GRUPPO DEL BERNINA

STORIA ALPINISTICA

Ultimo aggiornamento il: 08/05/2018 21:16:15


GRUPPO DEL BERNINA

L'evoluzione storica dell'attività alpinistica nel massiccio del Bernina, specie per quanto concerne la sua prima parte, riflette grosso modo quella degli altri massicci delle Alpi occidentali.
Non si vuole qui dimenticare quella prima fase esplorativa, dettata per lo più da ragioni pratiche legate agli spostamenti locali e ad un'economia basata sulla pastorizia e sulla caccia che portò ad una prima conoscenza di queste montagne. E' dunque logico che i valichi e le vette più accessibili fossero già stati raggiunti da un pezzo prima che venissero "riscoperti" da qualche turista o alpinista straniero mosso forse da intenti, prima scientifici e poi sempre più legati al diletto personale e alla sfida con gli elementi di una natura che sembrava ormai non aver più alcun ostacolo da opporre. Sicuramente passi come quello delle Tre Mogge, del Muretto e del Bernina, erano noti fin dalla preistoria e nei secoli hanno garantito una certa continuità di rapporti fra le genti dei versanti opposti. Alcuni valichi caddero poi in disuso in favore di altri a seconda dell'andamento climatico e delle modificazioni dei confini che facevano preferire di volta in volta soluzioni le più comode e sicure.
Le stesse vette minori del massiccio furono senza dubbio raggiunte da qualche pastore, ma principalmente dai cacciatori di camosci che, all'inseguimento di una preda sempre più rara e diffidente, dovevano affrontare queste prime scalate facendosi nel contempo una prima e solida esperienza di queste terre alte e sconosciute. E proprio i cacciatori di camosci fra cui il grande Gian Marchet Colani, il "re del Bernina" furono le guide delle quali si poterono avvalere i primi turisti alpini per le loro esplorazioni. Questi anni di attività, ancora in bilico fra improvvisazione e prime imprese ragionate sono avvolti un poco nel mistero poiché non si usava ancora lasciare relazione scritta di quanto compiuto. Per questo motivo capitò sovente che molti, già pregustando la gloria di una prima ascensione, trovarono sulla vetta, creduta ancor vergine, un ometto di pietre costruito da chissà chi. Ma l'alpinismo andava rapidamente organizzandosi come idea e come sistema; la nascita delle prime aggregazioni sociali, i club alpini, vide da subito nascere anche una intensa attività editoriale con i primi resoconti delle ascensioni compiute dai soci. Contemporaneamente assumeva sempre maggiore importanza la necessità di avere una chiaro prospetto topografico del territorio alpino forse anche in funzione di preoccupazioni nazionalistiche che in quegli anni erano di notevole importanza. L'Europa era ancora in fermento, molte nazioni stavano cercando di definire i propri confini e le Alpi, con la loro caratteristica di limite naturale e al tempo stesso complicato, richiedevano di essere ben conosciute per poter difendere con chiare argomentazioni geografiche le proprie ragioni territoriali.
Come altri gruppi montuosi anche il Bernina fu così oggetto di un approfondito studio da parte dei topografi che coi loro aiutanti e a volte con qualche guida locale salirono numerose vette vergini nel periodo fra il 1830 e il 1850. Se nel '30 i topografi lombardi scalarono il Pizzo Scalino, nel 1846 il topografo elvetico Rey esplorò e cartografò il settore orientale del massiccio preparando il terreno al suo successore Johann Coaz che nel 1850 definì una volta per tutte l'esatta orografia della regione. Il Coaz rivolse i suoi studi in particolare al settore occidentale, ancora scoperto, e a coronamento di una stagione di intensissima attività, il 13 settembre, con gli aiutanti Joan e Lorenz Ragut Tscharner raggiunse la cima del Pizzo Bernina da dove poté aver ulteriore conferma sull'esattezza delle sue misurazioni. Non passano molti anni che l'Engadina con le sue grandi montagne diviene una delle mete preferite dei primi avventurosi alpinisti, principalmente inglesi, ma anche tedeschi ed austriaci: dovremo aspettare almeno dieci anni per veder comparire iniziative analoghe condotte dagli italiani sul versante meridionale.
