VETTE FRA RETICHE E OROBIE

Inedito

Ultimo aggiornamento il: 09/05/2018 08:05:40


VETTE FRA RETICHE E OROBIE

Forse per la sua posizione centrale nella catena, il tratto delle Alpi compreso fra la Valchiavenna e il Passo dello Stelvio, ha caratteristiche che lo rendono unico sotto molti aspetti. In pochi chilometri troviamo condensati quasi tutti i tipi di ambiente alpino e quasi tutte le conformazioni orografiche che vengono ulteriormente arricchite dalla presenza della catena Orobica, un “unicum” di notevolissimo valore naturalistico e alpinistico.
Dai graniti della zona occidentale, Mesolcina e Masino-Bregaglia, si passa alle rocce metamorfosate del massiccio del Disgrazia e al complicatissimo, imponente fenomeno geologico del Bernina. Ancora più verso oriente, oltre le selvagge strutture del gruppo Viola-Piazzi, ecco comparire massicciamente le rocce calcaree che costituiscono tutto il settore nord orientale della Valtellina culminando nelle vette dell’Ortles-Cevedale.
Le Orobie, come si diceva, sono un discorso a parte anche se inscindibile da questo patrimonio così vario di monti; ne costituiscono anzi il completamento ideale aggiungendovi le loro importanti caratteristiche.
In tanta questo eterogeneo “mare in burrasca”, affiorano, come onde più alte, le maggiori cime di questi monti: compatte e grige quelle del settore granitico, coperte dalla bianca schiuma dei ghiacci quelle centro orientali, increspate, e capricciose quelle delle Orobie.
Fino a cento cinquant’anni or sono quasi ignorate, queste vette sono poi diventate teatro della grande rappresentazione dell’alpinismo che sulle loro creste e pareti consuma ancor oggi il suo rito. Da allora e sempre con maggiori particolari, le montagne sono diventate parte della conoscenza collettiva. E in ognuna delle aree alpine prima citate, alcune vette, spesso le più alte, ma non sempre, sono diventate, spesso grazie alle vicende vissute sui loro fianchi dagli alpinisti, dei veri simboli.
Nel Masino il Badile e il Cengalo, vette vicine eppure tanto differenti, sono dei “must” per qualsiasi alpinista. La normale al Badile 3308 m, non può essere considerata difficile, eppure non é da sottovalutarsi, specie col cattivo tempo, e soprattutto se molte sono le cordate in azione. La salita al Cengalo 3370 m, é più facile e termina su una grande calotta nevosa che dolcemente muore verso la cima. Ma ciò che rende queste montagne uniche nelle Alpi, sono le loro grandi pareti, che precipitano verso Nord, in Val Bondasca. La parete Nord-est del Badile, liscia lavagna di lastroni alta quasi 800 metri, é sicuramente la più nota, su di essa sono state scritte alcune delle pagine più epiche e tragiche della storia dell’alpinismo. Per vederla bene andate su Cengalo, da dove potrete ammirare anche la verticale e monolitica parete Est, veramente impressionate. L’elegante spigolo Nord del Badile é invece considerato uno delle più classici itinerari di cresta; mai banale, é una salta con passaggi fino al IV grado.
La Nord del Cengalo é meno nota eppure, con i suoi 1300 metri di altezza é una delle maggiori delle Alpi Retiche, un dedalo di canali ghiacciati, pilastri e spigoli veramente impressionante e imponente. Verso Sud, dalla calotta si prolunga invece una rocciosa cresta di solido granito aranciato, elegantissima, leggera e merlettata.
Non molto distante, verso Sud-est, staccata dallo spartiacque principale, sembra quasi galleggiare sui vapori salenti da valle, la bellissima e nobile la vetta del Monte Disgrazia 3678 m, ammantata di ghiacci. E’ forse la vetta più ricca di fascino e storia fra tutte, una di quelle dove l’alpinismo dei pionieri ha vissuto momenti indimenticabili. Divenuto subito famosissimo dopo la prima avventurosa salita di Leslie Stephen e compagni, “this glorious peak”, questo picco glorioso, ha richiamato sulle sue pareti e creste migliaia di scalatori. Si pensi che a fine ‘800 la vetta era già tanto frequenta che la Sezione Valtellinese del C.A.I. pensò di erigere una capannuccia verso i 3600 metri, sullo sperone Sud-ovest, nel luogo ove alcuni topografi eressero la loro tenda come campo base per i loro rilievi. La Capanna Maria, questo il nome del minuscolo ricovero, venne terminata nel 1888, ma ebbe vita brevissima un po’ a causa delle avversità atmosferiche, ma soprattutto perché, ben presto, come via normale si preferì la cresta Ovest-Sudovest.
Più fortuna della Capanna Maria la ebbe la Capanna Marco e Rosa De Marchi, fatta erigere nel 1913 dalla Sezione Valtellinese al limite meridionale della Spalla del Bernina, come punto strategico d’appoggio per la salita al 4000 più orientale delle Alpi. Le catene fisse che oggi gli alpinisti usano sulle roccette che portano a questo altissimo rifugio, sostituiscono le vecchie funi metalliche che vennero fissate lassù durante i lavori di costruzione.
