Hey… Doug!

Divagazioni alpinistiche in Val Grosina

Ultimo aggiornamento il: 09/05/2018 08:16:59


Hey… Doug!

PREMESSA

Nella speranza di non aver scordato nulla o nessuno, ecco una breve storia del recente alpinismo nelle valli grosine, narrata durante l’apertura di una nuova via su questi monti. Da quel giorno sono state aperte altre due importanti vie e le troverete nella tavola sinottica: una sulla parete Sud della Cima Viola e un’altra sulla parete SE della Cima di Saoseo.

Appoggiato alla parete raccolgo il sole e osservo Giuliano che, traversato il canalino franoso che ci divide dalla parete, inizia la danza. Giornata perfetta, cielo blu, profili scolpiti, atmosfera d’autunno, di brandy stagionato, calma e silenzio; attorno, gli spazi aperti e sconfinati della Val Grosina, delimitati da creste rocciose sulle quali emergono cime ardite. I vasti pascoli del Pian Sertif, che ci hanno accompagnato fino alla base della parete, sono un prato all’inglese con tanto di laghetto e manca solo di vedere comparire Tiger Woods per rinunciare definitivamente a credere di essere in montagna. Eppure siam qui, in un angolo sconosciuto e selvatico, negletto e abbandonato dal grande turismo alpino, dagli escursionisti e ancor più, figuriamoci, dagli scalatori.
Sono con Gianluca Maspes e il grosino Giuliano Bordoni, Guida alpina dell’ultima generazione e… folle freerider; sopra le nostre teste, il canalino è chiuso da una parete triangolare color ocra che pare un piccolo Fou. Giuliano vuole sistemare alcune vie da fare con eventuali clienti e questa è una delle prime in progetto. Quindi, trapano al seguito. Alla partenza il giovanotto mi propone come capocordata ed esecutore dei primi sacrileghi fori. Con quello che interpreto un gesto d’affetto, Gianluca mi soccorre esclamando: “No! Non facciamo trapanare il Popi”. In effetti, per quanto non totalmente contrario, mi sono sempre orientato verso la limitazione di ogni aggeggio, figuriamoci gli spit. Ho sempre meno voglia di “impedimenta” e non ho voglia di vincere a tutti i costi, così alle volte vengo sconfitto dalla mia stessa scelta: mi piace così. Il piacere della ritirata è a volte libidinoso.
Grato e… rassicurato, sorveglio il grosino pensando a Doug Scott che la sera prima si era lanciato in una predica contro le vie spittate. Chissà perché mi sovviene anche quel che scrisse Antonio Cederna sulla Val Grosina ormai 120 anni fa: “Che dire poi dei camosci e dell'esiliato stambecco? Tutto è scomparso, meno qualche camoscio che il wetterly non tarderà a distruggere...” Beh! Sicuramente il wetterly (Vetterli - NdA), diffuso fucile ai tempi del Cederna, non è più di casa fra questi monti, ma in compenso il suo sparo è stato sostituito da questo moderno ronzio di trapano. I tempi cambiano…
Raggiungiamo il freerider alla sosta con una piacevole lunghezza di difficoltà moderate e lui riparte affrontando una fessura verticale: in attesa del mio turno divago fra le cime e l’alpinismo in Val Grosina. In questo comprensorio un po’ trascurato dagli inglesi prenditutto, i nostri pionieri avevano trovato ancora qualche cima vergine. Ne avevano parlato in successione il Cederna, Vittorio Ronchetti e Giorgio Sinigaglia in tre lunghe monografie, seguite, nel 1909, dalla prima guida alpinistica dei Monti di Val Grosina di Alfredo Corti e Walter Laeng, esimi membri del G.L.A.S.G. (Gruppo Lombardo Alpinisti Senza Guida).
Il secondo tiro è un po’ più impegnativo. Sarà mai VI° grado? Mah! Comunque, durante il periodo “eroico” del VI° grado, la posizione un po’ remota, la qualità della roccia non sempre ottimale, la mancanza di importanti ed appariscenti pareti, tennero lontani gli scalatori di punta da queste montagne. Così, a parte le scorribande dell’inesauribile conte Aldo Bonacossa con le sue donzelle negli anni 20 del 900, le cime della Val Grosina conobbero un lungo periodo di abbandono. I primi alpinisti “moderni” a farvi ritorno furono Angelo Longo ed Ercole Martina che, fra il 1953 ed il 1954, salirono la ancora stranamente inviolata parete Nord della Cima Piazzi, lo spigolo Nord dell’elegante Corno di Sinigaglia e la parete Nord del Crono Dosdé. Nell’estate del 1959 le guide bormine Egidio Pedranzini e Franco Sertorelli percorsero invece la glaciale parete Nord della Cima Viola.
Intanto Giuliano è ripartito, mette un fix al centro di un ostico muro e poco sopra si ferma. In sosta i due si scambiano i ruoli e passa del tempo, ma tanto… ne abbiamo. Attorno, stanno spuntando vette lontane. Mi diverto a riconoscerle e fra tutte scorgo la bella sagoma del Painale, una fortezza ancora da espugnare.
