LA GRANDE PARETE

Ultimo aggiornamento il: 08/05/2018 21:17:59


LA GRANDE PARETE

Chi fu il primo ad interessarsi con occhio “alpinistico” alla parete Nord-est del Pizzo Badile? È una domanda che non ha risposte precise. Di sicuro le grandi guide engadinesi di fine ‘800, in particolare Christian Klucker e Martin Schocher, protagonisti di grandi e difficili salite in Val Bondasca, avevano quanto meno sognato una possibile salita lungo quell’impressionante liscione di placche. E Klucker si spinse oltre il sogno, tentando di percorrere il grande spigolo Nord e portandosi in solitaria scalata fin a circa metà della sua altezza. Allora, ovviamente, i tempi non erano maturi, ma non possiamo escludere che alpinisti tanto audaci non abbiano fatto un pensierino alla parete.
Dovette trascorrere quasi un trentennio prima che lo spigolo fosse salito dalla guida Walter Risch e del suo cliente Alfred Zürcher che la compirono il 4 agosto 1923, ma la Nord-est era ancora considerata invincibile.
Nel decennio successivo il VI° grado entrava, seppur timidamente, anche fra i graniti della Bondasca e la “grande parete” diventava sempre più oggetto delle mire dei migliori alpinisti che osarono i primi timidi tentativi.
Nel 193435 alpinisti tedeschi scelsero di esplorare la linea dell’odierna “via del Fratello” che, con le sue fessure offriva un percorso ovvio, seppur molto verticale. Gli scalatori raggiunsero un terrazzino situato circa quattro lunghezze di corda sopra l’attacco per poi ritirarsi (vedi Tavola sinottica – Via del Fratello).
Anche il grande Hans Burgasser vincitore della parete Nord-ovest della Sciora di dentro (1934) e dello spigolo Nord della Trubinasca (1935), si accanì in svariati tentativi. Pare addirittura che l’alpinista si sia avvalso anche di un trapano per infiggere i primi rudimentali chiodi a pressione.
Fra il 1934 e l’anno della prima salita si succedettero anche numerosi tentativi portati dall’alpinista comasco Mario Molteni che, con diversi compagni, aveva raggiunto un punto della parete circa 200 metri sopra il ghiacciaio, attaccando 200 metri a destra di quello che poi fu l’attacco Cassin.
Tralasciamo ora il racconto della prima ascensione per ricordare invece che quella sera di fine luglio dell'ormai lontano 1937 si trovarono riuniti alla Capanna Sciora Cassin, Ratti, Esposito, Molteni, Valsecchi e due fra i più forti alpinisti tedeschi, Bertl Lehmann e Fred Gaiser di Friburgo.
Per strana combinazione le tre cordate erano lì convenute con lo stesso scopo: infatti, tutti sì ripromettevano di tentare la salita della parete Nord-est del Badile. Però i tedeschi, visto che la partita con la parete del Badile era già accaparrata dalle due cordate italiane, preferirono rinunciare per dedicare la loro attenzione ad un'impresa che stava loro a cuore almeno quanto quella del Badile: la salita al grandioso spigolo Nord-ovest del Cengalo. Finalmente gli italiani ingaggiarono la loro battaglia con la parete del Badile, ed il 15 luglio anche i tedeschi lasciarono la Capanna Sciora alla volta del loro obiettivo. Gli italiani si scorgevano nei loro sacchi da bivacco, ancora fermi in attesa del primo caldo raggio del sole.
La salita al pilastro Nord-ovest del Cengalo impegnò i due alpinisti “solo” per una sola giornata ma la loro creatura è stata vista per anni come una sorta di “anti Nord-est del Badile”, temutissima per la difficoltà di trovare una via sulle lisce ed improteggibili placche. Era meno atletica della “via Cassin”, ma ugualmente dura ed impegnativa e per anni i tentativi di ripeterla si persero verso metà del pilastro nel mare incognito di placche che spinse tutti i ripetitori a cercare facili uscite verso destra. Nel 1949 il pilastro era ancora non ripetuto mentre la “Cassin” aveva già conosciuto due tentativi e la prima ripetizione da parte dei francesi Gaston Rebuffat e Bernard Pierre che la realizzarono fra il 27 ed il 29 agosto 1948.
I due tentativi di ripetizione erano stati compiuti rispettivamente nel 1947 e nel giugno del 1948. Il primo fu opera dalla cordata composta dalla signorina Mittelholzer e dalla guida Bruno Primi di Lugano, esperto alpinista con all’attivo la 3a e la 5a ripetizione della Nord del Cervino. Sorpresi a due terzi della parete dal cattivo tempo, essi salirono, obliquamente verso lo spigolo Nord sfruttando un lungo sistema di cenge che dal centro parete si prolunga fino alla cresta. La traversata tuttavia non fu semplicissima e i due ne uscirono abbandonando una quarantina di chiodi. Il secondo assalto, più che tentativo di ripetizione può essere definito tentativo di via nuova. Protagonisti furono due alpinisti svizzeri assai noti per le loro salite estive ed invernali, Fuchs e Mormey. Anziché seguire all'inizio la via Cassin, i due preferirono percorrere l'enorme colatoio che solca la parete Nord-est. Anche essi, però, furono colti dal maltempo a metà parete e costretti a desistere dal tentativo per forzare una traversata sullo spigolo Nord.
