Il Parco delle Orobie Valtellinesi

Meravigliosa oppotunità

Ultimo aggiornamento il: 09/05/2018 08:10:00


Il Parco delle Orobie Valtellinesi

Posto trasversalmente a formare il versante sinistro della Valtellina, lo spartiacque delle Alpi Orobie, con i suoi 60 chilometri circa di lunghezza, sembra una barriera messa appositamente a separare le meridionali Prealpi Bergamasche dalla catena Alpina vera e propria. Secondo una delle più suggestive interpretazioni il toponimo deriverebbe dall’unione di due parole greche, oros e bios: montagne e vita. E i romani chiamarono Orobii gli abitanti di queste montagne che già allora dovevano essere densamente popolate. Data la loro particolare posizione geografica, al limite settentrionale della Pianura Padana, è molto probabile che le vallate del versante sud orobico siano state fra le prime ad essere nuovamente esplorate dall’uomo al termine delle grandi glaciazioni. Le due grandi direttrici fornite dalla Val Seriana e dalla Val Brembana, permisero di penetrare molto a fondo fra questi monti, alla ricerca di selvaggina, ma, poi, anche di minerali e nuove terre. L’abbondante presenza di metalli ferrosi che vi si trovarono, fece in seguito aumentare ancor più l’importanza strategica e commerciale delle Orobie. Inoltre, la complessiva dolcezza del profilo orografico e la ricchezza di boschi e acque, fecero di queste montagne il luogo ideale per sviluppare l’allevamento del bestiame e la coltura del bosco.
Alle due maggiori valli meridionali, che vanno a quasi schiacciarsi ai piedi della catena aprendosi a ventaglio, fanno da contralto, sul versante opposto, numerose vallate, per lo più rettilinee lunghissime e poco ripide che, da una soglia sospesa posta più o meno verso i 1000 metri, precipitano con strette forre sul verde solco valtellinese. Tutte sono facilmente percorribili e, tranne che nel settore centrale della catena, agevoli valichi si affacciano verso la bergamasca. La presenza del minerale ferroso contribuì a mantenere elevata l’importanza delle Orobie per tutto il Medio Evo e creò i presupposti perché, seppure in misura molto minore, anche il versante valtellinese conoscesse una certa colonizzazione che interessò in particolare la Val Tartano e le Valli del Bitto. Percorsi da facili e antichissime vie di transito, i valichi di questo tratto di spartiacque, ed in particolare quelli delle Valli del Bitto, permettevano l’aggiramento del Lago di Como e al tempo stesso consentivano di collegarsi con diverse importanti realtà come la Val Varrone, la Valsassina, la Val Brembana. Qui si toccavano i confini di tre potenti stati, la Signoria di Venezia, il Ducato di Milano e i Grigioni. L’ importanza di questo settore orobico, si accrebbe ulteriormente con la costruzione di una strada commerciale ideata dal podestà di Bergamo Alvise Priuli. Lo scopo era quello di evitare i pesanti dazi che il Ducato di Milano imponeva sulle merci dirette da Venezia alla volta della Svizzera e della Germania, e che passavano sul suo territorio, lungo la via del Lario, navigando fino all’ingresso della Valchiavenna. La “via Priula” non ebbe però un grandissimo successo, e dopo pochi anni, cambiati i rapporti fra gli stati confinanti, la sua importanza andò scemando.
Col passare dei secoli, la differenza fra i due versanti crebbe ancor di più e se nella bergamasca l’intervento dell’uomo sull’ambiente si fece vie via più incisivo ed evidente, sul versante valtellinese vi fu un progressivo spopolamento. Eccettuate le valli della bassa Valtellina, ove la presenza di importanti e consolidati centri abitati e di una qualche forma di economia agricola riuscirono in parte a smorzare il fenomeno dell’abbandono e dell’emigrazione, per il resto del territorio la fuga proseguì inarrestata fino a pochi anni or sono. Oggi il Parco Regionale delle Orobie valtellinesi, si presenta come una nuova occasione per riportare vita in questo territorio, incentivando e recuperando le identità locali e scommettendo sull’unicità di queste montagne che racchiudono una impressionate varietà di paesaggi e ambienti. Non c’è una valle uguale all’altra e la stessa catena può esser divisa in due mondi ben distinti, uno occidentale più popolato e “facile”, ed uno orientale, molto più selvaggio e con un cuore decisamente alpino culminante nei 3000 del Coca, dello Scais e del Redorta.