Siamo nella seconda metà dell'800 e già esiste una netta divisione di mentalità, cura e governo del territorio e delle sue risorse fra le genti dei due versanti. Al nord, in Engadina, adagio adagio, una lungimirante politica incentiva il turismo, le capacità recettive e sviluppa una mentalità turistica fra le genti locali, mentalità che ancor oggi è il loro punto di forza.
Al sud, forse anche per l'innegabile disagio generato da un'orografia assai più aspra e accidentata non accade nulla di tutto ciò Il rapporto con la montagna è in genere vissuto sempre con grande sofferenze e con una mentalità di rapina che porterà in breve al depauperamento di molte risorse quali il legname e all'avvio di un'attività estrattiva che se da un lato ha permesso un certo grado di sviluppo, dall'altro ha provocato danni notevoli al paesaggio.
E' quindi naturale che, a parte qualche rara eccezione, la prima attività organizzata per favorire il turismo alpino e quindi anche le prime guide, nascano in territorio engadinese.
Inizialmente l'opera di accompagnamento si limitò alle scalate più facili e a quelle di montagne minori. Ben presto però forse anche per accontentare clienti sempre più preparati e desiderosi di novità vennero prese in considerazione anche le vette maggiori la cui scalata era fino ad allora cosa assolutamente eccezionale. Nascono le prime generazioni di guide engadinesi rappresentate da Peter Jenny e Alexander Flury; l'apice della loro carriera viene toccata forse il 31 agosto 1863 col raggiungimento da parte delle due guide e di F. T. Bircham dell'Anticima NW del Pizzo Roseg.
Nello stesso anno i due avevano accompagnato una folta schiera di alpinisti sulla vetta del Pizzo orientale di Palù compiendone la prima ascensione certa. Negli anni successivi si registrano la prima salita al Pizzo Roseg, portata a termine il 28 luglio 1865 da A. W. Moore e H. Walther con Jacob Anderegg e quella al Bernina lungo la Spalla e la cresta S: F. F. Tuckett e F. A. Y. Brown con Christian Almer e F. Andermatten il 23 giugno 1866.
Le imprese di questi capostipiti aprono la strada per quelle ancor più impegnative realizzate della generazione successiva, mentre l'interesse degli alpinisti comincia a rivolgersi anche alla soluzione di creste e versanti di montagne già scalate. Importantissime furono la prima ascensione alla cresta N del Pizzo Bianco e alla cresta NW del Pizzo Roseg compiute nel 1876 da H. Cordier e T. Middlemore con le guide J. Juan e Kaspar Maurer e la prima ascensione al Monte Scerscen risolta lungo la parete N dal celebre esploratore alpino Paul Gussfeldt assieme ad Hans Grass e Christian Capat il 13 settembre 1877. Di questi anni è anche l'intensa attività di Emil Burckardt che accompagnandosi ad Hans Grass o a B. Cadonau esplora principalmente il settore occidentale del massiccio compiendo la prima salita al Pizzo Glüschaint e al Pizzo Malenco.
Tutte le vette principali del massiccio sono ormai state raggiunte, ma vi sono moltissime ascensioni, specie su terreno misto che attendono i primi salitori. Ghiaccio e misto sono elementi che pur nella grande difficoltà consentono a chi sia veramente esperto di potersi esprimere anche con pochi mezzi a disposizione. E' logico quindi che diventino il terreno per eccellenza delle guide engadinesi. Dotati di una tempra a tutta prova non disgiunta da una notevole dose di audacia e intraprendenza questi uomini si cimentarono con successo su tutte le più difficili pareti del massiccio tracciando vie che ancor oggi sono capolavori di logica, e semplicità Quasi tutte le grandi ascensioni del massiccio risalgono a questo periodo che molto spesso è ricordato come l'epoca d'oro delle guide. Di questa nuova generazione di guide alpine fanno parte alcuni nomi celeberrimi fra i quali spiccano quelli di Christian Klucker e di Martin Schocher.
