LE ALPI OROBIE

Ultimo aggiornamento il: 09/05/2018 08:13:27


LE ALPI OROBIE

Le Alpi Orobie? Il crinale fra due mondi, un grandioso frangiflutti sul quale si concentrano e perdono energia gli influssi della grande pianura. Queste cime sono Africa, cioè parte della placca africana che milioni di anni or sono cozzò con la placca eurasiatica; sarà per questo che nelle Orobie ci sembra sempre di essere quasi su un altro pianeta? La stessa orografia di questa catena lunga circa 60 chilometri, suggerisce l’idea di barriera e di separazione: giunte ai piedi dello spartiacque, le grandi valli meridionali, Brembana e Seriana, sembrano quasi “frantumarsi” in una miriade di confluenti grandi e piccole, di quinte, di angoli nascosti. Quassù s’infrangono, da tempo immemorabile anche i caldi umori pedemontani, che s’addensano già di primo mattino, avvolgendo  le cime in un perlaceo e appiccicoso abbraccio. Sul versante nord regna invece un ordine diverso, con tredici grandi vallate parallele si susseguono ordinatamente dal Monte Legnone al Passo di Aprica. È come se le forze della Natura, esaurito lo slancio verso le cime, avessero deciso di scenderne come noi facciamo dopo una scalata, con calma e tranquillità d’animo.
Quasi certamente le prime ad essere stabilmente colonizzate dall’uomo furono le vallate del versante bergamasco. Più tardi fu la volta del versante valtellinese, ricco di pascoli e le comunità umane si sparsero sui due versanti prosperando ulteriormente con la scoperta delle miniere di ferro. Per anni i fuochi dei forni s’alimentarono del legname dei boschi primitivi; fumo, fuliggine e sudore erano di casa anche alle alte quote e prima della Piccola Età Glaciale, oltre i 2000 metri, anche d’inverno gli uomini lavoravano nei loro piccoli inferni. Esauritasi questa “età del ferro”, le Orobie tornarono ad essere soprattutto luogo ideale per la pastorizia e poi, inevitabilmente,  conobbero le prime timide esplorazioni alpine. La notevole antropizzazione e la vicinanza alle grandi città, favorirono una frequentazione sempre più numerosa del lato bergamasco con la conseguente creazione di una rete capillare di rifugi alpini. Viceversa, sul versante valtellinese il progressivo spopolamento e la vicinanza delle Alpi Retiche fece man mano cadere nell’oblio queste magnifiche cime.
Le differenze appena accennate possono essere meglio percepite se si percorrono le alte vie che sui due versanti consentono la traversata della catena. Sul solare versante bergamasco corre “Il Sentiero delle Orobie” composto da una tratta, occidentale e una  orientale. Il Sentiero delle Orobie occidentali inizia a Cassiglio, nella Val Torta: un nome un programma. Dal Monte Aralalta il percorso volge verso nord insinuandosi fra le calcaree architetture dello Zuccone Campelli. Di bocchetta in bocchetta, lungo il crinale spartiacque con la Valsassina, si scavalcano facili cime fra cui il Monte Foppabona, posizione strategica scelta già dai romani come punto di osservazione. Poco più avanti dal Pizzo dei Tre Signori, ci si affaccia per la prima volta sulla Valtellina. Dal rifugio Grassi, per arrivare in cima, si percorre la cresta est dove, sulla sella erbosa di Castel Reino, si scorgono ancora a fatica le mura megalitiche di un castelliere celtico eretto quassù a guardia dei passaggi. Nei pressi è anche l’antico cippo confinario fra le tre potenze medioevali di Milano, Venezia e dei Grigioni.
Dai Tre Signori si prosegue puntando verso oriente; il fatato mondo dei torrioni rocciosi di conglomerato ove s’impigliano le nebbie si arricchisce della vista sui laghi del versante valtellinese, che come gemme spiccano fra le rupi. Seguono il Passo di Salmurano, i pascoli dell’Avaro, grande altopiano celato sopra Ornica e Averara e infine il Passo di San Marco. Accanto alla moderna carrozzabile, passa ancora la cinquecentesca “Via Priula”, la strada voluta dal podestà Alvise Priuli, per consentire alla Repubblica veneta i commerci con i Grigioni e la Mitteleropa evitando i pesanti dazi del Ducato di Milano. Da San Marco si scende infine su Foppolo, celebre stazione sciistica e simbolo di un certo modo di far turismo degli anni ’60.
Poco oltre eccoci alle pendici del Pizzo del Diavolo di Tenda, magnifica piramide rocciosa: i panorami mutano nuovamente, facendo presagire le grandi cime che incontreremo dopo il rifugio Antonio Baroni. E’ questo il tratto più bello e suggestivo di tutto il percorso. Un susseguirsi di astuti passaggi alpestri consente di traversare il dirupato versante meridionale del Pizzo Redorta, portando nella piccola conca del Lago di Coca ed al rifugio omonimo. Siamo nel cuore della catena, al cospetto dei suoi unici 3000: Redorta, Scais, Coca.
Scavalcato il versante meridionale del Coca tramite la Bocchetta del Camoscio o il più facile Passo del Corno, si entra in Valmorta per scendere al rifugio Curò presso le rive del bacino artificiale del Barbellino.  Ora abbiamo due possibilità: possiamo tornare verso sud raggiungendo la bianca e altissima scogliera della Presolana o possiamo continuare nei pressi dello spartiacque principale. In questo secondo caso si usa il “Sentiero naturalistico Antonio Curò” che, dopo aver fatto tappa al rifugio Nani Tagliaferri, segue il crinale fino al Passo del Venerocolo per poi scendere a Schilpario.