Il periodo forse più importante per la storia recente dei monti grosini inizia con gli anni 70 del 900, soprattutto per merito dell’alpinista locale Duilio Strambini e dei suoi compagni tiranesi Piero Della Vedova ed Enrico Cometti. Siamo a cavallo fra due ere: stava finendo un certo modo di fare alpinismo, nuove tecniche, materiali ed idee erano alle porte, ma qui bisognava riprendere un gioco fermo da decenni. Innamorato della sua valle, Duilio si concentrò in particolare sui problemi alpinistici del versante meridionale, muovendosi con intelligenza e freschezza. C’era da affrontare la semi inesplorata traversata per cresta delle Cime di Lago Spalmo o il percorso integrale della lunghissima cresta di Sinigaglia, che con i suoi grandi torrioni porta in vetta alla Cima Piazzi, vi erano pareti rocciose di notevole altezza mai salite. Duilio e compagni recuperarono il tempo perduto accaparrandosi quasi tutti i maggiori successi, anche se, fra le importanti imprese del periodo, va ricordata la prima salita alla parete Nord del Corno Dosdè, compiuta da Costantini, Palfrader e Pozzi nel 1970. La difficile ascensione, oggi una bella classica, apriva i monti grosini all’era del VI° grado e dell’alpinismo tecnico.
Gianlu s’avvia su per una placca scomparendo alla vista. Mi fa effetto vederlo con il trapano su una scalata che di certo non ne avrebbe bisogno, ma ormai è “grande” e ne farà buon uso. La roccia è molto bella, un solido gneiss granitoide: sembra quella della parete Sud della Cima Viola. Nel luglio del 1977 realizzavamo la prima assoluta di questa remota parete vivendo una giornata memorabile. La “via del ritorno alle origini” fu un’altra tappa importante, completando il processo già avviato da Strambini che sarebbe stato ancora protagonista se un incidente non l’avesse stroncato l’anno successivo. Negli anni a seguire anche molti dei migliori scalatori dell’Alta valle, Luigi Zen, i fratelli Meraldi, Adriano Greco, Antonio Strambini, solo per citarne alcuni, trovarono qui terreno fertile.
La sosta mi fa geologicamente dubitare, ma il ciclopico masso in cui è piazzata non sembra prendersela troppo. Intanto Gianluca s’ingaggia in un diedro a scalino color giallo arancio molto bello; peccato l’erba qua e là. Una placca e un muretto fessurato ci depositano infine su un’ampia cengia ai piedi del saltino sommitale. Sovrastato da un “frigorifero alberghiero” in bilico, ma a detta dei compagni stabilissimo, mi godo il panorama cercando il “mio” Torrione dei Laghi. Il Torrione fa parte della nuova ventata di passione Grosina che mi colse verso la metà del 2000 e che fu accompagnata dalle imprese di altri bravi scalatori. Cominciai per gioco, “scoprendo” la parete Est del Sasso Calosso che si alza per circa 200 metri, poco sopra la strada per il Passo di Verva. Stranamente, a parte Duilio Strambini, che aprì una via nel settore sinistro, nessuno l’aveva ancora presa di mira. Io stesso, che nel 1972 ero stanziato al sottostante rifugio Falk per preparare la maturità, non me la ricordavo. Nel 2004, le compatte placconate ci regalarono tre belle vie su roccia buona, anche se in qualche punto poco proteggibile; poi, Bordoni, Maspes, Sertori e compagni ritornarono aprendo altre linee in stile più moderno e attrezzandole per creare una piccola falesia di scalate “plaisir” ambientata in un luogo bellissimo. Ma in zona vi sono molti altri posti per “conquistatori” idealisti o vanitosi, ove è possibile “marcare il territorio” con l’inutile, ma intrigante gioco della prima ascensione.
Gianluca s’infila sull’ultima lunghezza che sembra offrire una bella scalata, tipo quella dello spigolo Sud-ovest del Primo Torrione di Lago Spalmo, ad oggi ancora l’unica via in questo gruppo di torrioni affacciati sul lago da cui prendono il nome. Mi arrabatto un attimo sul complicato passaggino finale ed ecco la vetta che in questo meraviglioso giorno d’autunno mi regala un’inaspettata scalata, riportando alla mente altre scorribande grosine come quella sulla bella, ma fatiscente, cresta Est del Monte Verva o quella sul remoto sperone Sud della Cima Orientale di Lago Spalmo.
Ci spingiamo sul vicino crinale spartiacque con la Val d’Avedo perché vogliamo rivedere la Cima Viola. Nel 2006, i miei due compagni, con Rossano Libera, hanno aperto la via in centro alla parete Sud “soffiandomela”, ma in realtà ero d’accordissimo: un pensiero in meno. Guardo la parete e mi commuovo: questi démoni sono veramente bravi, e soprattutto hanno ancora voglia di frugare fra le cime. Giuliano poi è di casa e non poteva perdere vie come quella alla Viola o la parete Sud del Sasso Maurigno, già ambita dagli storici precursori Cometti e Della Vedova. Sull’ostile Maurigno il freerider ha aperto ben due vie, ma… ne manca ancora una; e anche qui attorno ha scoperto alcune primizie come l’ancora inviolata Torre Manny annidata fra le pieghe del Pizzo Matto e del Dosso Sabbione.
Tutto è silenzio ed io improvvisamente sbotto: “E ‘sta via come la chiamiamo?” Ho già in mente il nome e aggiungo: “vista l’eresia compiuta, e conosciuta l’opinione di Doug Scott, giunto in Valtellina per aggiornare il decalogo sulla montagna, direi di dedicarla a lui. Perché non chiamarla ‘Hey… Doug!’?” Sghignazziamo, ma io forse non dovrei: sono “anziano” e… serio. Però non posso fare a meno di aborrire decaloghi e regolamenti: in fin dei conti ci ha già provato un certo Mosè, migliaia di anni fa, ma, a ben vedere, con scarsi risultati.
Prima di calarci saluto la Cima Viola: ora siamo in tre ad avere un legame con lei.
Mi aggancio allo spit e, abbandonandomi sulle corde, penso che forse, più delle regole, sarebbero necessari molti buoni e prudenti maestri.


