Il Rifugio Gianetti

Cent’anni di granito

Ultimo aggiornamento il: 09/05/2018 08:04:04


Il Rifugio Gianetti

Il conte Francesco Lurani Cernuschi e la sua guida Antonio Baroni, sferzati dal vento, abbandonarono la casera di Porcellizzo diretti verso il Pizzo Badile. Scopo principale delle loro scalate non era quello di calcare per primi una vetta, bensì di descrivere, il meglio possibile, la regione del Masino, a quel tempo quasi sconosciuta. Lasciavano volentieri ai pionieri inglesi che li avevano preceduti le performances “sportive” come le cinque ore e mezzo impiegate dal reverendo Coolidge per salire il Badile da Bagni Masino nel 1867 o, l’anno prima, le 4hrs e 40 min.from the Baths of Masino di Douglas Freshfield e compagni per Pizzo Cengalo. Fra il 1879 e il1880, Lurani e Baroni riuscirono a salire queste due importanti cime e fu scendendo a valle dopo il Badile che a Lurani venne un’idea: «Non pensi Toni, che anche qui ci starebbe bene un rifugio per alpinisti sul tipo di quello che vorrei collocare in alta Valle di Sasso Bisolo per salire il Disgrazia?» Si erano fermati verso i 2.600 metri, su un piccolo ripiano al limite degli ultimi pascoli; la guida s’immaginò il luogo d’inverno e valutò la sua esposizione ad eventuali slavine, traendone un giudizio rassicurante. «Qui, Signor Francesco! Qui potrebbe andare bene. Non è così in basso come la casera e poi... non è in mezzo al letame e alla puzza delle vacche» disse la guida sorridendo. La realizzazione di una capanna in alta Val Porcellizzo dovrà però attendere il 1886, quando, su parziale finanziamento del Lurani, cui si aggiunse una sottoscrizione azionaria di 200 titoli del valore nominale di lire 5 l’uno, la sezione di Milano del CAI deliberava il via al progetto. Il 3 agosto 1887, solo-un anno dopo, s’inaugurava la Capanna Badile, spartano ricovero che poteva ospitare una decina di persone. Le granitiche vette del Masino stavano richiamando moltissimi alpinisti che si avvalevano delle guide locali, Giulio e Giovanni Fiorelli, ma per le salite più impegnative cercavano Bartolomeo Sertori di Filorera. Bortolo era celebre per la sua tecnica d’arrampicata:quando le lisce placche diventavano insuperabili con le scarpe chiodate, si toglieva le calzature e saliva a piedi nudi. Grazie a questa tecnica fu lui che nel 1900,dopo averla prima salita da solo,condusse, Giuseppe Gugelloni e Ugo Monti, sull’inviolata guglia che svetta a destra del Badile e che da quel giorno si chiamerà Punta Sertori. La primavera successiva la Badile fu rasa al suolo da una gigantesca slavina staccatasi dai pendii della Punta Torelli, ma la sua importanza era divenuta tale che lo stesso autunno la Sezione di Milano la fece ricostruire; ma ben presto si dovette prendere atto, non senza soddisfazione, che come molte altre capanne, anche questa era diventata inadatta ad ospitare il numero sempre maggiore di alpinisti che si spingevano in Val Porcellizzo. Inizialmente si pensò ad un suo ampliamento, ma nel frattempo, un legato del socio Luigi Gianetti, lasciava alla Sezione15.000 lire per un’opera alpina. La somma era tale da permettere la costruzione di una capanna nuova che si decise di affiancare alla Badile. Iniziati nel 1912, anno che vide la quasi concomitante scomparsa di Lurani e Baroni, i lavori terminarono con l’inaugurazione del 20 luglio del 1913 e con l’intitolazione della struttura a Luigi Gianetti. Si trattava di un cubo dalle solide mura di granito consistente in due piani: al piano terra erano disimpegno, refettorio e cucina,al piano superiore v’erano invece tre locali dormitorio di cui uno dedicato alle sole signore e uno, minuscolo, per il gestore. Si provvide, infatti, da subito a dotare la struttura di un servizio estivo d’alberghetto affidato alla locale guida di San Martino Giacomo Fiorelli e... «Durante il periodo in cui il custode non ha obbligo di