DUE TREKKING NEL GRUPPO DEL BERNINA

Ultimo aggiornamento il: 09/05/2018 08:15:38


DUE TREKKING NEL GRUPPO DEL BERNINA

Quasi per gioco o per una di quelle curiose ricorrenze della natura, che si diverte spesso a replicare le sue forme, lo spartiacque fra Valtellina e Svizzera sembra riprodurre in scala l’intera catena alpina. A occidente il plutone del Masino richiama quello del Monte Bianco, al centro alte vette e ghiacciai ci rammentano l’Oberland o il Vallese, a oriente i calcari, seppur friabili, del Bormiese e della Bassa Engadina son quasi dolomiti.
In questa mini versione delle Alpi, la regione compresa fa l’Engadina a Nord e la Val Malenco a Sud è sicuramente la più interessante per la varietà degli ambienti che vi si concentrano in pochi chilometri quadrati.
Siamo nel massiccio del Bernina; limite oltre il quale, nella sua propagazione verso Est, l’orogenesi Alpina ha perso energia e non è più riuscita a sollevarsi oltre i 4000 metri.
Fra queste cime ove l’alpinista può cimentarsi con tutti i terreni possibili, l’escursionista trova un’incredibile quantità di attrattive, non ultime quelle culturali ed etnografiche.
Qui, le enormi differenze nel disegno orografico dei due versanti hanno creato non solo ambienti diversi, ma, come conseguenza, anche differenti culture alpine. Sospesi fra alte cime ed isolati da grandi direttrici di comunicazione, l’altopiano engadinese e la sua gente, sembrano ancor oggi vivere in una dimensione di sogno, anche se sempre più contagiata dalla moderna industria del turismo.
Sul versante opposto un territorio intricato e difficile, fatto di valli strette e ripide, ha sicuramente lasciato il suo “imprinting” anche sull’evoluzione delle locali popolazioni e sul loro carattere. La montagna era vista come un’entità matrigna ed avara, generatrice più di disagi e sventure che di benessere, cosa che giustificava ogni tipo di sfruttamento selvaggio del territorio. Purtroppo il persistere di questa mentalità e l’enorme potenziale delle tecnologie moderne, producono oggi una miscela molto distruttiva che minaccia seriamente ciò che resta della pur bella Val Malenco.
Per conoscere a fondo queste due facce del “pianeta” Bernina, si può compierne un giro ad anello. Si tratta di un trekking impegnativo, con tappe piuttosto lunghe, ma che, almeno in parte, può essere programmato a piacere visti i numerosi rifugi che s’incontrano sul cammino. Abbiamo deciso di far partire l’anello al Passo del Bernina, antichissimo punto di transito fra i due versanti, raggiungibile sia in auto sia con il treno della Ferrovia Retica, recentemente entrato a far parte del patrimonio UNESCO. Si parte quindi già in quota, in vista dei ghiacciai, per scendere lungo la destra orografica della Val Poschiavo, ammantata di boschi punteggiati da maggenghi verdissimi e sorvegliata di tanto in tanto da emergenze rocciose che portano il segno dei ghiacciai preistorici. Il modo semplice e creativo con cui gli svizzeri hanno saputo valorizzare le magnifiche marmitte dei giganti di Cavaglia merita una visita.
