IL MONTE MOREGALLO

Un “montagnone” su Valmadrera

Ultimo aggiornamento il: 08/05/2018 21:19:23


IL MONTE MOREGALLO

Un valtellinese sul Moregallo ci arriva sempre tardi; non perché sia pigro e ci mette molto a salire, ma perché non è facile arrivare a scoprire le bellezze di questa montagna e di quelle sue vicine. Un po' sarà forse perché i “montagnoni”, come me, di cime ne hanno a disposizione una quantità, ma forse è anche perché, scendendo dalla Valtellina, quella paretaccia, tutta canali, valloni e quinte rocciose apparentemente irraggiungibili, che ti si affaccia sul finire del lago è affatto attraente. Io stesso per anni sono passato ignorando questo complesso montuoso; non mi interessavano neppure le arrampicate dei Corni di Canzo perché da noi si diceva che d'inverno, quando da noi non si scala facilmente, erano comunque fredde e ostili. Meglio il Medale.
Scemato il sacro fuoco dell'arrampicata e crescendo un diverso interesse per le montagne, mi sono gradualmente “innalzato”, passando dalla Corna Rossa, con la sua incredibile “Arriva Tex”, al Corno Rat; poi, inevitabilmente, sono stato rapito dagli altri aspetti di queste cime. Così un imprecisato giorno d'inverno di un imprecisato anno mi sono trovato ad arrancare sui sentieri del versante meridionale del Moregallo, meravigliandomi della bellezza dei luoghi e dei panorami, trovando una montagna completamente diversa da quella che sembra suggerire il suo lato Nord. E poi, a farmi sentire sempre più di casa c'erano i “trovanti”, pietre preziose di un altro mondo che i ghiacciai del Quaternario avevano trascinato fin qui e, ritirandosi, avevano deposto sui fianchi dei monti. Camminare sui sentieri del Monte Rai, del Cornizzolo, dei Corni di Canzo e del Moregallo era un po' come imbattersi passo dopo passo in vecchi amici dispersi, in angoli della Valtellina. “Toh! Un bel serpentino rosso. E questo? Questo è sicuramente della Val Masino o della Bregaglia, granito ghiandone del migliore. E guarda quest'altro. Questo è difficile da collocare. Sembra uno gneiss. Che venga giù dalla Val Chiavenna?”
Sicuramente non li ha messi lì l'Abate Stoppani, ma poco sotto il Sasso di Preguda c'è un vero campionario di "trovanti", che forma una sorta di minuscolo percorso geologico fatto apposta per essere studiato. E ogni volta che vengo sui monti di Valmadrera, riesco ancora a meravigliarmi nel constatare l'esattezza di quanto dicono i libri di geologia: il limite altitudinale del ghiacciaio dell'Adda arrivava fin verso i 1500 metri. Da questa quota, infatti, non si rinvengono più massi erratici ed io come in un gioco continuo ad accertarmi di una verità che conosco, ma che ancora stento a credere.
Ancora più coinvolgente fu lo scoprire in che modo queste pietre fossero state abilmente usate dagli abitanti locali da tempo immemorabile. Dapprima ne fecero sepolcri e poi solidi gradini resistenti all'usura, portali di palazzi, colonnine per loggiati, davanzali, fontane. Quei monoliti, stranamente così diversi dalla roccia locale, dovettero per esercitare secoli il loro potere di fascinazione sulle genti del posto, che sovente li associarono al mistero e alla magia. Probabilmente alcuni furono indicatori di luoghi di culto e così con l’avvento del cristianesimo, in molti casi accanto ad essi, magari usandoli come sostegno, furono erette chiese e cappellette quasi per esorcizzare nella gente il ricordo di quei giorni pagani.
Oltre il limite dei “trovanti” i sentieri "tirano" ancor più; s'insinuano in canalini, aggirano roccette, corrono al piede di scenografiche falesie e poi arrivano finalmente sui crinali. Le stratificazioni calcaree si piegano e in molti casi si alzano verticali a ricordarci le impressionanti forze che furono capaci di sovvertire la loro disposizione e far nascere montagne. Sulle creste, gli affioramenti rocciosi appaiono bizzarramente lavorati dalla pioggia e dal vento, e alcune strutture, viste da lontano, paiono quasi artificiali. Ovunque la veduta è splendida, ma quello che si ammira dalla vetta del Moregallo, è probabilmente uno dei panorami più belli delle montagne lombarde, con il lago che come un fiordo si perde verso Nord e gli evanescenti colori della Brianza che sfumano nel cielo a meridione.
E quando torna a valle, magari un po’ stanco nel tepore al sole del tramonto, il valtellinese non può fare a meno di salutare con una carezza l’ultimo granito, provare per gioco l’aderenza delle scarpe su un serpentino e meravigliandosi ancora una volta di questo minuscolo santuario della Natura.