IL SENTIERO ROMA

La più bella alta via delle Alpi

Ultimo aggiornamento il: 09/05/2018 08:14:58


IL SENTIERO ROMA

Come si potrebbe chiamare un sentiero d’alta quota che unisce le valli di uno dei territori più selvaggi e suggestivi delle Alpi, traversando tutta la regione del Masino-Bregaglia?
Di nomi adatti ricchi di fascino ed incisività ce ne sarebbero parecchi e per inventarli non occorre la fantasia di un creativo: Alta Via del Masino? Sentiero dei graniti? Selvaggi orizzonti? Il sentiero degli otto colli? La Via del grande alpinismo?
Potremmo tediare il lettore con centinaia di soluzioni senza avvicinarci mai alla realtà. Infatti, abbastanza curiosamente, l’alta via sopra citata si chiama Sentiero Roma. Che cosa c’entri la capitale d’Italia con un sentiero alpino, tanto distante da lei, per ambiente ed atmosfere, è presto detto: tolto di mezzo un possibile legame con il cospicuo fenomeno migratorio che, attorno al XVI secolo, vide molti alpigiani del Masino raggiungere Roma, non ci resta che fare riferimento al ventennio fascista. In quegli anni, quasi tutte le vie centrali dei paesini di montagna, allora per lo più senza nome, furono dedicate alla capitale; e sulle facciate delle case più in vista campeggiavano scritte in caratteri autarchici, ricordando a viandanti e paesani che: “Gli italiani devono conoscere le loro montagne per saperle difendere”.
Fu quindi in questo clima di fervore battesimale che i giovani della Sezione di Milano del CAI (Centro Alpinistico Italiano), nel 1928, pensarono di dedicare a Roma il sentiero di collegamento fra le vallate del Masino, che avevano da poco realizzato.
In origine il percorso prevedeva solo l’attraversamento del massiccio, con partenza dalla Val Porcellizzo ed arrivo nella Valle di Preda Rossa. Buona parte del tracciato era già esistente, frutto del passaggio dei cacciatori, dei pastori e degli animali, per lo più camosci e greggi. I giovani milanesi non fecero altro che segnalarlo, rendere più accessibili certi passaggi e creare qualche tratto di collegamento poco evidente. Sicuramente i più avveduti sapevano di realizzare un’opera alpina di grande valore, ma forse neppure loro si sarebbero aspettati il successo che questa idea avrebbe avuto. Pochi anni dopo al “Roma” fu aggiunto il Sentiero Risari, che consentiva di collegare la Valle dell’Oro alla Val Porcellizzo, allungando il tragitto con il passaggio dal rifugio Omio.
Non è invece ben chiaro quando prese piede l’idea di iniziare il Sentiero Roma partendo da Novate Mezzola: così facendo, si aggiungeva al percorso un lungo tratto nuovo, al pari faticoso ed affascinante, ma anche ideale completamento del trekking.
Oggi la maggior parte degli escursionisti che vogliono avventurarsi sul “Roma” partono, proprio dalle tranquille acque del Lago di Mezzola, alle porte della Valchiavenna, e percorrono la mulattiera che s’aggrappa alle granitiche pendici del Monte Avedè, per poi entrare in Val Codera. Innumerevoli ciclopici gradini di bianco granito “San Fedelino” portano alla soglia sospesa della valle che è difesa da una profonda forra; poi con qualche su e giù la mulattiera arriva a Codera, antico nucleo montano tutt’oggi raggiungibile solo a piedi. La Val Codera ed il granito San Fedelino formano da tempo immemorabile un binomio inscindibile, che ha consentito il nascere in loco di una sorta di civiltà della pietra di notevole interesse. Ogni cosa è stata ricavata da questa splendida e ricercata varietà di granito, dalle soglie delle case ai tavoli, dai semplici giochi, come l’arcaico “Mulino”, alle tombe.
Se volete rendere la prima parte del percorso più interessante, vi consigliamo di imboccare il sentiero che sale a San Giorgio di Cola e, percorrendo la destra idrografica della valle, fra incredibili ponti di pietra, massi avelli e vedute incomparabili porta a Codera.
Oltre l’abitato il paesaggio cambia aspetto e la valle diventa larga e pianeggiante sebbene racchiusa fra altissime, aspre e dirupate pendici. Un bel bosco di abeti ci accompagna fino al rifugio Brasca mentre sulla destra, nella confluente Valle d’Arnasca, sopra alte e spumeggianti cascate, s’impongono le lisce e scure muraglie di granito del Pizzo Ligoncio e della Sfinge. Oggi è d’uso evitare la salita nella Valle d’Arnasca, per preferire la successiva Valle d’Averta ed arrivare direttamente al rifugio Gianetti, tuttavia, per la bellezza e la grandiosità degli scenari noi vi consigliamo di allungare un po’ il percorso ed immergervi nel selvaggio angolo dell’Arnasca. Salendo al Passo del Ligoncio per entrare in Val Masino, la monolitica e verticale parete della Sfinge è una meraviglia da non perdere.
