Il Monte Disgrazia

Ultimo aggiornamento il: 08/05/2018 21:13:51


Il Monte Disgrazia

Salve! Sono il Monte Disgrazia. No, no, non preoccupatevi, il nome e un po' triste ma certamente non me lo sono voluto io. Anzi, io non ho mai voluto nemmeno disgrazie e quelle poche che sono successe nella mia lunga storia se le sono sempre cercate gli uomini. Me ne stavo qui da tempo immemorabile, ancor prima che nascessero le vette vicine della Val Masino. Ho visto le valli coprirsi lentamente di vegetazione poi popolarsi di animali e infine di uomini. Per molto tempo essi non mi degnarono neppure di uno sguardo e se lo facevano era per indicare ai loro figli il luogo ove abitavano gli spiriti e i mostri.
Inizialmente fra i primi pastori che abitarono le vallate sottostanti, io ero il monte che “desgiascia” , che si scioglie. Era un appellativo appropriato dato che allora faceva un caldo insopportabile e i miei ghiacci si scioglievano a vista d'occhio. Tutto sommato il nome non mi dispiaceva anche se sono sempre stato del parere che la mia notevole bellezza e prestanza fisica avrebbero meritato qualcosa di meglio. Ma si sa, i montanari non sono mai stati troppo portati ai voli della fantasia, presi come sono dalle loro più pressanti necessità. Di questa qualità, nella sua forma perversa, non dovevano però mancare quelli che storpiarono il nome dialettale e per assonanza lo tra sformarono in Disgrazia. I pareri su questo toponimo erano però discordi tanto che ci fu chi tento di cambiare quell'impressionante e immeritato nome. I topografi dello stato maggiore austriaco nel compilare le loro carte mi chiamarono Pizzo Bello ma la denominazione durò assai poco. Rientrato nei confini italiani fui di nuovo il Disgrazia.
Si era allora verso la metà dell '800 e dalla Mia posizione isolata, sono situato più a Sud della linea spartiacque principale delle Alpi Retiche, notavo che sui ghiacciai e le cime del vicino Bernina, c'era un insolito movimento di uomini. 
Nel 1850, me lo ricordo bene, qualcuno riuscì addirittura a toccare la vetta suprema di quella montagna. 
Devo ammettere che invidiavo un po' quelle vette per l'interesse e la curiosità che suscitavano e a volte soffrivo del mio isolamento ritenendolo ingiusto. Eppure avrebbero dovuto notarmi: ero li, in faccia a loro, completamente isolato e circondato solo da cime di molto inferiori alla mia statura! Dovevano però passare ancora alcuni anni prima che qualcuno oltre che notarmi, pensasse a darmi la scalata. Ad avere l'idea fu il Signor E. S. Kennedy. Nel l 86l egli raggiunse la vetta del Bernina e subito, una volta ripreso si dalla fatica, mise a fuoco lo sguardo sulla mia maestosa architettura Appena a valle, si informò se fossi già stato salito e venuto a sapere che ero una delle poche vette ancora inviolate delle Alpi, decise di venirmi a trovare. La storia della prima ascensione è epica e si potrebbe scrivere un libro solo per essa. Kennedy, con il Reverendo Leslie Stephen (il padre della celebre Virginia Woolf) la guida di questi, Melchior Anderegg, il Rev. Isaac Taylor e il domestico Thomas Cox, venne dunque in Valtellina. La comitiva si spinse poi in Val Malenco credendo di potermi raggiungere facilmente da qui io ovviamente non li potevo aiutare e così assistetti impotente alle faticacce che i quattro (Taylor si era subito defilato rinunciando all'impresa) dovettero sopportare per poter capire qualcosa della complessa orografia locale. Nelle loro perlustrazioni i nostri eroi si spinsero nella solitaria valle di Chiareggio e poi in Val Sissone. Raggiunto il Passo di Mello (2992 m) Stephen e Anderegg proseguirono per cresta fino alla vetta di quella che può quasi essere considerata una mia anticima, l'odierno Monte Pioda (3431 m) che essi battezzarono a buon titolo Picco della Speranza. Di lassù compresero che l'unica via di accesso