Anche la magnifica impresa di Rebuffat e Pierre fu ostacolata dal tipico maltempo estivo che può trasformare le assolate placche di granito in impossibili scivoli di ghiaccio.
L’anno successivo l’impresa dei francesi giungono alla base della parete due giovani eredi di Riccardo Cassin, i Ragni di Lecco Luigi Castagna e Carlo Mauri “Bigio”. Luigi ha 25 anni e Bigio 19, ma sono entrambi motivati dall’entusiasmo di ripercorrere le orme del loro grande maestro. Castagna è in quel momento forse il più forte Ragno e consacra questo suo primato con la prima ripetizione italiana della Cassin in sole 19 ore, fra il 10 e l’11 luglio 1949. Il primo agosto dello stesso anno è la volta dei francesi R. Ferlet, M. Herzog, J. Poincenot e G. Poulet che assieme ad altri due “ragni” di Lecco, Giulio Bartesaghi e Arnaldo Tizzoni compiono la quarta salita impiegando sempre più o meno il tempo di Castagna e Mauri.
Molto più lenti, dall’1 al 4 agosto sono i monzesi Josve Aiazzi e Baldassarre Alini e Andrea Oggioni che, soprattutto a causa del maltempo che li colse in parete, si attardarono sulla via compiendo però la quinta salita assoluta. Scrive in proposito Andrea Oggioni: “Scelsi due sicuri compagni: Josve Aiazzi e Baldassarre Alini, coi quali mi recai a Bagni Masino, raggiungendo poi il rifugio Giannetti. Dovevamo compiere questo itinerario per giungere alla capanna Sciora perché eravamo privi di passaporto. Dalla Giannetti per il passo di Bondo, giungiamo a destinazione dopo una comica discesa sui ripidi pendii nevosi del versante svizzero …..nessuno di noi aveva provato a camminare sul ghiacciaio: inoltre non avevamo i ramponi, e come piccozza usavamo tre pezzi di legno.”.
Decisi i tre attaccano la via: ”…Qualche sasso frulla poco lontano da noi: sarà partito dall'imbuto terminale, sappiamo che una cordata di lecchesi sta raggiungendo la vetta: in questi giorni la parete è stata scalata da ben tre cordate, sembra che i più forti alpinisti francesi e italiani si siano dati convegno su di essa…”. Raggiunto a sera il primo bivacco Cassin un temporale blocca l’ascesa dei monzesi; il giorno dopo perdono tempo causa un errore nella scelta del percorso e poi sono ancora costretti a fermarsi per un nuovo temporale. Una terza e più violenta tempesta li sorprende dopo il nevaio: “…Mi faccio calare' subito sulla cengia, raggiungo gli amici sul piccolo nevaio e ci mettiamo subito al riparo entro i nostri sacchi da bivacco, sperando naturalmente che questo guastafeste sia di brevissima durata.
Ma quanto dobbiamo attendere? Attendiamo per ben 16 ore!
… ..Mercoledì mattina finalmente possiamo uscire dai nostri sacchi. Siamo completamente intirizziti, le grosse corde di canapa sono inzuppate e dure, la parete è trasformata in un gigantesco colatoio, in cui i camini sono torrenti, le fessure rigagnoli, l'acqua imperversa ovunque. E il tempo ancora nulla promette di buono.”. La scalata prosegue infatti sotto cascate d’acqua che rallentano di molto la cordata che è costretta ad un altro bivacco. Il mattino seguente il tempo volge al meglio: “…finalmente, con lo spuntar del sole, ha inizio per noi la resurrezione. Il dolce tepore ci ridà vita, e come lucertole, stiamo a crogiolarci fino alle 9 e 30. Riprendiamo poi la salita lungo l'imbuto, e dopo un'ora di facile arrampicata la vetta del Pizzo Badile è raggiunta.
Siamo rimasti su questa montagna 73 ore, di cui 21 sono state di acqua e tempesta: peggio di così il tempo non poteva trattarci; noi siamo alpinisti, e gli alpinisti non possono trasformarsi in trote da torrente.”
Pochi giorni dopo, il 9 agosto cade un mito: i fortissimi scalatori francesi Louis Lachenal e Lionel Terray salgono la via Cassin in sole sette ore e mezza. Dopo questa data il numero di ripetizioni va progressivamente crescendo e l’alone di grande difficoltà viene definitivamente disperso dalla memorabile prima ascensione solitaria dell’austriaco Hermann Buhl che in sole 4 ore e mezza ebbe ragione della immane lastronata. Da allora ci sono state frequenti ripetizioni in solitaria della via Cassin. Di sicura importanza fu la seconda solitaria realizzata dal fortissimo alpinista lecchese Elio Scarabelli nell’estate del ….. e nello strepitoso tempo di tre ore e mezza?
Un’altra solitaria fu portata a termine nel 1964, dal giovanissimo Ragno di Lecco Aldo Anghileri che impiegò lo stesso tempo di Buhl per superare gli 800 metri di dislivello che lo separavano dalla vetta.
