APPUNTI per il WORKSHOP – SEV

Ultimo aggiornamento il: 09/05/2018 08:31:44


APPUNTI per il WORKSHOP – SEV

Per iniziare ho cercato di chiarirmi quali potrebbero esser gli aspetti del territorio che secondo me potrebbero aiutare a creare un’identità valtellinese. Li elenco senza dare un particolare ordine.

- La posizione centrale nell’arco alpino, che fa del sistema Valtellina e Valchiavenna un ponte fra l’est e l’ovest, fra il nord ed il sud.

- La forma: il nostro territorio è come un manubrio le cui manopole, Valchiavenna e alta Valtellina, sono legate dall’asse che passa per Tirano, Sondrio e Morbegno. Questo concetto se sviluppato correttamente potrebbe forse aiutare un domani a rinsaldare un senso di appartenenza comune.

- La doppia catena montuosa che delimita la Valtellina da est a ovest (questo aspetto è forse meno evidente per la Valchiavenna, aperta verso sud)

- Il fiume, o meglio i fiumi (Adda e Mera) che insieme entrano nel Lario.

- Le acque in generale, torrenti, rogge, cascate e laghi alpini: senza di esse le nostre valli darebbero un desolante spettacolo.

- La montagna come elemento con il quale per secoli si è avuto un rapporto molto stretto legato all’economia forestale e agro pastorale, rapporto che dovremmo recuperare con una nuova valenza, cercando la convivenza e la sinergia fra attività tradizionali, ancora esistenti, e turismo.

- La grande varietà di ambienti e di paesaggi della nostra montagna che in questo senso è unica nelle Alpi. (lo dimostra il fatto che riusciamo ancora ad attrarre turisti nonostante il pessimo marketing).

- Quel che resta degli antichi borghi (urbanistica ed architettura), conserva una precisa impronta sociale e culturale che bene identifica la popolazione valtellinese, anche in funzione della quota e dell’ambiente ove si è insediata.

- La catena di chiese, vera e propria unicità del paesaggio di mezzacosta, che cattura inevitabilmente lo sguardo di chi lo solleva verso le cime.

Purtroppo, se molteplici sono gli aspetti potenzialmente identitari per una “valtellinesità”, bisogna ammettere che ben pochi o nessuno di questi è mai stato riconosciuto e utilizzato allo scopo.
Volendo andare a ricercare un comune senso d’identità e appartenenza fra le popolazioni della provincia, fin dai tempi antichi lo vediamo comparire solo in epoche eccezionali o durante gravi emergenze; poiché quella stessa caratteristica geografica sopra citata fra i punti di possibile unione è sempre stata l’elemento che ha di fatto suddiviso il territorio in tre aree e tre culture diverse.
Storicamente e geograficamente, infatti, Alta Valtellina e Valchiavenna sono aree abbastanza omogenee e vaste, delle “macro identità”, dove resiste un diffuso senso di appartenenza. Lungo l’asse mediano, invece, quasi ogni borgo ha sviluppato una sua tradizione tendendo a fare “parrocchia a sé, mettendosi a volte in competizione con i vicini anche quando forse sarebbe convenuto unire le forze.
Oggi, inoltre, quei pochi e deboli elementi di identità e appartenenza che potevano funzionare un tempo, si sono ulteriormente indeboliti, soprattutto in seguito ad un lungo processo di svalutazione della “valtellinesità” che, seppure senza una vera premeditata regia, ha lavorato per almeno cinquant’anni e tutt’ora prosegue nella sua opera corrosiva.

Nonostante, infatti, periodicamente sorgano voci più o meno forti ed autorevoli che vagheggiano autonomia ed identità, in vero i politici, ma anche tutte le organizzazioni presenti sul territorio, non sembra abbiano mai preso in seria considerazione un progetto condiviso che puntasse in questa direzione; forse anche per un atteggiamento, a metà fra senso d’inferiorità verso l’esterno e presunzione verso l’interno, che ci ha portato a preferire che la nostra terra diventasse una periferia della metropoli.
Esempi di tale scelta si manifestano nel disordine urbanistico e nella differenziazione architettonica, spesso di pessimo gusto, degli edifici civili, oppure nell’assenza di una politica d’immagine unitaria per i nostri prodotti (ad esempio, secondo me, il vino dovrebbe essere tutto “Valtellina” e portare come sotto indicazione la località di produzione: Valtellina – Sassella, Valtellina-Maroggia…)
In altri ambiti è capitato di sentire esponenti della “cultura” locale che di fronte ad un illustre ospite quasi gongolavano spiegando che il bitto non è tutto bitto e la bresaola la fanno con la carne argentina. Insomma, i primi a fare pessimo marketing siamo proprio noi. Eppure è innegabile che ancor oggi, e a dispetto di tutto, la nostra cultura resta sempre più legata a quella delle vicine nazioni alpine che non a quelle della pianura.
Il sentire con disagio la nostra “valtellinesità” ha sicuramente pesato negativamente anche nei rapporti con lo Stato e il nostro territorio, che da sempre meriterebbe una maggiore autonomia, appare invece una sorta di “provincia dell’impero”. Non mi dilungo in esempi, ma ne faccio due per tutti: la fornitura di energia elettrica con tutte le sue implicazioni socio-ambientali e lo sbilancio fra tassazioni e reimpieghi statali sul territorio.