ragionevole era quella che saliva dalla Val Masino. Con un malagevole viaggio in carretto gli inglesi si trasferirono dunque allo stabilimento termale dei Bagni di Masino dove presero alloggio. Non sto a dirvi le tragicomiche avventure del gruppo, guardato con diffidenza da tutti e non compreso (qui la parola alpinismo non era ancora giunta). Addirittura successe che, partiti nottetempo per un tentativo, al ritorno trovarono le loro stanze occupate da un signore appena morto e dai componenti del corteo funebre. La volontà di riuscire fu però più forte di tutti questi ostacoli. Trovate altre stanze, gli alpinisti ebbero appena il tempo per un breve riposo e la notte stessa tornarono alla carica. Con una lunghissima marcia scesero fino al paese di San Martino, entrarono in Val di Mello e le percorsero interamente fino alle pendici occidentali del Picco della Speranza. Qui individuarono uno stretto passaggio che mette in comunicazione il piccolo Ghiacciaio di Pioda con il Ghiacciaio di Preda Rossa, era l'odierno Passo Cecilia. Non passarono esattamente per il valico ma sulle rocce di destra e quindi misero  piede sul tratto di vedretta che sale più ripido a quella che oggi è la Sella di Pioda. Senza grosse difficoltà, per la lunga cresta SSO toccarono per primi la mia cima; furono assai felici per la bella impresa e anch'io cominciai a sentirmi meno solo. Addirittura ho saputo che al suo ritorno in Inghilterra, Kennedy mi fece l'onore di un articolo che inaugurò il glorioso Alpine Journal: nel n°1 del 1864 è descritta tutta l'impresa.
Dal giorno della prima ascensione ho imparato a conoscere bene gli alpinisti, la loro brama di gloria e di cose nuove. Tutti i miei versanti sono stati saliti e oggi sono calpestato ogni anno da centinaia di uomini, più o meno bravi, più o meno intelligenti. Se divenni in breve tempo una cima famosa lo devo in parte anche all'articolo di Kennedy. Dopo la prima salita venni raggiunto da cordate celebri come quella di Tuckett che individuò un nuovo approccio attraverso la Valle di Sasso Bisolo e poi la Valle di Preda Rossa. Altri mi, raggiunsero partendo dalla Val Malenco o addirittura come fece Martin Schocher coi clienti, dal Monta Sissone. Tutti però percorsero nel suo ultimo tratto la via dei primi salitori. Bisogna attendere il 1878 perché venga scoperta un'alternativa alla via solita da Sud. Ricordo che fu il 23 luglio di quell'anno che il conte Lurani Cernuschi con la fida guida, Antonio Baroni mi scalò percorrendo la lunga e rocciosa cresta meridionale. Anche il conte scrisse di me su una sua celebre monografia, decantò la nuova via in quanto più sicura e sgombra dal ghiaccio e quindi criticò la costruzione della capanna da poco eretta presso il Passo di Corna Rossa intuendo quanto fosse più rapido l'accesso diretto dalla Val Masino. Per questo motivo, nel 1881 egli sponsorizzò la costruzione di un nuovo ricovero in Valle di Preda Rossa e lo battezzò Capanna Cecilia: esso sorgeva ove oggi si trova il Rifugio Ponti, base per l'ascensione alla mia vetta lungo la via normale.
L'articolo comparso sull'Alpine Journal intanto proseguiva nella sua azione pubblicitaria fra gli sportivissimi e temerari alpinisti inglesi. Era logico che molti fossero attratta dalle mie belle forme e dall'apparente inscalabilità dei versanti settentrionali. L'idea di riuscire dove era fallito Kennedy era assai allettante e già nel 1874 comparvero in Val Malenco altri due inglesi, Barlow e Still .
I due erano accompagnati dalle guide J. Anderegg Taugwald; il giorno 29 agosto raggiunsero la vetta dopo aver scalato il nevoso spigolo NE e traversato le mie due vette orientali di poco più basse. Si trattò di un'impresa grandiosa e veramente all'avanguardia soprattutto se si pensa all'isolamento delle valle che gli alpinisti attraversarono alle scarse informazioni al riguardo.
