Oltre la Val di Mello

Zone alte

Ultimo aggiornamento il: 09/05/2018 08:01:50


Oltre la Val di Mello


Pensando alla regione Masino-Bregaglia viene immediato pensare alle pareti della Val di Mello, una delle culle del free-climbing italiano, oppure alle vette più alto, quelle ormai celebri del Badile, del Cengalo, della Cima di Castello. Ma le caratteristiche del massiccio non sono solo queste e particolarmente in Val Masino, autentico giardino per arrampicatori, non ci sono soluzioni di continuità fra I vari terreni di gioco. Si va così dai magnifici massi che costellano il fondovalle alle pareti della Val di Mello, alla zona cosiddetta delle 'Costiere' per finire poi sulle vette più elevate. Ognuno qui potrà trovare l'arrampicata su misura per le sue esigenze senza doversi spostare: bastano pochi passi e un po' di sudore ed ecco che lo scenario d'arrampicata cambia. Già molto si conosce circa il fondovalle e la catena principale mentre poco, se non pochissimo si sa sulla zona delle costiere. Sono riconosciute con questo nome le grandi bastionate rocciose che originandosi dallo spartiacque principale scendono a dividere fra loro le convalli della Val Masino. Le costiere formano dunque delle lunghe creste granitiche che guadagnano altezza man mano scendono verso il basso. Esse sono formate da numerose vette minori e in genere terminano con una elevazione maggiore dalle forme ardite e imponenti che precipita direttamente nel solco vallivo principale. Alcuni versanti di queste costiere sono ormai ben esplorati e offrono già una discreta serie di vie interessantissime, con caratteristiche di arrampicata che stanno a metà strada fra le vie di falesia e quelle di alta montagna. Altre zone sono quasi completamente vergini e solo gli assidui frequentatori delle valli laterali ne conoscono tutti i segreti e le possibilità arrampicatorie. A questo punto, mi duole il cuore ma credo sia necessario tediarvi con qualche riga che possa permettere di inquadrare geograficamente la zona. Compiendo una panoramica semicircolare da Ovest, la prima costiera che si incontra e quella che separa Val Merdarola da Val dell'Oro; essa culmina con due bellissime vette, la Punta Fiorelli 2401 m,e il Medaccio 2358 m. Sulle pareti delle due cime ci sono già parecchie vie tracciate nel dopoguerra, che hanno difficoltà di ordine classico. Fra Val dell'Oro e Val Porcellizzo si trova l'insignificante bastionata del Barbacan e fra quest'ultima valle e quella del Ferro scende la costiera di Cavalcorto che termina con la magnifica lancia della Cima di Cavalcorto 2763 m, che con la sua parete Sud domina tutta la Val Masino. Più a Est precipita in Val Qualido la costiera omonima che con le sue pareti monolitiche alte 600 metri, ricorda certi ambienti della Yosemite Valley. A separare le valli Qualido e di Zocca c'è la costiera dell'Averta anch'essa molto imponente verso Est con muraglie granitiche alte da 400 a 700 metri. In successione si trovano quindi le costiere del Torrone e del Cameraccio. Quest'ultima e certamente la più selvaggia e impressionante del Masino specie per il suo versante Est dove fa spicco la strapiombante parete della Punta Meridionale di Cameraccio. Per finire, questa volta con andamento quasi Est-Ovest, si trova la tetra e solitaria catena Remoluzza-Arcanzo che separa la Val di Mello dalla Valle di Preda Rossa, più a Sud. La storia dell'esplorazione delle costiere e delle loro vette è assai antica. Di certo molti tratti e qualche sommità furono raggiunti dai cacciatori di camosci. Essi sfruttavano (e sfruttano)abilmente le lunghe cenge erbose che solcano a volte le pareti e tramite esse si trasferivano di valle in valle. Tali cenge per la loro lunghezza sono localmente dette 'code'. Con l'avvento dell'alpinismo furono salite le sommità che dal fondovalle si imponevano maggiormente: Punta Fiorelli, Medaccio, Cavalcorto, Picco Luigi Amedeo.
