MASINO SCONOSCIUTO

Ultimo aggiornamento il: 09/05/2018 08:09:02


MASINO SCONOSCIUTO

Tutti conoscono le grandi bastionate nord del Badile e del Cengalo ma, ben pochi sanno che il plutone del Masino ha generato molte altre pareti che per dimensioni ed imponenza meritano di entrare nella categoria 'Big Wall". Ecco dunque il motivo che ci ha spinti a proporre un percorso e alcune varianti che pur svolgendosi tutto sul versante meridionale di questi monti, vi porterà ad ammirare le grandiosità geologiche che da sempre attirano gli alpinisti, gli amanti dell'impossibile e quelli dell’orrido e grandioso".
Chi arriva in Val Masino, già nella piana ove sorge il grande Sasso Remenno può, velocità dell'auto permettendo, scorgere le prime grandi pareti. Sulla destra, poco dopo l'abitato di Filorera si trova la parete del "Fenomeno Nero", nome simpatico e azzeccato per una paretaccia nerastra solcata da diedri vegetali più da pollice verde che da incastro di mano. Sulla parete sono state tracciate nel tempo diverse vie. Hanno cominciato i celebri fratelli Rusconi, che diversi anni or sono superarono lo spigolo nord-ovest. Sulla parete vera e propria si cimentarono i nomi storici del sassismo e per finire anche chi scrive aprendo nel 1987 una via lungo la striscia nera solcante il centro della muraglia. Ma voi che siete a Rimini (400 m 6a+), irridente saluto a un gruppetto di imbecilli, è la via più bella della parete ed è l'unica consigliabile.
Poco oltre il Sasso Remenno, sulla sinistra, potrete ammirare il Liss del Pesgunfi, una parete di 700 m percorsa dalla via omonima aperta da Miotti e Gogna nel 1984. 1 primi tentativi risalgono al 1974 e di questi è da ricordare quello che ci portò oltre il "tetto del rondone"; sei o sette bong-bong messi dal basso verso l'alto su una lama che si apriva man mano che si inseriva il successivo: era A4, ma i "friend" gli hanno tolto ben due punti salvando però i nervi dei ripetitori.
Ma si avvicina il tempo di lasciare le quattro ruote per iniziare a sudare; oltre San Martino, comoda base di appoggio, salite fino alle Terme dei Bagni e parcheggiate. Già qualche tornante prima di arrivare ai Bagni, se guardate in alto, sul lato destro della valle, avrete modo di ammirare la perfezione monolitica del pilastro sud del Scingino un obelisco di 500 m che da vent'anni sfida le fantasie perverse degli arrampicatori. Claudio Corti, quello dell'Eiger, con l'amico Claudio Gilardi fu il primo a provarci riuscendo a salire il diedrone che delimita il pilastro sulla destra: arrampicata maschia e... "muschia" di V+ e A2. Il magnifico pilastro respinse però ogni tentativo finché giunse qualcuno con nuove armi e soprattutto nuovo spirito. In due stagioni Tarcisio Fazzini, Norberto Riva e Sabina Gianola risolsero il problema con due itinerari d'alta classe Chi si ferma è perduto, 6c e Delta Minox 7a+. Da Bagni Masino, sempre sorvegliati dal Scingino salite ora nella Valle dell'Oro raggiungendo il piccolo rifugio Omio e da lì spingetevi al Passo Ligoncio e percorrete brevemente e con attenzione l'esposta cengia che scende in Val Codera. Trovato un buon posto fermatevi per guardare verso sud ovest le due grandi pareti della Sfinge e del Ligoncio. La più alta è quest'ultima, si tratta di circa seicento metri di placche non sempre di roccia solidissima ma in un ambiente estremamente selvaggio e isolato.