I quattro seguirono le orme della comitiva di Stephen e Kennedy fino alle poche baite di Chiareggio poi, invece di puntare a Ovest, entrarono a Sud nella selvaggia Val Ventina. Raggiunto il ghiacciaio, si spinsero fin quasi alla testata della valle dove poterono piegare a destra e toccar la base dello spigolo NE. La successiva traversata delle vette, li impegnò a fondo dal momento che non è delle più semplici tanto che ancor oggi mi capita di vedere delle cordate in serie difficoltà proprio in questo tratto. Eppure ne è passato di tempo dagli scarponi chiodati e dalle corde di canapa dei quattro primi salitori!
Altri inglesi vennero pochi anni più tardi, anche essi attratti dal mio versante Nord. Questa volta nei loro piani non era una generica prima ascensione dal lato di Val Malenco ma addirittura, essi erano intenzionati a scalare la vera e propria parete Nord. Imprese del genere erano già state fatte un po' ovunque sulle Alpi ma si trattava sempre di scalate eccezionali. La grande guida Klucker aveva salito la Nord del Piz Roseg e poi quella del Lyskamm, il suo rivale e collega Schocher lo aveva emulato sulla Nord del Piz Palù e su quella del Cengalo. La mia parte Nord non era certo meno bella o imponente ed era logico che prima o poi venisse qualcuno per tentarne la salita.
A differenza poi delle menzionate pareti, la mia ha un approccio ancor oggi laboriosissimo, figuratevi nel 1910, quando Ling e Reaburn ne affrontarono l'ascensione. I due non potevano disporre del Rifugio Porro e dei Bivacchi Taveggia e Oggioni come fanno i moderni alpinisti. L'approccio migliore era senz'altro quello che partiva dall'imbocco della Val Sissone. Oggi nessuno sale più da qui ed è un vero peccato perché si tratta di uno degli angoli più belli e selvaggi delle Alpi.
All'ingresso di Val Sissone Ling e Reaburn piegarono a sinistra salendo le ripide pendici che portano all'Alpe Zocca dove trovarono ricovero per la notte. Il mattino successivo, l'8 agosto, i due risalirono la mia crepacciatissima vedretta settentrionale e a suon di gradini percorsero il magnifico spigolo di ghiaccio che forma il limite destro della parete Nord. L'inclinazione massima misurata col clinometro fu di 60° e quella media di 52°. Ormai, se mi si consente il gioco di parole, il ghiaccio era rotto. Ne io mi stupivo più di tutto quell'andirivieni sulle mie creste e pareti.
Anzi, a volte, quando il tempo era brutto o la cattiva stagione teneva lontani gli alpinisti, provavo un certo sentimento di solitudine. Mi mancavano quegli strani bipedi che tanto si affannavano sui miei fianchi e tutto sommato facevo il tifo per loro, specie se erano in difficoltà.
Non ho mai capito però il vero motivo di tutto quel loro agitarsi per raggiungere la vetta o per aprire una via nuova. Mah! Contenti loro!
Dopo la via di Ling e Reaburn che divenne celebre come lo Spigolo degli inglesi, fu la volta della prima ascensione alla cresta ENE, forse la mia più bella architettura. Già sfiorata nel 1882 dai soliti inglesi (Hulton e Pilkington), la cresta venne percorsa dalla guida Ignazio Dell'Andrino e da B. de Ferrari nell'agosto 1914. La bellissima e affilata cresta glaciale che caratterizza il tratto finale del percorso è simile a una mezza luna; a me sarebbe piaciuto che fosse battezzata con qual che poetico e magico nome ma a proposito di nomi io non ho mai avuto fortuna. Invece di una mezzaluna gli uomini, più prosaicamente ci ravvisarono una corda allentata cosicché la cresta divenne la 'Corda Molla'.
L'intera esplorazione della cresta, comprendendo anche il suo iniziale tratto roccioso fu completata dal celebre Alfredo Corti con A. Bonola e P. Corti nel 1928.
Ormai sui miei fianchi tutto era stato fatto, restava solo un problema, il più grande, quello della salita diretta lungo la parete Nord.