Principali monografie

Cederna A. - VAL GROSINA – Cenni topografici e turistici. Bollettino del CAI 1891, pag. 78-97
Sinigaglia G. – Nelle Alpi di Val Grosina. Bollettino del CAI, vol. XXXI 1896, pag. 1-26
Ronchetti V. – Nelle Alpi di Val Grosina. Riv. Mensile del CAI 1901, pag. 437-445
Martina E. – La Cima di Piazzi (monografia alpinistica). Riv. Mensile del CAI 1969, pag. 43-56

Guide alpinistiche ed escursionistiche

Corti A. e Laeng W. - Le Alpi di Val Grosina. Ediz. G.L.A.S.G., Brescia, 1909
Canetta N. (parte alpinistica di A. Besseghini e P. Della Vedova) - Grosio Grosotto e le loro montagne. Sondrio, 1987.
Armelloni R. - ALPI RETICHE Cima di Piazzi-Piz Sesvenna. Collana Guida dei Monti d’Italia. Ediz. CAI-TCI. Milano, 1996.

Fonti

Paine T. – Common sense. Penguin Books 1982 (ora in italiano per Luca Torre editore, 2010)
Thoreau H. D. – Disobbedienza civile. Piccola enciclopedia SE, Milano, 2008
Zeper N. – Narcisi di montagna Dialogo per un alpinismo della rinuncia. Edizioni Nordpress, 2004
Wang Xiang Zhai – Yi Quan. Luni Editrice, Firenze, 2006