Io sono valtellinese e ne sono fiero, ma per giungere a tale considerazione, ho dovuto pensare la storia e camminare per giorni sui sentieri spesso abbandonati, su mulattiere lastricate dai nostri avi con tanta pazienza che non bastava una vita per vederle finite. Si parla di “viticoltura eroica”, ma tutta la presenza umana in Valtellina e Valchiavenna è eroica ed ha prodotto una civiltà unica, poco conosciuta e che, a mio avviso, può essere uno degli elementi identitari più forti: il valtellinese è colui che, con grandissimo ingegno e sacrificio, ha saputo trovare il modo di vivere “bene” fra le montagne.
Purtroppo l’abitudine al sacrificio ed il fatalismo, conseguente a questo tipo di vita, ci hanno forse resi anche un po’ troppo passivi e fatalisti per natura, caratteristica spesso scambiata per stupidità, che non ha certo reso un buon servizio alla nostra valle.

Anche le comuni radici storiche (e la storia locale andrebbe insegnata nelle scuole), dovrebbero spingere verso una nuova coscienza identitaria. Purtroppo, contro questa prospettiva lavorano anche una scarsa etica sociale e la diffidenza verso il nuovo, che spingono le varie comunità ad un particolarismo spesso ottuso e autolesionista. Di sicuro il diffondersi dell’informazione, la facilità di accedere ai media (internet, giornali, TV), la conoscenza di esperienze altrui, l’aumento del livello culturale, stanno portando ad un miglioramento della situazione, ma è a questo punto che occorrerebbe recuperare il senso di una comunità e di una identità e vestirlo a nuovo, prima che sia troppo tardi.
Una maggiore “valtellinesità” sarebbe quindi più che auspicabile. Come i nostri avi hanno saputo valorizzare la montagna, così oggi dovremmo saper trarre il meglio da una nostra identità, positivizzandone, magari, anche gli aspetti peggiori o apparentemente tali e imparando a prenderci anche un po’ meno su serio; perché il valtellinese, oltre che “duro come un sasso”, appare, spesso, anche un po’ tetro e serioso. Questa identità nuova o rinnovata dovrebbe diventare il filtro comune per le future iniziative progettate sul territorio. Fare le cose sentendoci tutti parte di un’unica terra non potrà che essere motivo di maggiore entusiasmo, anche se richiederà, probabilmente, una maggiore disponibilità da parte delle comunità più forti e radicate. Dovremmo fondere le mentalità per puntare ad un obiettivo comune ed avere il coraggio di grandi iniziative come potrebbe essere quella di realizzare una ferrovia fino a Bormio. Insomma dovremmo imparare a fare “sistema” e ad usare la comunicazione prima al nostro interno, per diffondere l’idea di una nuova identità e poi all’esterno, magari investendo con maggiore costanza. Ma la comunicazione verso l’esterno vuole che anche il nostro territorio sia pronto alla sfida presentandosi con un’immagine assai diversa da quella odierna, a partire dalla ristorazione per giungere alla viabilità.

Oggi ci troviamo di fronte ad un bivio, fra la tendenza ad uno sfruttamento intensivo e poco sostenibile del territorio (dai capannoni alle seconde case, dalle centraline alle cave) e la vocazione turistica. Credo che prima o dopo bisognerà decidere con maggiore chiarezza e coraggio quale strada imboccare.
Purtroppo però, la direzione sembra già presa: il nostro paesaggio, elemento cardine d’identità, sta pian piano scomparendo sotto l’incalzare di incuria, scarsa pianificazione e cartelloni pubblicitari, ma dovremmo ricordarci che una volta consumato non lo potremo più usare. Eppure da più parti si continua a conclamare la necessità di ampliare, ingrandire, costruire come se solo questi fossero elementi di benessere. Ebbene, in questi anni abbiamo ampliato, ingrandito e costruito, ma assieme al degrado, anche la QUALITÀ della vita in provincia è sicuramente peggiorata.

Da diverse realtà, comprese quelle del Bormiese, sembra crescere l’esigenza verso un cambio di atteggiamento, che punti di più verso una valorizzazione conservativa piuttosto che invasiva, ma per ora sono solo segnali. E’ inutile domandarci ogni volta come mai, nonostante periodicamente si facciano i mondiali di sci e si ricostruiscano piste ed impianti, il turista non si ferma in Valtellina. Chiediamoci invece se, non avendo in loco una seconda casa, noi sceglieremmo queste vallate per passare una vacanza di più giorni, magari con la famiglia. A me verrebbero in mente altre zone alpine, la Slovenia, la Svizzera, il Trentino-Alto Adige, la Savoia. Se fino a poco tempo fa ero fiducioso che si potesse cambiare questa corsa autodistruttiva, oggi mi sono convinto che, ormai, la partita è quasi persa. Non lo dico per pessimismo, perché tale non mi sento; la considerazione viene da sé ogni qualvolta torno in “valle” dopo aver visitato altre regioni alpine fino a pochi anni or sono meno ricche e fortunate, vedi la Slovenia, e oggi ormai di molto superiori a noi; come stupirsi se la guida Lonely Planet, bibbia mondiale del turista viaggiatore, descrive la Valtellina come “la meno interessante delle vallate alpine”? E a questo punto forse c’è da domandarsi a che serva parlare di identità e pensare di rafforzarne il valore.