A quei tempi erano però ben altre le mete che attiravano gli alpinisti che, salvo rare eccezioni, preferirono dedicarsi alla più interessante conquista delle cime più alte del gruppo. A questo punto dobbiamo compiere un balzo di oltre trent'anni perché, senza conoscere momenti intermedi le nostre costiere passano dall'alpinismo dei pionieri a quello del VI° grado. Il 6 ottobre 1933 nel corso di una campagna esplorativa Aldo Bonacossa e Giusto Gervasutti giungono sull'ancora inviolata sommità di una delle torri della costiera di Cameraccio (la torre sarà poi dedicata a re Alberto del Belgio amico dei due scalatori, perito incidente arrampicatorio). L'ascensione sembrava non riservare particolari sorprese e i due forti alpinisti in breve si portarono a pochi metri dalla vetta. Qui una placca monolitica precludeva l'accesso; su di essa Gervasutti si impegnò come mai. Senza possibilità di assicurarsi si avventurò sul liscione allontanandosi sempre più dal precario punto di assicurazione. Infine, compiendo un exploit degno solo dei migliori egli vinse quei metri improteggibili e anche negli anni successivi giudicò il passaggio come il più difficile della sua carriera. Da quel giorno memorabile la Torre Re Alberto ha avuto ben poche visite e certo a causa della difficoltà della famosa placca che ancor oggi respinge agguerriti climbers con pedule e magnesite.
Il giorno prima Gervasutti e Bonacossa avevano anche percorso la cresta nel tratto a Sud della Torre Re Alberto, raggiungendo l'inviolata Torre Meridionale del Cameraccio 2743 m,  che fa bella mostra di sé in fondo alla Val di Mello. Dopo questo periodo le costiere che scendono in Val di Mello vengono un po' trascurate mentre l'attività si sposta su quelle più a occidente. Forse la presenza dei rifugi Omio e Gianetti e quindi la relativa comodità di approccio fu il fattore determinante la nuova preferenza. Viene dunque percorsa la parete Nord della Punta Fiorelli nei giorni 30 giugno e 1 luglio 1942, per una via di cui si è persa la memoria (della cordata faceva parte il celebre Ercole Esposito, compagno di Cassin sulle Jorasses e sul Badile). Dopo la parentesi della guerra di nuovo è la bella sagoma della Fiorelli ad attirare l'attenzione. Ancora sulla parete Nord Walter Bonatti e Roberto Bignami tracciano una via nuova (24 maggio 1954)incontrando serie difficoltà nella parte superiore del tracciato. Anche queste ascensioni, seppure belle e a loro modo importanti, restano però fatti sporadici, imprese compiute come ripiego quando il tempo incerto consigliava di non salire in alto, o come allenamento. E il fatto che fossero effettuate in preparazione di maggiori cimenti lo dimostrano le date in cui esse furono compiute tutte concentrate fra maggio e giugno. Il 7 giugno del'53 ancora Bonatti e Bignami salirono lo spigolo SO del Picco Luigi Amedeo sulla costiera del Torrone. Siamo agli inizi degli anni '50 e i Pell e Oss di Monza sono forse il gruppo più attivo del momento. Assieme a Bonatti crescono e maturano le esperienze di Angelo Pizzocolo, Josve Aiazzi, Vasco Taldo e Nando Nusdeo. La Val Masino è vicina alla città, a Milano e Monza in particolare; è logico che essa sia meta di questi nuovi, audaci scalatori. Soprattutto Taldo e Nusdeo, sia per motivi economici che per motivi pratici (si spostavano in moto o in bicicletta) scelsero la Val Masino come teatro per le loro imprese e per gli allenamenti. Il loro centro d'azione fu soprattutto