Sensibile e raffinato, Klucker aveva una grande apertura mentale che gli veniva dagli studi compiuti a Samedan (fu anche maestro di scuola elementare ed ispettore scolastico). Studioso di botanica, geologia e topografia, egli si avvicinava alla montagna e ai suoi problemi con una mentalità assai moderna e appassionata.
Le sue mirabolanti imprese lungo i colatoi ghiacciati del Bernina e della Bregaglia portano spesso il marchio di una genialità alpinistica estremamente avanzata per l'epoca. Alcune prime ascensioni compiute assieme a Ludwig Normann Neruda nella memorabile campagna alpinistica del 1890 restano dei capisaldi fondamentali per la stessa storia dell'alpinismo: 16 giugno, parete NE del Pizzo Roseg; 9 luglio, parete NW del Monte Scerscen; 18 luglio, parete NE del Bernina. E' importante ricordare che Klucker seppe muoversi a suo agio anche su montagne di altri gruppi montuosi e di altri continenti. Sempre nel 1890 con Neruda compì la prima ascensione alla parete NNE del Lyskamm e tre anni più tardi fu con Emyle Rey e Cesar Ollier ad accompagnare Paul Gussfeldt nella prima salita alla cresta di Peutérey. Nel 1902 tornò al Lyskamm con Christian Zippert e R. Thomson vincendo anche la parete NW della punta occidentale.
Forse meno ricercato, ma sicuramente di pari valore, fu l'alpinismo di Martin Schocher; anzi per certi versi le imprese di questa guida appaiono tecnicamente ancor più difficili di quelle di Klucker. Il 1° settembre 1887 Hans Bumiller con Martin Schocher, Johann Grass e Christian Zippert riescono nella prima ascensione allo sperone centrale della parete N dei Pizzi di Palù, una salita che per quel tempo fu veramente all'avanguardia. Dopo questa impresa ritroviamo la guida engadinese nelle prime ascensioni alla parete NE del Monte Scerscen, 1898 e in quelle dello sperone N del Pizzo orientale di Palù e dello sperone W del Pizzo Bianco, altre grandi scalate compiute nell'estate del 1899. Ci fermiamo qui: fare un elenco completo delle ascensioni di Schocher esula dagli scopi della nostra trattazione. Sul finire del 1860 anche gli alpinisti italiani cominciano a far sentire in maniera più concreta la loro presenza nel massiccio; in questo senso spicca fra tutte l'attività del geografo Damiano Marinelli che accompagnandosi alle guide Battista Pedranzini di Valfurva e all'engadinese Hans Grass, inizia una prima esplorazione dei versanti meridionali. Fra le imprese di Marinelli forse la più importante è la prima ascensione al bellissimo canalone S del Pizzo Roseg compiuta nel 1881. Oggi questo canale ricorda il nome del suo salitore come purtroppo anche quello sulla parete E del Monte Rosa sul quale egli trovò la morte nello stesso anno.
Sensibile ai problemi che i lunghi avvicinamenti del versante meridionale del massiccio ponevano agli esploratori, il Marinelli si rese promotore presso la Sezione Valtellinese del CAI della realizzazione di una capanna che potesse essere base d'appoggio avanzata. L'idea prontamente abbracciata, si concretizzò nella costruzione di un minuscolo ricovero che con il passare degli anni è divenuto l'odierno grande edificio del rifugio Marinelli-Bombardieri.
Il resto dell'attività condotta dagli italiani rimane per il momento concentrato sulle vette del sottogruppo Scalino-Painale ove i notabili della Sezione Valtellinese del CAI costituitasi nel 1873, compiono alcune ascensioni che seppure interessanti sono per lo più prive di contenuti tecnici importanti.
