VAL di MELLO

Ultimo aggiornamento il: 09/05/2018 08:13:00


VAL di MELLO

Molti anni fa la Val di Mello che tutti conosciamo non esisteva. Chi andava in Val Masino lo faceva per frequentare le terme dei Bagni o per salire ai rifugi in alta quota, puntando principalmente verso la capanna Gianetti, ai piedi del Pizzo Badile. Il settore orientale del massiccio, la cui porta d’accesso è la Val di Mello, era quasi ignorato: lo frequentavano solo gli alpinisti più duri e raffinati, in cerca di una montagna che altrove stava scomparendo, sotto l’incalzare di strade, funivie e vie ferrate. Di solito all’imbocco del sentiero, lacero, sporco e scalzo, stava ad attendere, genius loci, il “Müt de Mell”, povero alpigiano muto e ritardato che incuteva non poco timore nell’aspetto e per quel suo gesticolare convulso, accompagnato da impressionanti suoni gutturali. Superato… Cerbero, il percorso nella valle filava liscio, con la mente già rapita verso le cime di Val di Zocca, Val Torrone o Val Cameraccio, incapace di cogliere la magia della valle e di soffermarsi sui suoi aspetti più affascinanti. Furono pochi, credo, quelli che, allora, riuscirono a comprendere e ad apprezzare appieno la bellezza del luogo: un patrimonio naturalistico che altrove sarebbe stato protetto e valorizzato, era semplicemente ignorato da tutti.
Ma non furono scienziati, fotografi o naturalisti quelli che, a partire dai primi anni del 1970, fecero nascere il mito della Val di Mello, mettendo in luce questo angolo incontaminato unico nelle Alpi: fu un giovane milanese, giunto in Valle alla ricerca di un terreno adatto per i suoi giochi d’arrampicata.
Quando Ivan Guerini arrivò nel Masino, prendendo dimora quasi stabile in una stamberga fra le baite di Ca di Rogni all’imbocco della Val di Mello, si trovò di fronte il più vasto laboratorio ove sperimentare nuove e, per l’Italia, quasi sconosciute tecniche e filosofie d’arrampicata. I grandi e piccoli scogli granitici affioranti dalle faggete della Valle, da sempre snobbati dagli alpinisti, erano il terreno d’azione ideale per praticare l’arrampicata libera di stile anglosassone, con l’uso di pedule a suola liscia, protezioni mobili al posto dei chiodi, magnesite per asciugare il sudore delle dita e leggerezza di approccio, soprattutto mentale.
Circondato da amici che lo veneravano quasi come sua madre, l’astro di Ivan Guerini brillò incontrastato per alcuni anni sulle pareti della Val di Mello, e sue furono alcune delle scalate ancor oggi più belle e classiche come “Il risveglio di Kundalini”, “Il Tunnel Diagonale”, “L’alba del Nirvana”. Per Guerini la scalata era duro cimento, ma anche immersione piena nella natura dei luoghi, un viaggio quasi mistico dove il viandante faceva di volta in volta nuove conoscenze nel mondo minerale, in quello vegetale ed anche in quello liquido. Questa particolare, e per molti versi nuova filosofia, fu espressa benissimo nella sua rivoluzionaria guida “Il gioco arrampicata della Val di Mello”, ove i disegni stessi dell’autore sono un forte richiamo al suo stile e al suo modo di intendere la scalata. Con questo lavoro prendeva piede anche l’usanza di battezzare le vie con nomi di fantasia, ma che richiamavano in qualche modo episodi, sensazioni e suggestioni vissute dagli scalatori sulla parete.
Il Nirvana di Guerini finì quando, più o meno verso il 1975, s’affacciarono in Valle i Sassisti di Sondrio, confuso gruppo para rivoluzionario di giovani scalatori che, in maniera forse più pragmatica, applicava le nuove tecniche anglosassoni. Il nucleo storico era composto da Antonio “Bosca” Boscacci, Francesco “Boffi” Boffini, Jacopo Merizzi, Giuseppe “Popi” Miotti e Giovanni “Gio” Pirana, cui si aggiunsero presto Federico Madonna, Paolo “Pilly” Masa e Guido Merizzi. Per un po’ di tempo fra Ivan ed i Sassisti si instaurò una specie di guerra fredda, fatta di azioni diplomatiche, di veloci alleanze e di repentini divorzi. Qualche colpo basso sempre più micidiale, portò ad un inevitabile allontanamento che culminò nella “notte del Precipizio”, forzato bivacco ravvicinato fra la cordata Guerini-Villa ed i sassisti Boscacci-Merizzi, tutti intenzionati a non farsi sfuggire il maggiore problema irrisolto della Valle: la parete Sud del Precipizio degli Asteroidi. Il successo arrise meritatamente ai milanesi che da anni avevano individuato il problema e la linea di salita: a Boscacci e Jacopo Merizzi restò l’amaro piacere di una prima ripetizione alla via “Oceano irrazionale”, fatta inseguendo gli apritori.