Gli anni ’60 vedono anche nascere ed affermarsi prepotentemente la “moda” delle prime ascensioni invernali. Tutte le grandi pareti delle Alpi e le loro vie più rappresentative e difficili diventano oggetto dell’attenzione degli alpinisti di mezza Europa. Non fa eccezione neppure la parete Nord-est del Badile che viene corteggiata da svizzeri, francesi ed italiani. La conformazione della parete gioca però un brutto tiro alle ambizioni di tutti, la scarsa inclinazione consente alla neve di appoggiarsi ovunque e di ricoprire tutte le asperità intasando le fessure. Così i numerosi tentativi si arrestano quasi subito dopo pochi metri e mai nessuno riesce a superare la fatidica soglia del “diedro Rebuffat”. Si fermano nell’inverno del 1961 Pierre Kohlmann, Pierre Mazeaud, Habib e La Fouine che riescono tuttavia a portarsi in cima al diedro Rebuffat. Ricorda Mazeaud: “L'indomani passiamo il tempo ad organizzarci in quell'oceano bianco. Faccio solo un tentativo e torno giù, demoralizzato. Il diedro Rébuffat è ricoperto di ghiaccio. La salita appare non solo problematica, ma addirittura impossibile. Il tempo è magnifico, ma il freddo intenso specialmente l'assenza di sole su quel versante settentrionale in quel periodo dell'anno siamo nel febbraio 1961 fanno di quella parete una delle più ardue e difficili. Non è ripida, ma non siamo molto in alto e la neve che non scivola via, si trasforma in uno strato di ghiaccio spesso e duro…..
Ahimè, la parola «impossibile» si precisa qui con esattezza: impiego un'intera giornata per toccare la cima del primo diedro. Mi calo. Pierre e Habib hanno compreso. Rinuncio...”. I francesi tentano allora lo spigolo Nord, ma le pessime condizioni li obbligano ad una nuova ritirata. Per non tornare indietro a mani vuote decidono allora di salire il canalone del Cengalo che superano in 15 ore di dura salita credendo di averne compiuto la prima invernale (Fabio Masciadri e Vittorio Meroni 18 marzo 1957).
Dalla parete sono costretti a ritirarsi anche i Ragni Alessandro “Ninotta” Locatelli e Felice Anghileri dopo aver tentato per un paio d’anni negli inverni 1963 e 1964. Devono cambiare obiettivo anche gli altri fortissimi Ragni, Casimiro “Miro” Ferrari, Aldino Anghileri e Pino Negri. Dopo aver compreso l’impossibilità di una simile impresa i tre si portano alla base dello spigolo Nord e riescono a compierne la prima invernale nei giorni 2122 febbraio 1965.
Ormai si è fatta strada in tutti gli alpinisti l’idea che l’unico modo di vincere la Nord-est passa attraverso un sistematico assedio con l’uso del sistema himalayano delle corde fisse. Nell’inverno del 1967 si trovano alla base della parete due forti cordate di pretendenti, gli italiani Paolo Armando, Gianni Calcagno e Alessandro Gogna e gli svizzeri Michel Derbellay, Camille Bournissen e Daniel Troillet.
Ben presto decidono di unire le forze per vincere la parete.
L’arrivo del maltempo costringe il team ad una momentanea rinuncia, poi la scalata riprende il 29 dicembre e prosegue lentissima, ma inesorabile, verso la cima. Dopo aver piazzato circa 700 metri di corde fisse, la cordata italo-elvetica giunge in vetta il giorno 2 gennaio 1968. L’estate successiva i sei tornarono in parete per togliere tutte le corde fisse.
Per anni non si registrarono più tentativi invernali e solo con il mutare delle condizioni ambientali sulle Alpi ed il susseguirsi di inverni particolarmente asciutti fu possibile pensare ad un nuovo tentativo invernale, questa volta in stile alpino. I moderni materiali, le nuove tecniche di progressione rendevano possibile una scalata veloce e sicura qualora la parete fosse stata trovata sgombra o quasi di neve. L’impresa riuscì nell’inverno ai giovani e fortissimi alpinisti elvetici Danilo Gianinazzi, Marco Pedrini e Michel Piola che in tre giorni di epica scalata raggiungevano il bivacco sommitale. Quando i tre attaccarono la parete era in condizioni perfette, quasi spoglia dell’usuale manto di neve che la ricopre. Dopo un solo giorno di scalata gli svizzeri si trovarono a bivaccare già a metà parete. Qui la situazione precipitò: il tempo fino ad allora clemente mutò e prese a nevicare. La scalata si trasformò in una corsa verso la vetta e la salvezza poiché una ritirata appariva molto più pericolosa e problematica. Un secondo bivacco sotto la neve si rese necessario all’altezza dei camini finali. Qui Pedrini perse una delle sue calzature trovandosi quindi in una situazione estremamente pericolosa. La salita comunque proseguì. Il volo di un componente del trio fu miracolosamente arrestato da un salto che gli altri due fecero nel colatoio parallelo e, quando ormai la vetta era prossima, Gianinazzi cominciò a dar segni di sfinimento. Per fortuna la rabbia e la decisione di Pedrini lo smossero dal torpore, infondendogli le forze per arrivare al bivacco fisso. Scrive Piola: “Più di 70 centimetri di neve erano caduti nel corso di quei tre giorni di pazza ascensione….”.
