Una piccola biblioteca alpina

Ultimo aggiornamento il: 08/05/2018 18:19:27


Una piccola biblioteca alpina

Quando, poco più di duecento anni or sono, il dottor De Saussure iniziò ad interessarsi alla scalata del Monte Bianco, tutto avrebbe pensato, ma non che il successo dell’impresa potesse dare il via ad un fenomeno vasto e complesso che andava ben oltre il semplice atto di salire una montagna. Con la scalata alla vetta più alta d’Europa si apriva all’uomo un mondo completamente nuovo e per molti aspetti inesplorato. Uno spazio che oltre a spunti epici e sportivi, forniva motivi d’interesse nei più disparati campi delle scienze, dalla geografia alla botanica, dalla geologia all’etnografia. Era l’ultimo “continente” inesplorato.
In due secoli, questo “mondo nuovo” ha visto nascere e prosperare una bibliografia sterminata che, ancor oggi, non sembra conoscere pause. Cercare di farsi largo fra tanto materiale prodotto è quasi come aggirasi su un ghiacciaio pieno di crepacci e seracchi: un labirinto dove non è facile trovare la strada. E non è cosa facile poter indicare ai lettori, specie se profani, una “piccola biblioteca della montagna” in cui si trovi il compendio di tutte le opere scritte attorno a cime, valli e ghiacciai. Purtroppo molti di questi capisaldi della letteratura alpinistica sono esauriti, ma con un po’ di buona volontà si possono ritrovare, ricercandoli sulle bancarelle o nelle biblioteche del C.A.I. In quest’operazione esiste anche un’altra difficoltà: quella di introdurre il grande pubblico ad un tipo di letteratura che non è quasi mai riuscito ad uscire dai ristretti circoli degli addetti ai lavori. Come dice l’attore Marco Paolini, quello di «Vajont, 9 ottobre ‘63»: “L’Italia è un paese di montagne che ha di sé un’immagine di pianura”.
La maggior parte delle opere di una “piccola biblioteca di montagna” riguardano la descrizione delle grandi imprese dell’esplorazione alpinistica che, iniziata da un francese, vide poi protagonisti gli inglesi. Cosa spinse questi nobili e ricchi signori ad affrontare pericoli e disagi tanto grandi? Forse la noia, ma sicuramente la nostalgia. La nostalgia di un mondo che si stava avviando a scomparire e i cui ultimi lembi restavano impigliati fra le più alte cime o confinati in mezzo ai mari e ai deserti. Solo lì l’uomo poteva trovare ancora quell’ancestrale rapporto con gli elementi naturali che aveva segnato la sua storia.
Nella biblioteca dell’appassionato non può quindi mancare una piccola selezione di grandi classici delle prime fasi della storia dell’alpinismo. Fra questi metterei “Il terreno di gioco d’Europa” del Rev. Leslie Stephen, padre di Virginia Wolf, e il celeberrimo “The ascent of Matterhorn” (La scalata del Cervino), di Edward Wymper, uno dei massimi esponenti dell’alpinismo esplorativo. Più scientifici e didascalici sono i testi di un altro grande scalatore britannico, il Rev. W. A. B. Coolidge di cui vale la pena di leggere “Il popolo delle Alpi”, descrizione di luoghi e genti delle varie regioni alpine. Recentemente è stato inoltre tradotto dal tedesco “Memorie di una Guida alpina” di Christian Klucker, una delle maggiori Guide di fine ottocento, uomo fornito in par misura di capacità alpinistiche e doti letterarie. Fra gli scrittori italiani del periodo, invero piuttosto scarsi, merita una certa attenzione Bruno Galli Valerio, professore d’Igiene all’Università di Losanna e per anni appassionato frequentatore delle montagne valtellinesi. Il suo “Punte e passi” racconta di un alpinismo esplorativo condotto a 360°, diventando, a volte, quasi un diario di navigazione fra valli e monti allora poco conosciuti. A titolo di curiosità aggiungerei anche l’ “L'Appennino della Campania” di Giustino Fortunato l’illustre meridionalista dell’800, che scrisse questo interessante reportage pubblicato a cura della Sezione di Napoli del C.A.I. nel 1884.