Oltre il valico si entra nel regno del Gigiat, mitico animale del Masino, i cui pochi esemplari sopravvissuti pare compiano ancora mirabolanti evoluzioni saltando di valle in valle d’un sol balzo. Purtroppo gli unici ad avvistarli sono solo i gestori dei rifugi e qualche valligiano burlone.
Dal rifugio Omio al Gianetti ci troviamo sul Sentiero Risari. Il Passo del Barbacan è più che altro un semplice scavalcamento di cresta, ma da lassù si gode una incomparabile vista della prospiciente catena Badile-Cengalo. Cengette e rampe detritiche, rese più sicure da corde fisse, portano in Val Porcellizzo da dove si prosegue lungamente, a mezza costa, verso Nord percorrendo l’ampia vallata, uno dei più ubertosi e vasti pascoli del Masino. Per anni, infatti, i due grandi pianori di escavazione glaciale, posti fra i 1900 ed i 2000 metri, furono il centro di una intensa attività pastorale che oggi è purtroppo ridotta al lumicino.
Dopo il rifugio Gianetti il cammino volge verso Est sfilando, più o meno pianeggiante ai piedi del Pizzo Badile e della fantastica architettura del Pizzo Cengalo che protende verso Sud il suo elegantissimo spigolo di granito giallastro. La non facile salita al Passo del Camerozzo consente di lanciare una fugace occhiata sulla liscia parete Est del Badile, prima di iniziare la discesa nella Valle del Ferro. Traversando verso oriente in ambiente selvaggio e solitario, oltre ad alcuni piccoli fasci in minio, vestigia dell’originale segnaletica, avremo modo di osservare, da quassù, il pianeggiante fondovalle che precede San Martino Val Masino, ove spicca l’enorme cubo roccioso del Sasso Remenno, il più grande monolite d’Europa. Verso la metà dell’800, dalla cresta dei Pizzi del Ferro, lo vide anche Douglas Freshfield, scambiandolo dapprima per un albergo:”Era mai possibile che qualche miope speculatore avesse costruito un albergo di così mostruose dimensioni in questa valle tanto appartata? Il fenomeno ci venne spiegato dall’Alpine Guide. Si trattava di un colossale masso, le cui dimensioni erano cosi fornite da Mr. Ball: lunghezza 250 piedi; larghezza 120 piedi e altezza 140 piedi. La storia non ci dice se era precipitato casualmente da qualche vetta circostante, franata per eventi naturali, o se invece era stato scaraventato là dal Diavolo.......”
La traversata delle valli del Ferro e del Qualido non pone serie difficoltà, ma si tenga ben presente che i rispettivi sentieri che portano a valle sono di difficile individuazione.
Il Passo dell’Averta schiude gli orizzonti della più alpinistica fra le valli del Masino: la Val di Zocca. Il moderno rifugio Allievi-Bonacossa, quasi schiacciato dall’incombente pala del Torrione di Zocca, è un vero crocevia per escursionisti ed alpinisti. Da qui, oltre che per le ascensioni alle grandi vie della Cima di Castello, della Punta Allievi, della Rasica e della Cima di Zocca, si accede infatti molto facilmente anche verso il bacino dell’Albigna, nella vicina Val Bregaglia.
Il conte Aldo Bonacossa, Giusto Gervasutti, Walter Bonatti, Vasco Taldo e Nando Nusdeo, questi sono solo alcuni dei più illustri alpinisti che hanno fatto la storia di queste montagne e di quelle ancor più remote ed ardite della vicina Val Torrone, che il “Roma” traversa dopo aver lasciato la Val di Zocca. Oltre il Passo del Cameraccio, usciamo dal turrito mondo di scogli granitici che fin qui ci ha accompagnato. Davanti si stende, interminabile e sassosa, la testa della Val di Mello coronata da vette minori dietro alle quali s’impone, slanciata, la sagoma del Monte Disgrazia. È interessante la veduta che si apre verso Sud-ovest: ai nostri piedi si distende tutto il verdeggiante solco della Val di Mello, oltre il quale compaiono le testate delle valli dei Bagni e dell’Oro, che abbiamo traversato giorni addietro.
Puntando verso Sud, sentiero lambisce il minuscolo bivacco Kima dedicato alla guida Pierangelo Marchetti, perito in un’operazione di elisoccorso e al quale, oltre a questo strategico ricovero, è dedicata la gara annuale di corsa che si svolge sul “Roma”. Gli atleti più forti hanno compiuto l’intero percorso da Filorera a Filorera in poco più di sei ore! Una paretina rocciosa attrezzata con corde fisse consente infine di raggiungere il crinale spartiacque fra la Val di Mello e la Valle di Preda Rossa ove appare il versante meridionale del Monte Disgrazia e a valle si scorge la Capanna Cesare Ponti conclusione virtuale del trekking.