La gabbia tecnologica

Felici prigionieri

Ultimo aggiornamento il: 08/05/2018 21:20:36


La gabbia tecnologica

Viviamo in una società in cui, pur di stimolare i consumi, tutto è lecito, compreso un certo sottile terrorismo che, se si guarda con attenzione, è percepibile ovunque e a volte raggiunge livelli di notevole comicità. Basta accendere la TV per scoprire che avere i denti bianchi è un problema: occorrerebbero una decina di spazzolini e altrettanti dentifrici. Lo stesso vale per il bucato o le piastrelle di casa che vanno “igienizzati” con inutili prodotti sterminanti e sterilizzanti, pena chissà quali malattie. Sempre di più ci troviamo imprigionati nella gabbia dorata di una finta sicurezza che ci viene paternamente “consigliata” dall’alto, dallo Stato, dalle multinazionali, dalla pubblicità; e sempre più facilmente, per spirito di disciplina o pigrizia mentale, ci facciamo prendere da questa logica, dimenticando che uno degli ingredienti principali della vita è dato proprio l’incertezza.
Il campo delle attività all’aria aperta non sfugge a queste dinamiche, anzi, proprio perché ha per teatro luoghi al di fuori della rassicurante cerchia della casa o della città, ancor più si presta al gioco. Così, oggi, chi si cimenta con l’ambiente naturale ha a disposizione una notevole scelta di apparati che, per come se ne parla, e per come sono presentati, sono in grado di azzerare o quasi tutti i rischi. Il GPS, l’ARVA, il telefono cellulare, l’APP del Soccorso alpino che permette di rilevare la tua posizione e via dicendo. Non voglio demonizzare queste meraviglie tecnologiche di cui riconosco a volte l’utilità, ma avendo avuto la fortuna di conoscere la Montagna quando ancora non c’era neppure l’elicottero per il soccorso e le previsioni del tempo erano un optional, mi rendo conto che se da un lato abbiamo guadagnato qualcosa in termini di sicurezza, dall’altro abbiamo perso quasi del tutto alcuni degli aspetti più caratterizzanti di questa attività: l’incontro con l’ignoto e quindi con l’avventura, il senso di libertà che deriva dall’essere noi stessi responsabili di ogni nostra azione, di ogni nostro passo. La cieca fiducia in questi strumenti ha fatto venire meno un’altra importante qualità, forse la più importante: la capacità di studiare e valutare il terreno con umiltà, mettendo in conto anche la possibilità di una rinuncia.
Purtroppo, la facile disponibilità dei mezzi tecnologici, fa credere a molti che basta averli con sé per potere affrontare imprese anche di un certo impegno, magari superiori alle loro reali capacità. Si tralasciano, quindi, l’allenamento e la consultazione delle carte geografiche, si perde l’abilità di agire in maniera flessibile ed elastica adattandosi all’imprevisto. L’idea diffusa, almeno fra i meno esperti, è che il GPS non può sbagliare, che l’ARVA ti protegge sempre dal rischio di slavine, che col telefonino si è sempre in grado di chiedere aiuto. Ecco il lato oscuro di questi aggeggi: instillano un falso senso di sicurezza che spinge ad andare spesso oltre i propri limiti con conseguenze potenzialmente pericolose. Basta che la batteria si scarichi, che per qualsiasi motivo un urto danneggi l’apparecchio ed ecco che improvvisamente ci si trova soli con la Natura “ostile”, ma privati di quei semplici strumenti che sono la saggezza ed il buon senso derivati dall’esperienza. La domanda è: questi strumenti, come del resto i bivacchi sulle vette, hanno migliorato il bilancio degli incidenti o l’hanno peggiorato? Avere la certezza che sulla vetta c’è un bivacco, che con una telefonata mi verranno a prendere o che con l’ARVA in pochi minuti mi troveranno sotto la slavina, sono considerazioni che subdolamente portano ad osare di più, aumentando inevitabilmente l’esposizione diretta al fattore di rischio e alcuni tragici episodi degli ultimi anni sembrano avvalorare questa ipotesi. Ad esempio, ho il forte sospetto che molti incidenti siano dovuti più alla leggerezza con cui, grazie alla predetta finta sicurezza, si affronta la Montagna piuttosto che all’aumento degli appassionati.
Un tempo lo scialpinismo aveva la “sua” stagione che andava da marzo a maggio, periodo in cui i pendii sono percentualmente più stabili e assestati; oggi si va tutto l’inverno e ormai, dopo un’abbondante nevicata, neppure si prende in considerazione l’antica sapienza di lasciare che per qualche giorno i pendii si consolidino un poco. Tutto ciò non aumenta la nostra sintonia con gli elementi naturali, ma ci allontana da essi, rendendoci passanti distratti, anziché elementi stessi del contesto in cui ci troviamo; soggetti che non dovrebbero mai perdere quel senso di rispetto e timore che, contrariamente a quanto vorrebbe insegnare una certa informazione, sono una parte non secondaria del piacere di affrontare una gita o un’Arrampicata. Lungi dal propugnare teorie radicali e oscurantiste, vorrei suggerire un modo diverso di rapportarsi con l’ambiente. Un modo certamente più lento, fatto di silenzio, di partecipazione vera, dove sensibilità, esperienza, intuizione, timore, diventano i nostri strumenti principali e quelli fornitici dalla modernità degli optional. Se vi sentite disposti a sperimentare fino in fondo questo modo “diverso” e antico di percorrere valli e montagne o altri spazi d’avventura, vi invito a fare una prova. Affrontate una gita che già ben conoscete, magari anche facile e breve, lasciando a casa la “tecnologia”, seguendo con attenzione i ritmi della stagione, gli eventi meteorologici, la morfologia del terreno e siate disposti, già a casa, a rinunciare al buon esito a tutti i costi della vostra uscita. In azione vi accorgerete immediatamente che il vostro atteggiamento sarà completamente diverso e un volta tornati, anche l’escursione più banale vi avrà lasciato impressioni fortissime; ricordatevi che raggiungere una cima o la fine di un percorso sono sicuramente elementi di soddisfazione, ma non sono essenziali. Conoscere il «...dilettevole orrore del camminare sull’orlo dell’abisso», aiuta invece a gestire il rischio residuo e valutarne l’accettabilità o meno.
Fra le varie utilità che possono derivare dall’adozione degli strumenti tecnologici, e in particolare quella dei telefoni cellulari, oltre a quella più immediata di fare intervenire il Soccorso Alpino in caso di incidente, vorrei segnalare anche quella che permette di contattare immediatamente le autorità preposte per segnalare incendi, situazioni di degrado territoriale, vandalismi e scempi ambientali.
Nonostante ciò, quel che più inquieta è che, dolcemente, e quasi senza accorgercene, stiamo perdendo la capacità di essere liberi.