Fra i saggi storici che descrivono l’alpinismo di quegli anni, è fondamentale “L’invenzione del Monte Bianco”, rigorosa analisi storica e ricostruzione delle vicende che portarono alla prima ascensione. Scritto con stile agile e piacevole, il libro è una spaziosa finestra, che ci mostra la fine del ‘700 da una prospettiva inconsueta.
Per chi volesse invece entrare nelle atmosfere e nel clima eroico dell’alpinismo anni ’30, consiglio “Scalatori”, importante antologia di racconti scritti dai maggiori e celebri alpinisti dei primi del ‘900. Inerente il periodo d’oro del VI grado è “Alpinismo eroico” di Emilio Comici, forse il più attuale e moderno fra gli scalatori che agirono fra le due guerre mondiali. Una descrizione storica di questo fondamentale periodo ci viene anche da “La stagione degli eroi”.
Lasciati i pionieri, ma restando sempre nel filone dell’alpinismo e dell’arrampicata, sono irrinunciabili i due volumi “Le mie montagne” e “I giorni grandi” di Walter Bonatti. Accanto ci metterei “Tra zero e 8000” di Kurt Diemberger. Questi tre volumi possono essere considerati come il vertice della letteratura alpinistica d’avventura. Narrano in chiave autobiografica imprese che al profano possono quasi sembrare incredibili ed esagerate, ma che invece si svolsero realmente sulle pareti più difficili e ostili delle Alpi. È ancora un alpinismo che si porta dietro l’aura romantica dei pionieri, eppure è già lanciato versa la modernità dei nostri giorni. Sempre riferiti al periodo che va dagli anni ’50 agli anni ’70, sono da segnalare “E’ buio sul ghiacciaio” di Hermann Buhl, “Arrampicare è il mio mestiere” di Cesare Maestri e, forse, “Al di là della verticale”, del francese Georges Livanos, uno dei pochi alpinisti continentali ad avvicinarsi per senso di humor e understatement ai vecchi maestri britannici della letteratura di montagna. Fra i saggi storici raccomando “VI grado”, di Varale, Messner e Rudatis, puntuale analisi storica dell’alpinismo novecentesco, narrata attraverso le imprese ed i personaggi, con valutazioni e raffronti di notevole interesse.
Nel più recente panorama editoriale, sempre più ricco di titoli, le Alpi hanno perso un po' della loro posizione dominante in favore di terreni d’azione meno esplorati come l’Himalaya o la Patagonia. Fra gli autori di questo nuovo filone si sono distinti ancora gli anglosassoni come Peter Bordman, e Joe Tasker con il loro “La montagna di luce”. Ritroviamo in questo bel libro, oggi purtroppo esaurito, il sapore e le atmosfere dei racconti di Bonatti e Diemberger inseriti però in un contesto più attuale.
A dimostrazione della sua vena di scrittore Kurt Diemberger ha stupito tutti tornando alla ribalta con un altro bellissimo libro ambientato fra le altezze e i ghiacci del Karakorum. “K2 il nodo infinito. Sogno e destino” è l’avvincente e tragico racconto di una spedizione sulla seconda più alta vetta del globo, conclusasi con la vittoria, ma anche con la morte della compagna di Diemberger e di altri dodici scalatori impegnati. Più giornalistico, ma altrettanto d’impatto è il best seller “Aria sottile” dello statunitense John Krakauer. Il volume, che racconta di una sfortunata spedizione commerciale sull’Everest, è diventato un caso letterario in quanto è uno dei pochi libri di montagna ad aver “sfondato” anche presso il grande pubblico. Per chi volesse approfondire la conoscenza dell’alpinismo himalayano ed extraeuropeo consigliere “I quattordici ottomila” e “Alpinismo Italiano nel mondo” di Mario Fantin. Si tratta però di testi molto tecnici; più abbordabile è in questo senso il libro di Doug Scott “Le grandi pareti”.