Si dovrà quindi attendere qualche anno ancora prima che emerga qualcuno che sostenga con maggiore autorevolezza il compito di esplorare i monti del versante italiano. Sicuramente anche grazie all'esempio e all'impulso dato da Marinelli, ecco però cominciare a formarsi una prima avanguardia di alpinisti più audaci e preparati. Nascono nel contempo anche le primissime guide di valle fra cui si ricordano M. Schenatti e Camillo Albareda di Val Malenco e Giovanni Bonomi di Piateda. Analizzando i risultati alpinistici dei valtellinesi di quegli anni, balza all'evidenza anche un dato abbastanza anomalo: parte dell'attività, per quanto modesta venne condotta senza l'uso delle guide. Molto attivi sono in questi anni due importanti rappresentanti della cultura valtellinese: Antonio Cederna e Bruno Galli Valerio. Il Cederna, propugnatore di un alpinismo ove spiritualità ed esercizio sportivo trovavano ugual posto e fautore di un'apertura democratica del CAI in favore di tutti volge le sue attenzioni ai vicini monti dello Scalino-Painale riuscendo nelle prime ascensioni alla Cima di Painale nonché alla Cima Vicima nel 1885 e alla Corna Brutana nel 1887. Bruno Galli Valerio, professore di igiene all'Università di Losanna condusse forse un'attività più varia che lo portò in diversi punti del massiccio. Il suo alpinismo era prettamente quello dello scienziato e dello studioso tuttavia i suoi scritti pubblicati anche su riviste straniere resero un gran servigio al lancio dell'immagine alpinistica delle montagne valtellinesi.
Ma gli anni a cavallo fra l'800 e il '900 hanno ancora come principale teatro d'azione i versanti engadinesi; protagonista di questo periodo è la guida Christian Zippert, ideale prosecutore della grande tradizione iniziata dal Klucker. La sua attività si sviluppa nel corso di un lungo arco temporale a dimostrazione di una notevole longevità alpinistica. Lo troviamo per la prima volta nel 1887 nella cordata che compie la prima ascensione allo sperone N del Pizzo centrale di Palù. Nel 1892 sale con E. J. Garwood, C. C. Branch e il collega Schocher la cresta ENE del Pizzo Roseg. Nel 1899 con Florian Grass e J. T. Alexander risolve
il problema dell'ultimo dei tre speroni N dei Pizzi di Palù rima sto inviolato, quello occidentale; nel 1904 è con Klucker e Roberts Thomson sulla parete N del Piz Tschierva; nel 1907 con Pierre Blanc accompagna C. F. Meade nella prima salita alla cresta WSW del Pizzo Argent. Negli anni successivi con clienti come Julius Frohmann compie le difficili ascensioni del canalone W del Roseg, 1909 e della parete NE del Pizzo Bernina, 1911. Dopo alcuni anni di pausa lo ritroviamo infine col collega Hans Casper e ad Hans Frick nelle prime ascensioni allo sperone NNW del Piz Cambrena, 1916 e in salite minori al Piz da la Margna e alla Crasta da Fedoz, 1918. Queste imprese segnano una notevole battuta d'arresto dell'attività esplorativa sul versanti engadinesi sebbene anche negli anni successivi non mancheranno prime ascensioni di rilievo come la W del Pizzo Bernina da T. Graham Brown, Alfred Zurcher, con Alexander Graven e Josef Knubel, 1930 e le pareti NW e NE del Pizzo occidentale di Palù, da Plinio e Nello Corti con Isacco Dell'Avo la prima, Plinio Corti e Dell'Avo la seconda, nel 1939.