Difesa da un enorme e sporgente seracco la parete aveva sempre scoraggiato i vari pretendenti finché non venne a tentarla la guida di Val Malenco Giacomo Schenatti con il cliente A. Lucchetti Albertini. Con una giornata di marcia i due raggiunsero il piede della parete e si sistemarono per il bivacco. Il giorno appresso, 10 luglio 1934, iniziarono l'ascensione percorrendo il pendio nevoso che si alza a, destra del seracco. Schenatti fu costretto a un duro lavoro di gradinamento che portò la cordata ad aggirare la grande sporgenza di ghiaccio. Sempre faticosamente i due si spostarono poi verso sinistra giungendo alle rocce che sostengono la vetta. Fin qui impiegarono ben 8 ore, ma il tratto più difficile doveva ancora venire. Alcune recenti nevicate avevano infatti imbiancato le rocce rendendo la progressione difficile e pericolosa per la scarsità di punti di sicurezza. Così per salire quegli ultimi 100 metri gli alpinisti dovettero penare per altre 5 ore circa. Giunsero in vetta stanchissimi ma felici e anch'io fui felice, soprattutto per Giacomo che conoscevo bene dato che coi clienti mi saliva più volte ogni estate e che si era meritato quella bella prima.
Scesi lungo il versante di Val Masino i due tornarono ai miei piedi il giorno dopo per recuperare i sacchi a pelo che avevano lasciato sul ghiacciaio onde poter affrontare l'ascensione più leggeri.
Ogni tanto, guardando verso Chiareggio vedo ancora il Giacomo; a volte si intrattiene con qualche curioso che vuole sentire dalla sua voce la vera storia dell'ascensione alla Nord del Disgrazia.
Come è nel suo stile lui narra ma minimizza, trasforma l'impresa quasi in una scalata di routine ma io e quelli che conoscono la mia parete sappiamo quale grande ascensione egli compì.
Certo ne è passato di tempo, per tutti e due, lui oggi ha i capelli grigi e la pancia, io un seracco tutto nuovo, una nuova appendice di ghiaccio in Val Sissone e qualche roccetta in meno.
Erano tempi avventurosi quelli e io mi sentivo molto più partecipe di oggi alle avventure umane che si consumavano sulle mie pareti.
Allora mi curavano quasi con amore, cercavano di capire quando la neve fosse stata dura al punto giusto per facilitare l'ascensione o quando ce ne fosse stata a sufficienza per evitare il taglio di gradini lungo i pendii. A volte gli uomini erano capaci di attendere il momento propizio anche per anni.
Nel frattempo cambiavano anche le valli che si originano dai miei fianchi: strade e case crebbero come funghi. Chiareggio divenne un paese di villeggiatura montana rinomato, si costruirono rifugi e bivacchi. Non sempre l'uomo tenne in conto le bellezze delle valli e soprattutto in Val Malenco compì e compie tuttora gravi scempi specie con le cave. Ma io non mi posso muovere, non posso intervenire e così devo assistere impotente ai vandalismi di chi è insensibile alle bellezze della natura. Me ne restai fermo anche quando decisero di mettermi in cima un bivacco fisso, decisione che non ho mai condiviso e appena ne avrò l'opportunità cercherò di farlo cadere.
Del resto, come dicono gli uomini, questo è il progresso con i suoi mali ma anche coi suoi aspetti positivi. Anche per quanto riguarda le tecniche e le attrezzature alpinistiche posso dire di averne viste di tutti i colori.
Col passare del tempo ho vissuto l'evoluzione dell'alpinismo, soprattutto sul ghiaccio. Ricordo gli scarponi chiodati dei primi scalatori e i loro lunghi bastoni che poi si  trasformarono in piccozze lunghissime. Dagli scarponi chiodati si passò ai ramponi di Eckenstein a dieci punte e poi a quelli di Grivel a dodici mentre i manici delle piccozze si accorciavano sempre più.
