Val Malenco addio

Ultimo aggiornamento il: 09/05/2018 08:30:24



PREMESSA

La Val Malenco è probabilmente la valle peggio sfruttata delle Alpi ed il suo ambiente versa in precarie condizioni. Non volendo comparire in prima persona (già troppe volte l'avevo fatto) ideai questa lettera di un fantomatico professore universitario inglese che suscitò parecchie preoccupazioni nonché alcuni articoli in cui alcuni si preoccupavano, invero piuttosto goffamente, di smentire le VERITA' del Prof. Pershing. Fu un colpo ben assestato anche se ci vuol altro per mutare un percorso ormai avviato verso la catastrofe. Citatissimo in Val Malenco e in diverse occasioni durante le riunioni dei consigli comunali di quella valle, il Professor Pershing fece outing durante un convegno del 2007 tenutosi a Chiesa in Val Malenco. Vedi articolo più avanti, L'outing di Pershing.

Gentile direttore
sono tornato in provincia di Sondrio, e quindi anche in Val Malenco, dopo qualche anno, perché sto compiendo una personale indagine sull’evoluzione del territorio alpino in funzione del suo sfruttamento e della capacità di popolazioni e amministrazioni di avviare uno sviluppo compatibile con l’ambiente. Il lavoro sarà pubblicato fra qualche anno. Il mio viaggio transalpino da ovest ad est mi ha fatto conoscere diverse realtà più o meno interessanti e dove l’intervento dell’uomo sull’ambiente ha avuto differenti esiti e ha, ovviamente generato, differenti prospettive future.
Come ho già detto accennato il mio progetto, a lunga scadenza, prevede il ritorno in località precedentemente visitate proprio per percepirne meglio i cambiamenti.
Pur rendendomi conto che questo mio intervento possa essere considerato inutile e, forse, seccante, non ho potuto tacere quanto ho visto nella valle in questione perché la condizione in essa creatasi appare veramente grave e ormai irreversibilmente volta alla distruzione completa del territorio.
Quando qualche anno fa venni in Valmalenco trovai una situazione di parziale equilibrio fra le esigenze di sviluppo turistico e le attività estrattive, peculiarità importante e tradizionale della valle. Ero fiducioso in una sorta di sviluppo equilibrato fra le due più importanti fonti di reddito della valle anche se, segretamente, speravo in un progressivo orientamento verso la vocazione turistica. L’incentivazione di attività a basso impatto ambientale avrebbe portato un benessere più diffuso ed equamente ripartito e nello stesso tempo avrebbe preservato il territorio creando importanti prospettive di crescita per il futuro. Senza dubbio la strada da percorrere sarebbe stata lunga e non facile, ma una volta imboccata avrebbe avuto prospettive sempre più ampie e migliori.
L’arrivo in valle mi ha tolto ogni illusione. Le cave e l’attività estrattiva in genere sono diventate preponderanti e, in molti casi prevaricanti creando forti danni al paesaggio e insidiando, a volte, anche le testimonianze storiche ed etnografiche della valle (vedi la reale minaccia che sta subendo l’alpe di Albareda). Come spero si sia capito, non sono fra coloro che vedrebbero di buon occhio la totale scomparsa delle cave, tuttavia, lo ripeto, ci sono dei limiti di “decenza” che, probabilmente, grazie anche ad una sorta di distorta alleanza di comuni, comunità montane, provincia e regione, sono stati abbondantemente superati. Perciò ho deciso di intervenire sull’argomento denunciando la situazione e per farlo, considerando la mia scarsa conoscenza della vostra lingua, mi sono fatto aiutare per questa mia lettera da un amico, non appena sono potuto rientrare a Parma, mia base di lavoro italiana.
La cecità e l’insensibilità degli organismi politici nei confronti della tutela del territorio ha dell’incredibile e pone la valle come un “unicum” negativo in tutto l’arco alpino: eppure, ma solo a parole, anche qui tutti parlano di turismo e di sviluppo compatibile. Dopo la mia prima visita in valle me ne andai certo che l’espansione delle cave avesse trovato un limite fisiologico e “compatibile” attestandosi nella fascia attorno ai 1500. Unico neo mi pareva fosse l’orrida cava posta dopo S. Giuseppe, che come biglietto d’ingresso ad uno degli angoli più belli della Valmalenco non era certo il massimo. Oggi ritornando nella valle trovo “ferite” aperte dovunque con grave danno al paesaggio, vedi il limite meridionale della bella conca di Franscia, ma anche cave in alta quota come quella sorprendentemente aperta poco prima della diga di Gera. Ma in Italia non c’è una legge che tutela il territorio al di sopra di una certa altitudine? Il problema credo si ripercuota poi anche sulla viabilità stradale che viene molto penalizzata dalla presenza di camion di ogni stazza e dimensione. Non sarebbe opportuno disciplinare meglio questi trasporti imponendo orari precisi di transito? Mi fermo qui, ma solo questo aspetto meriterebbe un suo approfondimento.
La valle ha sempre subito un forte sfruttamento delle sue risorse naturali, dalle cave ottocentesche agli impianti idroelettrici, per giungere all’attuale situazione. Eppure resisteva qualche angolo dove sopravviveva un ecosistema abbastanza integro: il colpo di grazia è arrivato anche dalle becere concessioni dello sfruttamento delle acque per piccola produzione di energia che ha consentito un ulteriore depauperamento delle risorse ambientali della valle a scapito, ovviamente, della sua potenziale offerta turistica. Mi chiedo se gli amministratori locali e non si siano mai soffermati a fare due conti su costi e benefici di quanto hanno consentito che accadesse, sia pure magari con tutte le garanzie legali del caso. Se qualcuno non abbia mai spinto i suoi orizzonti, e quindi anche quelli delle popolazioni che serve, un po’ più in là. A volte occorre coraggio per certe scelte, che inizialmente possono contrastare piccoli e grandi interessi privati e risultare forse anche impopolari. Tuttavia gli esempi di una felice “riconversione” verso una gestione del territorio più rispettosa ed equilibrata dell’ambiente non mancano, in Italia e nelle Alpi.
A seguito di quanto ho potuto osservare, dei dati che ho raccolto e tenendo conto di casi già verificatisi, non posso che prevedere un futuro piuttosto triste per la valle. Arricchimento di pochi grandi proprietari di cave, totale distruzione del territorio in un continuo e pervicace assalto indiscriminato, penalizzazione progressiva e sempre più pesante delle attività a carattere turistico (mi pare che peraltro i segnali ci siano già e piuttosto preoccupanti) che darà sempre maggior alibi per uno sfruttamento irreversibile delle risorse locali. Sto parlando di un futuro molto lontano ma, e questo lo dico agli amministratori, la scommessa sullo sfruttamento irreversibile di un territorio è purtroppo sempre perdente. E il compito di un buon politico non è pensare solo all’immediato ma progettare con lungimiranza anche il futuro della propria terra.
Ovviamente in questo caso conta anche il peso del grado di istruzione e della cultura delle popolazioni locali che, tuttavia, se consce, sono libere di scegliersi il futuro che preferiscono. Mi sembra però che le genti della Valmalenco si siano progressivamente sempre più allontanata dalle loro radici culturali.
Le mie sono solo le considerazioni di uno studioso e sono da prendersi come tali. Avrei potuto tenerle per me e per la mia futura pubblicazione ma, visto il degrado cui è sottoposto un territorio che mi sembrava avesse grandi prospettive turistiche, non ho potuto fare a meno di renderle note.

Prof. Robert Pershing
Environment Dep. York University. UK.