Impadronitisi delle nuove tecniche di scalata, i Sassisti, numericamente superiori e tutti bravi, ebbero presto ragione delle solitarie energie di Guerini, diventando, per un lungo periodo, protagonisti della scena. In particolar modo si distinse Antonio Boscacci che, sulle lisce placche della Valle, mise in luce le sue mirabolanti doti di scalatore in aderenza. Fidando solo del suo coraggio e della mescola delle sue scarpe da ginnastica, il “Bosca” aprì vie come “Nuova Dimensione”, “Okosa”, “Cristalli di Polvere”, ancor oggi un severo test di abilità ed autocontrollo. Sempre da un’idea di Boscacci nacque la via della “Luna Nascente”, sullo Scoglio delle Metamorfosi; niente aderenza ma una serie di incredibili lunghezze di corda in fessura per quella che resta, probabilmente, una delle più belle vie delle Alpi. Poco dopo, a sinistra della “Luna”, Jacopo Merizzi e Masa aprirono “Polimagò”, un tracciato ancor più duro e soprattutto molto coraggioso.
Intanto Guerini si dedicava all’esplorazione delle grandi costiere rocciose che separano le valli laterali della Val di Mello, rivelandosi ancora una volta all’avanguardia. In particolare le sue attenzioni si rivolsero alle remote pareti di Val Cameraccio dove, con diversi compagni, aprì alcune vie fra cui “Il naufragio degli Argonauti” sulla parete Est del Picco Darwin, scalata di grande impegno in arrampicata libera e artificiale.
Alle stesse pareti, si stava dedicando da tempo anche Popi Miotti, spesso in cordata con Guido Merizzi; la loro “Soli di Ghiaccio”, superata completamente in arrampicata libera, senza l’uso di chiodi e martello, e la contemporanea “Il Paradiso può attendere” di Bosca, Jacopo Merizzi e Masa sulla “big wall” del Qualido, segnano la fine del periodo d’oro della Val di Mello.
Nei primi anni del 1980, apparvero nuovi, e ben più determinati, protagonisti, meno inclini allo stile di vita godereccio e goliardico dei Sassisti, ma in qualche modo richiamati dall’affascinante storia della Valle. Causa la grande compattezza della roccia, gli spazi di azione per muoversi come i pionieri erano però ormai risicati. Era dunque necessario rompere il tabù imposto dalla rigida etica locale, cominciando ad usare chiodi a pressione o spit piantati in un foro aperto nella viva roccia col perforatore; e più che il timore di incorrere negli anatemi dei vecchi puristi, poté l’ambizione di scrivere il proprio nome nella storia. Giovani scalatori attivi ed intraprendenti, come i milanesi, Lorenzo Moro e i fratelli Prina, aprendo vie di grande classe, fra cui “Celeste Nostalgia” sul Precipizio degli Asteroidi, diedero inizio al nuovo corso.
Avvalendosi dei nuovi “peccaminosi” chiodi di sicurezza cominciò ad imporsi all’attenzione anche un gruppo di giovani “post sassisti” di Premana, guidati da Tarcisio Fazzini, considerato il vero prosecutore della tradizione dei Sassisti, sia in Val di Mello, sia sulle costiere e sulle vette del Masino. Le sue vie sul Monte Scingino, sul Picco Luigi Amedeo, sul Precipizio degli Asteroidi sono capolavori di estetica e di stile. Quasi contemporaneamente, un altro fortissimo team di scalatori lecchesi, guidato da Paolo Vitali, completava l’opera esplorativa aprendo innumerevoli vie di alta difficoltà e concentrandosi in particolar modo sull’alta muraglia Est del Qualido. Così, mentre i giovani arrampicatori locali si perdevano più in chiacchiere da bar che nell’azione, un po’ da ogni dove, scalatori entusiasti e volitivi risolvevano tutti i maggiori problemi del Masino. Fra i tanti, possiamo ricordare Umberto Villotta e le sue big wall del Cameraccio, i fratelli Libera e la loro rivisitazione in chiave moderna delle pareti di Val Codera, i fratelli Covelli e Stefano Pizzagalli.
Dopo sporadici esempi di scalate solitarie come quella di Gabriele Beuchod al “Risveglio di Kundalini” o quella di Boscacci sulla sua “Luna Nascente”, gli anni che si avvicinano al 2000, videro un’intensa attività da parte di fortissimi scalatori locali come Paolo Cucchi e Gianluca Rampikino Maspes che, in qualche modo, pareva volessero rispondere allo strapotere degli “esterni”. Forse la salita più importante di questo genere fu quella di Maspes alla “Spada nella Roccia”, difficilissima via di Fazzini e compagni sulla big wall del Qualido. Recentissime sono invece le incredibili ripetizioni in arrampicata libera di Simone “Piri” Pedeferri che ha innalzato notevolmente il limite tecnico raggiunto, soprattutto sulle alte e remote pareti, ben lontane dalle domestiche atmosfere del fondovalle e della falesia. Ma gli elenchi servono poco a raccontare le mille avventure vissute dagli scalatori sulle pareti della Valle e così pure non servono le sterili statistiche fatte di gradi di difficoltà e numero di chiodi usati. A differenza di altre celebri località la Val di Mello è riuscita a conservare in parte l’atmosfera un po’ idilliaca e sognante delle origini, che può ancora a trasportare lo scalatore, suo malgrado, in una dimensione estranea dallo stress da prestazione che pervade il moderno mondo dell’arrampicata.