residenza, i visitatori, prima di salire alla Capanna, dovranno farne ricerca, corrispondendogli ogni giornata o frazione di giornata L. 6per diritto di trasferta».Erano anni d’oro per il Club Alpino Italiano (fra l’altro quest’annosi celebra il 150° della sua fondazione) e, nello stesso periodo in cui si costruiva la capanna in Val Porcellizzo, anche la Sezione Valtellinese collocava una capanna a quasi 3.600 metri, lungo la via di salita al Pizzo Bernina dedicandola ai sui finanziatori: Marco e Rosa De Marchi. Nelle stagioni seguenti la fama della Gianetti crebbe sempre di più anche grazie al notevole interesse che i versanti settentrionali del Badile e del Cengalo esercitavano sugli alpinisti di tutt’Europa. Giacomo Fiorelli era nel frattempo diventato una guida leggendaria e il genius loci della Val Porcellizzo. Per salire le lisce placche di granito,aveva anche lui adottato la tecnica del collega-rivale Bortolo Sertori, diventando un vero maestro in questo genere d’arrampicata a piedi scalzi. In molti anni digestione del rifugio ne aveva viste di cose. In particolare gli era rimasta impressa la misteriosa storia di quel prete di Chiavenna, don Buzzetti che uscendo dalla portagli aveva detto che sarebbe sceso in Val Codera. Lo vide salire verso la Punta Torelli ed entrare nelle nebbie in un’atmosfera arcana e magica: di lui non si seppe più nulla ed il suo corpo non fu mai più trovato. Appassionato scalatore,Giacomo vedeva di buon occhio quei giovani che si volevano misurare con le immani pareti della Val Bondasca e sapeva in cuor suo che prima o poi qualcuno sarebbe giunto nel suo rifugio con la notizia di essere passato per primo su quelle “impossibili” lastronate di granito. Nell’estate del 1937 aveva saputo che sul versante svizzero c’era un grande fermento: cordate italiane e tedesche puntavano alla parete Nord-est del Badile, anche se il tempo non sembrava favorevole. I giorni fra il 14 ed il 17 luglio furono segnati da tempeste e temporali intermittenti e violentissimi. La notte fra il 16 e il 17, poi, un’impressionante bufera aveva completamente rivestito il Badile di una corazza di ghiaccio e fu quindi con grande sorpresa che, quella mattina, Giacomo vide entrare nel-la capanna un terzetto di scalatori stremati. Assieme alla straordinaria notizia che avevano vinto la parete Nord-est del Badile, i lecchesi,Riccardo Cassin, Gino Esposito e Vittorio Ratti affranti, comunicavano al Giacomo che due loro compagni, i comaschi Mario Molteni e Giuseppe Valsecchi, erano periti di sfinimento e i loro corpi giacevano sulla montagna. L’impresa di Cassin e compagni segnava l’inizio di una nuova era per l’alpinismo nel Masino e anche perla Gianetti: molti giungevano ora anche dal versante elvetico dopo aver salito il Badile per lo spigolo Nord, una scalata diventata ormai quasi “facile” e una grande classica. Purtroppo questo periodo favorevole ebbe breve durata e, con lo scoppio del secondo conflitto mondiale,turismo e alpinismo divennero svago per pochissimi fortunati. Dopo l’8 settembre 1943anche in Valtellina si era rafforzatala lotta al fascismo e si erano costituitele prime formazioni partigiane. Al comando di queste fu posto Alfonso Vinci, esperto del Masino e autore, nel 1939, della prima salita allo spigolo Sud del Cengalo. Vinci conosceva i rifugi della regione e ne tenne conto per il suo piano “Masino-Codera-Ratti”che prevedeva di creare una zona cuscinetto col confine elvetico per gestire con buone probabilità di successo un espatrio in massa delle truppe partigiane in caso di rastrellamenti nazifascisti. Strategici erano pertanto i rifugi d’alta quota e per questo, onde-evitare che potessero essere usati come base dai partigiani, nell’estate del 1944, i rifugi Brasca e Gianetti furono dati alle fiamme. Al termine del conflitto la vita riprese faticosamente anche ai piedi del Badile e la Sezione