CON GLI SCI SUL MONTE DISGRAZIA

Una classica dello scialpinismo

Ultimo aggiornamento il: 08/05/2018 21:17:12


CON GLI SCI SUL MONTE DISGRAZIA

Sulle vecchie carte del Regno Lombardo-Veneto figura come Pizzo Bello, un toponimo sicuramente azzeccato per la nostra montagna che, quasi come un’ isola di ghiacci e rocce sorge un po’ decentrata rispetto alla catena alpina spiccando quindi ancor più imponente e nobile. Il nome di Monte della Disgrazia compare solo più tardi e non intendeva rievocare alcuna tragedia alpina: è una probabile italianizzazione del termine dialettale “desglascià” o “desglasciaa”, che si scioglie, che sghiaccia. Forse è il ricordo di quando a seguito della cessazione della “Piccola glaciazione” i versanti del monte presero a spogliarsi del freddo manto  che li ricopriva. Così, con il disgelo il toponimo di Pizzo Bello è sceso a valle e oggi indica una cimosa di erbe a sud dei Corni Bruciati, fra le valli di Scermendone e Caldenno. Lassù è rimasto il Disgrazia, una delle mete alpinistiche più suggestive delle Alpi Retiche; celebre per le affilate creste di neve e roccia, per l’impressionante parete nord che piomba sul versante di Val Malenco e per la classicissima salita in sci alla Sella di Pioda con relativa splendida discesa. Per molti anni, a partire dalla data della prima ascensione, compiuta il 24 agosto 1862 dagli inglesi Leslye Stephen, Edward S. Kennedy col domestico Thomas Cox e la guida dell’Oberland Melchior Anderegg,  l’accesso al monte rimase quanto mai lungo e faticoso. E non poche incertezze ci furono circa la via più breve e facile per raggiungerne le pendici. Il grande esploratore alpino conte Francesco Lurani Cernuschi pensò con grande preveggenza che migliore fosse l’accesso dall’allora remota Valle di Preda Rossa e fece costruire lassù, verso i 2500 metri un ricovero che potesse essere base intermedia per l’ascensione. Fu la Capanna Cecilia, eretta nel 1890  e  progenitrice dell’odierno rifugio Ponti costruito presso le rovine del vecchio ricovero. Anche quelli del CAI Valtellinese pensarono ad un rifugio simile, ma, geograficamente più legati all’accesso da Val Malenco, lo eressero al Passo di Cornarossa, all’inizio della rocciosa cresta sud del monte: per arrivare lassù occorre ancor oggi tanto allenamento. Ben presto, sebbene vi fosse una certa parità nell’impegno di avvicinamento, la salita da Val Masino e Predarossa venne preferita, poiché porta direttamente e senza difficoltà di sorta alla cresta nord-ovest, la via più facile per la vetta. Ma, per molti anni salire alla Ponti restò una fatica notevole, visto che si doveva iniziare il cammino da Filorera, a soli 841 metri di altitudine: 1518 metri di dislivello per circa 15 chilometri di cammino!  La strada asfaltata fatta costruire dall’ENEL negli anni ‘60 a seguito del tentativo di sfruttare la piana di Predarossa per costruire un bacino artificiale ha poi permesso di accorciare notevolmente il lungo e spesso monotono cammino. Da allora Predarossa, la Ponti e la vetta del Monte Disgrazia hanno conosciuto un vertiginoso aumento di presenze umane. La strada, in primavera spesso sgombra di neve fino a Sasso Bisolo e a volte ancor più in alto, ha poi favorito  la “scoperta” della salita sci alpinistica alla Sella di Pioda e al Disgrazia. La discesa dalla sella lungo il ghiacciaio e poi giù nel vallone morenico che sbocca a Predarossa ha da allora richiamato un numero sempre maggiore di appassionati tanto che negli ultimi anni il rifugio Ponti veniva tenuto aperto nei periodi delle vacanze primaverili. Poi, per due volte, nel 1977 e nel 1991, sulla strada, sono cadute due immense frane di blocchi e il comodo accesso è stato interrotto. Ora la strada nuova è in costruzione, ma chissà quando sarà ultimata; sulla Valle di Predarossa e il Monte Disgrazia è tornato l’antico isolamento, la gente è notevolmente diminuita, ma chi ha spirito di pioniere non soffrirà troppo dell’ inconveniente.  Estate e inverno si parte quindi verso i 1220 m, in località Valbiore; superato il tormentato settore della frana si riprende la strada asfaltata che percorre la destra orografica della valle. Lungo di essa si giunge in breve a Sasso Bisolo ove sorge il piccolo rifugio privato Scotti. Può darsi che lo troviate aperto, specie a primavera avanzata: al ritorno potrebbe essere un piacevole momento di ristoro specie per gli amanti della buona tavola. Poco oltre, nell’abetaia il nastro d’asfalto prende a salire con numerosi tornanti; con gli sci conviene attenersi alla carreggiata anche se numerose scorciatoie permetterebbero di guadagnare tempo. Con percorso monotono si raggiunge così il vasto piano di Predarossa che in realtà è costituito da due terrazzi sovrapposti generati  dall’azione dell’antico ghiacciaio meridionale del Disgrazia la cui vetta chiude l’orizzonte a nord-est. I verdeggianti pianori percorsi dalle sinuose anse del torrente, si trasformano d’ inverno in bianche distese che in salita concedono riposo e in discesa fanno imprecare interrompendo la scivolata.
