Storia alpinistica del massiccio del Bernina

Per il numero 110 di ALP

Ultimo aggiornamento il: 08/05/2018 21:14:42


Storia alpinistica del massiccio del Bernina

Forse per una cronica mancanza di informazione e pubblicizzazione, le vette del Bernina sono per buona parte sconosciute. Se il versante settentrionale è caratterizzato da grandi scenari glaciali, quello meridionale è prevalentemente roccioso, ma di una roccia spesso poco adatta a virtuosismi, causa la sua qualità. Forse per questo motivo, l'attività alpinistica più diffusa si limita alla ripetizione dei tre o quattro itinerari più classici e, guarda caso, percentualmente più "nevosi": la normale del Bernina, quella del Roseg e del Pizzo Sella, la traversata delle Belleviste e i Pizzi di PaIù. In misura minore, invece, vengono percorse vie come il canalone della direttissima del Bernina, il canalone Folatti alla Forcola d'Argent. Tutto il resto, le grandi creste, le pareti del sottogruppo Glüschaint-Sella, le stesse cime di Musella, sono in pratica disertate. Eppure basterebbe andare a ripetere la cresta sud-ovest dei Roseg o la via Negri all'Argent o ancora la traversata Scerscen-Bernina, per rendersi conto che il gruppo nasconde itinerari di altissimo valore alpinistico. Non a caso un intenditore come Christian Boninghton così si esprime a proposito della traversata Scerscen-Bernina: «La nostra via era stata superata nel 1887 e non presentava difficoltà tecniche, ma un pendio uniforme a 55' sul Piz Scerscen, un'affilatissima cresta rocciosa, ricca di gendarmi, da cui una via di fuga sarebbe stata problematica. In breve la salita richiese un impegno che manca in molte vie moderne su roccia nel massiccio del Monte Bianco». E forse in questa considerazione è racchiuso in buona parte il motivo per il quale queste montagne sono tanto poco frequentate. Quassù si pratica un alpinismo di qualità, dove ancora occorre avere la pazienza di attendere il "giusto momento". Non c'è spazio per un alpinismo di "consumo" e non ci sono comode vie di fuga attrezzate a spit; creste e spuntoni formano un labirinto dove l'intuizione deve essere una qualità necessaria; un terreno non difficile consente alla neve di permanere per lungo tempo; gli avvicinamenti e i ritorni sono laboriosi e spesso molto lunghi, la roccia non sempre è buona ma come si sa "non esiste cattiva roccia, esistono cattivi arrampicatori." In ogni caso restano numerosi "problemi" alpinistici ancora da risolvere: si tratta di itinerari anche di grande respiro, con dislivelli di 600700 metri, su vette che sfiorano i 4000 e con le difficili condizioni ambientali sopra citate. Ma se nell'alpinismo è intrinseca l'arte di aprire delle vie nuove e di esplorare versanti ignoti o meno noti è chiaro che questi non potranno che essere fattori stimolanti. In fin dei conti, con tali presupposti l'arrampicata, la bellezza del gesto diviene quasi secondaria, un'arte e uno strumento da padroneggiare al punto di sapersi adattare anche alla roccia cattiva, ma non lo scopo primario nell'estetica del movimento. In quest'ottica ecco allora un Bernina veramente ancora tutto da gustare. Del resto una parete super compatta, con belle fessure, quali problemi alpinistici ci può porre, con le tecniche d'oggi?
Sebbene ancora molto trascurato l'ambiente costituisce già di per sé un notevole motivo di attrattiva: basta discostarsi di poco dai soliti itinerari d'escursione e si rientra nell'antico mondo della Val Malenco e della sua gente. Tanto per fare qualche riferimento si potrebbe citare la Valle d'Entova, il selvaggio e impressionante Vallone di Scerscen stretto fra alte bastionate di serpentino, le valli del settore orientale. Ma anche nella tanto nota conca dell'Alpe Musella, è possibile trovare meravigliose sorprese come le incisioni rupestri o le suggestive e isolate baite. Un discorso particolare meritano invece le montagne del sottogruppo Scalino Painale, pochissimo frequentate. Tutta questa vasta area di monti che occupa il settore compreso fra la Val Malenco a ovest, la Valtellina a sud e la Valle di Poschiavo a est è oltretutto ricchissima di testimonianze storiche e preistoriche ancora da valorizzare in pieno. La sua maggiore vallata, la Val Fontana, sbocca nella Valtellina all'altezza di Ponte. Nella sua parte superiore la valle si apre e in essa vengono a confluire diverse laterali oggi collegate da una Alta Via che consente di percorrere tutto l'alto circo di vette del settore orientale del sottogruppo. Di poco minore e parallela alla Val Fontana a occidente, è la Val di Togno che sbocca poco a monte di Sondrio, nel tratto inferiore della Val Malenco. Anche questa valle, sconosciuta e dimenticata offre scorci e sensazioni inconsueti nonché qualche bella salita su roccia.
Le vicende storiche hanno inevitabilmente visto la Val Malenco condividere con la Valtellina un destino di guerre e invasioni, mentre il territorio engadinese, sul versante opposto, restava un'isola felice che si evolveva e prosperava in pace. Queste condizioni erano ulteriormente aggravate da un’orografia difficile che rendeva oltremodo dura la vita del montanaro.
Una parziale e ingannevole soluzione agli annosi problemi economici delle popolazioni locali venne sul finire dell'800 grazie all'inizio di un'intensa attività estrattiva: che in breve divenne la principale occupazione umana della Val Malenco in alternativa all'emigrazione. Il risultato che negli anni si è prodotto ha portato al lento, ma continuo, degrado del patrimonio naturale e del tessuto culturale e tradizionale. A peggiorare il quadro, negli anni del boom economico e industriale, una legislazione miope (il miraggio del facile guadagno portato da nuove tecnologie minerarie ed il turismo delle seconde case), il progressivo abbandono dei lavori tradizionali della montagna e quindi un ulteriore accentuarsi dell'attività estrattiva, hanno compromesso forse per sempre le bellezze paesaggistiche di molte zone.
Tuttavia, accanto alle grandi cave "industriali" le principali responsabili del degrado sono fortunatamente sopravvissute le antiche cave legate alla lavorazione della pietra ollare e delle tegole di serpentinoscisto, le cosiddette "piode". Con il primo materiale si ottengono i celebri "lavegg", recipienti per la cottura dei cibi che oltre a conservarne tutte le caratteristiche organolettiche sono da consigliarsi ai fanatici della dietetica in quanto consentono di limitare al massimo i condimenti. Accanto alla pura opera estrattiva della pietra ollare è sorta, quasi necessariamente, anche l'attività di trasformazione.
I blocchi di pietra vengono modellati pazientemente al tornio e da essi si ottengono i recipienti.
Anche per le piode vale un discorso analogo. Esse sono estratte e lavorate dalla consorteria dei "giuelè". Le cave o i "giuei" producono dei blocchi di pietra che poi vengono "sfogliati" con sapienti colpi di martello in lastre spesse anche meno di un centimetro che sono usate come tegole per i tetti. Poiché non sono sufficienti le "piode" per fare il tetto occorre anche conoscere l'arte della loro corretta disposizione ecco che gli astuti "malenchi", si sono resi indispensabili nel tempo. Questa breve introduzione ci presenta la Val Malenco come una valle strettamente legata al mondo della pietra e a conferma può essere utile ricordare che il comprensorio è uno dei più ricchi di minerali di tutta Italia (sono state catalogate ben 261 specie di cui molte rinvenibili solo qui, risultando uniche al mondo).