Dopo questa magnifica impresa sembrava che tutto il possibile fosse stato fatto. Pochi osavano pensare ad una solitaria invernale. Invece, stupendo tutto il mondo alpinistico, nello stesso inverno di Piola, Pedrini e Gianinazzi, il lombardo Dante Porta segnalò una sua ripetizione solitaria alla parete nei giorni fra il 17 ed il 21 gennaio. La salita fu compiuta pochi giorni dopo quella degli svizzeri, ma le condizioni pessime in cui, evidentemente, doveva trovarsi la parete hanno lasciato in molti forti dubbi sulla veridicità delle affermazioni del Porta.
Con questa controversa impresa si conclude, per ora, la storia della “via Cassin”, ma prima di chiudere vogliamo ricordare anche due record minori che sono tuttavia significativi.
Nell’agosto del 1973 il gran maestro delle pareti impossibili, Nino Oppio (Nord della Sfinge, Nord del Pizzo d’Uccello, Sud-ovest del Sasso Cavallo), allora sessantasettenne, il suo fido compagno Stefano Duca di 61 anni ed il giovane Gabriele Maspero, 31 anni attaccavano la Cassin. Da parecchi anni Oppio e Duca volevano salire la via, forse come una sorta di omaggio al vecchio rivale. Inizialmente la comitiva doveva essere composta da due cordate di due membri. Purtroppo la defezione di uno del gruppo obbligò Oppio, anche se di malavoglia, a scegliere l’alternativa della salita in tre. “ … Ero in possesso di una fotografia con segnato solo approssimativamente il percorso ed una relazione di poche righe ed incompleta, ma ero certo e contavo sulla partecipazione di un nostro amico che più volte aveva ripetuto la salita. Il 12 agosto, con Stefano Duca e Gabriele Maspero (quest'ultimo conosciuto tre settimane prima in Grigna) raggiungiamo il rifugio Sass Farà dove dovevamo incontrare il nostro…. Mi rammaricai di non essermi procurato più precisi dettagli sulla salita quando costatai l'assenza del mio amico al rifugio, che, come poi seppi, fu costretto a rinunciare per improrogabili impegni….. Ero perplesso, la responsabilità mi schiacciava, non per le difficoltà né per paura, ma era impensabile chiedere all'amico Gabriele di rinunciare; piuttosto avremo rinunciato tutti. Decisi così di tentare ugualmente in tre.”.
Il 13 agosto nonostante la parete si bagnata i tre iniziano la salita. Oltre il primo bivacco Cassin un errore di via li costringe a perdere tempo prezioso e ad affrontare un primo bivacco.
“Al mattino seguente…. decidiamo di proseguire verso sinistra. ….Il tempo perso in precedenza sull'errato itinerario, era ormai irrecuperabile, in più verso le 16 le condizioni atmosferiche si guastano e pioggia con grandine ci costringono ad un nuovo bivacco.”. Il tempo resta incerto anche il giorno dopo e….” le difficoltà aumentano; superiamo un grande strapiombo sulla sinistra ed un difficile e duro diedro per una cinquantina di metri sino ad un esile punto di fermata. …..Mancano quattro o cinque lunghezze di corda per arrivare alla base del camino…..ricomincia a piovere e grandinare….dopo altre due lunghezze nella fessura, questa si era trasformata in un ruscelletto; raggiungo un piccolo strapiombo dove l'acqua formava una piccola cascata e sopra di esso, issatomi sulle spalle dell'amico Duca, riesco a fissare un chiodo. ….ormai fradici dobbiamo accingerci ad un nuovo bivacco, nei nostri sacchi di nylon e sotto lo stillicidio della minuscola cascatella….e la nostra compagnia erano il freddo intenso e una fame in aumento”. Al mattino il tempo è discreto e migliorerà. “…..Superiamo i circa 200 metri del canale, incontrando notevoli difficoltà, specie nell'ultimo tratto. Anziché proseguire verso la cresta era mia intenzione e dei miei compagni di compiere la salita integrale, onde arrivare in vetta. Per una comoda cengia a sinistra ed una placca abbastanza liscia, con due lunghezze di corda raggiungiamo il punto per le calate a corda doppia per circa 50 m, entrando nel pericolosissimo imbuto formato da blocchi instabili ed in bilico, salendolo con estrema cautela. Raggiungiamo la vetta verso le 18. Saremo al rifugio Gianetti che è già buio, stanchi, con una fame da lupi (segno che avevamo ancora una certa riserva di energia), e felici.”.
Nell’estate del 1987 Riccardo Cassin, che già aveva ripetuto la sua via nel 1957, torna sulla parete accompagnato dai migliori fra i Ragni di Lecco per festeggiare il cinquantesimo della prima ascensione e ne compie la ripetizione alla tenera età di 78 anni.