Il Bernina, 4052 m, é un po’ il sogno di tutti gli alpinisti lombardi, ma quando ci si affaccia alla Bocchetta delle Forbici, sul sentiero che porta al Rifugio Damiano Marinelli, la sua cima appare secondaria rispetto alla meravigliosa e armonica triade nella quale é inserita. Lo spartiacque alpino, abbastanza tranquillo e lineare fino al Passo Sella, si impenna poi con un magnifico crestone che, accidentato e gigantesco, raggiunge il Bernina dopo aver formato l’elegante vetta del Pizzo Roseg e la possente struttura del Monte di Scerscen. La “Roseg, Scerscen, Bernina” é certamente uno dei più suggestivi tratti di cresta delle Alpi : glaciale e imponente da Nord, rossigna e rocciosa sul lato meridionale.
Molto diverse sono le cime dell’alta Valtellina, quelle del massiccio Ortles-Cevdale. Qui domina quasi incontrastato l’elemento glaciale che spesso si spinge fino a ricoprire le vette e verso valle si allunga in fiumane sconvolte di seracchi e crepacciate. Qui le cime dei monti sembrano avere minore “personalità”, un po’ per la vastità del territorio montuoso in cui si perdono, un po’ per i ghiacci che sembrano quasi soffocarne lo slancio, un po’ per la conformazione geologica, di friabile calcare che non permette le forme ardite del granito. Vi sono però vette bellissime come quella quasi perfettamente piramidale del Tresero e quella del Gran Zebrù. Isolato e nobile il Gran Zebrù 3851 m, domina isolato la Val Cedéc sul versante valtellinese e l’alta Val Solda su quello tirolese; Koenigspitze (Cima del Re) in tedesco, mai toponimo fu più azzeccato. A nord offre una delle pareti di ghiaccio più belle delle Alpi. Per poterla ammirare in tutto il suo splendore bisogna giungere ai suoi piedi, al Rifugio Città di Milano, ad inizio estate poiché purtroppo le mutazioni climatiche di questi anni l’hanno in parte spogliata del suo manto per cui a tarda estate si presenta annerita da detriti e roccette.
La via normale sale dalla Val Cedéc, dal Rifugio Pizzini-Frattola; é un percorso prevalentemente su neve da non sottovalutarsi causa la discreta ripidezza del pendio sommitale. Il panorama, da lassù, é quanto di più entusiasmante si possa immaginare.
Nel nostro giro a volo d’uccello sui monti abbiamo seguito una progressione ovest-est; mantenendo ora il senso orario giriamo nuovamente verso occidente per scendere sulle gotiche architetture delle Alpi Orobie. Raramente delle montagne riescono a dare a chi le osserva quel senso di lontananza e selvaggia bellezza che queste cime comunicano. Non vi sono vette altissime e solo poche superano, e non di molto, i 3000 metri; eppure l’ambiente alpino che caratterizza massicci come quello del Coca o quello dello Scais-Redorta ha severità di alto rango, degna delle più celebrate e vicine Alpi.
In fondo alla Val d’Arigna, fra irti scaglioni di roccia nera si eleva maestoso il Pizzo di Coca solcato da un lineare canalone che é nel contempo il più comodo accesso dal lato valtellinese e una delle più belle ascensioni orobiche. La prima salita assoluta a questa vetta risale al 1877 e spetta ad Emilio Torri con Antonio Baroni di Sussia, certamente una delle migliori guide del suo tempo. Il canalone Nord-ovest fu salito da Antonio Cederna, Luigi Valesini, ancora con Antonio Baroni, nel 1889. Con i suoi 3052 m, il Coca é la maggiore cima delle Orobie e una vetta simbolica per gli alpinisti bergamaschi E’ per loro un po’ come il Triglav per gli sloveni: tutti, almeno una volta nella vita devono averlo salito.
Vicino al Coca svetta la bella sagoma del Dente di Coca, poi la catena prosegue elevandosi ancora a superare i 3000 metri con la Punta di Scais, imponente scaglione roccioso che manda verso Nord-ovest una lunga cresta accidentata. Anche in questo caso la via normale, facile ma su rocce non proprio solide, si svolge sul lato bergamasco. La lunga cresta Nord-ovest é invece un “boccone” riservato a scalatori provetti sia per la difficoltà che per la lunghezza; é però forse la più grande classica delle Orobie, un po’ lo spigolo Nord del Badile di queste montagne. Il versante bergamasco, ben frequentato e “vissuto” é servito da ottimi e confortevoli rifugi. Sul versante Nord la situazione é invece assai diversa e, a parte gli avamposti non custoditi del Bivacco Corti, del Bivacco Resnati e del Rifugio Mambretti, non esistono basi d’appoggio. E’ un ambiente estremamente solitario e selvaggio oggi tutelato dalla recente costituzione del Parco Regionale delle Orobie Valtellinesi.