Sul versante nord, il brusio, il “laborioso” via vai di comitive del lato bergamasco, lasciano spazio, e per gran parte del percorso, al silenzio e alla solitudine. Man mano ci si sposta verso oriente la Natura diventa l’unico interlocutore. Pochissimi sono i punti tappa gestiti e dovremo pertanto avere con noi tutto il necessario per un lungo trekking di sei, otto giorni.
La Gran Via delle Orobie è la versione moderna del Sentiero Bruno Credaro, creato negli anni ’70 dalla sezione Valtellinese del CAI e in gran parte coincide con esso. Si inizia nella Val Lesina, dominata dal Monte Legnone, colossale pilastro d’angolo fra Lario e Valtellina e punto panoramico eccezionale. Il piccolo mondo di questa valle selvaggia e boscosa viene presto dimenticato una volta che si entra nella Valle del Bitto di Gerola ove la secolare presenza dell’uomo ha inciso profondamente sul paesaggio.
La GVO punta a sud, fino al Tre Signori,  lambisce il Lago d’Inferno e le antiche miniere di ferro, gironzola fra laghetti e arditi torrioni fino ai pascoli di Pascegallo sotto le dentellate creste dei Denti della Vecchia. Al Passo di San Marco, quasi si arriva a toccare la via bergamasca, ma si riprende sul versante valtellinese traversando la testata della Valle del Bitto di Albaredo e, grazie al Passo di Pedena, si entra in Val Tartano che, pur essendo pienamente valtellinese, è stata per secoli più legata all’opposto versante.
Lambiti i laghi glaciali di Porcile, si scavalca la Bocchetta dei Lupi e si entra in Val Madre. Da qui potremmo dire scherzando “lasciate ogni speranza o voi ch’entrate. Val Madre, Val Cervia e Val del Livrio sono perfettamente parallele e lunghissime, il percorso ne taglia le desolate testate, lambendo qualche malga, in un susseguirsi di bocchette erbose e scoscese. Da San Marco non ci sono altri rifugi e per sostare comodamente dovremo arrivare all’Amerino Caprari, presso il lago del Publino. Sopra la conca del lago incombe la mole del Pizzo Stella, cima simbolo dell’alpinismo valtellinese, da cui l’artista Bossoli ritrasse la panoramica sulla Padania poi allegata al Bollettino del CAI del 1879: i tempi dei pionieri. L’arrivo al rifugio, non gestito, è bellissimo e suggestivo, fra vaste torbiere solitarie, affacciati sull’aperto scenario della valle che incornicia il Bernina.
Oltre il  Passo dello Scoltador si entra nell’alta Val Venina, che ospita un’antica miniera di ferro abbandonata e un magnifico forno per la cottura del minerale. Un sentiero di lastre d’arenaria nera e verde porta al Passo del Venina, verso la bergamasca. Ma noi proseguiamo verso est e, accompagnati da qualche camoscio, varchiamo il Passo Brandà. Una volta in Val d’Ambria si percepisce che qualcosa è cambiato: neri profili rocciosi incombono quasi a soggiogarci, pascoli desolati cosparsi di fiori e pietre ci vengono incontro accompagnandoci verso il valico successivo, quello del Forcellino. La successiva Valle di Vedello che ci depone sulle sponde del lago artificiale di Scais, mostrandoci le belle pareti rocciose del Pizzo del Salto, del Piz Cavrin e della Cima Soliva. Dal lago una breve salita ci porta al rifugio Mambretti, romantico e strategico ricovero per alpinisti orobici, in una delle zone più belle e selvagge della catena. Di fronte a noi fra le tante cime rocciose, s’impone il Torrione di Scais che cela la vetta principale. Ai lati della possente cresta due valloni ospitano i minuscoli ghiacciai di Redorta e di Porola di tipo pirenaico.
Siamo nel regno della Sanguisorba dodecandra e della viola comollia, endemismi floristici riscontrabili solo fra queste cupe dimensioni alpestri, ma difficili da scorgere, un po’ come la mitica rosa amara del Monte Analogo. Attraverso il Passo del Biorco si entra nella maestosa Val d’Arigna al cospetto del gotico e selvaggio quadro di immani scaglioni d’arenaria del Dente e del Pizzo di Coca, che racchiudono e ombreggiano la Vedretta dei Marovin: il ghiacciaio più basso delle Lombardia la cui fronte arriva a circa 2050 m.
Per proseguire verso oriente, dal rifugio Baita Pesciola ci sono solo due possibilità: scendere nel profondo imbuto della Val Malgina per riguadagnare poi quota fino a Steppaséghel, oppure avventurarsi nella traversata alta della valle, fra le creste e i ghiacciaietti delle Cime dei Cagamei. Quest’ultima soluzione è purtroppo ancora da segnalare, ma è anche quella più logica e paesaggisticamente appagante; occorre però essere munti di piccozza, corda e ramponi. Raggiunto il Passo del Diavolo di Malgina con la sua tipica sagoma conica, abbandoniamo le severe atmosfere del settore centrale orobico.
Val Bondone, Val Caronella e Val Belviso, verdeggianti di boschi e pascoli c’accompagnano verso il Passo d’Aprica. Presso i laghi di Torena, sostiamo alla ricerca dei segni dei nostri antenati preistorici. Coppelle ed affilatoi costellano le pietre affioranti attorno ai laghi, una posizione mozzafiato sulla Valtellina e la massiccia presenza del Monte Torena suscitano arcane e magiche atmosfere.
Siamo alla fine del trekking, ma tanti giorni passati in solitudine ci rendono riluttanti ad abbandonare queste splendide montagne. Quasi d’improvviso le piste e gli impianti di sci dell’Aprica ci comunicano, però, che abbiamo nuovamente varcato un confine tornando nella modernità.