Le Vie aperte sulla parete NE del Badile



Poiché non esistono rilievi tanto marcati da dividere nettamente i versanti Nord-est ed Est-nord-est, abbiamo deciso di considerare come versante Nord-est del Badile tutta la parete che si stende dalla Punta Sertori fino allo spigolo Nord. Attualmente su questa grande muraglia sono state tracciate 17 vie di cui diamo una breve storia che inizia sulla parete Est-nord-est, solcata da regolari fessure rettilinee. Proprio qui il 17 e 18 agosto 1953 Claudio Corti e Felice Battaglia aprirono una difficilissima via il cui alone di mistero venne svelato solo nell’agosto 1975 con la prima ripetizione ad opera dello stesso Corti in cordata con Sergio Lanfranconi. La storia ci ricorda come il Corti, giunto al Sasc Fourà desideroso di aprire una via sul Badile, trovò in Felice Battaglia il compagno occasionale per l’impresa. Giunti in vetta dopo l’estenuante arrampicata, un fulmine colpì il Battaglia facendolo precipitare. A lui Claudio Corti ha dedicato la via. Le estreme difficoltà segnalate furono confermate (terza probabile ascensione Massimo Colombo e Giancarlo Riva il 29 luglio 1984).
Dislivello: 600 m (13 lunghezze)
Difficoltà: TD sup. (V, VI, VI+ e AO)

La “via degli inglesi”

Nell’estate del 1968 due inglesi, Mike Kosterlitz e Dick Isherwood erano in Bondasca per compiere la seconda ripetizione della “via Felice Battaglia”. Trovando il canalone del Cengalo coperto da neve durissima i due si portarono sul versante italiano e scesero in doppia dal Colle del Cengalo inaugurando per primi questo originale, ma rapido e sicuro, modo di approcciare le vie della parete Est-nord-est. Erano due fortissimi scalatori, usi alle alte difficoltà ed espertissimi nelle tecniche di salita in fessura. Forse anche per questo motivo, fatti pochi tiri di corda, non trovando il punto in cui la via di Corti traversa a sinistra, i due proseguirono direttamente lungo la fessura principale della parete. Per uno sbaglio nasceva uno stupendo itinerario diretto di elevata difficoltà, destinato ad essere per anni una delle più dure salire delle Alpi centrali. L’apertura della via richiese due giorni di scalata: l’8 ed il 9 luglio. La prima ripetizione della via fu compiuta dai fortissimi scalatori Ruedi Homberger e Hans Wellenzohn nel 1972 e le sue elevate difficoltà furono confermate. La “Kosterlitz” è stata più volte percorsa in solitaria (Sergio savio, Antonello Cardinale, Alessio Bortoli) e infine fu sorprendentemente ripetuta in inverno da una cordata interamente femminile, composta dalle cecoslovacche Zuzana Hofmanova e Alena Stehlikowa che diedero una bella mazzata al maschilista orgoglio di molti pretendenti all’impresa.
Dislivello: 600 m; 16 lunghezze
Difficoltà: ED (V+, VI, VI+ ed A1)