Dai vasti prati di Selva, oltre il Passo di Canciano, si entra nell’alta Val Lanterna, ramo orientale della Val Malenco, lambendo il ghiacciaio del Pizzo Scalino e giungendo in vista dei meravigliosi picchi del Pizzo Zupò e del Pizzo Argento che, slanciandosi dalla Vedretta di Fellaria, sfiorano i 4000 metri. Per un altro giorno ancora tutto il gruppo del Bernina farà mostra di sé, offrendo scorci di grande impatto, in un ambiente grandioso e mai monotono ove si percepiscono chiaramente le grandiose energie tettoniche e glaciali che modellarono il paesaggio. Oltre il Rifugio Longoni, si torna a quote più basse per trovare le testimonianze della secolare vita dell’uomo fra questi monti. Dall’Alpe Fora saliva l’antichissima mulattiera del Passo delle Tre Mogge, comodo valico verso l’Engadina, abbandonato in favore della Via del Muretto quando, durante la Piccola Età Glaciale, l’avanzata dei ghiacci lo rese troppo difficile. I ferri di cavallo trovati lassù, presso lo spartiacque, ricordano forse gli ultimi passaggi di pellegrini e commercianti. La direttrice del Tre Mogge è tanto lineare ed evidente che, ancora nel 1905, si pensava di farci passare ad una ferrovia che collegasse la Valtellina e l’Engadina.
La vicina e meno elevata Via del Muretto è la strada che ci riporterà in territorio elvetico. Per secoli, su questa mulattiera transitarono i vini valtellinesi e le tegole di Val Malenco alla volta della Svizzera e della Germania. Lungo questo percorso si consumò parte del martirio del Sacerdote Nicolò Rusca (1563-1618), tradotto a Coira dai Grigioni e condannato a morte per attività sovversiva contro il governo protestante in Valtellina. Oltre le strette gole del Muretto si giunge presso le rive dei laghi engadinesi, al Passo del Maloja e traversando i fitti boschi dove ancora echeggia la voce di Zarathustra, si riprende a salire. Nel suo meraviglioso isolamento l’Engadina ci appare in tutto il suo splendore, mentre con lentezza ci torniamo ad affacciare sul glaciale cuore del Bernina. Per gli amanti del “vintage” è proponibile una tappa al glorioso Hotel Fex, nella omonima valle, altrimenti si prosegue fino alla Fuorcla Surlej. Una volta sul valico, lo scenario che ci si para davanti vale da solo le fatiche del cammino. Sebbene di molto ridotti, i grandi ghiacciai alla testata della Val Roseg e le loro lunghe morene fanno ancora impressione. Su questo esteso basamento di cristallo si appoggia la maestosa triade Roseg-Scerscen-Bernina.
Il tratto fra Fuorcla Surlej e la Chamanna da Boval richiede qualche esperienza d’alpinismo e attrezzatura da ghiacciaio, piccozza, ramponi e almeno uno spezzone di corda. Non ci sono particolari difficoltà, ma non si sa mai… La tappa è piuttosto lunga, ma sul tragitto si trova la storica Chamanna da Tschierva che può fungere da base intermedia. Scavalcando la dorsale del Piz Morteratsch che prosegue con la bianca e sinuosa Crest’Alva (Biancograt) verso la vetta del Bernina, passeremo da un versante all’altro della montagna, per affacciarci sul grandioso Vadret da Morteratsch, in vista dei Pizzi di Palù. Il giorno dopo termina la cavalcata e anche questa volta si tratta di un percorso su ghiacciai che ci porta a sfilare sotto la armoniosa e possente triade degli speroni Nord del Palù. Una volta raggiunta la Diavolezza non resta che scendere al Passo del Bernina, a piedi o con i mezzi meccanici è una scelta che lasciamo a voi.
L’Alta Via