La prima ascensione della muraglia che non ha nulla da invidiare alla celebre Nord-est del Badile, fu compiuta nel 1938 da A. Vinci e P. Riva in due giorni di scalata (V+ e AI). Il lato sinistro della parete, percorso da un canale camino era stato salito nel 1929 da Bramani e soci e offre un'arrampicata più facile. L'arrotondato sperone che divide la via Vinci dalla Bramani è stato invece percorso se condo due itinerari forse in parte coincidenti da Vanni Spinelli e compagni e poi dai Cecoslovacchi i quali però salirono anche la parte inferiore dello sperone separata dal corpo principale da un grande canalone obliquo che sale da destra a sinistra raggiungendo la cresta spartiacque. La parete della Sfinge, appare come un invincibile muro verticale e monolitico. Le poche crepe e lame visibili non sembrano offrire sufficiente materiale per una salita se non condotta con largo uso di chiodi a pressione o spit.
La realtà è un po' diversa se si pensa che già nel 1941, in due giorni di scalata quel grandissimo ricercatore di cose impossibili che fu Nino Oppio, risolse il problema assieme all'inseparabile compagno Sergio Duca. Invero Oppio si tenne sul più articolato settore destro della parete ma se si tiene conto della barriera psicologica che una simile muraglia doveva opporre agli alpinisti, questo “strappo" estetico è ben comprensibile; parte della via originale è successivamente franata. Il problema del superamento del settore centrale fu risolto solo nel 1976 dai "Corvi di Mandello"; la via fu dedicata alla memoria di Pietro Gilardoni che negli anni precedenti aveva compiuto diversi tentativi alla parete. Negli anni successivi sono poi state aperte altre due vie, la Graziano Bianchi di Assi & C. (6b e A3) e Leggende del Lis aperta nel 1990 da quattro giovani arrampicatori della Val Chiavenna (6c e A3).
Sulla liscia parete che separa la Sfinge dal Ligoncio vi sono poi altre due vie, una aperta da alpinisti cecoslovacchi e l'altra da Vitali, Carnati e Brambati.
Dal rifugio Omio al rifugio Gianetti occorrono solo un paio d'ore di cammino sull'agevole " Sentiero Risari" che nel suo punto più alto, al Passo del Barbacan permette di rivedere con diversa angolazione il Scingino, la Sfinge e il Ligoncio. La Val Porcellizzo è dominata dal Badile e dal Cengalo le cui pareti sud, sebbene belle e imponenti sono ben più domestiche di quelle che piombano con dislivelli varianti dagli 800 ai 1300 metri nella Val Bondasca. Tuttavia almeno lo spigolo sud del Cengalo ha le caratteristiche per figurare nella nostra lista anche se non è una parete. Dalla base alla vetta il dislivello è di 570 metri con il grosso delle difficoltà concentrato nel settore mediano che termina sull'Anticima meridionale a 3215 m. Anche la prima ascensione di questo spigolo è legato al nome di Alfonso Vinci (A. Vinci, P. Riva, E. Bernasconi 16 agosto 1939; V+ e VI) la cui cordata sali solo il tratto mediano di cui si è detto.
Volendo salire tutto lo spigolo e poi raggiungere anche la vetta principale bisogna calcolare almeno 22 lunghezze di corda più un tratto di misto e neve. Percorrendo invece la Val di Mello, poco dopo il parcheggio del Gatto Rosso potrete vedere la bella parete est del Cavalcorto; ma la grande attrattiva è la grande muraglia est del Qualido che si imporrà senza dubbio alla vostra attenzione.