La “via del Fratello”

Da parecchi anni i migliori alpinisti del lecchese avevano puntato gli occhi sulla principale struttura del versante Nord-est: il poco pronunciato, ma imponente, sperone Est-nord-est che piomba verticale sul ghiacciaio proprio dove ha inizio il canalone del Cengalo. La linea di salita era evidentissima tanto che pare che proprio lungo questa direttrice siano stati portati i primissimi tentativi di scalata alla parete Nord-est, ancor prima che qui giungesse Cassin (Gianni Rusconi trovò, al termine del quarto tiro, un vecchio chiodo con un cordino di canapa che si sbriciolò fra le sue dita). Nell’estate del 1969 un gruppo di alpinisti fra cui era anche Tono Cassin, figlio di Riccardo, si portò molto in alto sullo sperone; il successivo arrivo del maltempo ed il suo persistere resero vani ulteriori tentativi. Ma un simile problema non poteva non scatenare la solita “corsa alla vetta”. Alla via si stavano interessando anche alcuni scalatori svizzeri e dell’Est europeo. Fra i pretendenti c’erano anche i fratelli Gianni ed Antonio Rusconi di Valmadrera. Gianni aveva fatto parte della cordata che aveva tentato la via nell’estate del 1969, ma era deciso a chiudere il conto con la parete a qualunque costo. Con un coraggio ed una determinazione incredibili, i due fratelli iniziarono l’assedio al Badile nella stagione meno propizia, l’inverno. Combattendo con il maltempo, con la neve alta, con le slavine e l’inevitabile depressione che prende chiunque entri in quel buco buio che è la Bondasca d’inverno, i Rusconi guadagnarono lentamente quota attrezzando il percorso con corde fisse fin quasi all’uscita delle grandi difficoltà. Epico fu l’assalto finale alla vetta ostacolato da un fortissimo maltempo.
La prima ascensione solitaria fu compiuta nel 1979 dal giovanissimo sassista di Sondrio Giovanni Pirana
Dislivello: 800 m; 25 lunghezze.
Difficoltà: TD+ (V, VI, A1). ED (VII) se in completa arrampicata libera


Il “Pilastro” Est-nord-est

Pochi anni dopo la grandiosa impresa dei Rusconi altri scalatori si accorgono che il vero problema del pilastro Est-nord-est rimaneva ancora da risolvere. Probabilmente l’idea di questa linea fu di Tiziano Nardella, fortissimo artificialista, ma anche alpinista di notevole esperienza su tutti i terreni. Dopo alcuni tentativi invernali cui partecipò anche il valtellinese Carlo Pedroni, Nardella portò il suo affondo decisivo fra il 9 ed il 13 settembre del 1973. Assieme al milanese erano Elio Scarabelli, Daniele Chiappa e Giulio Martinelli: un team veramente inarrestabile e fortissimo. Al termine ne uscì una grandiosa scalata di altissima difficoltà dove, per la prima volta nella storia del Badile, furono impiegati i chiodi a pressione.
La prima ripetizione fu compiuta in giornata da Ruedi Homberger e Toni Holdner di Arosa Prima salita invernale: Antonello Cardinale e Danilo Valsecchi che la condussero fra il 30 dicembre 1983 ed il 4 gennaio 1984.
Dislivello: 800 m; 25 lunghezze
Difficoltà: ED (V; VI; A1, A2, Ae).


La “via dei Cechi”

Nell’estate del 1975 è di nuovo alla ribalta la parete Est-nord-est. L’1 ed il 2 agosto i fortissimi cecoslovacchi Andrej Belica ed Igor Koller superano brillantemente la rettilinea fessura parallela a sinistra alla “via degli Inglesi”. I tempi sono ormai in fase di cambiamento; lo dimostrano le elevate difficoltà in arrampicata libera e la scarsezza di settori in artificiale. Si tratta di una bellissima linea il cui unico neo consiste nella necessaria salita (o discesa) del canalone del Cengalo che oltre a richiedere piccozza e ramponi, a stagione avanzata è piuttosto pericoloso causa la caduta di pietre. La prima ripetizione della via spetta ai cugini Tarcisio ed Ottavio Fazzini di Premana che la portarono a termine il 28 luglio del 1986.
Dislivello: 600 m ca.; 20 lunghezze.
Difficoltà: ED (VI+, VII ed A0)