Con la fine della prima guerra mondiale la maggior parte dell'attività alpinistica esplorativa viene invece a concentrarsi sul versante italiano. Sebbene già agli inizi del secolo fossero stati risolti alcuni importanti problemi come la lunga cresta SW del Pizzo Roseg, G. L. e C. G. G. Steward con F. Summermatter e A Simond 30 luglio 1909 i problemi alpinistici sui versanti meridionali erano ancora moltissimi. Restavano da salire le difficili pareti rocciose del sottogruppo Glüschaint-Sella, del Monte Scerscen, della Cresta Guzza, dei pizzi Zupò e Argent. I primi assaggi li aveva compiuti l'immancabile conte Aldo Bonacossa durante alcune campagne alpinistiche negli anni 1910, '11 e '12. Egli si dedicò con particolare attenzione all'esplorazione delle Cime di Musella e del settore nord orientale del massiccio. Compì però anche alcune importanti ascensioni nel gruppo centrale fra cui il ripidissimo canalone S de La Sella con Carlo Prochownik nel 1911 e il fianco E della cresta SSE del Pizzo Argent con Rino Rossi nel 1912.
L'azione esplorativa passa dunque decisamente in mano agli alpinisti italiani ed in primo luogo ad Alfredo Corti, il "padre dell'alpinismo valtellinese" la cui attività si esplica a 360 gradi su tutto il massiccio per ben 41 anni, dal 1899 al 1940 con rarissime pause. Il suo alpinismo, legato ai più elevati concetti di purezza è, soprattutto nella fase iniziale, un alpinismo ove atletismo e sport si trovano relegati in secondo piano a favore di una maggiore attenzione a quelli che erano i problemi della conoscenza e della ricerca, anche scientifica, legati all'esplorazione alpina. Sostenitore dell'alpinismo senza guide, nel 1904 compie la prima ascensione al Bernina in questo stile; altre volte si lega a dei professionisti, ma solo in occasioni particolari. Sebbene infatti il suo alpinismo sia da far risalire alla tradizione dei pionieri, egli deve adattarsi alla maggiore perizia tecnica che richiedono gli "ultimi problemi". Dimostrando grande apertura eccolo quindi trasformarsi in arrampicatore per affrontare scalate anche di notevole impegno in quanto a difficoltà pura. Per queste sue imprese il Corti si avvale di compagni più giovani e motivati come Augusto Bonola e delle migliori guide locali del momento: Cesare Folatti, Livio e Oreste Lenatti.
Fra le sue grandi scalate di quegli anni meritano particolare attenzione quella alla parete S della Cresta Guzza, 1919; il canalone S della Spalla del Bernina, 1922; lo spigolo SSW del Pizzo
Sella e lo sperone S del Monte Scerscen, 1928; e la parete WSW del Pizzo Roseg compiuta con Renato Chabod, Michele Rivero, Emanuele Andreis e Nello Corti.
Ma i tempi cambiano rapidamente e così, anche nel massiccio del Bernina, rimasto comunque una sorta di isola immune dalle esasperazioni del sesto grado e delle direttissime, giungono le prime avanguardie di nuove tendenze. Il momento del cambiamento può essere identificato con il successo della cordata di Luigi Bombardieri, Cesare Folatti e Peppino Mitta nella scalata al vertiginoso canalone SW della Forcola d'Argent il 25 luglio 1933. La soluzione dell' evidente problema e in particolare il superamento del seracco sommitale vinto con l'uso di tutti i mezzi disponibili, ma soprattutto di tenacia, coraggio e astuzia pongono quest' impresa nel punto di svolta fra due ere: da una parte l'ascensione opponeva difficoltà su ghiaccio quasi "moderne", dall'altra per giungerne a capo si utilizzò la quint'essenza delle vecchie tecniche. Negli anni quaranta si affacciano alla ribalta alcuni interessanti protagonisti che introducono nel massiccio le tecniche dei chiodi e dell'arrampicata artificiale. Prima dell'inizio della seconda guerra mondiale compare il suggestivo personaggio di Giuseppe "Pin" Marini; a lui si deve la soluzione di alcuni difficili problemi su roccia opposti dai versanti meridionali delle Cime di Musella e a quanto sembra l'uso dei primissimi, rudimentali chiodi ad espansione.
Del 1939 è l'audace solitaria diretta alla piccola parete S del Torrione Brasile; del 1940 è la salita alla parete S della Cima occidentale di Musella con Tommaso Pedrazzoli e due anni dopo è la volta della solitaria alla SE della Cima orientale di Musella.