Oltre l’impressionate pilastro d’angolo del Monte Legnone, all’imbocco della Valtellina, la prima valle orobica è la stretta e oscura Val Lesina, ammantata di boschi ma estremamente aspra. Subito oltre, verso oriente si trovano le Valli del Bitto di Gerola ed di Albaredo, ricche di centri abitati che testimoniano della loro antica importanza. A parte il Pizzo dei Tre Signori, vetta ove si incontravano i confini delle già citate nazioni medioevali, non vi sono importanti montagne, ma quelle che svettano in Val Gerola sono del tutto originali. Si tratta di arditi torrioni alti poche centinaia di metri, dalle forme spesso bizzarre e ardite, frutto dei fenomeni erosivi della roccia che li compone, il conglomerato. Tutto questo settore di catena era un gigantesco deposito di materiali alluvionali poi messo a nudo ed eroso dagli agenti atmosferici. La roccia, quasi sempre ottima, permette di compiere piacevoli scalate, alcune anche di un certo impegno. Bellissimi laghi incastonati nelle profonde conche rinserrate fra i denti di conglomerato, magnifici boschi di larici e pascoli amplissimi rendono tutta lo zona dell’alta Val Gerola e della Valle di Albaredo, un paradiso per gli escursionisti. Alcuni rifugi, come quello di Trona, il Benigni o il FALC sono basi ideali per godere con calma la bellezza di questi luoghi.
Mancano le rocce, ma non gli angoli paesaggisticamente suggestivi nella lunga Valle di Tartano, celebre per le sue antiche contrade e che offre numerose splendide gite che d’inverno si trasformano, quasi tutte, in altrettanti fantastici percorsi di sci alpinismo. Le valli, Madre, Cervia e Livrio, sono la terra di nessuno fra i due “mondi” orobici e contribuiscono a rendere graduale il passaggio da un ambiente “addomesticato” verso quella che, a mio parere, é una delle più vaste aree incontaminate del settore centro alpino.
Oggi, strade, per lo più sterrate, portano alla loro soglia sospesa, ma esistono ancora le antiche mulattiere che dai paesi posti al loro sbocco, salgono ben lastricate nelle valli. A volte il loro tracciato é interrotto da quello della carrozzabile, altre volte l’incuria ne ha cancellato una parte lasciando solo uno stretto sentiero. Ma risalire la mulattiera che da Fusine porta all’antico paese di Valmadre é ancor oggi una bellissima esperienza e lo stesso dicasi per il percorso, purtroppo destinato a trasformarsi in tratturo, che da Cantone entra in Val del Livrio.
Più oltre, verso oriente, scavalcato l’innocuo crinale dello Scoltador si entra in un ambiente nuovo e nella complessa orografia del bacino di Venina, regno dei due più celebri endemismi orobici, la Viola comollia e la Sanguisorba dodecandra. All’immancabile forra iniziale, fa seguito una lunga e profonda vallata che ben presto, a Vedello 1032 m, si divide in due rami. Quello occidentale, in corrispondenza dell’antico e suggestivo pese di Ambria 1325 m, si ramifica a sua volta nelle valli Venina e d’Ambria. E se l’alta Val Venina può apparire un luogo ancora abbastanza idilliaco, diversa é già la Val d’Ambria. Un primo tratto ampio e pianeggiante ospita quanto rimane di un antico lago; oggi l’ampio bacino fantasma di Zappello, si forma solo nel periodo primavera-estate. In fondo, a Sud, la vallate é chiusa da imponenti muraglie nerastre fra le quali si impone quella veramente notevole del Pizzo Rondenino. mentre verso Sud-est, fra tante belle punte rocciose emerge quella del Pizzo del Diavolo di Tenda.
Il ramo orientale della Val Venina prende il nome di Valle di Caronno e lo si può fare iniziare in corrispondenza di Agneda, un villaggio per certi versi simile ad Ambria ma, per così dire, più trasformato dalla modernità. Una sterrata sale alla soprastante diga di Scais punto ove verso Sud-ovest si addentra la breve Val Vedello, chiusa dall’imponente ed elegante parete del Pizzo del Salto. Qui, sul versante destro orografico si possono ancora osservare gli edifici e le discariche del recente tentativo di estrarre materiale uranifero di cui questi monti sono abbastanza ricchi. L’alta Valle di Caronno, chiusa fra aspre vette é uno dei gioielli delle Orobie valtellinesi, alla sua testata, sullo spartiacque, si trovano due delle tre vette della catena che superano i 3000 metri, la Punta di Scais e il Pizzo Redorta. Ci troviamo in un nodo di estrema complessità orografica, dove predominano profili severi, creste dentellate e angoli selvaggi. Due piccoli ghiacciai di tipo pirenaico, quello del Porola e quello del Redorta completano un quadro d’alta montagna di rara bellezza. Il piccolo ed incustodito rifugio Mambretti, é il solo avamposto umano fra queste rupi ed un’oasi gentile perfettamente inserita nell’ambiente.