Ancora Igor Koller: la “via dei Fiori”

Tre anni dopo l’apertura della nuova via sulla parete Est-nord-est, Igor Koller torna al Badile per lasciare ancora una volta il suo marchio. Per la prima volta dal 1937, uno scalatore prende di nuovo in considerazione la possibilità di aprire una via sulle compatte placconate della parete Nord-est, violando una sorta di tabù che vedeva la “via Cassin” come l’unica possibile su quei liscioni. Il 20 agosto Koller con Stanilav Silhàn compie un autentico capolavoro d’arrampicata libera, trovando una linea di salita che incrocia la Cassin a circa metà altezza, per poi uscire sullo spigolo Nord non molto sotto la vetta. La “via dei Fiori” è un itinerario molto impegnativo in arrampicata libera, con tratti in aderenza che i primi salitori valutarono V+, ma che, sicuramente, sono ben più duri. Qualche passo in artificiale si trova solo nella parte iniziale caratterizzata dal superamento di alcuni tetti. La via conta diverse ripetizioni e si avvia a diventare una grande classica, ma l’itinerario richiede anche molta esperienza a causa di qualche difficoltà d’orientamento nella parte superiore.
Dislivello: 700 m ca.; 29 lunghezze fino, allo spigolo Nord.
Difficoltà: ED (V+,ed A0)


La “Linea Bianca”

Due giorni dopo l’apertura della “via dei Fiori” Koller e Silhàn tornano sulla Nord-est attratti dalla possibilità di aprire una via a destra della Cassin, seguendo l’improbabile direttrice di una striscia di rocce più chiare che solca verticalmente la muraglia.
La via è oggi una delle grandi classiche della parete e conta diverse ripetizioni. Inoltre è segnalata una prima invernale e prima solitaria compiuta da Roberto Clerici, ma su questo exploit, come su quello di Dante Porta restano forti dubbi.
Dislivello: 700 m; 24 lunghezze (tre in comune con la Cassin).
Difficoltà; TD+ (VI)


“ Memento mori”

"Ricordati che devi morire”: non c’è nome più adatto per indicare questa via. È la direttissima della parete, ma è anche la più pazzesca che si potesse mai pensare sulla Nord-est, spesso evocata scherzosamente nei discorsi di molti “cacciatori di prime”, ma mai tentata, causa gli elevati pericoli oggettivi. Un simile problema poteva essere solo pane per cecoslovacchi e così fu. Fra il 24 ed il 26 agosto 1980 Josef Rybicka, Jan Simon e Ladislav Skalda aprivano una via seguendo la direttrice del grande colatoio centrale. Il superamento dei grandi tetti basali richiese una laboriosa e difficile scalata in artificiale. L’unica e più saggia ripetizione della via fu compiuta nell’inverno del 1982 da un altro team di “cechi”: Frantisek Bauer e Jan Doubal che si aggiudicavano pertanto anche la prima invernale.
Dislivello: 800 m; oltre 30 lunghezze di corda
Difficoltà: ED (V, VI ed A3). 

“ Peter Pan”

La prima via a sinistra dello spigolo e una delle più recenti, essendo stata aperta il 2 agosto 1986 da Paolo Vitali, Sonia Brambati e Adriano Carnati. La scalata, 14 lunghezze, VII (VI+ obbligatorio), si svolge su placche compatte e difficilmente proteggibili, con poche protezioni in posto.
Dislivello: 800 m; oltre 30 lunghezze.
Difficoltà: ED (VI; A0 e A1 oppure VII)
“ Moscacieca”
Il giorno dopo “Peter Pan” , Vitali e Carnati tentarono di ripetere la “Linea Bianca” perdendosi però nel mare di placche compatte. I due non erano però dei pivelli, ma abilissimi scalatori notevolmente esperti nella tecnica d’aderenza e pertanto trovarono lo stesso una via per uscire sullo spigolo Nord. Nasceva così questa via che può essere considerata come una variante della via di Koller.
Dislivello: la via si stacca dalla Linea Bianca uscendo verso destra sullo spigolo Nord. 5 lunghezze
Difficoltà: VII


“ Neverland”

Il 16 agosto 1986 il team Vitali Brambati e Carnati torna in parete per aprire una nuova via che superi le placconate del settore destro della Nord-est. Ne esce “Neverland”. Anche in questo caso le compattissime e poco proteggibili placche richiedono buone capacità in aderenza e un certo “pelo sullo stomaco”. Nell’estate del 1993. Il giovane scalatore valtellinese Gianluca “Rampikino” Maspes, riusciva nella bell’impresa di ripetere la via in solitaria e senza alcuna autoassicurazione.
Dislivello: 400 m; 11 lunghezze
Difficoltà: TD+; V e VI.