Si ricordi inoltre che la cordata Pin Marini e Marco Lenatti compì anche la prima ascensione diretta alla bella, severa e friabile parete NW del Pizzo Scalino sempre nel 1940.
Nel periodo del secondo conflitto mondiale l'attività risulta quasi nulla con l'eccezione dell'importante ascensione della cordata Carlo Negri, Cin Corti, Emilio Romanini e O. Braendli sulla cresta SSE del Pizzo Argent: una salita difficile e oggi una delle classiche su roccia del massiccio.
I primi anni del dopoguerra vedono in azione ancora le nuove leve dell'alpinismo valtellinese e in particolare la cordata Giana e Mella che si cimenta nella soluzione di problemi definiti dal Corti insuperabili. Vengono così saliti la parete SE del Gemello orientale e la S della Sassa di Fora nel 1952; l'anno successivo è invece la volta dello sperone S del Gemello orientale.
Si giunge così alla soglia degli anni '60 segnata da due belle imprese su ghiaccio di Kurt Diemberger; nel mese di luglio, in cordata con Karl Schoentaler il forte austriaco traccia due direttissime sulla parete NE del Pizzo Roseg, una alla vetta e l'altra alla Anticima NW.
Queste imprese sembravano essere gli ultimi rimasugli del filone esplorativo, o almeno così apparve in quel momento; tutte le grandi vie possibili erano state salite e restavano tutt'al più alcuni itinerari di dettaglio se così può essere considerata ad esempio la via di Giorgio Bertone e Gigi Alippi sulla parete N del Piccolo Roseg aperta nel 1963. Gli anni '60 vedono nascere anche la moda dell'alpinismo invernale e gli itinerari proposti da pareti e creste del massiccio sono fra i più indicati per questo genere di attività. Sono per lo più ancora gli italiani che si distinguono in questa nuova fase di ricerca che trova sulla parete N dei Pizzi Palù uno dei suoi terreni più fertili. Il 1964 è annata storica: il 5 gennaio Curnis, Coatti, Quarenghi, Soresini e Zocchi salgono la via Zippert; il 26 gennaio Nava, Pizzoccolo e Taldo superano la via Bumiller mentre lo stesso giorno Coatti, Soresini, Zocchi e Zappa riescono nel percorso dello sperone Kuffner. Nel mese di febbraio viene salita anche la parete NE del Pizzo Roseg da W. Grosz e U. Sievers.
Nel marzo del 1966 Otmar Wenk, Paul Nigg e Salvatore Zala superano in due giorni l'alta parete NE del Pizzo Bernina. A conclusione di questo periodo "invernale" ecco infine l'exploit dei valtellinesi Forni, Gugiatti, Ghetti e Pedroni che compiono un'impresa per certi versi all'avanguardia riuscendo nella traversata invernale Roseg-Scerscen-Bernina tra il 24 e il 27 dicembre 1969.
Fra le imprese maggiori degli anni '70 sono degne di nota la via Mozzanica De Angeli lungo il settore destro della parete NE del Pizzo Roseg e la diretta invernale allo sperone Bumiller del Pizzo centrale di Palù aperta nei giorni 5 e 6 gennaio 1976 dagli svizzeri Bellini, Grandi e Nottaris.
Come è facile notare, a differenza di tanti altri massicci alpini l'attività alpinistica degli ultimi trent'anni è rimasta piuttosto scarsa per non dire quasi inesistente. Eppure restavano ancora diversi problemi aperti sia su ghiaccio che su roccia, ad iniziare da quello posto dalla parete S del Pizzo Argent ripetutamente ed invano tentata da diverse cordate valtellinesi. Vi erano inoltre molti canali ghiacciati e diverse pareti nella catena Glüschaint-Sella e in altri angoli non sempre così remoti da giustificare un oblio tanto lungo.