la selvaggia e bellissima Val Torrone e qui compirono quella che a mio parere e una delle maggiori imprese su roccia mai compiute sulle Alpi Retiche Nei giorni 1 e 2 giugno 1958 i due riuscirono a superare l'impressionante muraglia giallastra della parete SE del Picco Luigi Amedeo. Fu una stupenda prova di bravura e coraggio tanto che per anni e stata un severo test per i migliori. Guardando la parete credo che ancor oggi un moderno e agguerrito scalatore con friends e altre diavolerie, avrebbe qualche timore se dovesse aprirvi la via. Pensate ora ai mezzi che avevano a disposizione Taldo e Nusdeo, alle tecniche non certo raffinatissime, alla costante incertezza di poter passare fra gli strapiombi finali e alla quasi certezza dell'impossibilità del ritorno una volta superata la grande grotta strapiombante in centro alla parete! Oggi la via viene ripetuta quasi interamente in arrampicata libera con, nuts e friends ed e una delle, più belle salite su roccia della Val Masino. Dopo la salita della parete del Picco Amedeo le costiere conobbero ancora una volta un periodo di scarsa popolarità che durò fino agli anni '70 quando ci fu la loro meritata e definitiva rivalutazione. La resurrezione dell'alpinismo sulle costiere dove va seguire di pochi anni la sua morte che coincide con una delle ascensioni più mistificate di tutta la storia del Masino. Fra il 18 e il 27 dicembre del 1972 Tiziano Nardella, Graziano Bianchi e Fausto Rebecchi superano in prima assoluta e prima invernale la magnifica parete Sud del Cavalcorto. Nardella non ave va mai amato le difficili scalate sulle costiere tanto che sosteneva di non voler salire la Taldo-Nusdeo perché la via non portava su alcuna vetta. La parete del Cavalcorto terminava però in vetta e quindi poteva essere scalata nonostante la disprezzabile quota di appena 2763 metri. La parete del resto si imponeva a chiunque guardasse dal fondovalle, sopra il paese di San Martino; i tentativi fatti in precedenza, si parlava dello stesso Bonatti, la rendevano ancora più ambita. Per tutta l'ascensione il tempo fu bellissimo e a Sud a quella quota, si poteva, stare in maglietta, ma certo non è questo il neo dell'impresa: tutti noi vorremmo simili condizioni per le nostre scalate. Quello che ci fu di aberrante fu che i 350 metri di parete furono vinti in ben dieci giorni di scalata con corde fisse, grande spreco di materiali e addirittura chiodando ad espansione a pochi metri da fessure scalabili già allora in libera o quantomeno con mezzi normali. L'anno successivo ripetemmo la via e, sebbene ostacolati dal maltempo, impiegammo solo 9 ore. Dopo questa ascensione, sull'onda innovativa venuta dagli Stati Uniti, proprio in Val Masino nacque quel fenomeno noto come Sassismo che per un attimo portò lo scompiglio nel quieto e rigido panorama arrampicatorio italiano. Nuove tecniche e mentalità portarono alla scoperta delle pareti di Val di Mello e poi si estesero anche alle costiere. I primi tentativi furono subito impostati secondo il nuovo (che nuovo poi non era) stile e le nuove etiche (anch'esse vecchie quanto l'alpinismo sportivo). Poco materiale, niente corde fisse, possibilmente senza altre preparazioni preventive e utilizzando il più possibile la progressione in libera; queste erano le nuove regole del gioco. Non è forse un caso del destino se la prima via concepita in tal modo sia stata aperta proprio sul Cavalcorto e per essere precisi sulla sua parete Est.