“ Diritto d’autore” e “Diretta del Popolo”

L’estate del 1987 vide l’incontro, a Sasc Fourà di due fra i più forti ed attivi arrampicatori lombardi del momento: Tarciso Fazzini e Paolo Vitali. Il “Tarci” era salito in Bondasca col cugino Ottavio e Livio Gianola per tentare una nuova via a destra della “via dei Cechi” sulla Est-nord-est. Avevano visto quella fessura l’anno prima durante la prima ripetizione di quella via ed ora erano lì per chiudere il conto. Ne uscì una bellissima scalata, quasi completamente in libera e mai estrema, al punto che i tre la chiamarono “diretta del Popolo” proprio perché la ritenevano adattissima ad essere ripetuta e a diventare una grande classica.
Dislivello: 600 m; 13 lunghezze
Difficoltà: ED (VI+ e A1).
Lo stesso giorno in cui i premanesi aprivano la loro “diretta”, l’11 luglio, la cordata Vitali, Carnati, Brambati riusciva nella salita di “Diritto d’autore”. La via risolveva il problema posto dal settore di, lisce placche compreso fra “Neverland” e la “Linea Bianca”. Si tratta di una dura arrampicata in aderenza su roccia compatta e difficilmente proteggibile anche se è stata lasciata completamente attrezzata (13 chiodi e 7 spit).
Dislivello: 500 m; 12 lunghezze.
Difficoltà: Ed – (VI)

“Favola ribelle”

L’ultima, l’ultimissima via della parete, almeno così sembrava essere quando il 23 luglio 1988 gli immancabili Vitali, Carnati e Brambati aprivano questa nuova linea che s’apre un varco fra la “Linea Bianca” e la“via dei Fiori”. Non a torto Renata Rossi nel suo libro-guida dedicato al Badile si chiedeva se questa potesse essere veramente l’ultima possibilità della Nord-est.
Ambiente grandioso per una scalata d’alta difficoltà in aderenza.
Dislivello: 550 m; 14 lunghezze
Difficoltà: ED (passi fino al VII)

“Another day in Paradise”

E la Renata aveva ragione perché, a quanto pare, non c’è limite all’ambizione e alla voglia di trovare un posticino nella storia dell’alpinismo. Così, fra il 19 ed il 20 luglio 1991 tre alpinisti svizzeri, B. e K. Muller e H. Zgraggen, aprivano la prima via del Badile con il sistematico uso degli spit. Inutile affermare che l’itinerario è diventato in breve uno dei più ripetuti delle parete grazie all’ottima possibilità di assicurazione che consente. La linea di salita corre appena a sinistra di “Neverland”.
Dislivello: 500 m; 21 lunghezze
Difficoltà: VII (VI+ obbl.)

“ Estasi” 

L’ultima via della parete Est-nord-est fu opera dei giovani scalatori Gianluca Maspes e Luca Salini che la realizzarono nell’estate del 1991. Partiti per ripetere la “via dei Cechi” i due realizzarono la loro “prima” per un errore nella scelta del punto d’attacco. Salirono quindi, e con scarsissimo materiale a disposizione, l’ultima importante fessura che solca il settore sinistro della parete. Purtroppo poco dopo la prima ascensione, un franamento ha in parte rovinato l’itinerario rendendolo pericoloso.
Dislivello: 400 m
Difficoltà: ED; VII

“ Hiroshima”

Nel 1993 restava ancora da “riempire il vuoto fra la “via degli Inglesi” e la Nardella sul pilastro Est-nord-est. Si trattava di un settore di parete veramente impressionante e monolitico ma le nuove tecniche e la preparazione dei moderni scalatori rendevano quanto meno concepibile un tentativo. Ci pensarono i fratelli di Novate Mezzola Valentino e Rossano Libera che nell’agosto del 1995, nei giorni dell’esplosione della prima bomba nucleare coronarono il loro progetto. Si tratta di una via durissima, sempre in arrampicata libera, con difficili passaggi obbligatori e scarse protezioni. A tutto ciò si aggiunga l’ambiente severo e ostile in cui si svolge.
Dislivello: 400 m fino alla congiunzione con la “via Nardella”; 10 lunghezze
Difficoltà: ABO; VIII obbligatorio