Probabilmente il motivo principale di tanto abbandono esplorativo è dovuto al fatto che la roccia di queste montagne non può in generale essere considerata fra le migliori; si aggiunga inoltre che anche all'aspetto esteriore le pareti appaiono friabili e rotte. Non è stato quindi senza sorpresa che, contrariamente alla nomea e all'apparenza, le cordate che si sono riavvicinate a queste pareti hanno scoperto itinerari di classe e arrampicate su roccia tutt'altro che friabile anche se obiettivamente non monolitica.
L'avvento delle moderne tecniche di arrampicata su roccia e ghiaccio e di nuovi materiali ha giocato in questa nuova fase un ruolo importante, ma ancor più importante è stato il cambio di atteggiamento verso queste ascensioni e il massiccio in generale.
Negli anni '80 ad opera di Miotti, Nana, Selvetti, Rossi, Forcignano e altri, sono nate così alcune interessanti vie su roccia che hanno risolto alcuni dei più evidenti problemi rimasti ancora insoluti non tanto per l'incapacità dei predecessori quanto soprattutto per i motivi appena esposti. Fra tutte le ascensioni di questo periodo la più bella è sicuramente la via "Bollicine" tracciata da Miotti e Selvetti lungo il filo dello sperone S del Gemello orientale.
A cavallo fra gli anni '80 e '90 l'attività prosegue abbastanza feconda con la scoperta della vasta zona di falesie sottostante la Sassa d'Entova e della bastionata di Val Fellaria. In queste zone si trovano anche alcune pareti di una certa altezza che vengono quasi tutte salite con vie di grande bellezza. Anche su ghiaccio ecco giungere alcune interessanti novità fra cui spiccano in primo luogo la via Gianni Comino aperta nel 1980 da Riva e Balatti sulla parete NE del Pizzo Palù occidentale e il gran canalone W del Pizzo Bianco; sulla costiera Glüschaint-Sella è attivo in questo periodo Giancarlo Lenatti detto Bianco che supera gli ultimi stretti canalini ghiacciati per poi compierne la discesa in sci. Notevole è pure l'impresa invernale di Costa e Agudio sul lungo canalino di cascate che solca la parete S del Sasso Moro.
I primi anni del nuovo decennio vedono una prosecuzione dell'esplorazione in tutte le direzioni. Nell'estate '93 Rossi e Forcignano hanno finalmente ragione della parete S del Pizzo Argent e sulla stessa montagna Maspes e Marini riescono nella prima invernale della lunga cresta Negri. Mario Vannuccini è invece l'ideatore di alcune belle vie sulle pareti meridionali della Cima di Musella occidentale.
Anche il sottogruppo Scalino-Painale conosce nuovi appassionati ricercatori in Luigi Pasini e Mario Sertori di Ponte Valtellina. Più legato ad un alpinismo classico Pasini completa l'opera esplorativa del Corti compiendo anche in solitaria numerose prime ascensioni. Più spinto è invece l'alpinismo di Sertori che si esprime soprattutto su ghiaccio regalandoci la prima ascensione al magnifico e impressionante colatoio della parete N del Combolo il cui tratto iniziale è una cascata verticale alta quasi 100 metri.
Sempre in questo sottogruppo vale la pena di segnalare la salita compiuta da Miotti e Savonitto alla placconata S del Monte Foppa in Val di Togno: 16 lunghezze, che per certi versi ricordano l'arrampicata della Val di Mello ma in un ambiente molto più severo.
Siamo così giunti ai giorni nostri e più si guarda con attenzione fra le pieghe recondite di questi monti più emergono sorprendenti spazi per l'esplorazione e l'avventura sia estiva che invernale.
In tutto il massiccio, anche su montagne molto note vi sono numerosi problemi alpinistici molto interessanti ancora da salire; in altri casi si tratta di strutture secondarie o di vie di dettaglio, ma esistono ancora intere pareti e spigoli del tutto senza vie e alcune direttissime di indubbia importanza tecnica e alpinistica. Molto spazio rimane poi all'alpinismo invernale e a quello solitario nonché ai concatenamenti.