Con i ramponi a dodici punte fu compiuta l'ultima grande ascensione 'classica' sulla mia Nord. Il già allora celebre Carlo Mauri con Dino Piazza, Aldè e Ferrario percorse il ripido couloir che si origina alla base del seracco. Forse la loro idea era quella di salire poi direttamente lungo il grande rigonfiamento ma dovettero rinunciare almeno in parte al progetto. Deviarono allora sulla sinistra tenendosi fra il salto verticale e la Corda Molla; poi salirono direttamente alla vetta congiungendosi con l'itinerario di Schenatti in corrispondenza delle rocce finali.
Era il 28 agosto 1960 e quella, come ho detto fu l'ultima grande via tracciata sulle mie pareti; quelle che vennero dopo sono da considerarsi vie di dettaglio sebbene alcune abbiano allargato la conoscenza degli uomini al mio riguardo.
Fino all'inizio degli anni '70 ben pochi alpinisti si avventurarono lungo i miei fianchi settentrionali: un alone di leggenda circondava la parete Nord.
Solo con l'avvento di quella che gli uomini chiamano piolet-traction, ci fu un revival e molti sono oggi gli alpinisti che salgono il mio più difficile versante.
Grazie alla moderna tecnica sono poi state aperte altre vie , una nel couloir che separa la vetta centrale da quella occidentale, l'altra diretta mente lungo il seracco e la terza nel ripido couloir che sale più a destra dello “spigolo degli inglesi”.
Devo dire che questa nuova tecnica piace anche a me, mi sembra più naturale ed elegante e poi rovina di meno i miei fianchi ghiacciati. Un tempo sembrava quasi che mi volessero demolire ad ogni ascensione mentre oggi sono solo solleticato dalle lievi punture degli attrezzi che si infiggono pochi centimetri nel ghiaccio. 
Come vi dicevo sono state aperte tre nuove vie;  la prima, il “Couloir dell'insubordinato” fu aperta da una numerosa cordata (Gigi Mario, Alessandro Gogna, Renato Casarotto, Giampiero Di Federico, Cesare Mauri e Alziro Molin) durante un corso per Guide alpine nel 1979: 300 m, 60° e passi di IV. La salita diretta lungo il seracco spetta a Grassi e Barbolini che la compirono nel 1983; tuttavia altri avevano salito il muro di ghiaccio secondo percorsi meno diretti già prima di questa ascensione. Ma la via più bella resta l'ultima, quella tracciata da Norberto Riva e Marco Della Santa nell'inverno del 1983, lungo il selvaggio e stretto couloir che fiancheggia a destra la via di Ling e Reaburn. Con questa ascensione termina definitivamente la esplorazione delle mie pareti che si è spinta nelle più segrete pieghe dei miei fianchi. Questa affermazione è però forse ardita come dimostrarono i fatti. Ad ogni nuova difficile impresa ero portato a pensare che tutto fosse fatto, ma ogni volta l'uomo usciva con una novità. Così è stato anche per lo sci estremo che non poteva non considerare la bella parete Nord. Già nel 1979 Giancarlo Lenatti detto Bianco, pure lui guida di Val Malenco come Giacomo Schenatti, scese lungo lo Spigolo degli inglesi suscitando l'ammirazione di tutti. Restava però il problema della Nord vera e propria e Bianco non voleva farsela soffiare. Per molti anni lui ed i migliori sciatori estremi l'hanno tentata poi, alla fine la sua costanza è stata premiata. Finalmente nell'estate del l 986 dopo sette anni di tentativi e di attesa egli è riuscito a scendermi lungo la Nord poi a perfezionare l'impresa si è fatto riportare in cima dall'elicottero che lo assisteva ed è sceso nuovamente dallo Spigolo degli inglesi. Con questa magnifica impresa penso proprio che per me sia finita: non sarò più alla ribalta del la cronaca e tutti cominceranno a dimenticarmi. 
Non nascondo di essere piuttosto rattristato dalla piega che stanno prendendo gli eventi. Sono pronto ad accettare il mio destino, a veder la mia fama scemare di anno in anno, ad essere salito da un numero sempre minore di appassionati. Forse però sono un po' troppo pessimista e poi una montagna come me deve anche saper mantenere un certo contegno. In fondo la speranza è l'ultima a morire: il vento dell'ovest mi ha più volte portato voci circa una nuova moda detta “enchainment”. 
Chissà se. . . . . . . . . . .