Le nuove filosofie dl free climbing ed il tentativo di trovare con la montagna un nuovo tipo di rapporto, meno aggressivo e più orientato verso la ricerca di un’armonia con gli elementi, si ritrovano nelle parole dell’alpinista Reinhard Karl e del suo bellissimo “Montagna vissuta – tempo per respirare”. Estremamente importante per capire la grande rivoluzione filosofica che negli anni ’70 cambiò il volto della scalata è poi “Campo IV” di Steve Roper. Attraverso le storie di scalatori della Yosemite Valley l’autore ci porta per mano nel centro energetico e propulsivo di questa rivoluzione epocale. Interessante è anche il volume “Montagne di parole”, una gradevole e corposa antologia di scritti alpinistici che vanno dal 1500 ai giorni nostri.
Fin qui abbiamo visto che sono quasi sempre gli alpinisti stessi a farsi scrittori e storici per descrivere le loro biografie e le loro imprese, spesso con risultati poco fortunati. Poche volte tale compito è stato lasciato a “terzi”, ma quasi sempre, in questi casi, ne sono uscite opere avvincenti e spumeggianti. È il caso di “Arrampicarsi all’inferno” cronaca dell’epico salvataggio di Claudio Corti sulla parete Nord dell’Eiger scritta dal giornalista americano Jack Olsen.
A mio parere è uno dei libri di montagna più avvincenti mai scritti. La rapidità e l’efficacia dello stile giornalistico dell’Olsen, la sapiente abilità nella ricostruzione dei fatti e nella descrizione delle cupe atmosfere “eigeriane”, rendono quest’opera degna di entrare nella storia della letteratura alpinistica.
Non può mancare in questo breve elenco anche “La storia dell’Alpinismo” di Gian Piero Motti, forse la più completa ed approfondita opera sull’argomento scritta in Italia. Il Motti non si limita, infatti, ad una semplice descrizione di fatti, imprese e personaggi, ma, molto spesso, si spinge a tracciare un profilo psicologico dei maggiori scalatori.
Come accennato all’inizio col passare del tempo la montagna si è rivelata molto più che un semplice terreno ove sfogare ambizioni ed eroismi. Ed è stato forse grazie all’alpinismo se, pian piano, ci siamo accorti che cime e valli non erano quei luoghi inospitali tramandatici dalla bibliografia e dalla storiografia ufficiali. Fra le montagne hanno vissuto e vivono popolazioni e gruppi etnici che hanno saputo adattarsi meravigliosamente a questi territori, dando vita ad un autentica civiltà. Una civiltà che, con differenze legate alla latitudine, all’uso dei materiali disponibili, alle condizioni ambientali, presenta moltissimi tratti in comune sia nelle Alpi sia in aree extraeuropee. D’altra parte come scisse qualcuno sono i fianchi del monte a determinare la cima, e cioè la meta dell’alpinista, ma la vita si sviluppa su quei fianchi. Per questo motivo trovo importante segnalare anche alcuni libri attraverso i quali avere una panoramica più ampia del mondo delle montagne.
Per restringere il campo ad un contesto a noi più vicino vorrei segnalare alcuni testi che hanno per argomenti l’ambiente e i luoghi. Bellissimo è “Le Alpi” di F. Sacco, 1934, ora introvabile e che meriterebbe d’essere ristampato. È ancora reperibile la grande “Enciclopedia della Montagna” di De Agostini Novara. Si tratta di un’opera in otto volumi in cui io lettore vedrà soddisfatte buona parte delle sue curiosità su storia, ambiente e popolazioni delle montagne.
Più indirizzato al settore storico è invece il volume “Le Alpi, archeologia e cultura del territorio” di Pauli edito da Zanichelli. Si tratta probabilmente del più completo e approfondito studio sulla storia del popolamento alpino e illuminerà sicuramente di luce nuova il mondo delle vette.