di Milano si fece subito carico della ricostruzione. Nel 1948, quando ancora era in cantiere, giunse alla Gianetti una guida francese di nome Gaston Rebuffat assieme al suo cliente Bernard Pierre. Quasi come un messaggio di pace e rinascita,portavano la notizia di aver compiuto la prima ripetizione della temuta via Cassin sulla Nord est del Badile. L’estate successiva il rifugio era nuovamente operativo al cento per cento e, poco dopo,Giacomo Fiorelli cedette la gestione al figlio Giulio, guida alpina come lui. Fu Giulio a trovarsi sul Badile in un’altra storica data, quandosi vide comparire solo soletto un allampanato scalatore austriaco che aveva appena superato da solo la via Cassin in poco più di tre ore; si chiamava Hermann Buhl. Due anni dopo, nel 1954 il rifugio fu ampliato una prima volta. Nel 1961 anche la vecchia Badile fu rifatta e dedicata all’alpinista Attilio Piacco: ancora oggi funziona come rifugio d’emergenza in caso di sovraffollamento dell’edifico principale e come rifugio invernale. La Gianetti divenne presto una sorta di mecca e un punto di riferimento per tutti i grandi nomi dell’alpinismo che si cimentavano sulle pareti della Bondasca:sapere che al di là si poteva contare su un tetto e un ristoro era cosa di non poco conto. Vi passarono e pernottarono tutti, da Bonatti a Mauri, dagli inglesi Kosterlitz e Isherwood, vincitori della verticale parete Est del Badile, ai fratelli Rusconi, dopo la loro impressionante vittoria invernale sul pilastro Est-nord-est della stessa montagna. La fama delle cime e la fortunata collocazione della capanna sul percorso del Sentiero Roma,una delle più celebri alte vie delle Alpi, portava un numero sempre maggiore di frequentatori e ancora una volta fu necessario un ampliamento. Alla fine degli anni 70 del secolo scorso, al rifugio mancava ancora la corrente: le sale erano illuminate da lampade a gas e solo in cucina, grazie ad una piccola turbina, si ottenne una fioca luce elettrica. I rifornimenti erano ancora portati a dorso di mulo,mediante tre o quattro viaggi settimanali. Ma ogni tanto, già si vedeva volteggiare in aria il futuro: erano i primi elicotteri che, in particolare gli svizzeri, usavano per il soccorso alpino. A dispetto della fama di gestore fin troppo “attento” ai conti, Giulio si diede da fare per migliorare le condizioni di accoglienza,sempre pronto ad aiutare scalatori in difficoltà e ad ospitarli anche gratuitamente, ma implacabile verso chi prendeva il “suo” rifugio come un albergo. Sapeva che le cose stavano prendendo una piega inevitabile e che, come moltissimi altri rifugi, anche la Gianetti avrebbe perso la rustica atmosfera che la caratterizzava e che lui amava tanto. Fu forse per questo che, in una bella giornata di fine estate del 1984, il Giulio uscì dalla capanna intenzionato aduna breve battuta di caccia, per non farvi più ritorno da vivo: voleva restare lassù, in quel momento,risparmiandosi l’inevitabile cambiamento. Grazie a lui la struttura era stata ben curata e fu lui a seguire,attento, i lavori di ampliamento e ammodernamento del1977. Nel 1995 si provvide infine ad un completo risanamento della struttura e ad un adeguamento degli impianti e dei servizi secondo le norme di sicurezza e risparmio energetico. Dopo la morte di Giulio, la gestione fu retta per qualche tempo, con maestria e polso fermo,dalla moglie Lina che, nel1987, accolse a braccia aperte il settantottenne Riccardo Cassin, reduce dalla ripetizione della sua via aperta cinquant’anni prima sulla parete Nord-est del Badile. Oggi, a cent’anni dalla sua costruzione, la Gianetti è custodita da Giacomo, figlio di Giulio, che si distingue per gentilezza, pazienza e generosità nella sempre più complicata accoglienza di un’eterogenea varietà di ospiti che vanno dai rudi e spartani alpinisti ai più sofisticati e bizzarri avventori dalle pretese inverosimili.