Il Pizzo Palù

Castello argentato

Ultimo aggiornamento il: 08/05/2018 21:12:43


Il Pizzo Palù

II Pizzo Palù, 3906 m, è una di quelle montagne che, senza essere le più alte di una determinata regione, sono diventate polo di attrazione per turisti e alpinisti. Eppure il Palù non ha pareti difficilissime dove si consumano tragedie da osservare comodamente seduti al tavolo da pranzo con un occhio al piatto e uno al cannocchiale.
Non ha tantomeno forme svelte ed eleganti, con una vetta ardita lanciata verso il cielo. Possiede però in massima misura una miracolosa armonia architettonica che lascia sbalorditi. Anche il profano che si trovi per la prima volta al cospetto della parete nord non potrà sfuggire al suo fascino, anche se forse impiegherà del tempo per comprendere il motivo di quell'attrazione. Con l'osservazione ci si rende conto che il Palù è diverso dalle montagne che lo circondano; le sue forme sembrano scolpite da un geniale Michelangelo con una perfetta disposizione di creste, cime e pilastri. Forse è proprio questa sensazione che trasmette, quella di un'opera d'arte voluta da una mente superiore, che fa del Pizzo Palù una delle più belle e grandiose strutture delle Alpi. '
Il "Castello Argentato" attira ogni anno e in ogni stagione centinaia di turisti e scalatori. Il suo versante nord è facilmente ammirabile salendo in funivia al rifugio Diavolezza, con una comodità di accesso che costituisce un ennesimo motivo di richiamo. Le tre vette della montagna sono disposte su un'unica cresta con andamento est-ovest, in armonico equilibrio; al centro, la vetta principale. La parete settentrionale è quasi interamente glaciale: enormi cornici sporgono dalla cresta sommitale; grandi e rigonfi se racchi difendono l'accesso alla vetta, sospesi su due immensi canaloni di 800 metri d'altezza.
Dalla vetta orientale si abbassa sinuoso ed elegante il primo dei tre speroni, in massima parte roccioso se si esclude la cresta termInale. All'estrema destra lo sperone della vetta occidentale (Punta Spinas) è invece ammantato di neve e ghiaccio e scende sul sottostante Vadret Pers con andamento lineare. In centro, più lungo e potente degli altri due, lo sperone della vetta principale unisce roccia e ghiaccio in egual misura e presenta un seracco grandioso che sbarra l'accesso ai facili pendii sommi tali. Se il versante nord è tanto bello e grandioso, quello opposto spunta appena dall'abbacinante conca glaciale dell'Altopiano di Fellaria, tanto che la salita alla vetta per questo lato presenta un dislivello non superiore ai 150 metri di parete vera e propria.

I primi esploratori

Il Pizzo Palù, montagna imponente e autorevole soprattutto dal versante engadinese, ha attirato l'attenzione degli esploratori fin dagli albori dell'alpinismo. L'inizio della sua storia risale nientemeno che al 1835.
In quell'anno una cordata condotta dal notissimo Gian Marchet Colani, "re del Bernina", cacciatore accanito e guida a tempo perso, raggiunse per prima la vetta del Pizzo Orientale. Quei pionieri non pubblicarono ovviamente alcuna relazione della loro impresa, forse anche per non essere presi per pazzi.
Così i primi dati certi su un'ascensione al Pizzo Palù risalgono a circa trent'anni dopo, quando nel luglio del 1864 una folta comitiva di gentiluomini ripete la spettacolare salita alla vetta orientale. Quest'impresa fu ufficialmente "omologata" perché, nel frattempo, l'andar per monti era assurto tra le nobili attività di un sano '"gentleman".
La prima ascensione alla vetta principale, effettuata nell'estate 1866 da K. E. Digby e Peter Jenny con un portatore, concluse la fase dei pionieri e aprì la via a un alpinismo sempre più in voga accanto al ricco afflusso turistico di località come SI. Moritz o Pontresina. Quest'ultimo centro era e resta il villaggio più importante della valle del Bernina e, ai tempi delle prime ascensioni al Pizzo Palù, conobbe l'inizio di quella trasformazione che lo porterà da centro agricolo-pastorale a rinomata stazione turistica. I 4000 metri del Bernina, i ghiacci del "Castello Argentato", così come le ampie colate glaciali o i fitti boschi di conifere divennero meta di un sempre maggiore numero di "touristes". Le montagne rappresentavano la maggiore attrattiva e così, come in molte altre località alpine, molti cacciatori posarono lo schioppo e si diedero ad accompagnare gli alpinisti e i turisti sulle vette.
Dopo il "semiprofessionista" Gian Marchet Colani, dal 1850 ha inizio la lunga serie delle grandi guide engadinesi che conosceranno il massimo splendore verso la fine del secolo. Dapprima Johan Coaz, poi Flury, Jenny e infine i Grass, gli Schocher, gli Zippert, per concludere con l'impareggiabile e celebre Christian Klucker che, per la sua assidua esplorazione di canali e pareti ghiacciate, potrebbe essere definito come il Giancarlo Grassi del secolo scorso.

