangiarsi. Questo vorrebbe dire anche togliere gran parte delle corde fisse dal Sentiero Roma, spit e soste da molte vie del Remenno. Sarebbero anche da ripulire tutte le vie spittate vecchie e nuove perché questo tipo di chiodo, anche se usato con parsimonia falsa i valori. Chi può dire che una via aperta oggi sia pure con pochi spit non potrebbe essere salita senza fra qualche anno. La sciodatura completa è una soluzione che vedo con grande favore, ma che, con disincanto, devo scartare, soprattutto per un motivo di tipo ecologico: sappiamo tutti cosa vuol dire chiodare e schiodare più volte la stessa fessura, i bordi si rompono, la fessura si allarga e si rovina. Comunque, in pochi anni si riproporrebbe una situazione analoga all’odierna: man mano le vie si ripetono, oggi resta un chiodo, domani due e così via…

La seconda proposta prevede invece un moderato intervento di smantellamento delle vecchie soste e la loro sostituzione con ancoraggi fissi: è illogico a mio parere schiodare e rimettere dei chiodi normali in quanto, lo ripeto, fra qualche anno, si tornerebbe da capo.
Le vie classiche di cui parlo, Vinci, Parravicini, Gervasutti, Picco Amedeo… sono praticamente tutte proteggibili con nut e friend, quindi, a parte qualche rara situazione, nessuno spit andrebbe messo lungo il tiro di corda, se non ove impossibile sostituire il chiodo normale con una protezione mobile: non è giusto, in nome di una supposta purezza, obbligare i ripetitori ad affidarsi a chiodi che, se un tempo erano buoni, oggi potrebbero essere assai precari.
Si potrebbe pensare però ad un restyling delle grandi vie classiche della regione, restyling meditato, condiviso ed equilibrato.
Non mi pare che la richiodatura delle soste di alcune vie sul Capitan, abbia sostanzialmente cambiato l’impegno di chi lo sale. Lo stesso vale per la Nord-est del Badile, le vie della Grignetta (anche fin troppo chiodate) o per ascensioni analoghe nella vicina Svizzera. Credo inoltre, che il restauro delle vecchie vie, possa essere un mezzo per riavvicinare ad esse scalatori che ora preferiscono affrontare vie moderne e meglio protette anche se magari più dure; un modo per riagganciarsi ad una Storia che oggi corre il rischio di essere dimenticata, travolta dal super tecnicismo e dalla innegabile seduzione di una bella via protetta bene a spit. Sarebbe questo il modo migliore per far vedere e conoscere i grandi valori di tecnica, logica ed intuito di chi le ha aperte. Limiteremmo così forse anche il fenomeno, ormai non infrequente, di vie nuove “forzate” magari a pochi metri da una linea ben più logica, ritenuta poco attraente perché meno rettilinea in quanto segue i punti deboli della parete. Riproporre ai “moderni” queste opere d’arte restaurate, sarebbe un messaggio culturale importante. Del resto non si fa così anche per monumenti, dipinti e altri manufatti artistici? li si protegge e se ne favorisce la conoscenza in tutti i modi. Se necessario, si mettono in teche ad atmosfera controllata, se ne rifanno dei pezzi. Magari non li possiamo più ammirare come un tempo, direttamente, ma li godremo ancora per moltissimi anni.
Le moderne vie a spit, l’esasperazione del grado, hanno fatto scordare il valore delle grandi classiche proprio perché, per quanto più dure, consentono una maggiore sicurezza e si allineano con le attuali esigenze dei climbers. In fin dei conti il loro messaggio è anche un po’ diseducativo, soprattutto perché, in genere, il concetto di linea logica, viene sostituito da quello di linea diritta e possibilmente difficile. Il concetto di traversata è stato quasi completamente scarificato e le vie si aprono col paraocchi.
Pensiero maligno: non è che alcuni apritori di nuove vie a spit si sono arroccati sulle loro posizioni integraliste perché inconsciamente temono di perdere un po’ della loro gloriuzza se venissero rimesse a nuovo le vecchie classiche?

C’è poi un ultimo aspetto forse marginale, ma da tenere in conto: come la mettiamo con coloro che, con la scusa di voler salire in libera delle vie, ne aumentano la protezione usando gli spit? Chiedo loro: è logico sacrificare la storicità, l’avventura, la naturalità in nome di un record? Sicuramente essi usano dei metodi molto rigorosi, come fece Koeller sulle soste del “Paradiso può attendere” prima di farlo in libera. Ma ognuno ha i suoi limiti e tutti devono poter essere liberi di scalare. Non spetta certo ai normali scalatori il compito di stabilire come e quanto intervenire, ma d’altra parte mi pare egoistico acconsentire a chi vuol fare l’impresa di sistemarsi le soste a piacere, e obbligare chi vuole farsi una bella via classica ad affidarsi a chiodi di dubbia tenuta.
Purtroppo molti bravi scalatori vivono spesso isolati nel loro mondo di gradi ed exploit, e inevitabilmente, spesso, pensano in maniera molto unilaterale: a loro non serve aumentare il grado di sicurezza di una via classica, perché sono talmente sopra le difficoltà da poterla salire e scendere a occhi chiusi. Però anche loro, quando si avvicinano al limite, trovano apprezzabile aggiungere uno spit o rinforzare una sosta per soddisfare la loro comprensibile voglia di tentare la libera estrema.

Detto questo, spero che in questa sede si possa giungere ad una soluzione condivisa, soluzione che potrebbe essere un altro piccolo tassello per completare la transizione del Masino verso un’economia prevalentemente basata sul turismo e su un uso equilibrato e sostenibile del suo irripetibile territorio.