Val di Mello_Speciale di ALP

Revisone storica personale

Ultimo aggiornamento il: 22/05/2018 07:56:02


Val di Mello_Speciale di ALP

Ho accettato di scrivere qualche cosa, ma, a pensarci meglio, non saprei bene cosa. Il numero speciale di ALP è dedicato alla Val di Mello ed io, con la storia dell’arrampicata in valle c’entro ben poco. È vero che ho fatto parte di quel “movimento” sassista che ebbe come terreno d’azione privilegiato questi luoghi, è vero che miei furono, probabilmente, i primi tentativi al Precipizio degli Asteroidi, ma poi su quelle placconate, come sulle circostanti, sono circolato ben poco. Quasi tutta la mia attività si è svolta in altri luoghi, su altre pareti, dove ho trovato spazi espressivi più confacenti alle mie capacità e alle mie aspirazioni. A quegli improteggibili e un po’ monotoni tiri d’aderenza preferisco, ad esempio, le scalate sulle pareti di della vicina Val Malenco, articolate, mutevoli, colorate, ben disposte ad essere “bombardate” di nuts e friends. Alle scalate in “valle” ho preferito quelle nella zona del Sasso Remenno, dove ho praticato moltissimo il bouldering, e dove ho aperto alcune vie lunghe. E non ho mai sofferto per il fatto di aver scalato poco in quella che per tutti era la Mecca dell’arrampicata granitica. Anzi, per dirla tutta: mi piace poco arrampicare in Val di Mello.
Devo inoltre ammettere che sotto il profilo dell’arrampicata ho sempre avuto parecchie difficoltà ad individuare qualche via logica su quei liscioni. Le uniche fattibili, quattro o cinque in tutto e ancor oggi le più belle e classiche, le fecero Guerini, Boscacci, Masa e Merizzi. Dopo di loro si è dovuto attendere lo spit, che ha consentito un allargamento degli angusti “orizzonti” imposti dalla natura del granito locale. Ma non ho mai avuto troppa confidenza con gli spit, anche se il loro uso non mi scandalizza e vedrei bene che anche le soste delle vie più classiche della valle fossero attrezzate in tal modo. Ho sempre inteso la scalata come un mezzo per “visitare” una particolare conformazione rocciosa, un particolare angolo della montagna che mi suggestiona. Per questo non ho mai cercato più di tanto il virtuosismo tecnico, subordinandolo sempre al risultato estetico. Se in valle c’erano ancora cose da fare, poche soddisfacevano le mie esigenze e le mie aspettative; per questo, senza alcun rammarico, ho lasciato ad altri il compito di andare a scalarle. Ancor oggi, piuttosto che arrampicare in Val di Mello preferisco cercare altrove luoghi, dove muovermi.
Però la “valle” è sempre nel mio cuore come angolo di natura di particolare bellezza, come luogo di contemplazione e perché no, di meditazione; anche se non sarà mai più quella che era trent’anni or sono e quindi, ai miei occhi, ha perso buona parte del suo fascino paesaggistico, delle sue atmosfere.
La mia Val di Mello è, in primo luogo, con poca, o meglio, senza gente. È dunque quella del vento che fa frusciare i prati fioriti di giugno, è quella delle acque limpide e cristalline, è quella dei colori che d’autunno incendiano le cenge coperte di foglie croccanti, mentre la neve ha ormai brizzolato le terre alte. E quando oggi ci vado mi rendo conto sempre di più che oltre all’inquinamento materiale di un luogo, ne esiste un altro, molto più sottile ed invisibile, che ne danneggia l’anima. Ci sono giorni, pochissimi in un anno, in cui ancora riesco a cogliere una vaga reminiscenza di un periodo passato: nei profumi, nei silenzi e nei rumori, fra le luci e le ombre. Allora mi sembra quasi di aver tradito questi luoghi consegnandoli “alle masse”. Poi mi metto a ridere: non son più fra quelli che rimuginano sui bei tempi andati a meno che non abbia in corpo qualche spumantino o “corretto”. Le cose dovevano andare così, i tempi cambiano e comunque, prima o poi la valle avrebbe perso la sua originaria atmosfera. E se penso d’aver tradito, so di aver cercato anche di riparare: se non si può fermare il mutamento dei tempi, almeno si può tentare di indirizzarne l’evoluzione. Quello che mi consola è che attraverso la mia azione, congiunta a quella di altri amanti di questi luoghi, non c’è stato lo stravolgimento che, forse, avrebbe potuto esserci. Certo andare a “tirar su” rifiuti sotto i sassi non è cosa piacevole, combattere contro l’asfaltatura dell’ultimo tratto di strada carrozzabile, opponendo a questa soluzione quella dell’acciottolato, non mi ha creato amici, contestare la costruzione abusiva di un tratturo mi ha fatto perdere qualche giorno in tribunale. Ma se oggi i “locali” sembrano aver capito il tesoro che li circonda mettendosi a difenderlo in prima persona, mi piace pensare che una minuscola parte in tutto ciò è dovuto anche a me.