Si deve salire tenendo il margine destro dei due terrazzi; il bosco, qui di larici, diventa sempre più rado mentre macigni più imponenti sbucano dalla coltre nevosa. Siamo nel punto di incontro fra i graniti del plutone della Val Masino e le rocce metamorfiche della Val Malenco rappresentate dal rosso serpentino. Le creste che ci circondano confermano questa particolarità: a nord-ovest ben delineate e grigie svettano quelle granitiche del sottogruppo Remoluzza-Arcanzo, a destra, accidentate e quasi amorfe ecco quelle di serpentino che prima di giungere al Disgrazia si elevano di molto con la triade dei rossi Corni Bruciati. In fondo all’ultimo ripiano possiamo adottare due diverse soluzioni: o salire il valloncello fra la morena destra orografica  del ghiacciaio o rimontare in centro alla valle. Tutto dipende dalla condizione della neve. Verso i 2550 metri la pendenza inizia a diminuire e guardando alla nostra sinistra, appare ben visibile e non lontano il rifugio che si raggiunge con facile traversata. Se è aperto avrete modo di godere l’ospitalità dell’ottimo Ezio Cassina, suo custode e gentilissimo anfitrione; in caso contrario, a sinistra dell’ingresso principale si trova il comodo locale invernale.  Con l’arrivo al rifugio la giornata può dirsi conclusa: in alto le creste del Disgrazia si colorano di rosso acceso mentre verso sud le Orobie sfilano quasi come onde di un mare agitato color blu cenere e il Legnone spicca per la regolarità delle sue forme.
Il mattino la levata è sempre eroica: costa qualche sacrificio staccarsi dal tepore delle coperte, e affrontare il freddo prima quello dei locali del rifugio poi quello pungente dell’esterno.
Quasi come a doversi strappare un cerotto dalla pelle, è meglio agire rapidamente: colazione, scarponi, attrezzatura pronta, sci, bastoncini e via. Subito. Non serve far molta strada e già eccoci immersi in un’atmosfera diversa. Scompare il freddo per lasciare posto al calore prodotto dal nostro procedere che aumenta in sintonia con le prime luci che man mano occupano lo spazio. La pila, se l’abbiamo accesa, diventa presto inutile; una sosta per risistemarci e poi via verso la regolare bastionata di rocce che come un muro delimita a sinistra il ghiacciaio. In genere il passaggio fra morena innevata e ghiacciaio è impercettibile e solo in alto, forse, qualche debole crepa è in grado di indicarci il terreno nuovo sul quale procediamo. Una ripida salita e poi ecco l’ampio anfiteatro racchiuso fra il Monte Pioda a sinistra e il Disgrazia. Al termine del muro roccioso che abbiamo lambito si apre il valico alto del Passo Cecilia. Dategli un’occhiata e pensate per un attimo a quei primi pionieri che partendo dai Bagni Masino, dopo aver risalito tutta la Val di Mello scollinarono sul Ghiacciaio di Predarossa superando il “muvais pas” dell’ascensione. Poco più avanti ecco la grande e regolare Sella di Pioda aperta fra il Disgrazia e il Monte Pioda. Qui si abbandonano gli sci mentre lo sguardo si perde a nord e a ovest verso le granitiche torri del Masino già indorate dal sole. A sud le Orobie culminanti col Pizzo dei Tre Signori e il Legnone offrono un’impressione più docile e solare che contrasta fortemente col quadro selvaggio che ci circonda. Quando la comitiva di Anderegg, Kennedy, Stephen e Cox fece il primo tentativo alla vetta fu scelto l’avvicinamento per Val Malenco, Chiareggio, la Val Sissone e il Passo di Mello. Dal valico, data l’ora tarda solo Stephen e Anderegg proseguirono in esplorazione. Per una cresta rocciosa raggiunsero l’odierno Monte Pioda avendo per la prima volta la visione della vicina ma irraggiungibile vetta e a ragione battezzarono la cima appena scalata Picco della Speranza. Come si è detto gli inglesi e la guida svizzera tornarono pochi giorni e aggirando il Picco della Speranza da sud raggiunsero la sella ove siamo giunti anche noi. Il racconto di quest’epica impresa fu pubblicato nel numero 1 dell’Alpine Journal, organo ufficiale del Club Alpino Britannico ed è diventato uno dei brani più classici della letteratura di montagna. Dalla Sella di Pioda corda piccozza e ramponi sono necessari; si aggira il primo risalto roccioso sul lato meridionale e per un canalino si torna in cresta. Poi è tutta un’ emozionante cavalcata sul crinale mentre il sole comincia a scaldare l’aria: rampe nevose, roccette, tratti affilati affacciati sul vertiginoso baratro nord portano al rossigno gendarme del “Cavallo di bronzo” che si aggira ancora da sud. Un breve pendio di neve e roccette porta finalmente alla croce di vetta. Il panorama si apre ora anche verso nord-est si apre ancor più verso il Bernina, a est compare l’Adamello e a sud sfilano tutte le Orobie e in basso l’occhio si può spingere verso la piana di Morbegno. In la vetta pensiamo un attimo anche all’audace signora le Blond Main che nel 1896 compì la prima salita invernale assieme alle guide engadinesi Schocher e Schnitzler partendo dal Forno e attraversando il Monte Sissone !
Tornati agli sci non resta che abbandonarsi ad una delle più entusiasmanti discese che io conosca, specie in primavera, quando il sole ha leggermente allentato la durezza del manto nevoso superficiale o quando sopra lo strato duro è venuta una nuova imbiancata di neve polverosa. L’itinerario si attiene a quello di salita e se anche in basso la strada conserva quel po’ di neve che basta fermeremo la nostra sciata solo alla frana.