Un modo forse meno completo, ma per certi versi più interessante di prendere contatto col massiccio del Bernina, consiste nel percorrere la celebre Alta Via della Val Malenco, realizzata più di trent’anni or sono da Nemo Canetta e Giancarlo Corbellini. Membri attivissimi del Museo Etnografico della Val Malenco, i due milanesi studiarono un trekking il cui tracciato portasse i turisti a contatto con le maggiori attrattive storiche e naturalistiche della valle, integrando i contenuti del museo. Si trattava di un’idea geniale e potenzialmente di un formidabile traino per un nuovo tipo di turismo in valle.
Dopo un primo tratto rettilineo, la Val Malenco si apre e abbraccia il gruppo del Bernina con due importanti ramificazioni, la Valle di Chiareggio a occidente e la Val Lanterna nella direzione opposta; l’Alta Via le percorre entrambe. Il tragitto che proponiamo si discosta un poco da quello canonico, ma è più razionale e ugualmente interessante.
Il primo giorno si deve raggiungere il Rifugio Bosio, posto in una incantevole posizione al centro dell’alta Val Torreggio che risaliremo solo in parte, per poi passare gli antichissimi alpeggi di Pra Piasci ed Arcoglio. Da questi ampi pascoli, classica meta dello scialpinismo, si ammira la testata della valle, dominata dalle rossastre cime del Monte Disgrazia e dei Corni Bruciati.
La tappa successiva è piuttosto lunga, ma si snoda sul versante forse più bello della Val Malenco. In ambiente aperto e solare, si traversano gli alpeggi di Airale, Mastabbia, Giumellino e Pirlo, angoli di serenità sui cui sentieri s’incontrano le vestigia di un secolare sfruttamento delle preziose pietre locali, l’amianto, il serpentino e la pietra ollare. A Mastabbia si trovano incredibili miniere di amianto e tutta la fascia a Sud del Pirlo è interessata dalla presenza di antiche cave di pietra ollare. Lungo il tragitto, prima del ponte sul torrente Secchione, si trova un antico tornio ad acqua usato per lavorare la morbida pietra ollare e ricavarne recipienti per la cottura dei cibi, i celebri “lavecc”: è un’industria storica per la valle, già fonte di reddito in epoca romana. Abbandonata la verdeggiante oasi del Pirlo, si entra nella desolata e riarsa Val Sassersa, ove il serpentino è l’elemento dominante. Alte pareti rosse e grigie, enormi macigni, estese pietraie ci accompagnano fin nella conca dei tre laghetti di Sassersa che ingentiliscono un po’ quest'ambiente solitario. Questi laghi, narra la leggenda, nacquero dalle lacrime di Alina, ragazza malenca pentitasi in seguito all’esito mortale della sfida che, per capriccio, aveva lanciato a due giovani pastorelli innamorati di lei. Nei pressi dei laghi si trovano antiche e misteriose cave di rame
Oltre il Passo del Ventina, altre pietraie e poi la morena dell’omonima vedretta, ci depositano sui verdi pianori dove sorgono i rifugi Gerli-Porro e Ventina, basi per le ascensioni e gli avvicinamenti alle vie sul versante Nord del Monte Disgrazia.
Nella terza tappa ci discostiamo dal normale percorso ma, pur evitando la faticosa salita al Rifugio Del Grande-Camerini, non perderemo nulla delle attrattive di quest’angolo di Val Malenco. Percorrendo l’antica Via del Muretto lasceremo il massiccio del Disgrazia per entrare in quello del Bernina e attraverso i meravigliosi ripiani dell’Alpe Fora sosteremo al Rifugio Longoni.
Fino al Passo di Canciano percorreremo poi in senso inverso il Giro del Bernina, ma in questo caso conviene pernottare alla Capanna Marinelli-Bombardieri, storico avamposto per la salita al Bernina da Sud. Purtroppo, rendendo l’accesso al Rifugio Marco e Rosa-Rocca più complicato, la frana che ha interessato la via delle “Roccette”, non ha favorito la Marinelli in quanto, per salire il Bernina, molti alpinisti preferiscono oggi partire dal versante elvetico.
Dai vastissimi pianori di Campagneda e Prabello, dove sorgono i rifugi Cà Runcasc e Cristina, l’ultima tappa dell’Alta Via si snoda fra boschi ed alpeggi, raggiungendo le piste da sci di Caspoggio. Per quanto apparentemente poco interessante, questa giornata di cammino riserverà non poche piacevoli sorprese agli amanti della storia e delle culture alpine. Nel tratto finale che ci riporta a Torre S. Maria, si traversano, infatti, i due nuclei contigui di Gianni e Dagua, antichissimi borghi malenchi oggi praticamente deserti, ma fino a pochi anni or sono ancora vitali. Fra le case di Dagua che sembrano quasi precipitare le une sulle altre, si trova una grande pietra coppellata inserita nel basamento di una scala di sasso in centro al paese. Il macigno è coperto in parte da detriti e da pietre di riporto, tuttavia sono ben visibili molte coppelle che ne circondano una di più grandi dimensioni. Un masso simile si trova anche più a valle, poco prima di Torre S. Maria, in contrada Bianchi. Monoliti come questi, ed in particolare la loro posizione centrale negli abitati, testimoniano sia la notevole antichità degli insediamenti sia una loro funzione come punti di aggregazione e forse di culto.

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