Non ci sono passaggi facili che portino nella successiva Val d’Arigna, il regno della maggiore vetta orobica, il Pizzo di Coca 3052 m. La vecchia mulattiera saliva dalla Valtellina partendo da Bruga tenendo, nel suo primo tratto, il versante destro della valle, poi traversava la forra del torrente Armisa su un ardito ponte e raggiungeva le abitazioni di Arigna. Oggi ad Arigna giunge una comoda strada, ma la mulattiera é un itinerario da consigliare. Oltre il paese, la strada porta alle case ormai fatiscenti di San Matteo e poi alla centrale dell’Armisa da dove prosegue assai dissestata per sbucare sui pascoli di Foppi. Qui si apre alla vista l’anfiteatro del Coca, caratterizzato nel mezzo dall’ardita silhouette del Dente di Coca e a sinistra dal versante Nord del Pizzo di Coca solcato da un grande canalone nevoso che sfocia sulla Vedretta dei Marovin. Ai piedi di queste architetture gotiche di torrioni, denti acuminati, scaglioni, si trova il bivacco fisso Resnati, il più piccolo dei quattro rifugi della valle, ma forse quello alpinisticamente più importante. Il vecchio e piccolo rifugio Corti, autentico nido d’aquile posto ai margini della Vedretta del Lupo, può servire solo come base per la traversata da e per il Rifugio Coca, sul versante bergamasco. Il grazioso Rifugio Donati, a cui è stato di recente aggiunto un ricovero invernale é altrettanto solitario, ma si trova in un ambiente decisamente meno selvaggio. Presso lo spartiacque che delimita a oriente la valle, sotto la cresta del Pizzo di Faila é si trova il quarto rifugio noto come Baita Pesciola e ottenuto dalla ristrutturazione di una baita preesistente. Pochi passi portano sul vicino crinale, ad affacciarsi sulla più selvaggia valle orobica, la Val Malgina.
La base delle aspre vette che formano la testata della valle, é oggi praticamente irraggiungibile se non traversando dalla Val d’Arigna. Le scure rupi e le selvagge creste delle Cime della Foppa e dei Cagamei rinserrano minuscoli ghiacciai in un ambiente solitario e di forte impatto emotivo. Qui raramente giungono gli uomini ed é il regno incontrastato del camoscio. Il settore orientale é solcato da un profondo e lunghissimo canalone, “must” dello scialpinismo di alta classe, che partendo poco sotto il Pizzo del Diavolo di Malgina, dopo quasi duemila metri di dislivello, persa inclinazione, si trasforma nella stretta parte finale della valle.
La Val Bondone, la Val Caronella e l’imponente Val Belviso sono le ultime tre valli orobiche orientali. La presenza dei paesi di Bondone e Carona fa intuire che in passato la zona doveva essere di una certa importanza. Facili passi immettono sul versante bergamasco e la val Belviso é una vera direttrice naturale Nord-Sud che facilmente permette di scendere in Val di Scalve ed entrare in Val Camonica. Il grande lago artificiale di Frera é uno dei tantissimi che costellano le Orobie valtellinesi, frutto dell’intensa politica di captazione delle acque iniziata negli anni ‘20 dalla FALK. La valle, bellissima e boscosa é dominata dall’imponente mole del Monte Torena, 2811 m, un colosso, nonostante la quota relativamente bassa. Ai suoi piedi, presso i laghi di Torena su un spalto di rara suggestione e “spazialità”, l’uomo preistorico ha lasciato i segni del suo passaggio. Si trattava probabilmente di tribù camune che si spingevano fin qui per la caccia, per riti stagionali o forse anche per il semplice transito. E’ un luogo magico e senza tempo l’Alpe Torena, ma, sul versante opposto della Val Belviso, al di là del boscoso crinale, la vista della “metropoli” turistica dell’Aprica, ultimo confine del Parco delle Orobie, provvederà a farvi tornare coi piedi per terra.