La parete è avvicinabile seguendo il fondovalle; un cartello indicatore segnala poi la deviazione per la Val Qualido percorsa da un ripido sentiero, autentico miracolo di ingegneria empirica. Il tracciato sale a tornanti e consente di vedere tutta la grande facciata rocciosa che partendo dal pilastro angolare del Precipizio degli Asteroidi, sale per circa un chilometro e mezzo presentando un dislivello più o meno uniforme di 500 metri. La parete del Qualido per la sua imponenza e per l'aspetto monolitico ha visto concentrarsi il grosso dell'attività di ricerca ed esplorazione della Val di Mello. La prima via aperta è stata Paolo Fabbri (V+ e A3) di Masa e Merizzi e risolve il problema nel suo punto più debole secondo la linea di fessure e diedri del settore centrale. Tuttavia è la parte alta della muraglia quella che offriva e offre le maggiori attrattive e qui si trovano tre vie che segnano altrettanti momenti dell'evoluzione dell'arrampicata. La prima è Il paradiso può attendere la grande salita a lungo sognata e poi salita da Masa, Merizzi e Boscacci nel 1982 (6a+ e A3). La grande lama staccata, La foglia, che costituisce l'elemento di spicco dì questo settore è stata salita nel 1989 da Riva e Fazzini. La Spada nella roccia (6c+ obbl. e A4) è probabilmente una delle più difficili vie delle Alpi! Per superare la larga fessura formata dalla grande lama, furono preparati appositi tubi di alluminio che incastrati trasversalmente funzionavano come giganteschi nut. Alla sua sinistra, le compatte placche quasi verticali caratteristiche di questo settore sono state salite quasi completamente in arrampicata libera (incredibile a pensarsi!) da Vitali, Brambati e Rusconi. La Transqualidiana (6c+ e A2) è stata senza dubbio un forte punto di rottura rispetto al passato.
Grandi pareti: si tratta del Baratro Meridiana del Torrone. Entrambe sono ben visibili dalla Val di Mello ma senza dubbio la Meridiana merita una visita ravvicinata a causa del suo immane tetto. Probabilmente è uno dei più grandi soffitti delle Alpi, per lo meno su roccia granitica; a occhio e croce è lungo almeno 30 metri! Evitando il grande tetto sulla sinistra sono saliti nel 1988 Villotta, Tassoni e Meloni; Out lands d'amour (6a+ e A2+) ha risolto un problema che si trascinava da almeno vent'anni visto che i primi tentativi alla parete sono stati fatti niente meno che dai monzesi Taldo, Pizzoccolo e c. autori di grandi imprese sulle vette dell'alta Val Torrone che, se vi spingete un po' fuori dal bosco, potrete vedere (sulla sinistra l'incredibile obelisco del Picco Luigi Amedeo e in alto, quasi in centro all'anfiteatro, il cono giallastro della Punta Ferrario).
Sullo spigolo sud della Meridiana, Vitali, Carnati e Brambati hanno poi salito Aglio, olio e cipollino (6e e Al).
L'ultima grande parete del Masino è quella del Cameraccio; per vederla conviene proseguire lungo il fondovalle della Val di Mello e salire all'Alpe Pioda (idilliaco). Qui un ripido sentiero sale verso le pareti soprastanti, ben visibili: la Torre Meridionale del Cameraccio con le vette vicine e più basse della Torre Gervasutti e del Picco Darwin, forma quasi un tridente. Una lunga camminata vi porterà sui pascoli sottostanti il versante est del Darwin e del Cameraccio la cui parete, nota come la "Botte" offre uno spettacolo impressionante. Particolarmente "orrido' è l'oscuro e compatto lato destro della parete, con le sue strapiombanti ondate di granito giallo. A sinistra, lungo l'unica via logica sono passati Villotta e Meloni nel 1989 aprendo Tirannosauros (6a e A2+).
Qui si conclude il nostro breve viaggio ma che siate escursionisti curiosi di alpinismo e arrampicata oppure arrampicatori assatanati in giornata di riposo, vi prego di una cosa: se vedete la «grande parete» quella che pare si trovi in una valletta secondaria il cui accesso è celato dall'edera e dagli ontani, non cercate di farlo sapere, sarebbe inutile. Riconoscerete la "grande parete" perché è tutte e nessuna di quelle che avete visto e splende luminosa staccandosi dal verde cupo del bosco; ma per quanto farete, dopo pochi attimi la memoria fuggirà via e l'accesso alla piccola valletta sarà dì nuovo misteriosamente scomparso.