Nell'estate del 1977 Ivan Guerini, Guido Merizzi e Vittorio Neri superarono la bella parete che piomba in Val del Ferro con un salto di 350 metri. Fedele alla sua filosofia Guerini scopri che la monolitica parete aveva un punto debole in una linea di fessure e camini che solcavano il settore destro e decise che la via sarebbe passata di lì. Fu un'arrampicata molto difficile e a volte arrischiata su una parete allora completamente vergine che impegnò la cordata per tutto il giorno. Al termine ne usci una bella via logica con passaggi in arrampicata libera di VI° e a tutt'oggi non ancora ripetuta. Di simile fattura sono anche le altre vie che Guerini, Merizzi, Neri e Villa, compirono sulle pareti orientali dell'allora inesplorata costiera di Cameraccio. L'impresa di maggior rilievo fu la prima salita alla parete Est del Picco Charles Darwin 2442 m elevazione minore che costituisce il prolungamento dello spigolo Sud della Punta Meridionale del Cameraccio. Una larga fessura diagonale solca il muro color grigio e ocra: era la via ideale e per essa salirono i quattro arrampicatori. Fu una ascensione molto dura, eseguita quasi interamente in arrampicata libera, che comportò anche il superamento di un grosso tetto valutato VII°. Più in alto la larga fessura si esaurì in esigue rugosità e gli ultimi tiri di corda richiesero una precaria arrampicata in artificiale. Sempre di quegli anni sono le vie aperte da me, Masa e Merizzi sulla magnifica Torre Moai in Val Cameraccio e sul pilastro Ovest della Punta Moraschini. La concezione e lo stile dell'arrampicata non si discostano dagli esempi appena fatti. La scalata alla Torre Moai forse va un poco più avanti. Seppure non eccessivamente importante si è trattato di una salita che, per concezione, è molto più simile a una via di palestra o di falesia. Sapevamo dell'esistenza di quella torre tanto simile alle statue dell'Isola di Pasqua e speravamo fosse possibile tracciare una via sulla parete Est. Dopo un avvicinamento che richiese 5 ore e un bivacco, affrontammo la parete e volendo cercare qualcosa di esteticamente bello ci rivolgemmo alle lisce placche che fiancheggiavano a sinistra un camino ghiacciato. Con alcune difficili lunghezze dove la protezione era quasi inesistente, approdammo infine su terreno più facile e poi senza problemi in cima alla parete (250 m; VII°). Guerini, Neri e Merizzi nel 1978, tornarono sulle pareti del Cameraccio e scalarono il pilastro Sud della Punta Meridionale (Pilastro degli Dei) e la parete Est del Rombo delle Galassie (un avancorpo posto poco più a valle del Moai). Anche queste vie hanno per direttrice una linea di fessure o camini prestandosi quindi molto alla proteggibilità e alla progressione in libera. Allora però, in Val di Mello, non si faceva certo spreco di chiodi o nuts e molto spesso vennero compiute intere lunghezze senza alcuna protezione.
Le difficoltà segnalate per per il Pilastro degli Dei parlano di VII°+; è probabile che nelle condizioni in cui fu salito questi gradi siano esatti; tuttavia sono certo che proteggendo meglio la scalata, cosa possibile con stopper e friends, essa diverrebbe un poco più facile. Con il Pilastro degli Dei termina la fase iniziale della riscoperta arrampicatoria delle costiere. Esse cominciano ad attirare anche scalatori provenienti da altre zone, soprattutto stranieri. E' il caso di Nico e Elizabeth Mäilander che nel 1982, dedicano le loro attenzioni alla monolitica parete Est del Cavalcorto. Con perfetto stile e l'uso dei primi spit essi aprono una via sullo spigolo Est dell'Anticima Nord del Cavalcorto e poi più a destra altre due vie: La camminata incantata e Il sentiero dei bracconieri (350 m; rispettivamente VI° e VII° ).
Antecedenti a queste belle realizzazioni sono le due vie tracciate nel 1980 da alpinisti cecoslovacchi sulla parete SE del Picco Luigi Amedeo. Gli arrampicatori dell'Est risolsero due evidenti problemi che si trovavano l'uno a destra e l'altro a sinistra della via Taldo Nusdeo. Si tratta di arrampicate difficili delle quali e stata ripetuta solo quella di destra chiamata 'Cecoslovacchi '80 e valutata VI e A3. La via di sinistra, 'Formaggio e vino' che percorre una bella linea di fessure diagonali attende ancora i ripetitori.
L'82 è anche l'anno in cui riuscimmo nella salita al magnifico diedro Est della Quota 2510 sulla costiera dell'Averta. Si tratta di una linea esteticamente purissima definita da un lungo diedro ad arco che percorre quasi tutta la parete. L'arrampicata è soprattutto adatta agli amanti della tecnica di opposizione in quanto per ben sette lunghezze si usa questo stile. Battezzammo la via "Soli di ghiaccio" ed è una delle più soddisfacenti prime che io abbia fatto. Si tratta di una via difficile, con pochi punti di riposo, estetica e, ciò che più conta salita solo con nuts e stopper più alcuni friends nel tratto chiave. Il punto più difficile è il superamento del tetto che si forma quando la faccia sinistra del diedro piega decisamente verso destra. Qui valutammo un passaggio di VIII°- e fummo costretti a compiere tre resting. Siamo così giunti ai giorni nostri.