La conquista dei tre speroni

Dal villaggio di Prontresina partirono quattro temerari per tentare la più difficile ascensione mai compiuta nella zona. Era il31 ottobre 1887 allorché il signor Hans Bumiller e le guide Martin Schocher, Christian Zippert e Johan Grass si incamminarono alla volta del Pizzo Palù con l'intenzione di scalarne lo sperone nord della cima principale. Non è facile spiegarsi il motivo di tale scelta, dal momento che gli altri due speroni, certamente più facili, non erano mai stati saliti. Probabilmente il gruppo scelse con determinazione l'unica via che portava direttamente alla cima. Per questa arditissima ascensione le guide presero alcune precauzioni di ordine finanziario: il povero Bumiller fu consigliato di mettere per iscritto e rendere pubblico una sorta di testamento nel quale si impegnava a lasciare un indennizzo in moneta sonante alle famiglie delle guide nel caso di una disgrazia a tutta la comitiva. Fortunatamente tutto andò bene e la scalata si svolse nell'incredibile tempo di sei ore, con scarpe chiodate e pesante corda di canapa. Si tratta di un tempo invidiabile perfino con la sofisticata attrezzatura di oggi.
Schocher e Zippert forse decisero poi di dividersi equamente gli altri due speroni e così il 31 Luglio 1899, con Buxton Alexander e Florian Grass, Zippert salì lo sperone occidentale, mentre il 22 agosto dello stesso anno, con H. Von Kuffner e Alexander Burgener, Schocher si aggiudicò quello orientale. Intanto, ai piedi del Pizzo Palù, Pontresina cresceva e si arricchiva. Si moltiplicarono gli enormi alberghi simili a castelli, vennero costruiti campi da golf e da tennis, vennero attrezzati i percorsi per gli escursionisti. Il tutto secondo una linea di sviluppo eccezionalmente amministrata, in funzione del mantenimento delle bellezze naturali che avevano attribuito fama al villaggio, seguendo l'esempio già affermato della vicina St. Moritz. Dal canto suo, SI. Moritz pare debba la sua fortuna alla scoperta di una prodigiosa fonte minerale nota già tremila anni or sono. Col tempo, i montanari engadinesi divennero intraprendenti al punto di deviare il corso dell'Inn quando il fiume minacciò di insidiare
gli impianti termali. St. Moritz divenne un centro di villeggiatura noto in tutto il mondo e i turisti si succedettero a schiere

La tragedia del '57 e le ultime realizzazioni

Dopo le grandi imprese dell'800, la nuova grande tappa della storia alpinistica del Pizzo Palù risale all'estate del 1931, quando fu scalato il grande canalone glaciale che separa lo sperone orientale da quello centrale. Poco tempo dopo caddero anche le inviolate e triangolari pareti nord est e nord ovest del Pizzo Occidentale e, per ultimo, il grande seracco che sbarra in alto la via Bumiller (Tullio Speckenhauser e Giovanni Bettini nel 1956).
L'anno successivo a questa bella impresa il Palù fu teatro di una gravissima sciagura in cui persero la vita ben nove persone. Il 28 giugno 1957 lasciava Piacenza una comitiva organizzata tra i soci del CAI di Piacenza, Reggio Emilia e Codogno: ventinove persone in tutto che il giorno successivo, dopo aver pernottato al rifugio Diavolezza, intendevano salire la montagna per la via normale svizzera. Alle quattro del mattino del giorno 29 la comitiva si mise in marcia accompagnata dalla guida svizzera Max Robby e, senza problemi di sorta, raggiunse la vetta principale dove gli alpinisti iniziarono a scattarsi fotografie. Ma quell'anno, come quasi sempre ad inizio di stagione, grandi cornici orlavano il versante nord della cresta sommitale, Alle 9 e un quarto del mattino una cornice cedette e dieci persone furono inghiottite nel baratro di 700 metri. Subito si diede inizio alle operazioni di soccorso, ma purtroppo senza più speranze per i malcapitati; tuttavia, dopo dieci ore di ricerche, il fortunato Bassani fu ritrovato ancora in vita, miracolosamente scampato allungo volo. Per gli altri nove non vi fu nulla da fare: otto corpi vennero recuperati, mentre quello del dottor Giuseppe Rapetti è ancora oggi disperso tra i ghiacci. Dopo la tragedia passarono molti anni prima che sulle pareti del Palù si segnalassero avvenimenti di rilievo: dovevano giungere la tecnica del piolet-traction e le nuove tendenze dello sci estremo ad aprire insospettate possibilità su una montagna ormai esplorata in ogni punto. Adottando la moderna tecnica di ghiaccio, Norberto Riva e Benigno Balatti aprirono la via Gianni Comino sulla parete nord est del Pizzo Occidentale, percorrendo una piccola goulotte sovrastata da enormi seracchi e fiancheggiata sulla destra da un caratteristico triangolo di roccia e di neve. I due lecchesi superarono la parete nella notte tra il 5 e il 6 aprile 1980 risolvendo forse l'ultimo problema alpinistico del Palù con la stessa bravura e intelligenza dimostrata in molte altre loro imprese sui canali ghiacciati delle Alpi Retiche.