Le pareti di costiera vedono aumentare di anno in anno gli appassionati dell'arrampicata e delle vie nuove. Molte salite come quelle di Mäilander, 'Soli di ghiaccio' , Cecoslovacchi '80, sono ormai parecchio ripetute e altre, sulle stesse pareti, sono state aperte. Importanti realizzazioni si ebbero nell'estate del 1985 quando U. Villotta e R. Comin aprirono una via diretta alla parete Est del Darwin mentre la cordata di E. Nerini e L. Casarotto vinse l'altissima parete del 'Baratro' che tanto impressiona chi sale all'imbocco della Val di Zocca. Per finire bisogna segnalare anche le due belle realizzazioni compiute da Sergio Panzeri in Val Torrone nella parte più alta della costiera. Poco oltre il Picco Amedeo si trova un incredibile e affilato spigolo di granito giallo: la Fiamma del torrone. Lo spigolo è inscalabile ma due belle fessure parallele lo contornano sui lati; per quella di destra e salito Sergio Panzeri con Felice Vassena nel settembre 1986. La via assai logica si sviluppa per otto lunghezze di corda con un solo breve tratto in artificiale e molti passi di VI e VI+. Circa un mese dopo lo stesso Panzeri con Villotta e Vassena saliva anche la fessura di destra per una via detta 'Fiamma d'autunno' che presenta un tratto di VII° e uno di A2. Con le due vie sulla Fiamma del Torrone si è conclusa la scorsa stagione e se ne apre un'altra ricca di promesse. In pratica sulle costiere è stato fatto meno dell'l% di ciò che è possibile.
Resta quasi tutto da fare sulla porzione sud occidentale della costiera del Cavalcorto che culmina con l'impressionante pilastro del Monte Singino (500 m) e con altre punte alcune delle quali mai, scalate (a destra del pilastro del Singino corre una via aperta da Claudio Corti e Claudio Gilardi il 10 e luglio 1971, difficile ma piuttosto erbosa). Ancora inesplorato è anche tutto il settore più alto della parete Est, sempre sulla costiera di Cavalcorto. Non sto poi ad elencare le infinite possibilità che sono riunite sui due versanti della costiera del Cameraccio. Insomma c'è spazio per tutti e per molti anni, ci sono placche, fessure, camini, pareti corte e big walls .
A proposito di queste ultime vorrei concludere proprio con una breve descrizione delle uniche due finora salite. La parete del Qualido forma il versante Est dell'omonima costiera e termina in Val di Mello con l'ormai celebre Precipizio degli Asteroidi. Entrando in Val Qualido essa si eleva sempre più formando una muraglia lunga 800 metri e alta 600. Su di essa ci sono già alcune vie delle quali la più difficile e rappresentativa è 'Il Paradiso può attendere' di Jacopo Merizzi, Antonio Boscacci e Paolo Masa. La via supera la parete nella sua parte più elevata e ha richiesto parecchi giorni, corde fisse e anche chiodi a pressione. Sempre fra le grandi pareti bisogna poi ricordare il 'Pesgunfi' (Piede Gonfio) la cui bella forma domina verso NO il Sasso Remenno. La via è stata salita da me e Sandro Gogna dal 5 al 9 luglio del 1984. Anche in questo caso con l'uso di corde fisse nel primo tratto difficile. 'Liss del Pesgunfi' è una via divisibile in due parti distinte, la prima e una lunga placconata dove prevale la libera (tredici lunghezze di IV e V). Dalla cengia boscosa ove termina la placca sale poi una verticale parete ove di libera se ne trova ben poca (sedici lunghezze dal V° all'A3). Anche per questo genere di arrampicate il terreno è quasi vergine e i maggiori 'problemi' sono ancora da risolversi. Di particolare importanza e serietà sono quelli situati sulle pareti del Torrone e del Cameraccio.